domenica 18 gennaio 2015

Accadde a Salerno il 16 marzo del 1980

 

NICOLA GIACUMBI UCCISO DALLE BRIGATE  


Il magistrato sammaritano  era Procuratore della Repubblica  Salerno

Nicola Giacumbi sapeva di essere in pericolo. Nelle settimane precedenti c’erano stati segnali in tal senso. Ma aveva rifiutato la scorta: “Non voglio che per colpa mia debbano morire altre persone”, aveva detto.

Il magistrato sammaritano Nicola Giacumbi 

 

 

Una voce anonima chiama al telefono la redazione di “Telecolore”, una tv locale di Salerno: “Qui Brigate rosse, colonna ‘Fabrizio Pelli’. Abbiamo ucciso il boia fascista Giacumbi”


 

 

Tutti condannati i brigatisti della “colonna Pelli”


A Nicola Giacumbi è intitolato un premio istituito nel I980 dal Club Rotary Sala Consilina-Vallo di Diano, assegnato ogni anno al figlio di un componente delle forze dell’ordine che si sia particolarmente distinto in ambito scolastico.




“Finalmente siamo arrivati”. Il breve tratto di strada dal cinema fino a casa, in corso Garibaldi, Lilli lo fa commentando con suo marito Nicola il film appena visto: Kramer contro Kramer. Di domenica ogni tanto ci vuole anche un film per interrompere la tensione della vita quotidiana. Sono andati a vederlo al cinema “Capitol” di Salerno, la città dove vivono, lasciando il figlio Giuseppe dai genitori di Lilli. È un film che fa discutere, perché di mezzo ci sono le cose più care per ogni genitore: i figli. Racconta di una coppia divorziata che finisce davanti al giudice per ottenere l’affidamento del figlio. Un impatto traumatico per tutti, a partire dal ragazzo. Una realtà ancora sottotraccia nel  1980 e che negli anni a seguire, invece, riguarderà la vita coniugale di tante coppie. La discussione tra Nicola e Lilli è appassionata. Ma stanno troppo bene insieme per pensare che quella situazione possa un giorno appartenergli.


Vai a prendere tu Giuseppe, mentre io preparo la cena?”, chiede Lilli. Pochi altri passi e Nicola Giacumbi sarebbe arrivato  a casa e poi al garage per prendere l’auto e dirigersi dai suoceri per recuperare il figlioletto. Sono quasi le otto di sera e piove. I due coniugi non sanno che ad aspettarli ci sono due persone, due giovani. Uno è fermo all’angolo della strada, sulla destra del portone d’ingresso. Un altro sulla sinistra, a una decina di metri. E mentre Nicola gira la chiave nella toppa del portone per entrare in casa, i due si avvicinano. Hanno il volto coperto, dalla cintola  estraggono ognuno una pistola, sono due 7,65. Fanno fuoco su . Nicola, alle spalle. Il rumore degli spari è attutito perché le armi hanno il silenziatore. Un colpo passa anche vicino al collo di Lilli, che sente il sibilo ma non viene colpita per miracolo. I killer  sparano quattordici colpi, tutti a segno, sul corpo di Nicola. Si afferra a Lilli mentre cade a terra lentamente. Allunga la

mano per prendere quella di Lilli, la trova, quasi l’accarezza, cerca di stringerla, poi il nulla.



Il grido di dolore disperato della donna squarcia l’aria nella piovosa serata di uno dei quartieri più centrali di Salerno. Qualcuno che sta passando di lì sente le urla e

si accorge così di un uomo a terra e di una donna piegata su di lui.  Poco più in là si odono i passi dei giovani killer che scappano.   “Aiutatemi, chiamate un’ambulanza”, grida ancora Lilli. Nicola  è a terra e non si muove più. Il sangue gli cola dal corpo, la sua

camicia e la sua giacca ne sono intrisi. Lilli stringe a sé Nicola,  ha le mani rosse del sangue di suo marito. Cerca di bloccare il  sangue che scorre dalle ferite, Il sangue cola sull’asfalto e forma  piccole chiazze scure. Lilli continua a gridare e a stringere il corpo del suo uomo. Poi non ce la fa più e sviene. I passanti accorrono, fermano un’auto e lo caricano su per portarlo in ospedale a tutta velocità Nicola, intanto, si è già spento. 
Nicola Giacumbi, 52 anni, da qualche giorno aveva assunto la funzione di procuratore della Repubblica di Salerno. La moglie, Lilli, è Carmela Di Renna, 34 anni. Giuseppe, che ha 5 anni, è l’unico figlio. È ancora dai nonni e non sa che non ha più un padre. Poco più tardi arriva la firma di coloro che hanno ucciso il Procuratore. Una voce anonima chiama al telefono la redazione di “Telecolore”, una tv locale di Salerno: “Qui Brigate rosse, colonna ‘Fabrizio Pelli’. Abbiamo ucciso il boia fascista Giacumbi” . L’ assassinio viene rivendicato con un volantino lasciato sotto il lavandino del bagno di un bar sul lungomare di Salerno, “Natella & Beatrice”. Un agguato studiato lungamente e compiuto a due anni esatti dal rapimento di Aldo Moro. Primogenito di tre figli, Nicola Giacumbi era nato a Santa Maria Capua Vetere l’ 8 agosto del   1928 e qui aveva compiuto i suoi studi, al liceo Principe Tommaso di Savoia. Ed è sempre qui, nel tribunale sammaritano, che aveva cominciato la sua carriera, prima come uditore giudiziario e poi come pretore. In seguito venne trasferito a Roma e poi a Cosenza. Anche il padre Giuseppe era stato presidente di Sezione nel Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. La famiglia era originaria del Cilento, ma il papà si era trasferito in provincia di Caserta proprio per motivi di lavoro. 
Nicola abitava a Salerno perché era diventato magistrato nel tribunale della città. Lì aveva conosciuto Carmela Di Renna, un’insegnante di lettere più giovane di diciotto anni. Si erano sposati e dal matrimonio era nato Giuseppe. La mamma di Nicola, dopo la morte del marito, aveva seguito il figlio a Salerno e aveva vissuto con lui fino al suo decesso. 
Nicola Giacumbi sapeva di essere in pericolo. Nelle settimane precedenti c’erano stati segnali in tal senso. Ma aveva rifiutato la scorta: “Non voglio che per colpa mia debbano morire altre persone”, aveva detto. Eppure Giacumbi stava indagando sulle Br. Aveva avocato a sé il fascicolo su un attentato incendiario della locale filiale Fiat, dove erano state fatte esplodere numerose autovetture con cariche di tritolo piazzate nell’autosalone.  “Mio marito non aveva voluto la protezione - racconta Lilli Di Renna in una delle rare occasioni in cui ha rilasciato dichiarazioni pubbliche, raccolte da  un cronista di un quotidiano di Salerno,  il  3 aprile 2003  - perché non voleva far rischiare la vita ad altre persone, com’era accaduto in via Fani con la scorta di Moro, proprio due anni prima”.

Lilli rivela anche qualche altro particolare delle preoccupazioni dei marito, che alcuni giorni prima dell’agguato le aveva detto: “Non ho paura di quello che potrebbe capitare a me, Ma sono preoccupato per te e per nostro figlio”. Il cruccio della moglie è che suo marito sia stato dimenticato, “come se fosse stato ucciso accidentalmente”. Il dito accusatore è puntato proprio contro le istituzioni e sul palazzo di Giustizia di Salerno. Per lei i colleghi del marito sono stati i primi a dimenticare il sacrificio di Nicola Giacumbi. “Ho visto e sentito spesso invece Alfredo Greco, Luciano Santoro, i cui figli sono stati compagni di scuola di Giuseppe. E, all’epoca dei fatti, Alfonso Lamberti, segnato anche lui da una tragedia familiare difficilmente comprensibile”. 


“Avevo cinque anni quando ammazzarono mio padre e, ovviamente, non conoscevo neanche il concetto di morte - Giuseppe Giacumbi, (l’unico figlio di Nicola, oggi ha 42 anni ed è un ingegnere chimico. Va con la memoria indietro nei tempo), notai solo l’assenza di mio padre. Mi fu spiegato in termini semplicistici che papà non c’era più fu l’unica cosa che mi fu detta in quei momenti. Ho sempre pensato che vi sia un vantaggio  a non rendersi conto di quello che accade quando si è piccoli. Pensavo che un dolore vero e proprio lo si può percepire solo da adulti. Negli anni mia mamma mi ha protetto, facendomi anche da padre. Sono cresciuto, nei limiti del possibile, sereno e abbastanza equilibrato, maturando la convinzione che gli effetti, di questo trauma da adulto li avrei sopportati meglio o addirittura annullati. Invece col passare del tempo mi sono reso conto che essere piccoli al momento di una tragedia può essere anche uno svantaggio Non c’è solo lo shock del momento, ma rimane come un’onda lunga, che si propaga in maniera meno irruente, ma persistente. E in mia mamma poi la sofferenza non sì affievoliva mai. Vederla dopo anni e anni soffrire ancora in qualsiasi manifestazione in ricordo di mio padre, era come un’onda che si rifletteva e si specchiava. Tutto questo generava nuovo dolore”

E chiarisce “Mi sono reso conto di aver fatto un errore di valutazione da ragazzino, perché pensavo che il dolore si esaurisse o si stabilizzasse e che sarei arrivato a un punto in cui avrei potuto vivere una vita simile a quella delle persone che non hanno subìto questo trauma. Invece poi crescendo mi sono reso conto che diventava sempre peggio. Ho dovuto essere pronto a una seconda accettazione dell’uccisione di mio padre Mi sono reso conto che avrei dovuto convivere a lungo con gli effetti della tragedia che ha colpito la mia famiglia” “Per fortuna  - conclude Giuseppe, stavolta sorridendo – la vita non e solo dolore un mese dopo la morte di mia madre è nato mio figlio Nicola. Ora mi auguro solo che almeno lui possa finalmente vivere sereno”.
  Otto brigatisti vengono accusati dell’omicidio del magistrato sammaritano: Vincenzo De Stefano, Raffaele Fenio, Immacolata Gargiulo, Arturo Ardia, Michele Mauro, Ernesto Massimo, Carlo Aquila e Antonio Villani.
Al processo diranno che Giacumbi era  stato ucciso per vendicare la morte di Valerio Verbano, militante della sinistra extraparlamentare, ammazzato a Roma il 22 febbraio I980, da militanti di gruppi armati della destra eversiva. “Giacumbi era anche lui un fascista”, questa la loro giustificazione.
 L'Avv.  Senatore Francesco Lugnano 

Quattro si pentiranno quasi subito, mentre gli altri si dissoceranno dalla lotta armata. Avranno tutti uno sconto della pena.  A Nicola Giacumbi è intitolato un premio istituito nel I980 dal Club Rotary Sala Consilina-Vallo di Diano, assegnato ogni anno al figlio di un componente delle forze dell’ordine che si sia particolarmente distinto in ambito scolastico.
Nel 1982 a Giacumbi è intitolata anche l’aula della biblioteca della Procura della Repubblica, nel vecchio Palazzo di Giustizia di Sala Consilina.  Lilli Di Renna è deceduta il  7 settembre 2011, all’età di  64 anni, per un tumore ai polmoni. Una morte che ha segnato  nuovamente la vita di Giuseppe. Ma lui preferisce non parlarne. Anche della tragedia del padre vuole concedere solo la parte pubblica: “Non abbiamo mai voluto polemizzare cmi nessuno e  abbiamo cercato di evitare i mass media -  Giuseppe lo dice con i convinzione -  Quello che è accaduto, per quel che concerne la  parte pubblica, riguarda le istituzioni, perché papà era un uomo  delle istituzioni.  Sono loro che devono pensare a ricordarlo. La  vita privata invece -  insiste Giuseppe - è tale, e vorrei evitare i commenti in merito. Era la linea di condotta di mia madre e io la  condivido pienamente. Questa sofferenza appartiene solo a noi”. 


 1982: Le Br assaltarono la  caserma Pica a Santa Maria Capua Vetere

Furono  sottratti due bazooka 88, due mortai da 6o, quattro MG  mitragliatori, due fucili mitragliatori, diciannove fucili automatici cal. 7,62 NATO, una pistola Beretta cal. 7,65,  diciotto fucili Garand, ciascuno con due caricatori completi di munizioni).



 Secondo il rapporto del 22 febbraio 1982,  inviato dai carabinieri al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di S. Maria Capua Vetere,  il giorno 9 febbraio, ai carabinieri arrivati sul posto, i militari di pattuglia e le sentinelle diedero false testimonianze sui fatti accaduti quella  notte; mentre successivamente il comandante della guardia, caporalmaggiore Silvio Bertolino sottoposto a interrogatorio, confessò: “Raggiunta la stanza che conteneva le armi, uno con un palo di ferro spaccò lucchetti e porta ed entrati si impossessarono di bazooka, mortai, mitragliatori e tante altre armi. Poi in tutta fretta caricarono l’auto parcheggiata nel cortile della caserma che, seguita da una Fiat 5oo, si dileguò nel d buio. Era quasi l’alba!”.  
Fu accertato successivamente che dal deposito della caserma erano stati sottratti due bazooka 88, due mortai da 6o, quattro MG mitragliatori, due fucili mitragliatori, diciannove fucili automatici cal. 7,62 NATO, una pistola Beretta cal. 7,65,  diciotto fucili Garand, ciascuno con due caricatori completi di munizioni).  Il giorno dopo, una telefonata  all’agenzia Ansa di Genova   segnalò la presenza di un comunicato con una fotografia Polaroid della armi rubate.  Quella notte erano presenti 18 militari. Uno era addetto alla sorveglianza armata, gli altri dormivano. La sentinella  fu disarmata e immobilizzata, gli altri - sorpresi nel sonno – furono  legati e imbavagliati. Durante l’assalto i terroristi hanno dichiarato di appartenere alle “Brigate rosse”.
   “Hanno affrontato quattordici uomini con metodo militare”, osservò il sergente maggiore al sostituto procuratore Ettore Maresca del Tribunale di S. Maria C.V.,    che per primo lo aveva  interrogato.  Per piombare nell’edificio, i terroristi avevano  scelto la masseria di Luigi Ventriglia, al numero 259 del corso Aldo Moro poco distante dal carcere. “Ecco la strada scelta”, disse il sammaritano  Ventriglia precipitandosi, nella caserma dei carabinieri. “Avevo la scala distesa sotto il pergolato - raccontò-  l’ho ritrovata appoggiata al muro di confine”. L’Ansa aggiornò la notizia con un altro lancio che parlava addirittura di  arresto di tutti i militari presenti nella caserma Pica: “Fermati i 18 militari di guardia alla caserma assaltata dalle Br. L’accusa è di “violata consegna”: avrebbero allentato la sorveglianza alla caserma assaltata dalle Br. Si conoscono i nomi di quattro dei sei terroristi del commando: Sono Mauro Acanfora, Vittorio Bolognesi, Antonio Chiocchi e Crescenzo Dell’Aquila. 

 Dal primi risultati delle indagini - coordinate dal sostituto procuratore Ettore Maresca,  tra i brigatisti che avrebbero partecipato all’azione di guerriglia, ci sarebbe stato il prof. Mauro Acanfora, 32 anni, un organizzatore delle Br nel Sud comparso nell’inchiesta sul sequestro dell’assessore democristiano Ciro Cirillo.  Gli altri due individuati, attraverso gli identikit -  il commando ha agito a volto scoperto -. sarebbero Antonio Chiocchi e Crescenzo Dell’Aquila, giovani studenti casertani  che avevano aderito a Prima linea e successivamente erano passati nelle file delle bierre. Sei giorni dopo la rapina delle armi – venne scoperto un covo di terroristi dai carabinieri a Cosenza. Tre persone che si trovavano all’interno  furono  arrestate: Gennaro Cesario, di 20 anni, nato a New York, ma residente a Caserta, Crescenzo Dell’Aquila, di 21 anni, studente universitario in economia e commercio, di Caserta, e Silvio Stasiano, di 22 anni, studente in ragioneria, di Napoli.  Il processo di primo grado  alla colonna napoletana delle Brigate Rosse, iniziò con le indagini istruttorie sul sequestro Cirillo e sui connessi duplice omicidi. Fu incrementato quando ad esso furono riuniti gli atti relativi  all’aggressione subita dai soldati del corpo di guardia della caserma dell’esercito A. Pica di S. Maria Capua Vetere. Nel processo fu coinvolto il professore casertano Ferdinando Iannetti, difeso dal Sen. Avv.  Francesco Lugnano, del Foro di S. Maria C.V., (insegnava  filosofia all’Università di Salerno ) ma poi fu assolto. L’istruttoria fu portata avanti del giudice Carlo Alemi (casertano). Condannato un favoreggiatore per il covo di Castelvolturno. La Corte condannò all’ergastolo dodici brigatisti  e inflisse pesantissime condanne ( da 5 a 16 anni) per tutti gli altri.                                    










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