domenica 11 maggio 2014

L'ASSALTO DELLE BR ALLA CASERMA PICA - L'ASSASSINIO DEL GIUDICE GIACUMBI - IL BRIGATISTA CASERTANO CHE UCCISE IL COMMISSARIO CALABRESI

1982

1982: Le Br assaltarono la  caserma Pica a Santa Maria Capua Vetere e uccisero a Salerno  il giudice  sammaritano Nicola Giacumbi.
Il mare era agitatissimo, il vento soffiava più forte del solito.  Ma in pieno inverno era la fine di dicembre,   il marciapiedi di via Caracciolo, lungomare considerato tra i più belli  del mondo, era affollatissimo.  La domenica mattina pochi rinunciano allo spettacolo incomparabile che la città di Napoli offre in quel luogo.  Incoraggiati dal cielo particolarmente sereno e dal sole  sempre caldo, seduti su un muretto, due uomini chiacchieravano. “Le basi di Roma sono cadute” : Dal tono di voce sembrava piuttosto giù di morale. Dobbiamo bilanciare l’offensiva e riaffermare la nostra
presenza. E per far ciò c’è bisogno di armi!  “Certo, rispose l’interlocutore alquanto pensieroso -  capisco”. Tra l’altro, come potremmo farne a meno nelle azioni  contro le auto blindate?”.
L’uomo che sembrava non ascoltare all’ improvviso esclamò.  Ma certo! La caserma Pica… le armi!”. 
“Come?” -  chiese turbato il primo -che cominciava a preoccuparsi.
Non era assolutamente impazzito e, raccolto ogni suo pensiero: ”E’ la caserma dove da poco ho finito il servizio militare. Ero nel servizio di guardia e so molto bene dove si trovano le
armi. .
“Sì, ma ora non ci sei mica tu a fare la guardia”… ironizzò l’amico.
“Ma ti assicuro che assaltarla sarà un gioco da ragazzi Ti spiego: è usanza in quella caserma…” 
Fu una spiegazione dettagliata, alla fine della quale l’altro, che pareva convinto, disse: “Benissimo, decideremo  il nucleo e fra qualche giorno lo riunirò per stabilire il piano. A presto”.
I due si separarono, e sparirono tra la folla.
(Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il brigatista  Antonio Recano, napoletano, avrebbe parlato con Vittorio Bolognese, suggerendogli come obiettivo per l’azione la caserma Pica, presso la quale aveva prestato  il servizio militare. Lo stesso Bolognese avrebbe proposto anche a Vincenzo Stoccaro di partecipare all’azione. Alla fine di gennaio si sarebbe riunito il nucleo composto da Stoccaro, Bolognese, Emilio Manna, Stefano Scarabello e lo stesso Recano).  
Un paio di mesi dopo, verso la fine della stagione invernale, in una stanza della stazione dei carabinieri, diversi uomini in piedi, alcuni dei quali in divisa, ascoltavano il loro comandante  che interrogava un giovane seduto di fronte a lui. Ciò durava ormai da qualche ora, ma la discussione non pareva assolutamente finire, anzi!

“Questa risposta già me l’hanno data i militari che erano di guardia”. Il maresciallo era stato calmo, ma l’atteggiamento del ragazzo cominciava a innervosirlo. “Ma è la verità, ve lo giuro” insisteva il giovane. “Caporale Bertolino, le dichiarazioni sue e degli altri militari sono assolutamente inverosimili.
Non resistette più! Scattò in piedi facendo capovolgere la sedia, e sbatté violentemente il pugno sul tavolo. Alzando brutalmente la voce, fece sobbalzare anche un suo collega. “Devi smetterla di prendermi per il culo! La verità. . . la verità voglio sapere, e da qua non te ne vai finché non me la dici, capito?”. 
Seguì un profondo silenzio. Il caporale non ce la fece più. L’interrogatorio era stato pressante.
Scoppiò in lacrime, e abbassato il capo, nascose la faccia tra le mani.  Poi, con voce bassissima: “E va bene, basta però, ‘vi dirò tutto”.
Qualche carabiniere fece un sospiro di sollievo. Il maresciallo era ancora troppo nervoso, ma crollò sulla sedia, che intanto avevano rialzato, più rilassato. E ricominciò: “Allora, si può sapere cos’èsuccesso la notte dell’8 febbraio nella caserma?”.
Si fece dare un fazzoletto e, asciugate le lacrime, cominciò. . . 
“La mattina deIl’8 febbraio assunsi il comando del corpo di guardia. 
(Secondo il rapporto del 22 febbraio 1982,  inviato dai carabinieri al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di S. Maria Capua Vetere,  il giorno 9 febbraio, ai carabinieri arrivati sul posto, i militari di pattuglia e le sentinelle diedero false testimonianze sui fatti accaduti quella  notte; mentre successivamente il comandante della guardia, caporalmaggiore Silvio Bertolino sottoposto a scettico e pressante interrogatorio  non resistette e, scoppiato a piangere, confessò tutta la verità).

La mattina dell’8 febbraio assunto il comando del corpo di guardia della caserma A. Pica di Caserta, il caporalmaggiore Silvio Bertolino aveva a sua disposizione 15 guardie, 2 caporali e l’autista. Nel tardo pomeriggio, i ragazzi della guardia si riunirono e, tutti accovacciati per terra, formavano un grande cerchio. “Allora il turno da mezzanotte alle due è capitato a te, mio caro”. “No, no! Che cazzo!” Uno solo si lamentava tra le risate degli altri, che lo prendevano in giro 

“E quando ti passa, che botta che fai!”… ripetevano in coro. ‘A vita è na ruota, guagliù, non ve lo scordate”,   replicava lo sfortunato. 
I ragazzi decisero, tutti d’accordo, di non effettuare per intero i turni della notte, e che il servizio venisse svolto dalla sola sentinella addetta alla porta centrale, mentre tutti gli altri 

andavano a dormire.
“Attenzione, prego Attenzione! Giro la bottiglia per il secondo turno”.
Questa ormai era l’usanza in quella caserma, agevolata soprattutto dal fatto che durante le ore notturne le ispezioni effettuate dai superiori erano molto rare.,  Un’abitudine tanto… istituzionalizzata da spingere i militari a offrirsi spesso volontari per la comodità del servizio!
La bottiglia indicò un altro di loro.
“Mi spiace, Ignazio - il tono del compagno era molto ironico - ti fai il turno dalle 2 alle 4”.
“Ma porca puttana!” si limitò a rispondere, sempre tra le battute degli altri.
Quella notte dunque l’intera guardia era a letto, tranne la sentinella alla porta.
(Dopo la confessione del caporalmaggiore Bertolino, il Procuratore militare ordinò l’arresto di tutti i militari componenti la guardia quella notte, responsabili dei reati di abbandono di posto e violata consegna). 
Finito il turno di due ore, la sentinella smontò a mezza notte e le fu dato il cambio dal soldato Ignazio Leone.
In quel preciso istante cinque uomini discutevano a bassissima voce dall’altro lato del muro di cinta, in un cortile adiacente.
“Saranno tre o quattro metri, come facciamo?”.
  “Ehi, guardate qua cos’ho trovato!” intervenne uno di loro mentre trascinava una scala in legno. “Perfetto, ma aspettiamo qualche minuto - e, rivoltosi ad  uno -  tu comincia ad andare in macchina e preparati ad entrare”.
( Avrebbero formato il gruppo d’azione Stoccoro, Scarabello, Bolognese, Manna e Recano).
 Erano le tre circa quando Ignazio Leone, che passeggiava nelle vicinanze del cancello principale, d’un tratto si immobilizzò: sentì la presenza di una canna di pistola dietro la nuca.
 “Non avere paura, siamo le Brigate Rosse. Non ti faremo assolutamente male, dobbiamo solo prendere le armi”. E, costringendolo a precederli, si diressero verso il corpo di guardia.
Per non destare sospetti, uno di loro, immediatamente indossati abiti militari sottratti ad una guardia, prese il posto della sentinella. E, aperto il cancello centrale, fece entrare una Fiat 127 con il quinto uomo.  Svegliarono uno per volta tutti i militari, compreso il capoposto, sorpresi nel sonno.

I ragazzi addetti alla guardia non si rendevano conto di cosa stesse accadendo.  Li imbavagliarono,  e, legati mani e piedi, li costrinsero con le armi a sedersi per terra nella stanza adiacente alla camerata.
Ci volle più di un’ora per rendere l’intera guardia inoffensiva.
Un terrorista, notando che i giovani cominciavano ad agitarsi, gentilmente si rivolse loro: “Per favore, non fate rumore”. Poi, ad un suo compagno: “Allora, dov’è sto deposito?”.
 Sembrava che il secondo conoscesse molto bene la caserma. Rispose, infatti, con una certa sicurezza ‘Venite con me!”.
Raggiunta la stanza che conteneva le armi, uno con un palo di ferro spaccò lucchetti e porta ed entrati si impossessarono di bazooka, mortai, mitragliatori e tante altre armi.
Poi in tutta fretta caricarono l’auto parcheggiata nel cortile della caserma che, seguita da una Fiat 5oo, si dileguò nel d buio.
  Era quasi l’alba!”.
(Fu accertato successivamente che dal deposito della caserma erano stati sottratti due bazooka 88, due mortai da 6o, quattro MG  mitragliatori, due fucili mitragliatori, diciannove fucili automatici cal. 7,62 NATO, una pistola Beretta cal. 7,65,  diciotto fucili Garand, ciascuno con due caricatori completi di munizioni).
Verso le 6,30, in un appartamento di Sant’Antonio Abate, a un uomo si vestiva in fretta. Un altro, che dormiva sul divano della stanza d’ingresso, svegliato dai rumori, chiese:”  Ma dove vai a quest’ora?”.
 “Un appuntamento!”.  si limitò a rispondere  il primo. E, sulla porta: ”Dormi, dormi!”.
Salì in macchina e si diresse verso Fuorigrotta.
Quasi contemporaneamente, arrivava, nel parco ferrovieri,  tra la stazione della metro di piazza Garibaldi e dei  Campi Flegrei, a piazza S. Vitale, una Fiat 127 con due uomini.
Parcheggiò e rimase in attesa.
 Verso le 7.00 arriv l’uomo che, sceso dall’auto, si avvicinò alla macchina.
“Allora, tutto bene?”. Uno rispose: “Tutto a posto, solo che le armi sono quasi tutte inefficienti. Mancano dispositivi ed otturatori”.
“Merda!” replicò il primo.
Poi, dopo qualche minuto di discussione, salì in macchina e andò via.
 Risalì le scale del palazzo di Sant’Antonio Abate ed entrato in casa, svegliò l’amico che ancora riposava.
“Alzati, c’è da lavorare”.
Entrò nelle altre stanze dove altri uomini dormivano. Li svegliò tutti. Si riunirono.
“Ma ch’è successo?” chiese sbadigliando uno.
“I nostri compagni stanotte hanno  preso le armi nella caserma Pica a Caserta e. . .“
 “Come? -  lo interruppe il primo - e come mai non mi. avete avvertito?” .
 “Si è trattato di un’azione di propaganda, senza alcun obiettivo operativo rispose quello che era appena tornato - quindi non abbiamo ritenuto necessario avvertire tutti!”.

Dopo aver spiegato l’azione. Della notte precedente: “Ora bisogna nascondere le armi, e ne abbiamo un auto piena. C’è bisogno dell’aiuto di tutti e subito!”.
“Andiamo a prepararci”
(Acanfora testimoniò che quella sera, insieme con Chiocchi, Sarnelli, Cotone e Planzio, dormirono nel covo di Sant’Antonio Abate e che non prese parte né alla preparazione né tantomeno alla esecuzione dell’azione, né fu avvisato preventivamente. Sarebbe stato Planzio la mattina, dopo aver incontrato Bolognese e Stoccoro, ad avvertirlo dell’accaduto. Tali dichiarazioni ebbero la conferma di Planzio e di altri responsabili: fu per questo assolto dai reati sub 43-44-46, del decreto di citazione,
per non aver commesso il fatto; rispose, invece, per la parte avuta nella
fase successiva alla rapina, dei reati di porto e sottrazione delle armi alla
loro pubblica destinazione).
Alle 12,50  squillò il telefono negli uffici de “Il Mattino”.
 “Pronto?” … “Qui Brigate Rosse. . .“ cominciò la voce. 
L’ addetto al telefono prese al volo una penna e della carta  per annotare.
“Abbiamo espropriato armi in una caserma di Santa Maria Capua Vetere!” e subito riattaccò.
Durante tutta la mattina diversi uomini andavano e tornavano nel parco ferrovieri raccogliendo con borse e valigie le armi. Nel pomeriggio si riunirono.
Una parte la sotterriamo a Bagnoli, un’altra parte non so… avevo pensato a Monte Sant’Angelo -  e, rivolgendosi ad uno più giovane - l’ultima parte portala a quel nostro amico ma non dirgli niente”. 
“Vado subito”.
Sceso con un compagno, si diresse con una Fiat 128  bianca verso Mergellina. Svoltò in un vicolo della Torretta. Lì in contrò un uomo.
 “Antonio, sono venuto per chiederti una cortesia, devi custodirmi della roba”.
“Di che si tratta?”.
  “Non ti preoccupare, è materiale di archivio… libri”.
 Non era convinto, ma accettò e prese con sé la cassa, chiusa da lucchetti.
 Quando i due se ne andarono, caricò la cassa sulla propria auto e raggiunse la casa di un amico. “Mi devi fare un piacere. Ho una cassa in macchina con un casino di roba. . . sono libri e oggetti personali, ma non posso più tenerli. Puoi custodirla per qualche giorno?”.
 “E che problema c’è, certo”.
(Planzio avrebbe chiesto il favore ad Antonio Fedele di custodirgli  la cassa dicendogli che conteneva materiale d’archivio, il quale, a sua volta, avrebbe chiesto all’amico Del Renga di custodirla. Del Renga fu poi assolto in quanto presumibilmente non era a conoscenza durante la detenzione della cassa del suo reale contenuto).
 I telegiornali avevano già ampiamente annunciato la notizia della rapina a Caserta. Molti la sera rimasero incollati dinanzi agli schermi per seguire  la vicenda.
Intorno alle 22 anche negli uffici de “Il Messaggero” a Roma diversi giornalisti discutevano dell’evento. Ma, nonostante ciò, furono sorpresi dalla voce al telefono: “Qui Brigate Rosse. Rivendichiamo l’assalto all’armeria di S. Maria Capua Vetere”.  


(Il giorno dopo, 10 febbraio 1982, una telefonata  all’agenzia Ansa di Genova e alla redazione de “il Giornale d’Italia” segnalò la presenza di un comunicato in un cestino per rifiuti all’angolo di via Cernaia con via Pastrengo. Una copia del comunicato fu segnalato in un cestino a via Gallinari ai giornalisti de “Il Messaggero” che trovarono cinque pagine dattiloscritte con una fotografia Polaroid della armi rubate).  Il processo si svolse a  Napoli. Ci furono condanne durissime.
(1 - CONTINUA ) 
 IL CAPITOLO E' TRATTO DAL LIBRO DI PROSSIMA  PUBBLICAZIONE 


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