sabato 18 maggio 2013



Spiare le redazioni in America? 

 QUI DA NOI SUCCEDE DI PEGGIO!


Nella foga di stanare le talpe, gli uomini di 

Obama sorvegliano con nonchalance 

costituzionale i giornalisti dell’Ap. I ben 

informati del New York Times hanno spiegato 

il fenomeno un anno fa: è colpa di Bush



New York. Per due mesi il dipartimento di Giustizia ha tenuto sotto controllo una ventina di utenze telefoniche dell’Associated Press, alla ricerca della talpa che passava informazioni riservate all’agenzia di stampa. L’intrusione “massiccia”, “senza precedenti” e “ingiustificabile”, come l’ha definita il presidente dell’Ap, Gary Pruitt, è perfettamante inscritta nella forma mentale e legale di un’Amministrazione che ha perseguito penalmente sei “leakers”, più di tutti gli altri presidenti americani messi insieme. Ma il caso dell’Ap, che risale al periodo fra aprile e maggio dello scorso anno, parla di un’inchiesta vasta, sistematica, prolungata nel tempo e che, secondo il regolamento del dipartimento di Giustizia, deve essere approvata dal procuratore generale in persona, quell’Eric Holder che ha fatto da ariete nella guerra di Barack Obama agli informatori occulti. E’ stato però un ordine del numero due di Holder, Jim Cole, a far scattare il controllo di diversi telefoni nelle redazioni dell’Ap a New York, Washington, Hartford e ai telefoni personali dei cinque cronisti e dell’editor che si occupavano del caso.
Il procuratore generale si è smarcato dall’indagine perché figura nella lista delle persone interrogate dall’Fbi sul caso. L’Ap ha ricevuto la notifica dell’indagine da un procuratore federale del distretto di Columbia, Ronald Machen, al quale il dipartimento ha affidato l’anno scorso il compito di guidare un team speciale per stanare le talpe che passavano notizie riservate sulla sicurezza. Una serie di articoli usciti sugli organi di stampa avevano allarmato l’Amministrazione e in particolare l’Ap aveva fonti d’intelligence che confermavano un attentato di al Qaida in Yemen sventato dalla Cia. I terroristi volevano piazzare una bomba su un aereo diretto negli Stati Uniti nel primo anniversario dell’uccisione di Osama bin Laden. Nella rete a strascico manovrata dal dipartimento sono finite le conversazioni di un centinaio di giornalisti. Su richiesta della Casa Bianca l’agenzia ha accettato di rimandare la pubblicazione dell’articolo, mentre gli agenti dell’Fbi davano la caccia alla talpa interrogando alti funzionari del governo fra cui John Brennan, il principale consigliere antiterrorismo del presidente poi nominato direttore della Cia. Quando i funzionari della Casa Bianca hanno confermato all’Ap che l’uscita della notizia non comportava rischi, l’agenzia ha proceduto alla pubblicazione, scelta che ha fatto storcere il naso a una parte dell’entourage di Obama, convinta che la vicenda andasse insabbiata per sempre.
Il sistema di intercettazioni ha fatto ribollire il sangue dei cronisti di Washington, ha aizzato le associazioni per i diritti civili  già infuriate con un presidente che indaga senza tregua mentre esibisce le credenziali di costituzionalista e ha suscitato le proteste formali di parlamentari democratici e repubblicani. Il capo della commissione giudiziaria del Senato, il democratico Patrick Leahy, ha detto di essere “molto preoccupato” dalla condotta del governo; altri hanno accusato l’Amministrazione di avere calpestato il primo emendamento. Il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney – frangiflutti dagli scandali di taglio nixoniano che attanagliano Obama, dalle attenzioni mirate dell’agenzia delle entrate alle associazioni di destra fino al “cover up” dell’attentato di Bengasi; ieri s’è aggiunta la vicenda del diplomatico americano espulso dalla Russia con l’accusa di essere una spia – ha detto che Obama non sapeva nulla dell’indagine, in conformità con la separazione formale fra procuratore generale e presidente.
Nel giugno del 2012, mentre i giornali raccontavano la stretta di Obama contro le talpe, un articolo del New York Times forniva un’interpretazione che letta ora suona come una difesa molto previdente: “La stretta non ha nulla a che fare con le direttive del presidente. E’ il risultato di indagini lasciate a metà dall’Amministrazione Bush”. L’articolo ricordava anche che pur essendo “social friends”, Obama e Holder “non discutono di inchieste per non dare l’impressione di un’influenza impropria della Casa Bianca”. La colpa, insomma, è della struttura investigativa di Bush, il presidente che è stato messo in croce per le intercettazioni antiterrorismo della Nsa e ha fatto schiumare di rabbia le piazze di mezzo mondo per il caso della cronista del New York Times Judith Miller, che si rifiutava di rivelare le sue fonti nel caso dell’agente Valerie Plame. Lo stesso presidente che non ha mai dato la caccia con tanto zelo ai “leakers” e che non ha mai messo sotto controllo interi uffici di un organo di stampa.
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