domenica 2 novembre 2014


Accadde nel settembre del 1958 a Valle di Maddaloni
 Un pazzo dichiarato guarito e tornato libero uccise un farmacista di Caserta con 30 colpi di pugnale

 Il  giovane soffriva di vari disturbi  e per questo motivo gli fu prescritta una cura di iniezioni endovenose che si faceva  praticare  da una suora capo-infermiera nell’ospedale di Maddaloni.  Il Rega si convinse che la suora, praticandogli le punture, gli avesse iniettato nel sangue un sortilegio o, come si dice qui da noi una “fattura”. Poco dopo però  aggredì senza ragione uno  studente,  e quindi rinchiuso in manicomio -

 

Condannato a vari di manicomio criminale -  Lo psichiatra  prof. Generoso Colucci,  imputato di omicidio colposo,  perché  rimise in libertà, dopo due mesi di ricovero nella sua clinica, il  giovane  agricoltore, Pasquale Rega, che uccise con trenta pugnalate il farmacista  Francesco Pagliaro di Valle di Maddaloni-




     

Per quasi mezzo chilometro durò il tragico inseguimento e durante la corsa con il pazzo alle spalle il farmacista continuò a ricevere pugnalate su pugnalate finché cadde sotto una siepe, ove fu poi ritrovato cadavere.




     Valle di Maddaloni - Un pazzo,  dichiarato guarito e  tornato libero commise un delitto. Due mesi dopo aver lasciato il manicomio uccise con trenta pugnalate un farmacista di Caserta. Il medico “dei pazzi”, accusato di omicidio colposo, era già stato assolto, ma dopo l’appello della Sezione Istruttoria dovette subire un altro processo. Cominciamo proprio da questo processo per arrivare poi all’assurdo delitto del pazzo. Si trattò del  noto psichiatra, il prof. Generoso Colucci,  imputato di omicidio colposo,  perché il 13 settembre 1958 rimise in libertà, dopo due mesi di ricovero nella sua clinica, il  giovane  agricoltore, Pasquale Rega, che, trascorsi altri due mesi - precisamente il 19 novembre - uccise con trenta pugnalate il farmacista di Valle di Maddaloni,  il dott. Francesco Pagliaro, che aveva 31 anni e lasciava la moglie Filomena con tre bambini, che era stato, tra l’altro il suo benefattore,  perché, sollecitato dai genitori e da altri parenti del Rega, aveva provveduto, tramite la mutua dell’associazione dei coltivatori diretti, a far internare il giovane infermo di mente, non in uno dei tanti manicomi,  ma in una clinica della migliore reputazione.
     Il Rega però, come era logico, non gli fu mai grato per questo genere di premura e, nel suo cervello sconvolto dalla mania di persecuzione, e da altre forme morbose, entrò  invece e si ingigantì il convincimento di attribuire  al farmacista tutti i suoi mali. La prova precisa che l’agricoltore era del tutto ammalato fu  data attraverso un particolare rivelato dal perito psichiatrico prof. Carlo Romano, nominato dalla magistratura per un’indagine. Si accertò, infatti, che il  giovane soffriva di vari disturbi anche gastrici e per questo motivo gli fu prescritta una cura di iniezioni endovenose che si faceva  praticare  da una suora capo-infermiera nell’ospedale di Maddaloni. A poco a poco il Rega si convinse che la suora, praticandogli le punture, gli avesse iniettato nel sangue un sortilegio o, come si dice qui da noi una “fattura”. Poco dopo però il Rega aggredì senza ragione uno  studente,  tale Ernesto De Lorenzo, nella piazza del paese.

     Fu allora, in seguito a quell’ennesimo campanello di allarme, che i suoi genitori, Alfonsina e Felice, si rivolsero al farmacista Pagliaro. Pasquale Rega entrò nella clinica diretta dal prof. Colucci, uscendone dopo 60 giorni di cure. La diagnosi del dispensario d’igiene mentale di Caserta parlava di “paranoidismo e delirio di nocumento”.  Nel dimetterlo, però, il prof. Colucci dichiarò che il giovane appariva “poco modificato”, rispetto a quando era entrato c doveva essere affidato ai familiari (i parenti della vittima, costituitisi parte civile si chiedevano, infatti,  se appariva “poco modificato” in  rispetto alle condizioni che ne richiesero il ricovero, perché il prof. Colucci lo rilasciò?”). 
     Poco dopo accadde, infatti, la tragedia. Verso l’una di notte del 19 novembre il Rega si recò alla  farmacia, bussò e quando il dottore venne  ad aprirlo gli porse una carta col nome, d’un medicinale: era un pretesto. Mentre l’altro si voltava, egli con un pugnale a lama fissa gli vibrò una tempesta di colpi. Il farmacista cercò di fuggire e uscì sulla via. Per quasi mezzo chilometro durò il tragico inseguimento e durante la corsa con il pazzo alle spalle il farmacista continuò a ricevere pugnalate su pugnalate finché cadde sotto una siepe, ove fu poi ritrovato cadavere.
      La prima sentenza del Giudice Istruttore ordinò il ricovero del Rcga, riconosciuto “totalmente infermo di mente”, per un minimo di dieci anni in un manicomio giudiziario e assolse con formula piena il prof. Generoso Colucci e i genitori del Rega, che avrebbero forse potuto esercitare su di lui un maggiore controllo. Ma la sezione istruttoria della Corte d’Appello, pur riconfermando la sentenza per il giovane e per i suoi genitori, rinviò a giudizio il clinico che fu difeso   dall’avvocato Francesco Saverio Siniscalchi.
     Un anno dopo fu ripreso il processo a carico del prof. Colucci. L’accusa addebitava al medico la responsabilità per aver dimesso dalla clinica uno che era ancora malato. La storia clinica del Rega cominciò quando, trovandosi in cura presso l’ospedale civile di Maddaloni, dove si recava per delle iniezioni, si convinse di un fatto esistente solo nella sua psiche sconvolta: la suora che quelle “punture” gli faceva - era la capo-infermiera - si era innamorata di lui ed anzi, per legarlo a sé, gli aveva fatto un “sortilegio” trasfondendogli il suo sangue perché non potasse fuggire più da lei.
     Di ciò parlò al parroco don Alfredo De Lucia e questi preoccupato, cominciò a pensare all’opportunità di avvisare i parenti del giovane perché lo facessero visitare da uno psichiatra provvedendo anche ad un periodo di adeguate terapie in qualche casa privata di cura. Per dare  poi al Rega una prova della sua benevolenza nella speranza di calmarlo, il parroco gli fece anche da padrino di cresima. Fu un secondo episodio che convinse i parenti del Rega a provvedere all’internamento. 
     Un giorno, il giovane Rega, incontrato  casualmente  uno studente,  tale Raffaele Di Lorenzo, senza alcun motivo lo assalì, ferendolo gravemente. Catturato e ricoverato presso il Dispensario di Igiene Mentale di Caserta  fu sottoposto ad una prima diagnosi. Il responso, redatto dal Prof. Annibale Puca  parlava di  “paranoidismo e delirio di nocumento”.

      Il padre del Rega, nonostante fosse un agiato possidente, sollecitò l’interessamento del farmacista, Francesco Pagliaro, perché essendo il farmacista “sindaco”, cioè revisore della contabilità della locale sezione della “Coltivatori diretti” - cui egli era iscritto - chiedesse alla Mutua di quell’associazione di assumersi le spese, almeno parziali, del ricovero. Il farmacista si interessò subito e bene della pratica (il che invece seminò un profondo rancore nell’animo del giovane) e cosi Pasquale Rega stette sessanta giorni nella clinica Colucci, in una ridente zona, a San Giorgio a Cremano.
      All’atto del rilascio  - come è noto - il prof. Colucci disse che il Rega appariva “poco modificato” e doveva essere affidato ai parenti. La domanda che i famigliari della vittima, costituitisi “parte civile” e assistiti dall’avvocato Alfonso Martucci, facevano  ai giudici e allo psichiatra era  precisamente questa: Perché, se il Rega era “poco modificato”, e quindi ancora pericoloso,  perché il direttore della clinica psichiatrica lo rilasciò?”. 
      Il dramma accadde all’una di notte. Pasquale Rega bussò alla farmacia e il dottor Pagliaro gli aprì. L’altro spiegò di aver bisogno di un calmante per dei violenti dolori addominali. Il farmacista si girò per prendere da uno scaffale delle gocce. In quell’istante il pazzo, estratto  un pugnale, lungo diciotto centimetri e a lama fissa -  cioè con una lama che non si piega e quindi servendosi di un’arma che non poteva aver preso se non per quello scopo -  (non era un temperino o un coltello che possono esser tenuti in tasca anche, per esempio, per tagliare il pane o altri usi) - gli vibrò i primi sei colpi. Il farmacista riuscì a fuggire ma l’altro, furente, lo inseguì per oltre mezzo chilometro e ogni tanto, appena lo raggiungeva, lo colpiva con una nuova pugnalata. Ciò continuò finché il farmacista, crivellato di ferite, cadde senza più vita. Venne poi trovato in una cunetta in aperta campagna, lungo un podere appartenente al coltivatore Arturo Penia.
       L’assassino, calmo, come si avesse quasi adempiuto ad un dovere, ad un lavoro… ritornato a casa, si cambiò, consegnò alla sorella Anna gli indumenti madidi di sangue, si lavò  le mani  “lorde di sangue” e poi se ne sali sul tetto ove venne catturato.  Furono sentiti  dieci testimoni. Le perizie furono  quattro. Una psichiatrica, di ufficio, fu fatta dal prof. Carlo Romano, che definì il Rega “soggetto socialmente pericoloso e affetto da mania di persecuzione e abulia delirante”.


      L’altra, pure psichiatrica, chiesta dai parenti del Rega, fu redatta dal  clinico Mario D’Arrigo che approdò agli stessi sconcertanti risultati sulla personalità abnorme del Rega ma non ritenne di definirlo “socialmente pericoloso”.  La terza, su incarico dei familiari del farmacista, fu del prof. Pasquale Murino che non riscontrò alcuna affezione mentale nel Rega.  
     Queste due consulenze di parte volevano provare, l’una (quella del prof. Murino) che l’omicida non aveva la “totale incapacità di mente”, in modo da evitargli le conseguenze della sua irresponsabilità e trascinarlo in giudizio, e l’altra invece voleva provare l’opposto. La quarta perizia  fu redatta sul cadavere del farmacista.
      Il processo,  celebratosi innanzi al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, vide alla sbarra il noto psichiatra, il professor Generoso Colucci, docente universitario,  nonché direttore e proprietario di una clinica  - dove esisteva anche uno speciale reparto autorizzato dalla Procura della Repubblica per il ricovero sotto il controllo della Magistratura di ammalati mentali in osservazione o per trascorrervi il cosiddetto periodo di “custodia e di cura”. 
     Gli atti giudiziari dicono che il prof. Generoso Colucci era  accusato   di non aver osservato le disposizioni di legge manicomiali e  dimesso dalla clinica per infermi di mente Pasquale Rega, ancora bisognevole di cure e di custodia senza la prescritta autorizzazione del tribunale e, comunque, senza averne dato avviso al Procuratore della Repubblica, facendo sì che il predetto Rega, dopo la sua dimissione, essendo affetto dalla mania di persecuzione, avesse modo, una volta lasciato libero delle sue azioni senza alcun controllo, di uccidere, come detto,  il 19 novembre del 1958,  il farmacista di Valle di Maddaloni, Francesco Pagliaro, con numerose coltellate.

       Con la sentenza del 15 luglio 1960, poiché erano stati imputati anche i genitori del Rega, Alfonsina e Felice (in quanto non avrebbero esercitato sul loro figlio  l’adeguato controllo), essi e il prof. Colucci furono prosciolti “con formula piena”.  All’omicida, riconosciuto del tutto “infermo di mente”, fu inflitto un periodo di ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario “non inferiore ai dieci anni”. Se non che la pubblica accusa si appellò sul fatto che il Rega era stato dimesso  anche essendo ancora pericoloso.
     Intanto la perizia necroscopica, redatta  dal medico legale Achille Canfora accertò  che,  “le trenta coltellate furono prodotte da  persona non in ebbrezza alcoolica”. La sentenza, emessa dalla Sezione Presieduta dal Dr. Cesare Cammarota,  come detto,  fu di assoluzione per lo  psichiatra accusato di omicidio colposo. Nel corso del dibattito, il Tribunale  ascoltò il parere di numerosi illustri periti, ricostruendo la personalità del folle omicida, al fine di stabilire quale responsabilità avrebbe potuto avere il direttore di un manicomio per eventuali gesti che possono essere compiuti dagli ex degenti.

     Il Pubblico Ministero, nella sua requisitoria, aveva chiesto la condanna del prof. Colucci a un anno di reclusione e al risarcimento dei danni alla famiglia del farmacista, costituitasi, parte civile. Il Tribunale, accolse,  invece,  la tesi della difesa,  secondo cui “il rilascio di un paziente affetto da sindrome paranoica, se accompagnato dagli opportuni avvisi alle autorità di polizia, non può costituire in alcun caso reato”.   


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