CAPACCHIONE: SONO SOTTO SCORTA PERCHÉ HO SCRITTO SOLO IO CIÒ CHE SANNO TUTTI
OSSIGENO – Roma, 14 gennaio 2013 - Pubblichiamo di seguito l’intervento di Rosaria Capacchione al dibattito con Alberto Ferrigolo e Alberto Spampinato sul tema “Giornalisti minacciati. Fare informazione nei luoghi di frontiera”, che si è svolto a Roma il 4 luglio 2012 a Palazzo Incontro, nell’ambito del ciclo “Il tempo della lotta alla mafia” promosso dalla Provincia di Roma per ricordare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino a vent’anni dalle stragi di Capaci e di via d’Amelio. Fra la primavera e l’estate scorsa si sono svolti nove dibattiti. I resoconti sono ora raccolti in un volume di grande interesse, curato da Alberto Ferrigolo, dal titolo “Lezioni civili”, stampato dalla Provincia di Roma.
Rosaria Capacchione: (…) Penso sempre, bé… io sarò particolare. Però, se in determinate circostanze non fossi stata da sola a scrivere cose che erano di dominio pubblico, non frutto di notizie riservate o colloqui confidenziali, ma cose accadute nei processi, in dibattimento, in pubblico… se non fossi stata da sola, con la grande fuga dei miei stessi colleghi perché si trattava pur sempre di cose imbarazzanti, scomode, rischiose, forse io non avrei avuto la scorta…
Non siamo tutti uguali. Non è vero che siamo tutti giornalisti. È una questione etica, e bisogna capire bene che cos’è questo mestiere. Un esempio recente? Mi è stato chiesto perché a me non vengono a farmi certe proposte. Non vengono perché la risposta è che un secondo dopo andrei a dirle e scriverle. Punto.
Ci sono però persone collegate all’avvocato Santo Anastaso, quello che lesse in aula l’istanza di ricusazione di cui ho parlato prima, detenuto, che stanno avvicinando, minacciando, intimidendo, non so che altra parola usare, dei miei colleghi, li voglio chiamare ancora colleghi…, della stampa locale, dicendo loro: «Non vi dovete permettere di scrivere quel che succede nel processo, state facendo una campagna diffamatoria, vi denunciamo».
Da me non vengono, per le ragioni dette. Tra me e Santo Anastaso c’è un contenzioso. Se solo si avvicinano finiscono denunciati. Bene, nessuna di queste persone che si lamenta mi risulta abbia contattato altri colleghi o pensato minimamente dI avvisare l’Ordine dei Giornalisti, chiamare i carabinieri presenti nell’aula di dibattimento quando accade. Mi dicono: «Perché non lo fai tu?»
Allora mi chiedo: perché questo signore viene da te, non va da un altro a dire queste cose? Qual è stato, prima, il tuo comportamento verso questo avvocato? Cos’hai accettato da costui, pur sapendo chi era? C’è stato uno scambio…?
Per carità, una minaccia è una minaccia, sempre, ma la minaccia si denuncia. Sempre. Non è che ci possono essere altre opportunità, altrimenti di cosa stiamo parlando? Di uno che dovrebbe denunciare al posto tuo, e perché?
Non sei la povera vittima, non sei il povero artigiano isolato del quartiere periferico di Napoli o Palermo. Sei un professionista, metti la tua firma e la tua faccia sulle cose che fai, allora fallo fino in fondo. Altrimenti, perché dovresti fare il giornalista? (…)
Nessun commento:
Posta un commento