giovedì 22 gennaio 2015


  •   


"Giornalismo d’inchiesta,non diffamazione",niente risarcimento. Giudice rigetta la richiesta della clinica: "articolo di Repubblica documentato".




ROMA, 22 gennaio 2015.  Nessun contenuto diffamatorio negli articoli con i quali Repubblica nel 2009 segnalò carenze igienico-sanitarie e strutturali all'interno della Casa di cura Aurelia Hospital di Roma. L'ha stabilito il giudice civile di Roma Donatella Galterio in una sentenza che respinge il ricorso della società Aurelia 80 (proprietaria della casa di cura convenzionata) e la contestuale richiesta di risarcimento di 10milioni di euro. Per il giudice, la caratteristica dei tre articoli contestati (e di un video diffuso online) è quella del "giornalismo d'inchiesta", e non c'è stata alcuna diffamazione a mezzo stampa. La Casa di cura contestava gli articoli in questione (dal titolo "Bagni sporchi, crepe e letti rotti", "Aurelia Hospital, scatta il blitz dei Nas" e "Bagni in condizioni precarie, i NAS denunciano l'Aurelia Hospital") il cui contenuto, ad avviso della struttura sanitaria, costituiva una vera e propria campagna denigratoria, con la diffusione di notizie false volte a trarre in inganno i lettori e a ledere la reputazione, il prestigio e il buon nome dell'intera clinica. Il giudice ha evidenziato che tanto gli articoli quanto il video "s'inseriscono nell'ambito del cd. 'giornalismo d'inchiesta' - si legge nella sentenza - che, a differenza da quello di informazione, presuppone un ruolo attivo del giornalista che non si limita a recepire e descrivere le notizie apprese da altre fonti, ma ricerca egli stesso i fatti da narrare o commentare affinché divengano essi stessi 'notizie' meritevoli di diffusione". L'indagine del quotidiano, poi "risulta più che ampiamente documentata, vuoi a mezzo delle descrizioni effettuate dei locali del reparto di ostetricia e ginecologia della clinica, vuoi a mezzo delle interviste ad alcuni pazienti, vuoi a mezzo delle fotografie e del video riproducenti gli stessi locali". E deve perciò ritenersi "che il requisito della verità sia stato soddisfatto". D'altra parte, la stessa clinica, cui incombeva l'onere di provare la falsità delle notizie pubblicate "non è riuscita nel suo intento". L'effetto è che il giudice civile ha escluso "la valenza diffamatoria degli articoli in contestazione attesa la sostanziale rispondenza al vero delle notizie pubblicate in relazione alle carenze igieniche del reparto di ostetricia ed alle caratteristiche strutturali non regolamentari delle strutture sopra riportate", con contestale rigetto del ricorso dell'Aurelia 80, condannata invece a pagare 18mila euro di spese di giudizio. (ANSA).









Com'eravamo 2100 intimidazioni fa? Riflessioni per il congresso FNSI. La 27.ma assise si apre martedì 27 gennaio a Chianciano Terme in una situazione difficile per la categoria anche a causa dell'alto numero di minacce e querele pretestuose. 

di Alberto Spampinato/ossigeno*




22.1.2015. Sembra passato un secolo da quando parlavamo delle intimidazioni ai giornalisti italiani come di fatti sporadici, da quando alcuni di noi – a novembre del 2007, a Castellaneta Marina – posero al Congresso della FNSI l’esigenza di monitorare questi episodi. Avevamo degli indizi, ma neppure noi credevamo che le intimidazioni fossero molto frequenti e diffuse, come sappiamo oggi.

Oggi è pacifico, ma a quell’epoca sembrava una bestemmia dire che, con l’abuso delle querele e delle cause per diffamazione, si imponeva una censura impropria. Prevaleva inoltre l’erronea convinzione che in Italia le minacce colpissero i cronisti spericolati che osavano sfidare provocatoriamente i capi della mafia sventolando un drappo rosso sotto il loro naso. Soltanto nel 2010, quando “Ossigeno per l’Informazione”pubblicò i primi dati riassuntivi, fu evidente che le cose andavano diversamente.

L’osservatorio fu promosso da FNSI e Ordine dei Giornalisti nel 2009 e cominciò subito a raccogliere sistematicamente informazioni specifiche e a pubblicarle a getto continuo. I dati riepilogativi aggiornati di anno in anno hanno sfatato i luoghi comuni. Hanno dimostrato che: in Italia le intimidazioni hanno un ritmo quotidiano; non colpiscono solo i cronisti di mafia; si manifestano in tutte le regioni; il 40% si realizza con querele pretestuose e infondate; anche cronisti bravi, prudenti, corretti, entrano nel mirino, anzi rischiano più di altri. Nel 2010, a Bergamo, al Congresso della FNSI, questa percezione del fenomeno non era ancora acquisita e tuttora fatica a farsi strada.

E’ assurdo polemizzare con la realtà, ma ancora oggi molti lo fanno. Cambiare convinzioni radicate è faticoso, ma bisogna accettare la realtà. Oggi è doveroso ammettere che le intimidazioni ai giornalisti oscurano le informazioni di interesse pubblico come le grandi nubi nascondono i raggi del sole. Dobbiamo sapere che ormai è questa l’arma più usata dai prepotenti per bloccare le notizie sfavorevoli. Dobbiamo sapere che per i giornalisti è difficile difendersi perché devono lottare con un braccio legato dietro la schiena, a causa di leggi (in particolare quella sulla diffamazione), codici e procedure giudiziarie che rendono la loro professione una missione impossibile.

I prepotenti che voglio imbavagliare i cronisti non sono soltanto i mafiosi. Sono colletti bianchi, uomini politici, imprenditori, tutti coloro che non tollerano critiche e notizie sfavorevoli e sono in grado di fare soprusi con la forza o con azioni legali pretestuose. Le cose vanno così. É ormai accertato. Le organizzazioni internazionali lo sanno bene. Lo prova la persistente collocazione negativa dell’Italia nelle graduatorie sulla libertà di stampa.

Chi vuole i dettagli può scorrere on line su www.ossigenoinformazione.it i nomi delle vittime di questi ultimi otto anni compilato da Ossigeno: all’inizio del 2015 l’elenco contiene oltre duemilacento nomi. Questa lista è conosciuta dalla Commissione Parlamentare Antimafia, dall’Osce e da varie istituzioni europee, da Reporters Sans Frontieres, da Freedom House, dal Comitato per la Protezione dei Giornalisti di New York. Finalmente si è cominciato a parlare di queste cose in tutto il mondo. Il Consiglio d’Europa sta costruendo una piattaforma di segnalazione delle minacce ai giornalisti e ha coinvolto Ossigeno insieme alla Federazione Internazionale dei Giornalisti e alla Federazione Europea dei Giornalisti.

L’allarme è alto. Le minacce ai giornalisti e le querele strumentali a scopo intimidatorio sono la nuova grave malattia che affligge la libera informazione nei paesi democratici. Bisogna aprire gli occhi e curarsi. E’ tempo che questa lotta diventi obiettivo primario della FNSI o sarà sempre più difficile difendere l’informazione di qualità e l’occupazione giornalistica professionale.

*Alberto Spampinato è direttore di Ossigeno per l’Informazione e consigliere nazionale FNSI dal 2007





Stampa 
  •   

Allarme dall’Ordine dei Giornalisti per la riforma della diffamazione. In particolare, tranne l'abolizione della previsione del carcere, alcune modifiche alla vigente legislazione appaiono, se confermate, peggiorative, e tali da mettere ulteriormente a rischio diritti costituzionali: per i cittadini di disporre di una corretta e completa informazione, per i giornalisti di informare. “La normativa per le querele temerarie appare timida e insufficiente”.




22/01/2015. Il Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti, riunito a Roma il 22 gennaio 2015, esprime forte preoccupazione per quanto sta maturando nel dibattito parlamentare in relazione alle modifiche di legge sulla diffamazione a mezzo stampa.

In particolare, tranne l'abolizione della previsione del carcere, alcune modifiche alla vigente legislazione appaiono, se confermate, peggiorative, e tali da mettere ulteriormente a rischio diritti costituzionali: per i cittadini di disporre di una corretta e completa informazione, per i giornalisti di informare.

In dettaglio, la previsione di sanzioni pecuniarie elevate risulta non equa, e costituisce un deterrente per l'esercizio della libera informazione. Tanto più se si tiene conto che la Cedu (Corte Europea dei Diritti dell'Uomo) di Strasburgo con ripetute sentenze ha stabilito che le sanzioni devono essere proporzionate alla capacità economica del giornalista querelato. Inoltre le pene accessorie riferite all'esercizio della professione devono rimanere di esclusiva competenza dei consigli di disciplina dell'Ordine.

La previsione di norme rigide per la rettifica da pubblicarsi in tempi stretti e senza possibilità di replica o precisazione, rischia di lasciare l'ultima parola al presunto diffamato, che avrebbe modo di manipolare a proprio vantaggio l'informazione.

In relazione alla rettifica, si ritiene necessario che il richiederla sia condizione indispensabile a qualsiasi azione giudiziaria nei confronti dei giornalisti.

In merito ai termini prescrizionali per l'azione civile relativa al risarcimento del danno alla reputazione, si chiede che siano ridotti ad un anno dalla pubblicazione, tempo più che sufficiente per ottenere la riparazione della propria reputazione.

Per l'informazione via web, le indicazioni finora emerse in sede parlamentare risultano confuse e penalizzanti, e di difficile praticabilità sia per la rettifica sia per il diritto all'oblio, e soprattutto per il rischio di moltiplicazione delle sedi giudiziarie.

Infine, la previsione per le querele temerarie appare timida e insufficiente.

Approvato all’unanimità.
















Nessun commento:

Posta un commento