lunedì 12 maggio 2014

IL CAPITOLO COMPLETO DEL MIO LIBRO SULL'ASSALTO ALLA CASERMA PICA DALLE BR -1982 E LA RELATIVA SENTENZA DI CONDANNA

1982
1982: Le Br assaltarono la  caserma Pica a Santa Maria Capua Vetere e uccisero a Salerno  il giudice  sammaritano Nicola Giacumbi. Nel processo fu coinvolto il professore casertano Ferdinando Iannetti, difeso dal Sen. Avv.  Francesco Lugnano,  del Foro di S. Maria C.V.   (insegnava  filosofia all’Università di Salerno ) ma poi fu assolto. L’istruttoria fu portata avanti del giudice Carlo Alemi (casertano). Condannato un favoreggiatore per il covo di Castelvolturno.  
Il mare era agitatissimo, il vento soffiava più forte del solito.  Ma in pieno inverno era la fine di dicembre,   il marciapiedi di via Caracciolo, lungomare considerato tra i più belli  del mondo, era affollatissimo.  La domenica mattina pochi rinunciano allo spettacolo incomparabile che la città di Napoli offre in quel luogo.  Incoraggiati dal cielo particolarmente sereno e dal sole  sempre caldo, seduti su un muretto, due uomini chiacchieravano. “Le basi di Roma sono cadute” : Dal tono di voce sembrava piuttosto giù di morale. Dobbiamo bilanciare l’offensiva e riaffermare la nostra
presenza. E per far ciò c’è bisogno di armi!  “Certo, rispose l’interlocutore alquanto pensieroso -  capisco”. Tra l’altro, come potremmo farne a meno nelle azioni  contro le auto blindate?”.
L’uomo che sembrava non ascoltare all’ improvviso esclamò.  Ma certo! La caserma Pica… le armi!”. 
“Come?” -  chiese turbato il primo -che cominciava a preoccuparsi.
Non era assolutamente impazzito e, raccolto ogni suo pensiero: ”E’ la caserma dove da poco ho finito il servizio militare. Ero nel servizio di guardia e so molto bene dove si trovano le
armi. .
“Sì, ma ora non ci sei mica tu a fare la guardia”… ironizzò l’amico.
“Ma ti assicuro che assaltarla sarà un gioco da ragazzi Ti spiego: è usanza in quella caserma…” 
Fu una spiegazione dettagliata, alla fine della quale l’altro, che pareva convinto, disse: “Benissimo, decideremo  il nucleo e fra qualche giorno lo riunirò per stabilire il piano. A presto”.
I due si separarono, e sparirono tra la folla.
(Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il brigatista  Antonio Recano, napoletano, avrebbe parlato con Vittorio Bolognese, suggerendogli come obiettivo per l’azione la caserma Pica, presso la quale aveva prestato  il servizio militare. Lo stesso Bolognese avrebbe proposto anche a Vincenzo Stoccaro di partecipare all’azione. Alla fine di gennaio si sarebbe riunito il nucleo composto da Stoccaro, Bolognese, Emilio Manna, Stefano Scarabello e lo stesso Recano).  
Un paio di mesi dopo, verso la fine della stagione invernale, in una stanza della stazione dei carabinieri, diversi uomini in piedi, alcuni dei quali in divisa, ascoltavano il loro comandante  che interrogava un giovane seduto di fronte a lui. Ciò durava ormai da qualche ora, ma la discussione non pareva assolutamente finire, anzi!
“Questa risposta già me l’hanno data i militari che erano di guardia”. Il maresciallo era stato calmo, ma l’atteggiamento del ragazzo cominciava a innervosirlo. “Ma è la verità, ve lo giuro” insisteva il giovane. “Caporale Bertolino, le dichiarazioni sue e degli altri militari sono assolutamente inverosimili.
Non resistette più! Scattò in piedi facendo capovolgere la sedia, e sbatté violentemente il pugno sul tavolo. Alzando brutalmente la voce, fece sobbalzare anche un suo collega. “Devi smetterla di prendermi per il culo! La verità. . . la verità voglio sapere, e da qua non te ne vai finché non me la dici, capito?”. 
Seguì un profondo silenzio. Il caporale non ce la fece più. L’interrogatorio era stato pressante.
Scoppiò in lacrime, e abbassato il capo, nascose la faccia tra le mani.  Poi, con voce bassissima: “E va bene, basta però, ‘vi dirò tutto”.
Qualche carabiniere fece un sospiro di sollievo. Il maresciallo era ancora troppo nervoso, ma crollò sulla sedia, che intanto avevano rialzato, più rilassato. E ricominciò: “Allora, si può sapere cos’è successo la notte dell’8 febbraio nella caserma?”.
Si fece dare un fazzoletto e, asciugate le lacrime, cominciò. . . 
“La mattina deIl’8 febbraio assunsi il comando del corpo di guardia. 
(Secondo il rapporto del 22 febbraio 1982,  inviato dai carabinieri al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di S. Maria Capua Vetere,  il giorno 9 febbraio, ai carabinieri arrivati sul posto, i militari di pattuglia e le sentinelle diedero false testimonianze sui fatti accaduti quella  notte; mentre successivamente il comandante della guardia, caporalmaggiore Silvio Bertolino sottoposto a scettico e pressante interrogatorio  non resistette e, scoppiato a piangere, confessò tutta la verità).
La mattina dell’8 febbraio assunto il comando del corpo di guardia della caserma A. Pica di Caserta, il caporalmaggiore Silvio Bertolino aveva a sua disposizione 15 guardie, 2 caporali e l’autista. Nel tardo pomeriggio, i ragazzi della guardia si riunirono e, tutti accovacciati per terra, formavano un grande cerchio. “Allora il turno da mezzanotte alle due è capitato a te, mio caro”. “No, no! Che cazzo!” Uno solo si lamentava tra le risate degli altri, che lo prendevano in giro
“E quando ti passa, che botta che fai!”… ripetevano in coro. ‘A vita è na ruota, guagliù, non ve lo scordate”,   replicava lo sfortunato. 
I ragazzi decisero, tutti d’accordo, di non effettuare per intero i turni della notte, e che il servizio venisse svolto dalla sola sentinella addetta alla porta centrale, mentre tutti gli altri
andavano a dormire.
“Attenzione, prego Attenzione! Giro la bottiglia per il secondo turno”.
Questa ormai era l’usanza in quella caserma, agevolata soprattutto dal fatto che durante le ore notturne le ispezioni effettuate dai superiori erano molto rare.,  Un’abitudine tanto… istituzionalizzata da spingere i militari a offrirsi spesso volontari per la comodità del servizio!
La bottiglia indicò un altro di loro.
“Mi spiace, Ignazio - il tono del compagno era molto ironico - ti fai il turno dalle 2 alle 4”.
“Ma porca puttana!” si limitò a rispondere, sempre tra le battute degli altri.
Quella notte dunque l’intera guardia era a letto, tranne la sentinella alla porta.
(Dopo la confessione del caporalmaggiore Bertolino, il Procuratore militare ordinò l’arresto di tutti i militari componenti la guardia quella notte, responsabili dei reati di abbandono di posto e violata consegna). 
Finito il turno di due ore, la sentinella smontò a mezza notte e le fu dato il cambio dal soldato Ignazio Leone.
In quel preciso istante cinque uomini discutevano a bassissima voce dall’altro lato del muro di cinta, in un cortile adiacente.
“Saranno tre o quattro metri, come facciamo?”.
  “Ehi, guardate qua cos’ho trovato!” intervenne uno di loro mentre trascinava una scala in legno. “Perfetto, ma aspettiamo qualche minuto - e, rivoltosi ad  uno -  tu comincia ad andare in macchina e preparati ad entrare”.
( Avrebbero formato il gruppo d’azione Stoccoro, Scarabello, Bolognese, Manna e Recano).
 Erano le tre circa quando Ignazio Leone, che passeggiava nelle vicinanze del cancello principale, d’un tratto si immobilizzò: sentì la presenza di una canna di pistola dietro la nuca.
 “Non avere paura, siamo le Brigate Rosse. Non ti faremo assolutamente male, dobbiamo solo prendere le armi”. E, costringendolo a precederli, si diressero verso il corpo di guardia.
Per non destare sospetti, uno di loro, immediatamente indossati abiti militari sottratti ad una guardia, prese il posto della sentinella. E, aperto il cancello centrale, fece entrare una Fiat 127 con il quinto uomo.  Svegliarono uno per volta tutti i militari, compreso il capoposto, sorpresi nel sonno.
I ragazzi addetti alla guardia non si rendevano conto di cosa stesse accadendo.  Li imbavagliarono,  e, legati mani e piedi, li costrinsero con le armi a sedersi per terra nella stanza adiacente alla camerata.
Ci volle più di un’ora per rendere l’intera guardia inoffensiva.
Un terrorista, notando che i giovani cominciavano ad agitarsi, gentilmente si rivolse loro: “Per favore, non fate rumore”. Poi, ad un suo compagno: “Allora, dov’è sto deposito?”.
 Sembrava che il secondo conoscesse molto bene la caserma. Rispose, infatti, con una certa sicurezza ‘Venite con me!”.
Raggiunta la stanza che conteneva le armi, uno con un palo di ferro spaccò lucchetti e porta ed entrati si impossessarono di bazooka, mortai, mitragliatori e tante altre armi.
Poi in tutta fretta caricarono l’auto parcheggiata nel cortile della caserma che, seguita da una Fiat 5oo, si dileguò nel d buio.
  Era quasi l’alba!”.
(Fu accertato successivamente che dal deposito della caserma erano stati sottratti due bazooka 88, due mortai da 6o, quattro MG  mitragliatori, due fucili mitragliatori, diciannove fucili automatici cal. 7,62 NATO, una pistola Beretta cal. 7,65,  diciotto fucili Garand, ciascuno con due caricatori completi di munizioni).
Verso le 6,30, in un appartamento di Sant’Antonio Abate, a un uomo si vestiva in fretta. Un altro, che dormiva sul divano della stanza d’ingresso, svegliato dai rumori, chiese:”  Ma dove vai a quest’ora?”.
 “Un appuntamento!”.  si limitò a rispondere  il primo. E, sulla porta: ”Dormi, dormi!”.
Salì in macchina e si diresse verso Fuorigrotta.
Quasi contemporaneamente, arrivava, nel parco ferrovieri,  tra la stazione della metro di piazza Garibaldi e dei  Campi Flegrei, a piazza S. Vitale, una Fiat 127 con due uomini.
Parcheggiò e rimase in attesa.
 Verso le 7.00 arrivò l’uomo che, sceso dall’auto, si avvicinò alla macchina.
“Allora, tutto bene?”. Uno rispose: “Tutto a posto, solo che le armi sono quasi tutte inefficienti. Mancano dispositivi ed otturatori”.
“Merda!” replicò il primo.
Poi, dopo qualche minuto di discussione, salì in macchina e andò via.
 Risalì le scale del palazzo di Sant’Antonio Abate ed entrato in casa, svegliò l’amico che ancora riposava.
“Alzati, c’è da lavorare”.
Entrò nelle altre stanze dove altri uomini dormivano. Li svegliò tutti. Si riunirono.
“Ma ch’è successo?” chiese sbadigliando uno.
“I nostri compagni stanotte hanno  preso le armi nella caserma Pica a Caserta e. . .“
 “Come? -  lo interruppe il primo - e come mai non mi. avete avvertito?” .
 “Si è trattato di un’azione di propaganda, senza alcun obiettivo operativo rispose quello che era appena tornato - quindi non abbiamo ritenuto necessario avvertire tutti!”.

Dopo aver spiegato l’azione. Della notte precedente: “Ora bisogna nascondere le armi, e ne abbiamo un auto piena. C’è bisogno dell’aiuto di tutti e subito!”.
“Andiamo a prepararci”
(Acanfora testimoniò che quella sera, insieme con Chiocchi, Sarnelli, Cotone e Planzio, dormirono nel covo di Sant’Antonio Abate e che non prese parte né alla preparazione né tantomeno alla esecuzione dell’azione, né fu avvisato preventivamente. Sarebbe stato Planzio la mattina, dopo aver incontrato Bolognese e Stoccoro, ad avvertirlo dell’accaduto. Tali dichiarazioni ebbero la conferma di Planzio e di altri responsabili: fu per questo assolto dai reati sub 43-44-46, del decreto di citazione,
per non aver commesso il fatto; rispose, invece, per la parte avuta nella
fase successiva alla rapina, dei reati di porto e sottrazione delle armi alla
loro pubblica destinazione).
Alle 12,50  squillò il telefono negli uffici de “Il Mattino”.
 “Pronto?” … “Qui Brigate Rosse. . .“ cominciò la voce. 
L’ addetto al telefono prese al volo una penna e della carta  per annotare.
“Abbiamo espropriato armi in una caserma di Santa Maria Capua Vetere!” e subito riattaccò.
Durante tutta la mattina diversi uomini andavano e tornavano nel parco ferrovieri raccogliendo con borse e valigie le armi. Nel pomeriggio si riunirono.
Una parte la sotterriamo a Bagnoli, un’altra parte non so… avevo pensato a Monte Sant’Angelo -  e, rivolgendosi ad uno più giovane - l’ultima parte portala a quel nostro amico ma non dirgli niente”. 
“Vado subito”.
Sceso con un compagno, si diresse con una Fiat 128  bianca verso Mergellina. Svoltò in un vicolo della Torretta. Lì in contrò un uomo.
 “Antonio, sono venuto per chiederti una cortesia, devi custodirmi della roba”.
“Di che si tratta?”.
  “Non ti preoccupare, è materiale di archivio… libri”.
 Non era convinto, ma accettò e prese con sé la cassa, chiusa da lucchetti.
 Quando i due se ne andarono, caricò la cassa sulla propria auto e raggiunse la casa di un amico. “Mi devi fare un piacere. Ho una cassa in macchina con un casino di roba. . . sono libri e oggetti personali, ma non posso più tenerli. Puoi custodirla per qualche giorno?”.
 “E che problema c’è, certo”.
(Planzio avrebbe chiesto il favore ad Antonio Fedele di custodirgli  la cassa dicendogli che conteneva materiale d’archivio, il quale, a sua volta, avrebbe chiesto all’amico Del Renga di custodirla. Del Renga fu poi assolto in quanto presumibilmente non era a conoscenza durante la detenzione della cassa del suo reale contenuto).
 I telegiornali avevano già ampiamente annunciato la notizia della rapina a Caserta. Molti la sera rimasero incollati dinanzi agli schermi per seguire  la vicenda.
Intorno alle 22 anche negli uffici de “Il Messaggero” a Roma diversi giornalisti discutevano dell’evento. Ma, nonostante ciò, furono sorpresi dalla voce al telefono: “Qui Brigate Rosse. Rivendichiamo l’assalto all’armeria di S. Maria Capua Vetere”. 

(Il giorno dopo, 10 febbraio 1982, una telefonata  all’agenzia Ansa di Genova e alla redazione de “il Giornale d’Italia” segnalò la presenza di un comunicato in un cestino per rifiuti all’angolo di via Cernaia con via Pastrengo. Una copia del comunicato fu segnalato in un cestino a via Gallinari ai giornalisti de “Il Messaggero” che trovarono cinque pagine dattiloscritte con una fotografia Polaroid della armi rubate).
Ricostruiamo l’avvenimento attraverso i dispacci dell’Ansa. Il primo lancio, del 9 febbraio del 1982, parlava di: “Assalto di un commando terrorista a una caserma vicino a Caserta adibita anche a deposito di armi e munizioni. I terroristi (tre o quattro, il numero non è ancora stato precisato) hanno fatto irruzione nella notte, dopo le 3, e sono poi fuggiti con un ingente quantitativo di armi: 2 bazooka, 2 mortai, 19 fucili, 2 mitragliatori e 4 mitragliatrici, proiettili e caricatori. L’irruzione è avvenuta nella caserma dell’esercito di Santa Maria di Capua Vetere. In quel momento erano presenti 18 militari. Uno era addetto alla sorveglianza armata, gli altri dormivano. La sentinella  è stata disarmata e immobilizzata, gli altri - sorpresi nel sonno - sono stati legati e imbavagliati. Durante l’assalto i terroristi hanno dichiarato di appartenere alle “Brigate rosse”. Non è ancora possibile sapere con quali mezzi si sono dati alla fuga col pesante bottino, comprendente - secondo voci non confermate - anche un lanciamissili. La caserma “Pica” (Dodicesimo deposito territoriale, novecento undicesima sezione di magazzino) si trova in via Mario Fiore, nel centro di Santa Maria Capua Vetere, un grosso centro del Casertano. Secondo alcuni testimoni i terroristi sarebbero fuggiti a piedi, ma questa non è una tesi credibile poiché l’arsenale da essi trafugato era troppo ingombrante per poter essere trasportato senza automezzi. Gli investigatori ritengono che non molto lontano dalla caserma “Pica” c'era ad aspettarli un altro gruppo di terroristi con automezzi. Polizia e carabinieri stanno dando la caccia al “commando” in tutta la zona circostante con ingenti forze. Quello di stanotte è uno dei più gravi assalti terroristici degli ultimi tempi, effettuati con lo scopo di procurarsi delle armi.
Il giorno successivo i particolari erano più chiari: ”Con un’azione da “commando” le Brigate rosse hanno espugnato il deposito militare di Santa Maria Capua Vetere. Sopraffatte quattro sentinelle, immobilizzati quattordici militari nel corpo di guardia, i terroristi si sono impossessati di un vasto arsenale: due mortai da 60 millimetri, due bazooka da 88, quattro mitragliatori MG, due mitragliatori Bren, diciannove fucili Fai. Si sono anche impadroniti delle armi del corpo di guardia: 1 pistola Beretta e 17 fucili Garant con due caricatori per ciascuna arma. E’ il più grosso colpo sferrato dal terrorismo ad una struttura dell’esercito e gli investigatori guardano con preoccupazione al possibile uso delle armi. Sconfitte al Centro-Nord, assediate dalla grande retata tesa dall’antiterrorismo, le Brigate rosse mostrano “particolare” vitalità al Sud, con un’azione che i dirigenti dell’ Ucigos di Napoli definiscono “un campanello d’allarme” per nuove imprese eversive. Il “commando” era costituito da sei uomini. Le indagini si presentano difficili. I terroristi hanno avuto tre ore di vantaggio sulle forze dell’ordine. Erano le 6,30 di ieri quando uno dei militari di guardia è riuscito a spezzare le catene che gli serravano i polsi e a dare l’allarme. La grande caccia si è iniziata pochi minuti più tardi. Dei brigatisti, ancora nessuna traccia, in una regione assediata, controllata auto per auto su tutte le strade di grande comunicazione, sulle provinciali, sulle interpoderali. “Un assalto studiato nei dettagli”, ha commentato il procuratore militare De Jasi parlando con il colonnello dei carabinieri Falcone che per primo ieri è arrivato, sul corso Umberto, alla caserma “Pica” di Santa Maria Capua Vetere. Il corso Umberto è la strada principale della cittadina. Dista dal grande palazzo della Reggia di Caserta sei chilometri. Per arrivarvi si deve superare il grande edificio del carcere giudiziario. Dalla strada, l’antica Via Appia che conduce in direzione Nord, si scorgono i camminamenti dell’edificio giudiziario con gli agenti di custodia armati di moschetto. Per assaltare il deposito militare, i brigatisti hanno scelto la notte. “Erano da poco suonate le tre -  ha dichiarato il sergente maggiore che guida la guarnigione -  quando cinque uomini mascherati si sono presentati con le armi in pugno nel corpo di guardia”. Un  commando aveva già neutralizzato le due sentinelle di ronda al muro di cinta ed i due uomini di guardia al magazzino delle armi. “Hanno affrontato quattordici uomini con metodo militare”, ha osservato il sergente maggiore al sostituto procuratore Ettore Maresca che per primo lo ha interrogato. La caserma “Pica”, un edificio ottocentesco di stile coloniale, confina con i mille cortili degli antichi edifici di Santa Maria Capua Vetere. Un muraglione di cinta mal ridotto si snoda per alcune migliaia di metri. In più punti l’ostacolo è superabile. Alcuni paletti corrosi dalla ruggine alzano la difesa della caserma con dei fili spinati. Per piombare nell’edificio, i terroristi hanno scelto la masseria di Luigi Ventriglia, al numero 259 del corso Umberto. Superato un arco imbiancato a calce, un pergolato si apre all’interno della casa colonica. “Ecco la strada scelta”, ha detto Ventriglia precipitandosi, trecento metri più avanti, nella caserma dei carabinieri. “Avevo la scala distesa sotto il pergolato- ha dichiarato -  l'ho ritrovata appoggiata al muro di confine”.
L’11 febbraio  l’Ansa aggiorna la notizia con un altro lancio che parla addirittura di  arresto di tutti i militari presenti nella caserma Pica: “Fermati i 18 militari di guardia alla caserma assaltata dalle Br L’accusa è di violata consegna: avrebbero allentato la sorveglianza alla caserma assaltata dalle Br. Si conoscono i nomi di quattro dei sei terroristi del commando: Sono Mauro Acanfora, Vittorio Bolognesi, Antonio Chiocchi e Crescenzo Dell’Aquila.  Un comunicato dei brigatisti.  Sarebbero stati identificati, con validi elementi di riscontro, quattro dei sei terroristi che, nella notte tra lunedì e martedì, hanno assaltato la caserma deposito “A. Pica” di Santa Maria Capua Vetere, sorpreso e sopraffatto le sentinelle di guardia, impossessandosi di bazooka, mortai, mitragliatrici, fucili e munizioni. Si è appreso inoltre che, per ordine della Procura militare, i diciotto uomini del corpo di guardia presenti nell’armeria dell’esercito al momento dell’irruzione dei terroristi sono in stato di fermo per sospetta violazione della consegna. Dal primi risultati delle indagini - coordinate dal sostituto procuratore Ettore Marasca e alle quali partecipano anche i giudici del Tribunale militare, carabinieri, polizia, funzionari dell’Ucigos con largo spiegamento di uomini e mezzi - tra i brigatisti che avrebbero partecipato all’azione di guerriglia, ci sarebbe stato il prof. Mauro Acanfora, 32 anni, un organizzatore delle Br nel Sud comparso nell’inchiesta sul sequestro dell’assessore democristiano Ciro Cirillo. Insegnante di Torre del Greco, amico di Giovanni Senzani, arrestato di recente a Roma, che per un certo periodo soggiornò nella cittadina vesuviana, fu lui a prendere in affitto il covo di Posillipo per tenervi segregato l’uomo politico democristiano napoletano. Un altro personaggio di spicco è Vittorio Bolognesi, 27 anni, che insieme con Acanfora componeva la direzione strategica della colonna bierre napoletana. Gli altri due individuati, attraverso gli identikit -  il commando ha agito a volto scoperto -. sarebbero Antonio Chiocchi e Crescenzo Dell'Aquila, giovani studenti napoletani che avevano aderito a Prima linea e successivamente erano passati nelle file delle bierre. Perché l'accusa di violata consegna contestata al 17 militari di leva ed al graduato sorpresi dal commando terrorista? La dinamica dell’assalto, cosi come è stata ricostruita dagli inquirenti, avrebbe alimentato i sospetti sull’allentata sorveglianza nelle ore notturne. La circostanza che nessun colpo di fucile è stato sparato dalle sentinelle, che pur dovevano essere ben vigili nel servizio di ronda lungo il muro di cinta e all'ingresso della caserma, ha dato credito alla tesi che c'era stata una grave smagliatura nell’azione di prevenzione e vigilanza. Se non tutti immersi nel sonno - si sono detti gli investigatori -  la maggioranza sonnecchiava. Il commando, bene informato sulla situazione all’interno del deposito, non ha incontrato alcun ostacolo nel suo disegno criminoso. Un’altra allarmante circostanza sarebbe emersa negli interrogatori dei militari protrattisi ieri per tutta la giornata. Il commando brigatista si sarebbe trattenuto all’interno della caserma; non per pochi minuti, come s’era detto in un primo momento, ma per alcune ore, dopo avere girovagato in lungo e in largo, spalancato il cancello d’ingresso e fatta entrare una macchina con altri complici, per caricarvi le armi pesanti. Ieri pomeriggio le Br si sono fatte vive con un comunicato di sei cartelle dattiloscritte a cui è stata allegata una fotografia eseguita con una macchina “Polaroid” e riproducete le armi “asportate” per la lotta proletaria. Una telefonata anonima giunta intorno alle 18 al centralino de “Il Mattino”,  ha segnalato dove era stata riposta la busta con la risoluzione strategica”.
Il 12 febbraio del 1982,  inizia la solita corsa alle responsabilità che in Italia è una sicumera.  “Sul blitz alla caserma  - anticipa l’Ansa - si cercano omissioni anche nei gradi alti. Gli inquirenti ritengono che nella notte del 9 febbraio scorso quando un gruppo di brigatisti rossi assaltò la caserma Pica a Santa Maria Capua Vetere, il servizio di guardia era assicurato da una sola sentinella all’ingresso principale: sarebbe mancato il supporto della sentinella cosiddetta “in profondità”, che avrebbe dovuto trovarsi in un androne del prefabbricato centrale in un appostamento protetto. “Il fatto è grave”, ha commentato il ministro Lagorio riferendo ieri alla commissione Difesa della Camera. Le indagini condotte dalla magistratura militare e civile -  ha detto ancora Lagorio - hanno portato nella stessa giornata del 9 febbraio al fermo della squadra di sorveglianza. Sono stati messi a disposizione degli inquirenti i registri delle ispezioni: E’ infatti necessario accertare anche se i superiori comandi svolgevano regolarmente e puntualmente le previste ispezioni di controllo per assicurare il funzionamento del servizio. Lagorio ha riferito che in Italia i magazzini per unità di mobilitazione sono circa 50 e custodiscono le armi e i materiali destinati all’equipaggiamento dei reparti dell’esercito. Da qualche tempo è stato predisposto un duplice programma: di rafforzamento della protezione degli impianti e un programma di riordinamento dei magazzini. Il primo programma “é in buona fase di realizzazione”; il secondo potrà essere attuato in un quinquennio e comporta il dimezzamento dell’esercizio di mobilitazione rispetto alle valutazioni attuali. Alla caserma Pica di Santa Maria Capua Vetere non ci sono reparti militari, ma solo armi e non munizioni: le armi (mitragliatrici, fucili mitragliatori, fucili automatici, pistole mitragliatrici ecc.) sono custodite in stato di “non attivazione”. L’organizzazione del servizio prevede di giorno una sentinella all’interno presso l’ingresso principale e una sentinella “in profondità”; di notte a queste due sentinelle si aggiunge una pattuglia di ronda di due militari all’interno della caserma con il compito di ispezionare continuamente il perimetro. Il ministro Lagorio, dopo aver rifatto la storia dell’assalto alla caserma, ha concluso assicurando la massima e diretta attenzione alla vicenda da appurare se siano configurabili carenze nella normativa e nella disciplina della vigilanza. “E' incredibile -  ha detto l’on. Milani del Pdup -  che si voglia semplicisticamente concludere la vicenda addossando ogni responsabilità al graduato e ai militari presenti nella caserma”.
Nel corso dei rastrellamenti e delle serrate indagini,  i primi pesci piccoli delle br cominciano a cadere nella rete degli inquirenti. Il 14 febbraio del 12982 – sei giorni dopo la rapina delle armi – infatti  viene scoperto un covo di terroristi dai carabinieri a Cosenza. Tre persone che si trovavano all’interno sono state arrestate. Sono: Gennaro Cesario, di 20 anni, nato a New York, ma residente a Caserta, Crescenzo Dell'Aquila, di 21 anni, studente universitario in economia e commercio, di Caserta, e Silvio Stasiano, di 22 anni, studente in ragioneria, di Napoli. I tre erano ricercati da tempo. Contro di loro erano stati emessi mandati di cattura per partecipazione a banda armata denominata Prima linea. Successivamente, contro i tre terroristi fu emesso un altro ordine di cattura per costituzione e partecipazione a banda armata denominata “Nuclei comunisti combattenti”, organizzazione sorta dalla disciolta Prima linea e considerata parallela alle “Brigate rosse”. Secondo gli investigatori, recentemente i tre terroristi sarebbero confluiti nelle Br. Crescenzo Dell'Aquila avrebbe fatto parte del commando brigatista che assaltò la caserma “Pica” di Santa Maria Capua Vetere nella notte tra lunedi e martedì scorsi. Dell'Aquila e Cesario inoltre sono sospettati di aver partecipato al sequestro dell’assessore della Regione Campania, Ciro Cirillo, avvenuto nel marzo dello scorso anno e rilasciato dopo tre mesi di prigione. I terroristi sono stati sorpresi all'interno di un appartamento in via Abate Salfi, nella zona del centro storico. Nel covo -  composto da due stanze, un ripostiglio, un cucinino ed un bagno, e ammobiliato in maniera elegante -  i carabinieri non hanno trovato armi. Staiano, Dell’Aquila e Cesario sono stati sorpresi mentre dormivano e non hanno accennato nessuna reazione. Sembra che nella tarda mattinata siano stati trasferiti a Napoli. Nel covo gli investigatori hanno sequestrato documenti falsi e dieci milioni di lire in contanti, sulla cui provenienza i carabinieri stanno facendo accertamenti, oltre a numerosi appunti, un’agenda ed alcuni indirizzi. Quest’ultima parte del materiale sequestrato è stato ritenuto dagli investigatori molto interessante.

  “I volti dall’espressione sgomenta – raccontano le cronache dell’epoca -  sono di ragazzi, facce contadine che l’ombra della barba non riesce a rendere adulte. Scendono questi giovani dai cellulari blindati in mezzo ai carabinieri della scorta e hanno i polsi stretti da catene che li legano a gruppi di cinque; camminano lo sguardo fisso a terra e soltanto quando entrano nell’aula del tribunale militare qualcuno timidamente cerca fra il pubblico il viso amico di un parente. Sono 19, soldati di leva fra i venti e i ventidue anni, secondo il codice penale militare hanno compiuto un reato grave: la notte fra l'8 e il 9 febbraio scorso di guardia alla caserma “Pica” di Santa Maria Capua Vetere, dov’é un grosso deposito di armi, invece di sorvegliare l’arrivo di un nemico improbabile, a mezzanotte andarono tutti a dormire e forse lo avevano già fatto chissà quante altre volte perché, hanno dichiarato ieri in aula, nessuno li aveva addestrati al pericolo. Ma quella notte il “nemico” arrivò: cinque forse sei brigatisti rossi, un’irruzione a colpo sicuro, sopraffatta in un attimo la guarnigione addormentata, incatenati i soldati, presi mitra, mortai, bazooka, fucili e pistole. Il giorno dopo l’organizzazione clandestina rivendicò l’assalto con un comunicato nel quale tra l’altro minacciava: “Sapremo attivare le armi requisite al nemico di classe”. L’inchiesta giudiziaria è in mano a Digos e magistratura, per i soldati invece è scattata l’istruttoria militare che è stata rapida: l’arresto e per tutti l’accusa di abbandono di posto e violata consegna', cosi rischiano di rimanere in carcere per un anno o forse più se verranno riconosciute particolari aggravanti. La cosa dalla giustizia militare è stata presa con serietà tanto che agli imputati è stata negata la libertà provvisoria. Cosi in attesa del dibattimento il gruppo ha trascorso un mese nel carcere militare di “Forte Boccea” a Roma, un tempo sede del Sid. Sono le 19 esatte quando l’udienza vien dichiarata aperta da Nicola Lucarelli, un magistrato civile che da vent’anni dirige processi militari. Alla destra del presidente il secondo giudice civile, Biagio Criscuolo; dall’altro lato siede il tenente di vascello Mauro Esposito, in divisa, con sciarpa azzurra, decorazioni e sciabola. Il rito è rapido. Nella relazione al tribunale si sottolinea  come qualcuno parlando del sonno l’abbia definito “abitudine istituzionalizzata”. Poi c’è la lettura del rapporti sui militari fatti dal comandante del reparto o dai carabinieri: sono tutti “ottimi o buoni elementi”, secondo quelle carte; due, però, hanno precedenti cioè in passato hanno commesso qualcosa: uno tentò una rapina, l’altro figlio di contadini a 13 anni guidò un trattore e lo sorpresero; qualcuno si è segnalato nel luoghi del terremoto; Luciano De Lucia. 20 anni, napoletano, si è distinto per la fierezza con cui indossa l’uniforme. Il presidente conclude: “Vedete, sono tutti bravi ragazzi”. Tocca al caporalmaggiore Silvio Bertolino, un palermi- tano di vent’anni, deporre per primo. Comandava lui quella sera il gruppo di guardia. E’ vero, accettò la proposta di andare a dormire fatta collettivamente dagli altri “quel giorno”. Il caporale ricorda che il telefono squillò, a mezzanotte e cinque, e al soldato che rispose una voce di ragazza disse di aver sbagliato numero. Era quella una telefonata di controllo delle Brigate rosse? Nessuno lo sa, nessuno osa parlare di “talpe” infiltrate fra i militari. Bertolino aggiunge che i brigatisti dopo averli legati lo tranquillizzarono: “Vedrete che vi daranno una licenza se direte che siete stati sopraffatti”. Il presidente conclude: “Posso farti un'ultima domanda? Di tutto quello che  è successo sei pentito?”. A mezza voce il caporale risponde: “Si, sinceramente: Ma l’espressione non piace al  suo difensore avvocato Augusto Sinagra che esclama: “Chiedo di cambiare termine. Il “militare pentito” mi darebbe fastidio”. Il caporale Sergio Di Trapani, 21 anni, di Palermo, trema come una foglia quando lo chiamano a deporre: “Non aver paura, stai calmo rispondi con calma e cerca di dire la verità nel tuo interesse”, lo consiglia il presidente. Fra i suoi incarichi c'era anche quello di controllare le armi ma l’addestramento, racconta, si è limitato a una visita al poligono per sparare un caricatore. No, nessuno li aveva avvertiti del particolare momento di pericolo: il pubblico ministero, Andrea De Leone, a questo proposito avverte il tribunale che sei fra generali e colonnelli hanno ricevuto comunicazioni giudiziarie. Che i turni di guardia si risolvessero in dormite più o meno lunghe, confermano tutti, - era risaputo. E tutti si dichiarano “pentiti”.

Ma il processo finì bene per i soldati che furono per la massima parte assolti. Da ieri sera sono nuovamente liberi i 19 militari che nella notte fra l'8e9 febbraio furono sorpresi addormentati dal commando delle Brigate rosse che assalì la caserma “Pica” di Santa  Maria Capua Vetere. Il blitz  dei terroristi fu possibile perché i soldati non effettuarono un  turno di vigilanza notturna. “Ormai non prestare il servizio dopo la mezzanotte era diventata una tacita convenzione, hanno ammesso i militari  durante il processo. I giudici hanno tenuto conto di queste e altre attenuanti riducendo il carico di pene  chieste dal pubblico ministero. Tre soldati sono stati assolti per non aver commesso il  fatto, mentre tutti gli altri sono stati condannati a pene variabili dai 2 anni e 6 mesi a 10  mesi di reclusione. Agli imputati, comunque, è stata concessa la sospensione condizionale della pena e la non iscrizione sul certificato penale. 119 soldati, processati a Napoli; sono ripartiti nel pomeriggio di ieri alla volta di Roma, dove nel carcere di Forte Boccea -  hanno compiuto gli ultimi adempimenti di legge. Nella stessa serata sono tornati al loro reparto, il battaglione del Genio “Timavo” di Caserta. Va ricordato, comunque, che sono in corso indagini ai carico di 5 ufficiali per accertare eventuali responsabilità nella mancata sorveglianza del servizio di guardia. Cinque  comunicazioni giudiziarie sono state ricevute da due generali di brigata, un colonnello,  e due tenenti colonnelli. I  generali sono Pietro Zaninoni, comandante del presidio militare di Caserta, e Vincenzo  Varcaro, comandante della zona di Salerno dalla quale dipende la caserma “Pica”. Ci  sono poi gli ufficiali comandanti della caserma  e  del battaglione “Timavo”. Un  quinto nome non è ancora stato reso noto dalle autorità militari.

E ancora l’Ansa con un lancio flash – nello  stesso giorno in cui si era  concluso il processo ai militari -  ad annunciare che “sepolte sotto il muro di cinta Nato ( nei pressi di Bagnoli ) sono state rinvenute  le armi prese dalle Br nella caserma e  catturato a Napoli  il br Mauro Acanfora, capo dell’assalto a Santa Maria Capua Vetere. Il prof. Mauro Acanfora, 32 anni, uno dei capi della colonna napoletana delle Bierre, ricercato dal settembre dello scorso anno, implicato nel sequestro dell’ex assessore regionale de Ciro Cirillo e nell’assalto alla caserma “A. Pica” di Santa Maria Capua Vetere, è stato catturato. E’ stata recuperata una buona parte delle armi portate via dai terroristi dopo l’irruzione al deposito-armeria e infine altre due persone sono state arrestate. Gli inquirenti sono sulle tracce di alcuni covi. Questi i risultati di una grossa operazione antiterroristica tuttora in corso e di cui si prevedono altri clamorosi sviluppi. Mauro Acanfora è stato sorpreso la sera di lunedì scorso da una pattuglia di agenti nella stazione ferroviaria del Campi Flegrei, a Fuorigrotta. Era armato di una pistola calibro 7,65, completa di caricatore e colpo in canna, e aveva con sé una grossa borsa contenente indumenti, libri, volantini propagandistici delle Bierre in cui si rivendicava l’assalto alla caserma “Pica”. Non ha opposto resistenza e gli agenti che lo avevano riconosciuto non gli hanno dato il tempo di reagire. Si sospetta che fosse in attesa di un treno per raggiungere Roma. In altre precedenti operazioni le cui modalità non sono state rese note sono scattate le manette al polsi di Vlncenzo Olivieri, 34 anni, impiegato dell'ufficio postale della sede centrale di piazza Matteotti, addetto allo sportello del conti correnti. Sposato con due figli, la moglie insegna a Milano. L’altro arrestato è Giuseppe Visconti, 30 anni, universitario. Entrambi sono stati denunciati all’autorità giudiziaria per partecipazione a banda armata come fiancheggiatori bierre. Le armi recuperate dalla Digos erano sotterrate in un campo a Bagnoli, ad una ventina di metri dal muro di cinta del comando Nato, evidentemente ritenuto dai terroristi “il luogo più idoneo e meno sospettabile”. Erano state seppellite in una fossa profonda più di un metro ed erano ben conservate: avvolte in panni di lana con tagli di stoffa di recente acquisto, ulteriormente protette con fogli di plastica. Complessivamente sono stati ritrovati quattordici fucili Fai, cinque Garant, due mitragliatrici, mentre risultano mancanti all’elenco delle armi trafugate i due mortai, i due bazooka e dodici fucili. Le indagini, come ha sottolineato il questore dott. Walter Scotti, proseguono coordinate dalla magistratura con la partecipazione delle forze di polizia. “Non avremmo voluto divulgare notizie su questa operazione, tenerla ancora riservata -  ha detto durante la conferenza -stampa , ma è stato meglio fare il punto in maniera esatta perchè si sappia come si lavora”.  La domanda “C'é un pentito?” non ha avuto risposta. “Speriamo di lavorare con serenità per recuperare le altre armi e sconfiggere completamente queste frange del fenomeno eversivo”. Mauro Acanfora è colpito da mandato di cattura per duplice omicidio - si riferisce all’assassinio dell’agente di scorta e dell’autista di Ciro Cirillo, per rapina e sequestro di persona a scopo di estorsione. Celibe, nativo di un paesino alle falde del Vesuvio, Cercola, insegnava materie tecniche all'istituto professionale “Virgilio”  di Torre del Greco. Amico dell’ideologo Giovarmi Senzani (insieme avevano svolto attivita in un centro sociale in via Orimaglia a Torre del Greco, dove abita l’esponente democristiano Cirillo), prese in affitto il covo di Posillipo nel quale rimase segregato per 81 giorni l’ex assessore regionale. Sembra che abbia direttamente contribuito alla stesura dei comunicati bierre emessi durante il sequestro Cirillo, che abbia gestito l’organizzazione e le modalità del riscatto. Con i ricercati Antonio Chiocchi, operaio di Avella, e Antonio Bolognesi, studente napoletano, avrebbe preso parte anche all’assalto alla caserma di Santa Maria Capua Vetere. Il piano sarebbe stato ideato e messo a punto da Vito Coppola, insegnante precario amico dell’agente della Digos Fortunato Manna, arrestato nei giorni scorsi.  
Quella mattina del 3 giugno 1986,  nelle gabbie dell’aula bunker “Ticino 2”, del carcere di Poggioreale di Napoli vi erano trentasei detenuti. Il Presidente della Corte di Assise stava per leggere il verdetto. Il silenzio surreale dell’attesa di tanto in tanto era interrotto dal tetro tintinnio delle manette.  Alcuni degli imputati “a piede libero”, per ostentare una certa calma, si rivolgevano ogni tanto agli avvocati che gli erano accanto. Gli imputati erano ottantuno, di cui quarantasette detenuti (quarantasei in carcere, cinque detenuti per altro  ed uno agli arresti domiciliari), quattro latitanti e trenta liberi. I presenti al processo erano sessantuno.  
Alle ore 10,30 si aprì la porta retrostante il bancone della giuria e al seguito del presidente e del giudice togato della Quarta sezione della Corte di Assise entrarono i sei giudici popolari e si accomodarono  per l'ultima volta nel posto che avevano occupato lungo tutto l’arco dello svolgimento del processo. Rimasero in piedi, così come in piedi si erano alzati i cancellieri, i segretari seduti presso il bancone e gli avvocati che aspettavano appoggiati ai banchi della difesa. La parte riservata al pubblico, delimitata  dalle transenne disposte a forma di triangolo, aveva dimensioni insignificanti rispetto all’immensità dell’aula. La IV Sez. della Corte di Assise di Napoli era formata dal presidente Roberto D’Ajello, dal giudice Antonio Iervolino, e dai giudici popolari Angela De Nardo, Nunzia Iossi, Vincenzo Verno, Rosalia Pappacena, Carmela De Laurentis e Luigia Allocca. Il p.m. intervenuto era  rappresentato dal Sostituto procuratore della Repubblica Alfonso Barbarano, il segretario presente era Marcello Balbi. Il processo di primo grado  alla colonna napoletana delle Brigate Rosse, iniziò con le indagini istruttorie sul sequestro Cirillo e sui connessi duplice omicidi e ferimento dei suoi accompagnatori avvenuti  in Torre del Greco il 27 aprile del 1981.   Fu incrementato quando ad esso furono riuniti gli atti relativi agli “azzoppamenti” del consigliere comunale Rosario Giovine e dell’Assessore al Comune Umberto Siola. Attentati questi  che si verificarono rispettivamente il 15 maggio  e il 6 giugno 1981, prima del rilascio del sequestro.  A questo nucleo iniziale, si aggiunsero altri processi, in quanto rappresentanti “un’unica campagna di guerra  contro le istituzioni dello Stato in generale e le realtà napoletane in particolare e precisamente:
1.      Quello a carico di Mario Moretti, per l’omicidio dell'assessore regionale Pino Amato, avvenuto a Napoli il 19 maggio 1980, i cui esecutori materiali, tratti in arresto subito dopo il fatto, erano già stati processati con rito direttissimo e condannati all’ergastolo con sentenza dell’8 luglio 1980;
2.      Quello relativo all’aggressione subita dai soldati del corpo di guardia della caserma dell’esercito A. Pica di S. Maria Capua Vetere, con la sottrazione di numerose armi e munizioni da guerra, il 9 febbraio 1982;
3.      Quello contro i responsabili dell’attentato mortale in danno dell’assessore regionale Raffaele Delcogliano e del suo autista, perpetrato in Napoli il 27  aprile 1982;
4.      Quello concernente l’assassinio del dirigente della squadra mobile Antonio Ammaturo, ucciso a Napoli, insieme al suo autista,   il 5 luglio 1982;
5.       Quello relativo all’assalto effettuato  in Salerno il 256  agosto 1982 ad un convoglio dell’esercito italiano, risoltosi con un triplice omicidio e con la rapina di numerose armi;
6.      Infine i procedimenti relativi alla costituzione della colonna napoletana delle Br ed alla ricostruzione, dopo gli arresti  del 1982,  che ne avevano provocato il pressoché totale scompaginamento
La Corte...” iniziò a sentenziare il presidente, dopo essersi schiarita la voce, leggendo il primo foglio di un plico che teneva fra le mani, “... visti gli artt. 483 e 488 c.p.p., dichiara Acanfora Mauro colpevole dei reati di cui…”. Le onde sonore sembravano materializzarsi in quello spazio tagliato dalla luce che filtrava dai grossi finestroni situati nella parte alta delle pareti dell’aula, quando improvvisamente si udirono delle urla alle quali ne seguirono altre e poi grida di protesta e frasi offensive ( assassini del popolo… vigliacchi )  dirette alla Corte: : gli imputati nel corso dell’intero processo, avevano contestato la legittimità stessa dello Stato a giudicarli. Le forze dell’ordine sui diressero in fretta verso la gabbia da cui provenivano le grida, mentre i detenuti innalzavano due striscioni contenenti scritte inneggianti alla lotta armata. Era la gabbia n°16.
Il  presidente interruppe la lettura del dispositivo e ordinò l’espulsione dall’aula degli imputati rinchiusi  in quella gabbia. Quando fu tutto finito completò la lettura del dispositivo nel silenzio  generale. Quindi ordinò la trasmissione  di copia de verbale di udienza alla Procura della Repubblica in sede perché fosse iniziata l’azione  penale per il reato di oltraggio alla Corte consumato poco prima in quell’aula. Terminava così il processo di primo grado alla colonna napoletana delle Brigate Rosse. Ecco la sentenza di condanna nel processo alle Brigate Rosse.
La Corte condannò:  Cotone Anna Maria, Fadda Davide, Ghiringhelli Marcello, Ligas Natalia, Moretti Mario, Pagani Cesa Teresa, Pancelli Remo, Sarnelli Maria, Scarabello Stefano, Scinica Teresa, Senzani Giovanni e Spano Caterina all’ergastolo. Con pesantissime condanne ( da 5 a 16 anni ) per tutti gli altri.                                    



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