domenica 21 dicembre 2014

1920: Le gesta di una banda tra Capua e Cancello Arnone
Una sorta di  Bonnie e Clyde  degli anni venti – I torbidi amori e le sevizie da carnefice del suo amante, un bandito geloso della sua donna - Le  audace  rapine  per vendetta nella zona di Cancello Arnone e Capua  - I misteriosi  omicidi  rimasti impuniti e nello sfondo la storia della bella e crudele  Raffaella.

RAFFAELLA ANGELINO AMANTE DEL CAPO BANDA SALVATORE  BOEMIO.
 TRE OMICIDI PER VENDETTA

 Donna di fosche avventure, aveva 23 anni ed era vedova di un altro terribile bandito, ucciso in una rissa -   La Corte di Assise condannò Salvatore  Boemio a 30 anni di reclusione e tre anni di vigilanza speciale.  

   

Questa è  la storia  di Raffaella Angelino, una bruna, formosa, slanciata, bella di una bellezza selvaggia, raffinatamente crudele, audacissima che  prese a seguire l’amante,  in tutto le sue gesta brigantesche, alle quali partecipava sempre in abiti maschili. Ed è la cronistoria di un  processo tra i  più clamorosi di quell’epoca, che si svolse innanzi alla  Corte d’Assise,  del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, e che, sia per la singolarità dell’imputalo, Salvatore Boemio, che per le caratteristiche dei reati attribuitigli, destò  nel pubblico un enorme interesse. Tanto è vero che – come raccontano le cronache  di quei tempi –  ogni volta l’aula del dibattimento risultava  gremita dalla folla più varia o, più o meno  morbosamente, appassionata alle vicende del giudicando.
   L’aspetto del Boemio non era  però,  affatto quello di un bandito  classico, maestoso e imponente; egli era  bassissimo di statura, mingherlino ed aveva  un’aria mite e remissiva.
  Riassumo la storia della sua banda. Siamo tra il marzo e l’agosto del 1920, periodo dedicato, essenzialmente, alle rapine, delle quali alcune commesse in circostanze davvero impressionanti. Tipica fu quella compiuta ai danni di tale Antonio Amitrano, guardiano campestre, nella zona di Capua. Costui, armato di fucile, era in compagnia di due suoi compagni, anch’essi armati: Salvatore Capoluongo e Giovanni Parente. Il  Boemio – si racconta – al torneo di Cappella Reale, in tenimento di Cancello e Arnone, li affrontò da solo; tolse loro i fucili, il danaro, gli oggetti, il biroccino trainato da un cavallo,  sul quale essi montavano, e, infine, dopo di aver loro ripetutamente sputato sul viso, si allontanò tranquillamente. Questa la sua versione dei fatti. Ma, stranamente,  l’indomani i corpi dei tre mazzonari vennero trovati mentre galleggiavano sulle acque del Volturno  nella zona  tra Capua e Cancello Arnone. 

     Tutto ciò per vendetta,  essendogli stato riferito che i tre mazzonari,   avevano osato di mettere in dubbio la sua audacia, vantandosi di essere capaci di ridurlo all’impotenza. Altre rapine aveva commesso il bandito, dando prova di simile temerarietà.
     Ma quello che più impressionò l’opinione pubblica dell’epoca, furono le  gesta della sua amante, che rappresenta la storia più densa di fantastica drammaticità, nella vita del criminale, il suo  turbolente amore per  Raffaella Angelino. Costei, donna di fosche avventure, aveva 23 anni ed era vedova di un altro terribile brigante, ucciso in una rissa, quando conobbe il Boemio e accolse le sue offerte d’amore. Raffaella Angelino, una bruna, formosa, slanciata, bella di una bellezza selvaggia, raffinatamente crudele, audacissima anche ella, prese a seguire l’amante in tutto le sue gesta brigantesche, alle quali partecipava sempre in abiti maschili.
     Anzi, colpo di scena, come nelle  migliori fction,  il Boemio, in un suo interrogatorio reso all’inizio del periodo istruttorio, assicurò di essere stato indotto a delinquere proprio dalla sua amante, mentre viveva tranquillamento presso sua sorella, a nome Luisa. Non è del resto da escludere che quella donna terribile abbia vieppiù influito sull’animo perverso del malfattore. Spesso la donna migliora il compagno, ma spessissimo ne è addirittura l’istigatore.  Ella, a dire di lui, infatti,  lo avrebbe istigato a commettere quanti più delitti era possibile, per raccogliere in poco tempo tanto denaro che avesse loro permesso di recarsi all’estero, a vivere da signori. Tra l’altro,  Raffaella Angelino nutriva per il Boemio una strana, morbosa passione, che le rendeva lievi i disagi, le disavventure, i pericoli dell’avventurosa vita brigantesca.
     Eppure il brigante, malgrado tante prove di attaccamento, ne ora follemente geloso. Nella notte del 7 maggio 1920, dopo di aver passata la giornata in una osteria, presso il passaggio a livello di Capua, in attesa di qualche preda, insieme con lei e con un suo nipote diciannovenne, a nome Gennaro Vallante, il Boemio fu preso da un accesso di gelosia furente. Soltanto perché il giovane aveva detto – tra un bicchiere e l’altro nell’osteria dove  avevano mangiato – che Raffaella era una donna che tutti gli uomini ambivano possedere. Questa frase scatenò l’ira e la gelosia del folle bandito.
     Allora egli, con la forza,  costrinse la donna  a seguirlo in aperta campagna e le manifestò il proposito di sfregiarla, affinchè, se egli fosse stato arrestato, ella non avesse potuto tradirlo con altri. Che cosa avvenne effettivamente? Bisogna rifarsi  alle dichiarazioni, della Angelino. Ella si oppose  vivamente contro la selvaggia proposta del suo amante, ma ciò volse ad eccitare maggiormente il furore di lui, che, a quanto risulta testualmente dall’atto di accusa, la denudò completamente e lo tagliò le trecce, bruciandole insieme con tutti gli indumenti, compresa la camicia; quindi la fece distendere sul terreno, la percosse col calcio del fucile, le morse a lungo le braccia e le coscia,  la fustigò a lungo, sui due lati del corpo, con una correggia di cuoio.
     Tali sevizie terribili durarono quasi tutta la notte, sottoponendo la donna ad attività sessuali contro natura e orali.  All’alba, infine, il Boemio fece inginocchiare l’amante, le impose, novello Otello, di raccomandarsi l’anima a Dio, e quindi estrasse una pistola per immolarla alla sua spaventosa ferocia. L’istinto della conservazione diede però alla donna la improvvisa forza di sollevarsi e di darsi a fuga disperata attraverso i campi.
     Il Boemio la insegui, sparandole contro tre colpi di rivoltella, che non la raggiunsero, e avendola perduta di vista, sguinzagliò contro di lei i suoi cani, i quali, seguendo le traccia di sangue lasciate dalla sventurata lungo il cammino, la scovarono in una macchia, la addentarono e la tennero immobile finché il mostro non sopraggiunse.
     Costui  allora la costrinse nuovamente a sdraiarsi a terra, le pose un piede sul ventre e con la pistola le esplose un colpo a bruciapelo nel basso ventre… quasi a quel posto…  La sventurata rimase a contorcersi in orribili spasimi mentre egli la abbandonò al suo destino, credendo di averla uccisa. Accusò  poi del delitto e dello stupro un innocente, un componente della sua banda. 
     Per fortuna, però, alcuni carrettieri che passavano nella zona, la raccolsero la mattina e la trasportarono moribonda all’ospedale dì Capua, e quivi il pronto ed attento intervento chirurgico  valse a salvarle la vita.  Ella, però, - da buona amante di un brigante e brigantessa  anche lei -  a tutte le richieste degli agenti e poi dei magistrati inquirenti rispose sempre evasivamente, eludendo le indagini, e anzi – sostenendo la falsa tesi del suo amante -  accusando un innocente, tale  Salvatore Orlando, latitante per reati di altro genere commessi.
     Per ottanta giorni rimase in ospedale tra la vita e la morte – invocando spesso il nome del suo amante. Quando, infine, i medici le permisero di allontanarsi dal luogo di cura, spinta da una incomprensibile forza di pervertimento, lo stesso giorno riuscì a scovare il suo amante e si unì novellamente con lui nella avventurosa vita brigantesca.
     La loro morbosa passione, anzi, diventò più forte di prima, e, questa volta, fu la donna che cominciò a essere morsa da una selvaggia gelosia.  La gelosia della donna è sempre più terribile di quella maschile, e, infatti quella di Raffaella Angelino fu fatale per l’invincibile bandito, poiché  fu la causa della sua cattura. Ella stessa, nel processo, narrò l’epilogo, non mano drammatico, di questa storia che sembra scaturita dal  cervello di un abile romanziere di appendice.
     Il  Boemio,  - raccontò la donna – in una fase successiva, manifestò il proponimento di possedere l’altra sorella della Angelino, la giovane Immacolata, ancora fanciulla, che lavorava in un campo, noi pressi di Grazzanise  e pretendeva che la sua amante avesse facilitato l’esecuzione del suo nuovo, turpe disegno.
     Stavolta, Raffaella insorse ed ebbe con l’amante una tremenda colluttazione, durante la quale egli le scagliò addosso alcune suppellettili e le esplose contro un colpo di rivoltella, che, per fortuna, andò  a vuoto. Ella, allora, si diede alla fuga, riuscendo a scampare, ma denunziò l’amante ai carabinieri e li  guidò al rifugio dove il bandito aveva stabilito il suo covo.

     La cattura fu movimentatissima e avvenne dopo una aspra battaglia a colpi di fucile e di rivoltella, durante la quale il Boemio riportò  parecchie ferite di arma da fuoco e ferì, a sua volta, alcuni militi. Soltanto quando il suo amante fu rinchiuso in carcere, la Angelino passò a nuovi amori, e infine, andò a nozze con tale Andrea Caserta, un facoltoso commerciante di legname, signorotto della città di Capua,   che adottò anche la figlioletta, Giuseppina  avuta dalla donna col Boemio. 



Il suo audace tentativo di fuga,  gettò il più profondo terrore nel territorio di Caivano ed  in quello di Capua.

IL PROCESSO: LA CONDANNA FU DI 30 ANNI DI RECLUSIONE – 
Misteriosi delitti rimasti impuniti 



     Costui, che era  un tipo veramente straordinario di delinquente, senza dubbio alcuno,   merita  l’onore di  leader di una classifica  nella moderna antropologia criminale. Le sue gesta avevano  qualcosa di spiccatamente romanzesco e terrificante.  Addirittura, mise in atto, un audace tentativo di fuga,  che gettò il più profondo terrore nel territorio di Caivano ed  in quello di Capua, commettendo ogni sorta di gesta brigantesche, con una temerietà ed un cinismo senza paragone.
     Catturato, infine, dopo lunghe e affannose ricerche e pur rinchiuso nel carcere di Poggioreale, riuscì  ancora far parlare di sé, immaginando  e mettendo in atto un audacissimo tentativo di evasione. Il Boemio, infine,  malgrado avesse una gamba fratturata e tormentata da vari focolai suppuranti, tentò di calarsi  dai locali della infermeria del carcere, ossia dal quarto piano in istrada, con una corda formata con le lenzuola del suo letto, dopo avere accuratamente segate le solide  sbarre  di ferro della finestra, con uno strumento chirurgico che aveva saputo, cautamente sottrarre al  sanitario che  lo aveva operato.
     Ma il tentativo fallì, per l’improvviso, impreveduto accorrere di un guardiano e il bandito fu, da quel giorno, custodito in modo da evitare qualsiasi altro tentativo di fuga.     La  sola nota truce del suo volto era  costituita da un’ispida barbaccia nera che ricordava  quella di Landrù. Il  bandito si  presentò  in udienza reggendosi sulle grucce: sedette  nella gabbia,  con un’aria trasognata, da mentecatto, aria con la quale guardava minaccioso e con insistenza,  il presidente che lo interrogava, spesso senza rispondere alle domande. 
     La Direzione del carcere di Poggioreale riferì al presidente che l’imputato, da circa cinquanta giorni,  aveva iniziato lo sciopero della fame e che si era costretti a nutrirlo con la sonda, per via nasale. Insieme con lui, erano  imputati due componenti della sua terribile banda: Domenico Giaquinto e Cipriano Perillo; quest’ultimo, però, in stato di libertà, dovendo rispondere soltanto di ricettazione. Bisogna rilevare che gli imputati, all’inizio del processo, erano numerosissimi, ma quasi tutti furono prosciolti in periodo istruttorio. Gli atti processuali erano  contenuti in ben quindici volumi.
      Il processo, rinviato dalla Suprema Corte di Cassazione, in seguito a conflitto di competenza con la Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, al giudizio dei giurati di Napoli, e fu movimentatissimo. Dopo la lunga sfilata delle parti lese, soprattutto emozionante fu  il confronto fra Raffaella Angelino e il Boemio. La donna lanciò  le sue accuse con voce inflessibile, aspra, crudele, mentre gli occhi le fiammeggiavano, e di  quando in quando, ella si rivolgeva verso il pubblico con lo sguardo corrucciato.
     Ad un certo momento la Angelino intravide nell’aula suo marito. Ciò la turbò profondamente ed ella, dopo aver espresso la propria preoccupazione al presidente il quale, tenuto conto dello stato di gravidanza avanzato di lei, e per il quale una forte emozione avrebbe potuto esserle fatale, ordinò  che l’udienza si continuasse a porte chiuso, durante il seguito del confronto. Il drammatico confronto tra i due durò  ben tre ore,  e sia la donna, che l’imputato furono   in preda alla più impressionante eccitazione; anzi, a un tratto, la Angelina fu  assalita da una violentissima crisi nervosa. Ella, nella sua deposizione, non fece  altro che confermare quanto in precedenza aveva denunciato.
     L’escussione delle parti lese, in massima parte contadini e coloni dei territori di Caivano e di Capua, come quella dei relativi testimoni non ebbe  alcun particolare degno di speciale rilievo. Le rapine e le minacce di cui soprattutto il brigante era  imputato furono  prospettate ai giurati,  mentre il Boemio seguì  il racconto delle sue gesta con (una apparente)  pacifica rassegnazione.
      Nel corso del processo – regnò una omertà paurosa – la Corte di Assise non riuscì ad attribuire a Salvatore  Boemio nessun omicidio. Fu riconosciuto soltanto colpevole di rapine,  di lesioni e minacce ( comprese quelle perpetrate in danno della  compagna) e la sentenza fu  di condanna  a 30 anni di reclusione e tre anni di vigilanza speciale. Gli altri componenti della banda  Cipriano Perillo  e Domenico Giaquinto furono condannati a dieci mesi di reclusione e alla multa di lire 600 col condono di mesi nove o dell’intera multa. La sentenza  produsse profonda impressione nel pubblico.




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