venerdì 28 febbraio 2014

IL BRANO E' TRATTO DAL LIBRO "100 ANNI DI CASI GIUDIZIARI: CASERTA UNA LUNGA SCIA DI SANGUE" di Ferdinando Terlizzi ( in allestimento )


 ABOLIZIONE DEL DELITTO D'ONORE 

1954: IL DELITTO  D’ONORE  DI ALFONSO LA GALA ERA  UN MARESCIALLO  DELLA  POLIZIA STRADALE  CHE UCCISE LA MOGLIE – FU CONDANNATO A MITE PENA - PADRE DI 10 FIGLI ACCOLTELLA L'AMANTE E POI SI FA MACIULLARE DA UN TRENO 

Accadde a 
Santa Maria Capua Vetere il 24 agosto del 1962

    


Santa Maria Capua Vetere ( di Ferdinando Terlizzi ) -  La donna era  in fin di vita, ma   l'uomo, di 55 anni, credeva di averla uccisa. Un dramma della gelosia è avvenuto stasera a Santa Maria Capua Vetere, nel popoloso rione di S. Erasmo in via Morelli 73. La quarantenne Maria Cillari, bella e prosperosa vedova allegra, che gestisce una rivendita di generi di monopolio, è stata accoltellata dall’amante, il  macellaio Vincenzo Ragucci di 55 anni, ammogliato e padre di dieci figli.
     L'uomo,  dopo una animata discussione estraeva di tasca un acuminato coltello (una molletta, coltello che apre la lama con un bottone a scatto, quella che usavano i guappi di una volta con una lama che,  solo a vederla,  fa rabbrividire )  e si avventava sulla donna ferendola più volte. Quindi si dava alla fuga, facendo perdere le proprie tracce.  La donna soccorsa da alcuni passanti  è stata trasportata in ospedale “Melorio”, ove è ricoverata in fin di vita. 
     Più tardi, il culmine della tragedia.  Il macellaio è stato rinvenuto cadavere sulla linea ferroviaria Santa Maria Capua Vetere-Napoli. Forse egli, credendo di aver uccisa la donna, si è tolta la vita lasciandosi investire da un treno.
     Intanto non si era ancora spenta la eco di un altro cruento delitto ( qualificato però delitto d’onore) nel corso del quale un agente della polizia stradale Alfonso La Gala residente a S. Maria C.V. aveva ucciso – addirittura -  con un tubo di ferro,  la moglie Anna Mauriello, abitante nella zona di S. Pietro,  e figlia di una famiglia che si occupava da sempre della vendita e la macellazione della carne equina che le aveva confessato di avere un amante.

    Era l’epoca del delitto d’onore: poi soppresso dal nostro codice penale. Noti furono i casi di Filippo   Cifariello a quello di Maria Di Stasio: fino al 1981 in Italia riconosciute le attenuanti al  “delitto d´onore”.  Ingiurie, vendette e tradimenti quando l´offesa si lavava col sangue: L´articolo 587 del codice penale riconosceva l´offesa all´onore e finivano sempre con grandi applausi quei processi in Corte di Assise. In aula si scatenava il putiferio, i parenti e gli amici stavano lì in adorazione dell´imputato. Era un esempio per tutti, un vero uomo. Famoso il caso del  portalettere Salvatore e con Maria abitava a Misilmeri, tra i giardini della Conca d´Oro.
    Un giorno di sei anni prima disse a sua moglie che il direttore delle Poste l´aveva convocato a Palermo: tornò a casa e trovò Maria con il cognato Giovanni. Erano nella stanza da letto, lui nudo e lei in vestaglia. Tirò fuori il revolver e li uccise. In primo grado lo condannarono a 13 anni, in appello a 6 «per aver difeso l´onore suo».
     Per corna o per qualunque altra offesa a quella che in ogni sua sfumatura era considerata dignità, si sono versati fiumi di sangue e fiumi di inchiostro nelle alcove e nei palazzi di giustizia sparsi per il nostro Sud.
     Mogli infedeli sgozzate, figlie disonorate e vendicate in pubblica piazza, sorelle e madri punite per avere macchiato la rispettabilità della famiglia. Una giustizia tribale che non ha mai conosciuto distinzione di ceto, l´assassino era sempre giustificato: “Lo doveva fare”. Erano i forzati dell´onore.
Come lo scultore Filippo Cifariello, che aveva sposato la bellissima diciottenne Maria de Brown e la sorprese con l´amante alla pensione “Mascotte” di Posillipo. Sparò un solo colpo. Ebbe clemenza dalla corte, fu assolto per avere vendicato lo sfregio. Era il 1905.
O come Luigi Millefiorini, che fece fuori la moglie Giovanna a Roma, in via Appia. La donna aveva una relazione con un certo Leone. In primo grado Leone giurò di non avere mai sfiorato con un dito Giovanna e Luigi fu condannato a 3 anni e 6 mesi di reclusione, in appello l´uomo confessò di essere l´amante e la condanna per Luigi scese a 7 mesi. Fu scarcerato con il solito battimani. Era il 1954.
O come il maresciallo di polizia Alfonso La Gala, che colpì la moglie Anna con un tubo di ferro nella loro casa di Santa Maria Capua Vetere. Lei aveva confessato di amare un altro. La condanna fu di 2 anni di reclusione e la non menzione sul certificato penale. Era il 1978.

L´articolo del codice era sempre quello, il numero 587 che così recitava: “Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell´atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d´ira determinato dall´offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da 3 a 7 anni”. Qualcuno cercò di abolirlo già nel 1968. Il primo fu il ministro della Giustizia Oronzo Reale, poi Giuliano Vassalli. Ma le loro proposte si arenarono in Parlamento. Solo dopo il referendum sul divorzio e quello sull´aborto l´odioso articolo fu cancellato. La legge è la numero 442 del 5 agosto 1981.
     Fino ad allora restarono impuniti quei forzati dell´onore. Vergogna raccontata anche da Pietro Germi nel suo famosissimo “Divorzio all´italiana”. Il film è del ‘61. Il protagonista, un barone siciliano - Marcello Mastroianni - stanco della petulante moglie e invaghito di una cugina sedicenne, indusse la consorte al tradimento per poi ucciderla. Condannato a una pena minima per “delitto d´onore”, il barone finalmente sposò la cugina.
    In quell´Italia è accaduto di tutto in nome dell´onore. Febbraio 1967, in un albergo di Bagnoli Maria Di Stasio evira con una lama il giovane amante e getta dalla finestra l´oggetto della sua rappresaglia. Ottobre 1979, il carrettiere di Trapani Vito Cardella uccide il possidente Giovanni Castiglione perché quasi mezzo secolo prima - nel 1937 - gli aveva detto: “Ti ho fatto cornuto”.
     Marzo 1980, il segretario regionale del Psi campano viene ucciso da un uomo che ai carabinieri racconta: “Era giusto così, andava con mia moglie”. Eserciti di avvocati si sono arrampicati anche sui muri per sostenere le ragioni di quegli assassini. Come Giuseppe Casalinuovo, principe del foro di Reggio Calabria, che difese con successo un certo Annibale Mazzone con una sbalorditiva arringa: “E´ il disonore che ci devasta, che ci rende folli. In noi c´è il fuoco dei nostri vulcani... se sei tradito uccidi, te lo gridano i tuoi avi da millenni, te lo gridano i tuoi morti da tutte le fosse. Uccidi, se no sei disonorato due volte”.      
               

IL BRANO E' TRATTO DAL LIBRO "100 ANNI DI CASI GIUDIZIARI: CASERTA UNA LUNGA SCIA DI SANGUE" di Ferdinando Terlizzi ( in allestimento )                



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