domenica 31 agosto 2014

Il fatto accadde ad agosto del 1961 a S. Andrea del Piazzone.

Una giovane maestrina
 Consiglia Sciaudone, sparò nella folla di un Luna Park durante la  festa patronale   Uccise il suo seduttore e altre due persone e ferì gravemente una quarto che rimase paralitica.

 

Il fatto accadde ad asgosto del 1961 a S. Andrea del Piazzone. La ragazza era stata sedotta, aspettava un bambino ed il fidanzato, che era di Capua, non LE aveva detto di essere sposato ed AVEVA  un figlio – Tratta a giudizio le fu riconosciuta l’attenuante della provocazione. Fu condannata a 24 anni.  Nel carcere di Pozzuoli era capo cuciniera. Fu liberata dopo 15 anni. Vive nel suo paese ed ha quasi 80 anni.


 

S. Andrea del Pizzone -  Una giovane maestrina,  Consiglia Sciaudone, 24 anni, bellezza selvaggia e prosperosa, carattere fiero, educata dai severi genitori, vestita con un goffo abito da gestante  si recò al centro del paese (allora era frazione del comune di Francolise), dove  era in corso la festa Patronale e la gente si accalcava vicino al Luna Park era agosto del 1961.  Improvvisamente echeggiarono cinque colpi in ripetizione. Caddero sotto il fuoco della ragazza il suo seduttore ed ex fidanzato Aldo Marras,   (32 anni da Capua)   il suo amico  Alfredo Petrillo,  ed un anziano contadino,  Salvatore De Micco. Altre persone rimasero ferite. Aveva vendicato  il suo onore.
     La prime notizie, scandite dal tam tam paesano, furono frammentarie. “Consiglia ha ucciso tre uomini che l’avevano aggredita”; “Consiglia aspettava un bambino dal suo fidanzato che si era  rifiutato di sposarla”. “C’era un patto d’onore tra  i due: se ti abbandono uccidimi”. Una ridda di ipotesi. Il botteghino del lotto, l’indomani,  fu preso d’assalto. I giornali dell’epoca titolarono: “Una giovane donna uccide il seduttore per la strada”.
    Tutto fu chiarito dal pronto intervento dei carabinieri ai quali la sconvolta ragazza,  sommariamente,  raccontò la sua odissea d’amore. E il primo “dispaccio”, il lunedì mattina, parlò chiaro. “Ieri una   giovane donna in stato interessante,  poche ore prima di dare alla luce la sua creatura, ha ucciso a colpi di arma da fuoco l’uomo che l’aveva sedotta e poi abbandonata, rifiutandosi ripetutamente di sposarla”.

     E intanto la storia si contornava di  particolari inediti. La vittima Aldo Marras,  di trentadue anni, studente universitario  fuori corso,  della Facoltà di giurisprudenza,  dopo aver abbandonato la ragazza per un certo tempo si era improvvisamente presentato nel giorno della festa al suo paese.  A Consiglia – questo fatto – era sembrata una sfida. I due erano stati fidanzati tempo fa. Il Marras durante il periodo della relazione rese incinta la giovane, promettendole di sposarla al più presto.
     Le cronache dell’epoca raccontano che qualche mese dopo l’inizio della  gravidanza della Sciaudone però,  il Marras abbandonò la giovane senza alcuna giustificazione. Egli fu esortato dal parroco del paese e da parenti suoi e della ragazza a riparare alla colpa con il matrimonio. A nulla però valsero tutti i tentativi: il Marras lasciò chiaramente intendere di non voler più avvicinare l’ex-fidanzata. E così che  la Sciaudone ha messo in atto la vendetta: è uscita di casa di buon’ora e si è messa alla ricerca del suo seduttore. Lo ha scorto nella strada centrale di S. Andrea del Pizzone, dove il Marras si trovava nei pressi di un bar a discutere con alcuni amici. La donna senza lasciar trapelare i suoi propositi, si è avvicinata al Marras e gli ha sparato contro cinque colpi di pistola. Lo studente, raggiunto in parti vitali, ha tentato di allontanarsi, ma, fatti pochi metri, e stramazzato al suolo cadavere. I colpi sparati dalla Sciaudone non hanno raggiunto soltanto il Marras. Infatti due persone che erano con lui sono rimaste ferite. Esse sono il commerciante Alfredo Pratillo, di trentasei anni, e l'agricoltore Antonio De Micco, di sessantuno, i quali sono stati ricoverati in gravi condizioni all’ospedale civile di Capua. I due morirono a Napoli dopo qualche giorno.

     Perpetrato il delitto la giovane donna si è avviata alla stazione dei carabinieri del posto, dove si è costituita, consegnando al sottufficiale di servizio la pistola “Beretta” con la quale aveva soppresso pochi minuti prima il seduttore ed aveva ferito le altre tre persone. Nel consegnare l’arma ai carabinieri, la Sciaudone ha dichiarato:  “Questa pistola mi fu regalata tempo fa dal Marras, il quale in quella occasione mi disse: “Se non ti sposerò mi ammazzerai con quest’arma.  Non mi ha voluto sposare - ha concluso la donna - ed ho fatto come mi aveva detto”.

    Nel 1965, innanzi la Corte di Assise del Tribunale di Napoli (competente per territorio, essendo i due feriti morti poi nell’ospedale partenopeo)  comparve Consiglia Sciaudone, e dopo tre anni trascorsi in carcere non aveva perduto il suo temperamento esuberante caratteristico della gente dei “Mazzoni”   narrò, per tre ore, al presidente Marino Lo Schiavo,  la sua triste sorta, culminata nei tre omicidi (di cui uno premeditato) per i quali essa rischiava  la pena dell’ergastolo.
     Nel corso dell’udienza emerse che la giovane conobbe Aldo Marras ad una fiera, in paese. In principio essa respinse la sua corte. I suoi modi di grossolano dongiovanni di provincia la irritavano. Ma, in sostanza, Aldo Marras (che aveva perduto il padre, sottufficiale dei carabinieri, in azione di polizia ed i due fratelli minori morti uno in sanatorio, l’altro in un incidente aviatorio) le apparve un ragazzo buono e generoso, ed essa cedette. Poco dopo, però, l’innamorato avanzò richiesta  ( la cosiddetta “prova d’amore”)  che la ragazza, cresciuta in un ambiente di severi costumi, giudicò  eccessiva, e ruppe il fidanzamento. Oggi la società è cambiata,  la prova d’amore si chiede via  sms o via Facebook, o nel  web,   e le dolci donzelle la concedono… spesso, senza richiesta.
    Avvenne, allora, un episodio,  non infrequente dalle nostre parti. Aldo Marras chiese alla ragazza di riconciliarsi con lui, di cedere ai suoi desideri e di accettare, “in pegno”  la garanzia delle sue buone intenzioni, una pistola automatica. Se non l’avesse più sposata, essa avrebbe avuto l’arma per vendicarsi.
     “Quella pistola – raccontò  la ragazza – io la  custodii gelosamente e dovetti infine usarla per riscattare i miei sogni perduti. Attendevo un bimbo ed Aldo non voleva più sposarmi. Ero agli ultimi giorni di gravidanza e decisi di farla finita. La sera del 2 agosto seppi che Aldo era al Luna-Park con due amici. Presi la pistola, la nascosi nella tasca dell'ampio vestito di cotone da gestante, ed uscii. Aldo era al baraccone del tiro a segno col fucile a compressione imbracciato: sparava e rideva. Estrassi la pistola e cominciai a sparare; ricordo solo una grande confusione, e vidi del sangue. Non capii più niente. Qualcuno mi sorresse e mi trascinò . Quando, il giorno dopo, mi rinchiusero nel carcere di S. Maria Capua Vetere ero già in preda alle doglie del parto. La mia bambina — ha aggiunto singhiozzando — visse un  giorno  soltanto”. 

      
    A conclusione della sua  requisitoria il pubblico  ministero,  Francesco Calabrese,   chiese una condanna a 30 anni di reclusione. Dopo le arringhe di parte civile e quelle dei  difensori,  Avv. Michele Verzillo,  del Foro di S. Maria C.V. e del  Prof. Avv. Giovanni Leone, futuro Presidente della Repubblica  ( che sostennero la non premeditazione del delitto e la provocazione )  la Corte, riconobbe  le attenuanti generiche, per l’incensuratezza  e le attenuanti per la provocazione e  condannò la giovane a 24 anni di reclusione.
     Certo,  deve essere stato terribile,  per Consiglia Sciaudone, pensare di essere una ragazza madre, a quell’epoca, anni Sessanta, in un paese come il suo  ciò era inaccettabile. Un figlio illegittimo veniva considerato una vergogna e una relazione con un uomo sposato una grave colpa. Sul delitto ci sono due versioni: una giudiziaria  e l’altra letteraria. La prima propende per il delitto con una pistola contro un giovane studente. La seconda  per  il delitto con il fucile del padre della ragazza  contro un uomo, un geometra, sposato e con figlio.  Oggi la maestrina “ribelle” ha quasi 80 anni e vive nel suo paese riverita e rispettata.
Ma alcuni particolari inediti della sua tragedia  (che durante il processo non si appalesarono) sono emersi,  nel 1976  dal capitolo  che  Liliana De Cristoforo, direttrice del Carcere di Pozzuoli, le ha voluto dedicare nel suo libro “Donne, cancelli e delitti”. Anche se nel testo – che ha avuto un notevole successo – ed è stato ripubblicato con altro editore – il capitolo viene occultato con nomi travisati. La De Cristoforo ha narrato, tra l’altro, anche la detenzione nel carcere di Caserta ( lei è stata direttrice anche di quella struttura ) di Sofia Loren.

 “Concetta ( cioè Consiglia ) – scrive la De Cristoforo -  aveva 35 anni, era alta, esile e con un’espressione perennemente triste sul volto segnato da piccole rughe precoci.  Era capo cuciniera e svolgeva il suo lavoro con impegno e un gran senso del dovere. Aveva molto ascendente sulle compagne, forse perché il suo grado d’istruzione, anche se non elevato, le consentiva di emergere da una massa il cui livello culturale era piuttosto basso o forse perché il suo atteggiamento serio e responsabile le conferiva un’aura di credibilità e di affidabilità. Proveniva da Sessa Aurunca, un antico centro agricolo di interesse storico.  Era in carcere da quindici anni ed era in attesa della liberazione condizionale, con grande ansia e trepidazione, convinta di avere abbondantemente scontato il suo debito con la società. Seduta nel mio ufficio, dall’altra parte della scrivania, fissava la finestra con gli occhi mesti e lo sguardo carico di rimpianti”.
 “Solo ora mi rendo conto che in fondo sono stata contagiata da quella mentalità che disapprovavo. Non si può convivere a lungo con qualcuno o qualcosa senza assorbirne a poco a poco le consuetudini, gli atteggiamenti, il linguaggio E così è accaduto anche a me Il paese mi ha condizionato Senza rendermene conto e senza volerlo, ho finito con l’assumere i comportamenti dei miei compaesani. Quando mi diplomai – narra Consiglia Sciaudone - i miei diedero una grande festa.  
 “Ora ti devi trovare un bravo giovane, di buona famiglia, e ti devi maritare” diceva mia madre, “la gioventù passa presto e io voglio vederti sistemata. Mi devi dare dei bei nipotini. Ti aiuto io a crescerli”. “I primi mesi di scuola volarono. Giunsero le vacanze di Natale. La notte della vigilia ero con la mia amica Adele nella cattedrale ad assistere alla funzione di mezzanotte. C’era molta gente venuta anche dalle frazioni vicine tanto che non trovammo posto a sedere. Durante l’omelia del vescovo mi sentii osservata. Voltandomi vidi un giovane nella navata opposta che mi sorrideva. Non sapevo chi fosse, non l’avevo mai visto. Quel sorriso mi turbò e mi provocò un certo disagio”.
“Lo incontrai di nuovo a una festa a casa di un’amica il giorno di Capodanno.  
 “Cominciai a inventarmi dei viaggi a Caserta al Provveditorato agli Studi per consultare le graduatorie, per chiedere informazioni sui programmi del concorso, sulle date degli esami o altro. Prendevo la corriera la mattina presto a Sessa e arrivavo a Caserta dove lui mi aspettava. Aveva da poco acquistato un’auto, una piccola utilitaria, che era diventata il nostro rifugio. Andavamo in giro nei dintorni, nelle campagne, nei boschi, nei luoghi appartati dove potevamo stare soli a parlare e abbracciarci per ore; poi il pomeriggio riprendevo la corriera per Sessa”.
 “Mia madre era diventata assillante, sospettava qualcosa. In paese si dice che hai simpatia per il geometra dell’impresa di costruzioni, è vero? Perché non lo presenti in famiglia? Tuo padre non lo sa ancora, ma quanto prima qualcuno lo informerà, lo sai, e sai anche che si risentirà moltissimo. Cerca di evitarlo.”

“Una mattina, mentre ero in classe, fui presa da un forte senso di nausea accompagnato da violenti capogiri. Mi resi conto di essere incinta. Riuscii a incontrare Armando e a parlargli. Ebbe una lieve espressione di contrarietà, ma si riprese subito e mi rassicurò. Mi disse di non preoccuparmi, tutto si sarebbe aggiustato, si sarebbe presentato ai miei e ci saremmo sposati. Dovrò anche informare la mia famiglia” disse. “Devi solo aspettare una decina di giorni, i miei sono andati a Torino da un fratello di mia madre che è molto malato. Appena tornano parlo con loro e poi vengo a casa tua. Stai tranquilla”
   I dieci giorni passarono e ne trascorsero altri dieci Armando non si fece più vedere Venni a sapere che i lavori della strada era- no quasi finiti e che lui era stato destinato a un altro cantiere Era completamente sparito dal paese. Temevo che gli fosse accaduto qualcosa, ma dentro di me cominciavano a insinuarsi atroci sospetti.  L’unica cosa da fare era cercare di rintracciarlo nella sua città. Il fratello della mia amica  Adele si procurò l’indirizzo da un operaio dell’impresa via IV Novembre n. 68:Capua”.  
“Adele e io giungemmo a Capua con la corriera, trovammo subito la via che era piuttosto centrale, ma la numerazione era confusa e provvisoria. Chiedemmo a un calzolaio che lavorava sull’uscio della bottega. Costui ci indicò un palazzo al lato opposto della strada. Ci avvicinammo dal portone usciva una giovane donna con un bambino per mano: “Abita qui la famiglia Coletta?’ chiedemmo. Cerchiamo un geometra che si chiama Armando Coletta”. “Mio marito non c’è , rispose lei, e andato a Napoli per lavoro, tornerà nel pomeriggio”. “Mi ripiegai su me stessa, come se avessi ricevuto un colpo di rivoltella allo stomaco. Adele mi prese per un braccio e mi trascinò via. La donna non notò la mia reazione, il pallore del mio viso, poiché era distratta dai capricci del figlio. “Chi devo dire che l’ha cercato?”, chiese, ma noi facemmo finta di non sentire e ci allontanammo in fretta”.
Il prof.  Avv. Giovanni Leone e sua moglie 

“Vedevo abbattersi sulla mia vita un uragano gigantesco che mi avrebbe travolto. Immaginavo già il vento dello scandalo soffiare in ogni vicolo del paese, il pettegolezzo diffondersi di bocca in bocca, l’atteggiamento di riprovazione delle suore, del parroco, delle bigotte che trascorrono i pomeriggi a far pettegolezzi, lo sguardo di disprezzo di molti.  Pensai anche a un aborto, ma a chi rivolgersi? L’aborto era un reato, sarebbe stato difficile trovare un medico disponibile  
“I giorni passavano e non vedevo soluzioni al mio dramma, avrei potuto suicidarmi e risolvere così ogni problema oppure confessare tutto ai miei e affrontare la loro reazione, ma non avevo il coraggio. Mi dibattevo tra mille pensieri senza riuscire a prendere una decisione e con il trascorrere dei giorni l’amore che avevo provato si trasformava in odio che cresceva dentro di me così come cresceva quel piccolo essere che consapevolmente rifiutavo e inconsciamente desideravo”.
“Venne la ricorrenza del Santo Patrono, il paese era in festa con luminarie, bancarelle, la banda musicale, le giostre per i bambini.   La mattina mi ero recata a messa e il pomeriggio avevo seguito la processione, avevo anche chiesto al Santo di illuminarmi e suggerirmi cosa fare. Era scesa la sera, non avevo alcuna intenzione di uscire e unirmi alla folla festante e chiassosa, ero seduta nel soggiorno immersa nei miei pensieri, fingendo di leggere un libro. Mio padre era da poco tornato dalla caccia, la carabina era poggiata in un angolo in attesa di essere riposta.  Mi ritornò alla mente un giorno lontano in cui mio padre ne illustrava a mio fratello il funzionamento: Questo è il cane, questo il caricatore, qui si mettono le cartucce. . .‘ spiegava,  “quando togli la sicura devi tenere sempre la canna abbassata… il difficile è prendere la mira, bisogna mantenere l’arma così, altrimenti il contraccolpo ti spinge indietro. . .“
“In quel momento giunse Adele. “Vestiti’ mi disse, “usciamo andiamo a vedere le bancarelle”.  Poi sottovoce,  in modo che nessuno sentisse: “Armando ti aspetta in piazza davanti al bar “Stella Polare”, ti vuole parlare. La guardai stupita e sconcertata; che cosa voleva quell’individuo da me? Mi faceva paura, non intendevo incontrarlo. “Comincia ad andare, dissi ad Adele, ti raggiungo in piazza fra pochi minuti’ Andai in camera mia, indossai l’abito migliore, le scarpe eleganti, mi pettinai accuratamente, poi tornai nel soggiorno. Mio padre e mia madre erano in cucina, li sentivo discutere su un terreno da acquistare”.
“In un lampo mi impossessai del fucile e mi precipitai per le scale. Prima di uscire dal portone controllai che l’arma fosse carica e tolsi la sicura.  La piazza era poco distante, camminavo nell’oscurità tenendo il fucile verticalmente e rasentando le case, inseguivo la mia ombra gigantesca che si proiettava sui muri senza vedere altro intorno a me. C’era qualcosa che mi spingeva, che alleggeriva i miei passi, che mi infondeva un senso di dovere e di obbligo. Un mostruoso desiderio di vendetta e di riscatto si era insinuato nella mia anima...”.
“Il caldo, la paura, la tensione si scioglievano nel sudore che grondava dai capelli scorrendomi sul viso, sugli occhi, sul collo e sulle spalle. Il leggero abito estivo era intriso d’acqua come tutto il mio corpo.  Improvvisamente l’ansia si dileguò lasciando il posto a una profonda calma e un freddo autocontrollo.  Giunsi velocemente nei pressi del bar tenendomi a breve distanza. Lui era lì davanti all’ingresso con un gruppo di amici, sorrideva, fumava, scherzava, aveva un abito scuro, la cravatta intonata, l’atteggiamento sicuro di sempre. Mi avvicinai furtivamente, feci celermente gli ultimi passi e giunta a pochi metri di distanza puntai il fucile. Vidi un’espressione di stupore sul suo volto e poi nient’altro. Un colpo, due, tre, quattro. . . Aveva ragione mio padre, il difficile è prendere la mira. Le deflagrazioni squarciarono l’aria e rimbombarono nel mio cervello come mine esplose. Stordita mi accasciai  contro il muro in preda all’angoscia. Le risa, l’allegria, le chiacchiere  che echeggiavano intorno cessarono di colpo e un silenzio di piombo  calò sulla piazza. Subito dopo, rumore di vetri infranti, di oggetti  caduti, di gente in fuga, urla di terrore, gemiti di dolore, grida di  disperazione, singhiozzi e sangue, sangue dovunque, sui muri, sul  marciapiede, sui tavolini. . . E poi tutti quei corpi per terra”.


“A me non dispiace per lui, non me ne importa niente di lui.  Aveva un figlio, lo so, ma doveva pensarci prima a suo figlio. Invece, mi dispiace per gli altri due giovani, quelli non c’entravano, è stato  un destino infausto che li ha messi sul mio cammino. Mi dispiace  anche per quell’altro che ora è su una sedia a rotelle, ma io dovevo difendere il mio onore”.    

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