martedì 26 marzo 2013


Ascanio Celestini

Il penitenziario di S., dove anche i libri scontano l’ergastolo

27-03-2013
Arrivo nel penitenziario di S. alle due del pomeriggio. Devo parlare del mio libro sul carcere. All’entrata trovo una trentina di persone. “Abbiamo letto sul giornale che fai l’incontro”, dicono. Gli spiego che per entrare ci vuole l’autorizzazione, ma loro mi mostrano il giornale sul quale è scritto che l’entrata è gratuita.
Sì, effettivamente in galera si entra gratis. La permanenza in essa è il costo da pagare. Passiamo dal primo portone e ci dirigiamo verso il secondo. Accediamo a uno spazio dove c’è una guardia che ci fa mettere in fila. Consegniamo il documento e riceviamo la chiave dell’armadietto per depositare la borsa. La guardia scrive nomi e ora di entrata, poi andiamo al varco del metal detector. Quando siamo pronti per attraversarlo, la guardia legge i nomi degli autorizzati: il mio e quello del critico che mi accompagna. E tutti gli altri? La guardia dice che non sono autorizzati, li fa rimettere in fila, riconsegna i documenti e scrive l’orario di uscita. Si avvicina una seconda guardia. Si mette a dibattere se avesse senso scrivere che sono entrati e poi usciti. Non sono andati proprio dentro, ma nemmeno sono restati fuori. Insomma: quello spazio è sufficientemente dentro da non essere fuori, o sta abbastanza fuori per non essere proprio dentro?
Mi portano all’incontro e, più che parlare, li ascolto. “Ho scritto una lettera a un amico di Monza”, mi dice uno. “c’ho messo il francobollo e l’indirizzo, ma non mi ricordavo il mittente. Solo quando mia moglie è venuta a trovarmi ho potuto spedirla. Si può impazzire a restare chiusi in cella per 22 ore su 24, per due settimane con una lettera sigillata”. E un altro: “Ho chiesto un orologio a mia moglie. E’ il quinto che porta e li rimandano indietro”. Un immigrato sta dentro perché non ha il domicilio e non possono dargli i domiciliari. Un altro perché ha rubato un salame, “ma un pezzo di pane l’avevo comprato”, dice.
Una dopo l’altra, ascolto tutte le loro storie, poi finisce l’incontro e mi chiedono: “A chi lo lasci il tuo libro?”. “Alla vostra biblioteca”, dico. “Qui ci sono quattro sezioni e ognuna ha una biblioteca a parte”, mi spiegano.
Sarà mai possibile cambiare un’istituzione così ottusa? E ho volutamente raccontato solo la banalità del carcere evitando tutte le sue violenze criminali.
Lì dentro anche i libri sono detenuti e non possono circolare liberamente. Chiusi sugli scaffali, condannati all’ergastolo.
*da “Il Venerdì di Repubblica”
 

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