domenica 14 dicembre 2014

1974:  CESA, AVERSA, LUSCIANO, ROCCARAINOLA,  CAMPOBASSO, CHIETI…
UNA SCIA DI SANGUE CON SETTE OMICIDI
La storia sconosciuta di Carlo Panfilla
"il mostro di Lusciano"

 

Fu arrestato nel cimitero del suo paese, dove aveva trovato rifugio in una nicchia. Quando fu catturato, vi dormiva nudo.

 

      Lusciano  - Sette persone uccise, e tutte per motivi che i verbali delle forze di polizia sono soliti definire “futili” quando il movente è di una banalità che rasenta l’inconsistenza. Sette persone freddate a colpi di pistola, cinque delle quali durante un breve periodo di latitanza seguito a una licenza premio. E’ sconcertante la ricostruzione dei delitti commessi dal “Mostro di Lusciano”, al secolo Carlo Panfilla, nato nel 1945, senza occupazione. Giudicato infermo di mente dopo il primo, duplice omicidio, commesso all’età di 29 anni, fu condannato a 10 anni di manicomio giudiziario. Lasciato uscire,  uccise altre 5 persone in due giorni, in due diverse circostanze.


     Nuovamente arrestato, fu condannato al carcere a vita, ma senza procedere a perizia psichiatrica: un’altra lacuna procedurale che, impugnata dalla difesa,  portò all’annullamento della sentenza.  Tutto  iniziò il  6 ottobre I974,  quando Carlo Panfilla, uccise due giovani ad Aversa, Giovanni Improta, di 27 anni, detto “Garibaldi”, e Francesco De Lucia, di 23 , detto “Ciccio ‘a posta”. I motivi di questo duplice omicidio non furono mai stati completamente chiariti.
     Il Panfilla, che doveva essere certamente affetto da schizofrenia con carattere “borderline”, era anche sofferente,  a quanto sembra,  di frustrazioni sessuali, oltre che di “tic” nervosi a un occhio e al mento, li avrebbe uccisi colto da un raptus omicida dopo una violenta lite. All’origine, il difficile rapporto avuto con una donna, contesagli dagli altri due. Pare che Panfilla intendesse avviare una giovinetta alla prostituzione, e altrettanto tentassero di fare i suoi rivali.  Siamo giunti, così, al  22 agosto 1981.  “Il mostro”, dopo averli uccisi, fuggì e dopo una breve latitanza fu arrestato nel cimitero del suo paese natio, Lusciano, dove aveva trovato rifugio in una nicchia.
     Quando fu catturato, vi dormiva nudo. Ritenuto incapace di intendere e di volere, fu rinchiuso nel manicomio giudiziario di Aversa, dove compì violenze nei confronti di altri reclusi e di un funzionario del manicomio. Trasferito a Montelupo Fiorentino, nell’estate del  1980 il Panfilla ottenne una licenza di  5 giorni per recarsi a trovare i familiari a Lusciano. Ma al termine della licenza, il giorno dopo Ferragosto, una domenica, non fece ritorno nell’ ospedale psichiatrico. Pochi giorni dopo, venerdì 21 agosto, compì un altro omicidio plurimo. Lo ricordano con barba e capelli lunghi, l’aspetto trasandato e un comportamento definito “strano” da quanti si imbattevano in lui, girava in motorino tra la Campania e il Molise.
      Quella sera, un venerdì, fu deriso da un gruppo di giovani che erano su un’auto a Cesa, nell’Aversano. Una frase di scherno suggerita dall’aspetto dell’uomo, e favorita dall’esuberanza dell’età e dal fatto di sentirsi al sicuro nel “gruppo” di amici, tutti dello stesso paese. Mai avrebbero immaginato che cosa quella frase avrebbe potuto scatenare.  La reazione di Panfilla fu immediata e tremenda: estratta una pistola, una “Smith&Wesson”,  a tamburo calibro 22,  che aveva rimediato chissà come, l’uomo si diresse verso l’auto, dove i quattro giovani stavano ascoltando musica dallo stereo, e li fece bersaglio dei suoi colpi.

     Due raggiunsero alla testa Cesario Mangiacapra, di 18 anni, un altro, alla gola, Fausto Errico, di 22, uccidendoli. Un altro proiettile ferì gravemente al capo Francesco Belardo, 21 anni, poi morto in ospedale. L’unico superstite della strage fu Fernando Scarano, ventunenne, che riuscì a fuggire mentre gli amici cadevano sotto i colpi esplosi da Panfilla.  Il giorno dopo, sabato 22 agosto, altre due vittime innocenti finirono sul cammino del “serial-killer”. Altre due persone mai viste prima e incontrate casualmente, freddate a colpi di pistola, senza battere ciglio. Panfilla aveva posto il suo bivacco notturno a Roccarainola, un piccolo centro in provincia di Campobasso. Due persone a bordo di un’auto, transitando nei pressi, gli fecero notare che aveva acceso il fuoco troppo vicino al bosco, e che c’era il pericolo di un incendio.
L’uomo, per il quale il rimprovero equivaleva a una provocazione, per tutta risposta estrasse nuovamente la pistola e colpì a morte Angelo Marcantonio, 32 anni e Mario Antenucci, di 28, ambedue operai di Roccarainola. I loro corpi furono trovati nell’auto con il motore ancora acceso e il finestrino laterale abbassato.
     Ricercato in lungo e in largo, l’assassino fu catturato dai carabinieri il giorno dopo a Lanciano (Chieti) mentre viaggiava sul motorino; in una tasca della sua giacca aveva ancora la pistola con la quale aveva seminato di morti il suo percorso. In un’altra tasca gli fu trovata un’agendina sulla quale aveva persino annotato i suoi “colpi”: ucciso due persone il 21 agosto a  Caserta ... e il  22 agosto Roccavivara etc. … vi aveva scritto altre cose indecifrabili che però portarono alla sua devianza sessuale e paranoica.

     Subito dopo l’arresto, l’uomo appariva in uno stato confusionale e pronunciava solo frasi sconnesse. Poi, in un momento di lucidità confessò i delitti, attribuendoseli con freddezza e noncuranza. “Mi avevano guardato storto”. Questa, pare l’affermazione emblematica di Panfilla per spiegare il perché dei suoi delitti, compiuti senza un motivo apparente, secondo un copione dell’omicida seriale di cui le cronache ci riportano numerosi esempi.
     Secondo alcuni studiosi Carlo Panfilla è un serial killer da manuale, che uccide senza alcuna causa diretta, rispondendo a un impulso a cui spesso non sa dare un significato. Nei suoi omicidi mancano completamente motivazioni relazionabili alla sfera sessuale che, come è noto, costituiscono una delle principali fonti di innesco delle crisi omicidiarie.  Secondo altri, invece, il  mostro di Lusciano era pazzo a giorni alterni, oggi si direbbe “borderline”, ed era “incapace di intendere e volere” . Questa lucida precisazione di Mario Galzigna, autore de “La malattia morale”, ci pare costituisca una buona occasione di riflessione quando, anche da semplici spettatori, ci si trova davanti a casi come quello qui descritto.  
     Per chi non è addetto ai lavori la definizione “incapace di intendere e volere” è una sorta di salva ergastoli: uno strumento destinato a porre il colpevole di crimini efferati, oppure assurdi e immotivati, come quelli di Panfilla, in una dimensione “altra”, esterna alla procedura penale, chiusi in una specie di bozzolo entro il quale il criminale è “meno criminale”, ma un malato mentale. Davanti a casi di monomania omicida come quello di Carlo  Panfilla, ognuno di noi avverte, oggi, un profondo senso di impotenza, una devastante incapacità di comprendere con nitidezza quali siano le barriere della ragione.    

     Oggi, in casi come quello di Carlo Panfilla nessuno chiama più in causa il diavolo, anche se nella follia che pare devastare la ragione, qualcosa di misterioso, una piccola parte di impenetrabilità, continua ad avvolgere i crimini senza cause apparenti, lasciando in ognuno un senso di smarrimento che ci rende esuli in questa nostra esistenza in cui il male spesso prevale sul bene.

     
     Dopo il permesso dal manicomio e gli altri delitti,  l’Ufficio istruzione del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere  aprì un procedimento penale per omicidio colposo a carico di ignoti, al fine di accertare se vi fossero responsabilità a carico di coloro che  avevano concesso a Panfilla il permesso per uscire dal manicomio di Montelupo Fiorentino.  È evidente che la sua personalità era fortemente squilibrata e le modalità con cui ha commesso tutti i suoi delitti delineano una figura molto pericolosa. Ma dal punto di vista psichiatrico non ne sappiamo quasi nulla dopo gli omicidi commessi nell’estate del 1981, i giudici negarono la perizia psichiatrica richiesta dagli avvocati difensori, scoprendo così il fianco a un ricorso in Cassazione per vizio procedurale. Possibilità che i legali di Carlo Panfilla non si fecero sfuggire, ottenendo dalla Suprema corte l’annullamento della sentenza del gennaio 1985. Il processo dovette pertanto essere ripetuto.  




LA CASSAZIONE DECISE UN ALTRO PROCESSO E ORDINO’ LA PERIZIA PSICHIATRICA

Ritenuto incapace di intendere e di volere, fu rinchiuso nei manicomi giudiziari di Aversa e Montelupo Fiorentino.  Condannato prima all’ergastolo e poi 30 anni. Ha scontato la sua pena  nel carcere di Carinola.



  Per tutti era diventato il mostro di Lusciano. In nove anni, dal 1974  al 1983, aveva commesso sette delitti. La prima volta che venne condannato (dieci anni di manicomio criminale per due assassinii) fu giudicato totalmente infermo di mente. Poi però ebbe una licenza premio. Lui se ne servì per compiere ben altri cinque omicidi. Finché non venne catturato, nei comuni dell’ entroterra casertano regnò il terrore. Questo clima finì con l’arresto e la condanna all’ergastolo.
     Ma nel 1987  scoppiò  il  caso giudiziario: la Corte di Cassazione annullò la sentenza e ordinò che il processo venisse ripetuto.  Motivo: l’ imputato pluriomicida non era  stato sottoposto a una nuova perizia psichiatrica, la seconda, così come era stato richiesto dai difensori durante il processo di appello. Le famiglie delle numerose vittime protestarono a vuoto contro le autorità. Anche negli ambienti della Corte di Assise di Napoli ci fu una reazione di sdegno. “Qui siamo di fronte a un caso di eccesso di garantismo”, si disse . Ma nelle polemiche e nel dibattito intervennero  anche voci autorevoli che difesero  l’operato della Cassazione.
       “Il suo compito è quello di stabilire qual è l’esatta funzione della legge”, affermò il magistrato Corrado Guglielmucci. “Tutte le regole della giustizia civile e penale debbono essere rispettate fino in fondo”, aggiunse l’avvocato Gerardo Vitiello che faceva  parte del sindacato nazionale forense. La sconvolgente vicenda di Carlo Panfilla, nel 1987  quarantaduenne, rinchiuso nel carcere di Carinola in provincia di Caserta, incominciò, come detto, nel lontano 1974. Con la sua famiglia abitava a Lusciano. Era  un uomo irascibile e violento. Ad Aversa uccise due persone. Nei rapporti dei carabinieri si legge che lo fece  per futilissimi motivi. Dopo una breve latitanza venne  preso. Non spiegò cosa lo avesse spinto ad uccidere. Il suo sguardo appariva  sempre più perso nel vuoto. Al processo i difensori chiesero  la perizia psichiatrica.

     Fu nominato un collegio con due esperti psichiatri dell’epoca. Due personaggi famosi e discussi,  entrambi legati da un tragico destino.  Per i quali, poi, si occuperanno le cronache italiane. Uno era Aldo Semerari, il criminologo che venne orrendamente decapitato dalla camorra; un altro il professor  Domenico  Ragozzino,  che si tolse la vita (era direttore del carcere di Sant’Efremo quando fu accusato di pesanti collusioni con la malavita organizzata).

      Il 26 marzo del 1982, Aldo Semerari scomparve misteriosamente dall’hotel Royal di Napoli,  e venne trovato  a Ottaviano in  una Fiat 128,  in una busta di plastica insanguinata vi era la  testa mozzata del criminologo, tagliata con una sega, mentre invece il suo corpo fu rinvenuto nel bagagliaio posteriore dell’auto.
Nel 1978,  Domenico Ragozzino, invece, condannato a 4 anni di reclusione dal Tribunale di S. Maria C.V., per maltrattamenti agli internati del Manicomio di Aversa, di cui era direttore,  si impiccò per la vergogna.
      I periti dichiarano Panfilla totalmente infermo di mente. Scattarono  dieci anni di manicomio criminale a Montelupo Fiorentino. Dopo un certo tempo il Panfilla ebbe  una licenza premio. Se ne servì per uccidere altre cinque persone nei comuni di Cesa e Roccavivara in provincia di Campobasso. Ripreso, venne  condannato all’ ergastolo. Ma la seconda perizia psichiatrica non venne concessa. Quindi la Cassazione decretò che quello era  un motivo valido per far ripetere il processo.

     Il 25 gennaio 1985 Carlo Panfilla fu condannato all’ergastolo dalla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere,  perché ritenuto responsabile di cinque omicidi compiuti  “per motivi abietti e futili”.  La  Corte, inoltre,  gli inflisse 30 anni di reclusione per i tre omicidi di Cesa e 28 anni per i due omicidi di Roccavivara.  



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