sabato 15 giugno 2013




Saviano gran profeta del banale


Dalla "trattativa" al caso Moro, quanti 


imbonitori del banale venerati come oracoli. Il 


dramma di un paese senza verità condivise

Pubblichiamo l'editoriale di Giuliano Ferraraapparso domenica sul Giornale 

Già il fatto che questa creaturina artificiale dei media, questo profeta del banale di nome Roberto Saviano, abbia ricevuto, senz'arte né parte, la cittadinanza onoraria di Firenze, manco fosse un La Pira o figlio d'altra schiatta di santi, la dice lunga; ma che poi l'abbia "dedicata a tutti coloro che non possono averla", è uno sberleffo all'intelligenza, all'ironia, al senso della realtà. Una massa di diseredati che si vedono sottratto il diritto alla cittadinanza onoraria di Firenze, ma che idea di tronfia stupidità. Si agghindano di onorificenze monologhi sul crimine che fanno venire voglia di diventare criminali.

Avendolo conosciuto fin troppo, i lettori hanno abbandonato Saviano, gli preferiscono perfino Dan Brown (figuriamoci!), si sono dimezzati gli acquirenti delle sue maniacali rassegne estasiate del male sociale (e Gomorra e la Cocaina, e arriverà spero presto la tratta degli schiavi). A Saviano è andata con le copie come è avvenuto con il dimezzamento delle rendite elettorali destinate a Grillo, fenomeno parallelo e quasi altrettanto banale nello star system dei derelitti di successo, quelli che non hanno niente da dire ma lo dicono con gratificante assiduità e raccogliendo consenso. Offrono al gentile pubblico la possibilità di essere o di pensarsi buono, educato, umanitario, molto impegnato nella lotta al crimine, ma alla fine raccolgono dolenti sbadigli come tutti gli impostori e gli imbonitori.

L'ultimo ritrovato dei ciarlatani è in fatto di mafia il dire perentorio che il governo, e quale governo non importa, «è immensamente assente dalla lotta alla mafia». Così parlò lo Zaratustra di Casal di Principe. Immensamente, capite? Assente, capite? Ora è noto che Falcone fottè la cupola con un processone reso possibile dai soldi del governo appositamente stanziati con decreti legge e dalle leggi sui pentiti e sulle procedure sommarie di dibattimento definite dal Parlamento e dalla sua maggioranza governativa all'esclusivo scopo di stroncare con ogni mezzo la cupola di Cosa nostra; è noto che Mori, un carabiniere agli ordini del governo, arrestò Salvatore Riina; è stranoto che in seguito, non importa quale fosse il governo o il ministro dell'Interno, Napolitano o Maroni o Pisanu o altri, un incredibile numero di mafiosi residui, tra i quali Binnu Provenzano detto U Tratturi, sono stati arrestati, processati e condannati; si sa che le finanze mafiose sono state in parte cospicua confiscate e affidate al volontariato antimafioso; non è ignoto che un numero grande di consigli comunali è stato amministrativamente sciolto dal governo, quale che fosse il suo colore politico; abbiamo visto tutti che la retorica dell'antimafia, anche con tutti i suoi pigri e fanatici risvolti savianei, percorre indefessa le onde radio e quelle televisive, tanto che un calunniatore e pataccaro come Massimo Ciancimino è stato usato da Antonio Ingroia, manco fosse un educatore «icona dell'antimafia», prima per istruire con l'aiuto dei talk show un processo ad alta intensità emozionale contro uno Stato colluso che palesemente non esiste, infine per imbastire una candidatura sfortunata alle elezioni politiche in nome della rivoluzione civile e della grottesca agenda rossa. Falcone morì ammazzato dalla mafia che era il primo funzionario di un ministero della Giustizia gestito nientemeno che da Claudio Martelli, sotto il segno di Giulio Andreotti presidente del Consiglio, e i suoi assassini sono stati processati, condannati tutti, mentre lo Stato è così tollerante da lasciare che si dica e ridica, magari perfino nelle procure, che ogni volta che un crimine è sanzionato manca sempre qualcosa, c'è un mandante che è sempre esterno, sempre politico, così tanto per fare la nostra parte alla Ferdinando Imposimato, il Dan Brown de' noantri.

Detto tutto questo, uno va a Firenze, e vede un giovane scrittore vestito di nero come Juliette Greco che fa un monologo sulla immensa distanza del governo dalla lotta alla mafia, manovrato come un burattino e rovinato dai pupari editoriali e politici che tirano i suoi fili. Ma che spettacolo abnorme, che gusto horror della scena pubblica, che mancanza di spirito e di senso comune. Da Saviano si passa appunto, via radio, Radiouno, alla predicazione di un Imposimato. Ho appreso venerdì scorso, in un tranquillo pomeriggio di interviste da cani, che uno studente sovietico ha seguito e pedinato per mesi Aldo Moro, alla vigilia del suo rapimento, che a fare fuori lo statista democristiano è stato il Kgb e non le Brigate rosse come credevamo noi (ma non erano gli amerikani? Non era Kissinger il grande sospettato fino a ieri?), e dulcis in fundo che il Papa sbaglia quando dice al fratello di Emanuela Orlandi che lei è «in cielo», manco per idea, lei è viva e vegeta e ha avuto una storia d'amore con il suo rapitore, dice sicuro Imposimato, chissà dove consuma il suo matrimonio, del quale naturalmente è responsabile di nuovo il Kgb, l'orco delle favole che non prevedeva il lieto fine. Ma via, si può tenere insieme un Paese così immensamente lontano da un criterio minimo, elementare di verità, come dicono i pigri, condivisa?

Giuliano Ferrara

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