domenica 4 gennaio 2015

Marcianise Estate 1938: l’atroce delitto –  

GIUGNO 1942:  il  clamoroso processo

ERGASTOLO PER IL MATRICIDA CHE ORDINO’ ALLA FIGLIA… UCCIDILA


Otto  anni di reclusione per la figlia Maria, che poco dopo la sentenza si uccise gettandosi dalle scale della prigione.

 

Una ragazza di 18 anni bruciata nel suo destino da una nonna  “megera” ed un padre assassino.

   Nella ricostruzione di questi cruenti fatti  -  specialmente di quelli molto vecchi -  come questo,  per esempio, del 1938,  che vado pubblicando e che continuo nella mia ricerca archeologica della cronaca nera, ricostruisco gli eventi per la massima parte con i giornali dell’epoca.  Le mie fonti sono – in primo luogo l’Emeroteca del Museo Campano, poi per i casi più complicati l’Emeroteca Tucci di Napoli e molto ho anche attinto dall’archivio Storico di Caserta.   - Altre volte, invece, come in questo caso, usufruisco dei libri delle arringhe dei vecchi avvocati che riportano la cronaca. Quindi questa di oggi è una lezione di eloquenza e di dialettica per i giovani avvocati penalisti. 


“Questa di cui oggi discutiamo è la cronaca, per chiunque, di tragedia vera, incomparabile. Tragedia anche per la semplicità e la certezza delle sue linee, che fanno del volume degli atti un ingombro, perché a narrarla basta la denunzia brevissima, e non v’è  un particolare solo che richieda un accertamento, perché il fatto è lì, semplice e immenso, ad orli lineari e paurosi, senza rivestimento di circostanze che li adombri o li ammorbidisca. Un delitto che non esige indagini ed al quale una istruttoria è stata superflua; ma due protagonisti, a leggere nella cui mente l’intuizione e la sapienza umane non possono presumere di bastare.  Non ha esitato la Corte Suprema,  a proclamare che l’ergastolo inflitto dalle Assisi di Santa Maria a Giuseppe Conte,  non apparirà giustificato se non intervenga una valutazione profonda della sua personalità, e che all’esame  del perito non basta a chiudere il varco la mancanza di precedenti personali morbosi, poiché è il fatto stesso - è questa l’essenza del pronunciato di annullamento - a porre il problema se siamo qui, entro o fuori le frontiere del normale, entro o fuori potrebbe dirsi  le frontiere dell’umanità”.
     “Il Procurator Generale ha difeso l’ergastolo ( l’imputato fu condannato all’ergastolo dalla Corte di Assise di Santa Maria C.V. nel primo giudizio e confermato in Appello a Napoli ) ed espresso il voto che non ne siano allentate le sbarre. La Cassazione avrebbe scambiato, tratta in inganno dalla magìa di alcuni concetti astratti, il morboso con l’efferato; il perito, pur limitandosi al vizio parziale di mente, la degenerazione morale con la menomazione psichica. Lasciatemi rilevare che,  disse   l’Avv. Alfredo De Marsico,  nel corso della sua arringa nel  quarto giudizio di Appello,   qualunque sarà la vostra decisione -  noi stiamo celebrando un processo che ha finito di essere repugnante ed orrendo, in cui la catarsi del colpevole è già avvenuta nella morte della sua sostanza umana, che colpirà col suo epilogo non un uomo ma il bruto avanzo vegetativo di un uomo che si è già spento”.

     “Io lo osservo da ieri, e voi non lo avete osservato meno intensamente di me. Egli non è solo lontano da noi, ma assente: nulla potrebbe ravvicinarcelo. Non è impassibile, ma immoto e insensibile, e niente riesce a scuoterlo od interessarlo.  Ha udito la vostra relazione, Presidente e voi siete di quei magistrati che nella austerità nuda della esposizione sanno raggiungere il massimo rilievo, ha udito deporre quel vecchio che, fra la tomba che chiude la moglie e il carcere perenne che chiude il figlio, ha compreso come il solo fragile filo che ancora può unirlo alla vita viene dal carcere non dalla tomba, e ha mentito per porgergli un aiuto; ha udito la requisitoria implacabile, e non ha mosso ciglio nè costa, non ha di un battito spostato il suo sguardo dal suolo che lo inchioda, non ha di un pollice spostato il suo corpo sulla scranna. È lecito perciò domandarci: vede ancora quest’uomo? circola ancora il sangue nelle sue vene? sanno ancora la stanchezza o l’impazienza i suoi arti e i suoi tendini? No, egli respira ma non ode, la follia ha chiuso il suo ciclo, la devastazione si è compiuta; il tempo lo porta come l’onda una foglia morta, senza ch’egli si avveda del suo fluire, senza ch’egli si avveda fra quali sponde esso scorra”.


     “Noi discutiamo di un quesito che appartiene al passato se Giuseppe Conte, al momento, del delitto, nell’estate del 1938, era imputabile o meno quando di Giuseppe Conte non resta che la maschera fisica, l’involucro mortale e morente. Ma la legge è anche un canone; un imperativo alla cui affermazione non occorre un uomo, potendo, come ora, bastare un fatto che ne solleciti il ricordo e il ripristino. Se dell’uomo trova la scoria biologica, non esige di più: perché la parabola lungo la quale la sua sovranità ascende e sfolgora non devii troppo, consiglierà come qui di procedere almeno a un giudizio retrospettivo di stabilire se il crollo di oggi non autorizzi a ritenere che ieri, nell’ora del delitto, vi fosse già un crepaccio, se l’uomo sia cominciato a cader dopo o non fosse cominciato a cadere fin d’allora”.


     “Il perito di ufficio esclude la simulazione e dalla gravità delle convergenti anomalie di oggi deriva la opinione convinta di una diminuzione della capacità in atto nel momento del delitto. Il consulente tecnico fruga i vari settori della personalità, sensi intelletto sentimento, e sale dalla opinione alla certezza, spinge la minorazione della personalità verso l’abolizione, l’anomalia verso l’annientamento. Ora, ad escludere l’inganno, un elemento già soccorre: la simulazione è statica, non progressiva. Sceglie il suo schema e vi si fissa: mutando, temerebbe essere scoperta; incalzando, sarebbe sicura di tradirsi.  
  
     “Tecnici e giudici si ostinano a vedere due questioni da risolvere: se Conte sia un pazzo o un semipazzo oggi; se vi siano ragioni per far risalire a quattro anni fa una diagnosi di attuale infermità. Io ne vedo una terza, la più ardua, la più ampia, e la più attraente e conclusiva e degna della solennità di  questa sede: se la ricerca dell’epilessia sia da circoscriversi all’imputato o per meglio e sinceramente accertarla in questo, non debba essere cercata nell’uccisa e nella figlia -  condannata e poi suicida dell’imputato, negli artefici e nella vittima insieme del delitto, in tutti i rami del fusto familiare. E’ questo il campo delle investigazioni che ai periti non è neppur trapelato, mentre esso offre il carattere tipico e - assai più del fatto materiale il carattere tragico del crimine incomparabile”.
     “Andremo per ordine e vedremo che, si studi Conte nel passato o nell’attualità, come marito come padre o come figlio, nella condotta o nel pensiero, lo sbocco è uno e fatale. Qui non è soltanto la epilessia nel delitto, ma la epilessia che, allacciando nelle sue spire tutti i virgulti del ceppo gentilizio, prepara il terreno, l’occasione, l’atto: insomma, il delitto dell’epilessia, e poiché epilessia, nel grado che vedremo, e delitto sono termini in contrasto, la tragedia dell’epilessia. Ma un’osservazione urge per dissipare molti equivoci. È stata messa in dubbio o negata l’epilessia perché sono stati messi in dubbio o negati gli attacchi convulsivi. Due soli -  il simulatore! -  ne avrebbe sofferti, uno in carcere, l’altro in manicomio, entrambi dopo la condanna. I sanitari li definiscono epilettici, sulla base dei sintomi pazientemente investigati: l’illustre accusatore non lo esclude ma non lo ammette, perché la garanzia della constatazione immediata sarebbe mancata.  Infranta o scalfita la base, l’edificio si sfascerebbe: tolti gli attacchi, tolta l’epilessia.  Si aggiunge che dell’epilessia manca un altro segno distintivo: l’amnesia, perché invece Conte ricordò ciò che fece e lo riferì nei suoi interrogatori, e solo oggi mostra aver dimenticato.  Su questi binari, si sarebbe ancora all’epilessia come convulsione ed amnesia. E la scienza ha percorso un lungo, immenso cammino. Tanto che, al suo termine, si domanda se l’epilessia debba rimanere come definizione a sè stante di una forma particolare e ben accertata di malattia mentale o non sia destinata a sparire”.

      “Ecco la parabola miseranda del carattere della mente dell’animo di Conte: ancora violento nel settembre di quattro anni fa, preda di una involuzione malinconica nel periodo di detenzione preventiva, decisamente inconsapevole ed incapace di percepire la realtà circostante dopo la condanna, cerebralmente inerte, psichicamente assente oggi, già ghermito forse dall’agonia anche della vita. Egli è lì, da ore, al letto della figliuola che contende con la morte. Il pensiero della paglia da collocare lo assale. Il rifiuto della madre lo ottenebra. Si arma, scende, ferisce. Il Procuratore Generale osserva: è odio, non raptus. Quest’uomo è capace di orientarsi, distribuire il suo sentimento fra odi ed affetti: normalmente ama ed assiste la figliuola inferma, odia la madre: il male ch’egli opera sale dalle stesse radici normali - del bene di cui egli è capace. Illusione, non argomento”.  
il prof. Avv. Alfredo de Marsico 

    
     “Maria, autrice di strage, nell’età in cui non dovrebbe che aspirare l’amore, ispirare la dolcezza, non è, in questo istante, una creatura avente una sua volontà ed una sua anima, impulsi di decisione propri  ed una propria vita: è un altro arto del corpo paterno che vive fuori di quel corpo ma è mosso dai medesimi impulsi, sicché ne divide e ne continua i movimenti e gli atti vorrei dire, gli spasimi. La irrazionalità, la cecità infernale del delitto di Maria è la prova della follia paterna, della follia materna. Ella è il gradino più alto, cui si giunge per altri, inferiori.  Decisiva, per la rivelazione del crollo dell’intero ceppo, è Maria: in lei la follia dà al ceppo il colpo che lo abbatte, e la data di quel colpo non è il giorno in cui ella si copre di sangue, ma quello in cui nel grembo di sua madre l’amore ne segnò lo sboccio e le linfe ataviche fissarono il destino. I suoi diciotto anni sono serviti al male per rivelare in lei subitamente, nel padre disgregandone l’edificio mentale pietra per pietra - la immensità della distruzione avvenuta, ma in quell’attimo, l’attimo del concepimento, il piccone invisibile aveva già squarciato la ragione del padre se disfece il germe che egli accendeva alla vita. Spezzate questo vincolo di filiazione, date una causa al delitto di Maria, e negheremo la follia del padre. Ma se non lo potremo, ci fermeremo a stupire ed a compiangere, poi se dovremo – condannare”.

       “Maria, riguadagnato dopo l’arresto il chiarore della coscienza, scrisse le lettere pietose in cui si gridò unica colpevole dell’assassinio. In lei furono egualmente impeccabili, dopo la crisi, la coscienza morale e il giudizio. Non colpevole era ai suoi occhi il padre, vittima e tramite della bufera: colpevole lei, che non ne aveva arrestato il braccio e ne aveva accettato l’ordine e l’arma. Il padre si è andato a poco a poco estinguendo, pure negli ultimi fievoli guizzi della vita mentale e psichica, fino a diventare qual’é, ligneo come lo scanno su cui siede. Dopo la condanna, Maria, fra la coscienza che soffre e le resistenze che  occorrerebbero a  godere la bellezza dell’espiazione ma le mancano, si uccide gittandosi dalle scale del carcere. Il padre non vive da un pezzo ma respira ancora quanto basti ad essere trascinato per le vie del mondo che non vede, segnacolo di una legge che non comprende più”.

        “È vero, è eternamente vero, che dove una madre è trucidata, si fanno il vuoto e la morte, non per un’ora ma per sempre. La madre scomparsa nel sangue, il figlio nella follia, Maria nel suicidio.   E nel quadro della natura che urla squarcia e risana, anche la più alta delle voci umane, quella dei giudici, non può essere che mite”. E mite fu. L’ergastolo venne cancellato. La pena ridotta a 21 anni di carcere.


 

La Corte d’Assise di S. Maria Capua Vetere condannò il matricida all’ergastolo e a  8 anni di reclusione la figlia Maria.  In appello De Marsico fece ridurre la pena a 21 anni.  


Il fatto,  paurosissimo,  accadde in una masseria in agro di Marcianise nella primavera del 1938. Una madre ha vissuto per anni irritando con la sua stessa irascibilità il figlio; questo giunge a cinquant’anni, saturo della convinzione di esserne  odiato, e un giorno, avuto dalla madre il rifiuto di far collocare sotto un arco del suo cortile un mucchio di paglia, lascia d’improvviso il capezzale di una figlia che si dibatte fra i pericoli della polmonite, scende nel cortile, vibra due colpi d’una pesante affilata mannaia nella nuca della vecchia, chiama la figlia Maria, le consegna l’arma, e le grida il truce comando: “Finisci  di ucciderla tu” , assiste all’eccidio che la diciottenne consuma con altri tre colpi che maciullano il cranio dell’ava; cade in ginocchio sul cadavere; di lì ad alcuni istanti si rialza, e consigliato da qualche astante fugge con la sanguinaria alleata, mentre suo padre, che alle prime grida si è affacciato ed ha visto, lo insegue con la parola che maledice ed accusa: ”assassino”… 
Queste – nella ricostruzione dei fatti -  le parole che echeggiarono nell’aula della Corte di Assise di Santa Maria  Capua Vetere in quel giugno del 1942, quattro anni dopo il tremendo delitto.  Basta la narrazione di questo delitto per comunicare il brivido più raccapricciante nell’animo di chi legge!  La Corte d’Assise di S. Maria Capua Vetere condannò il matricida all’ergastolo e a i 8 anni di reclusione la figlia Maria, che poco dopo la sentenza si uccise gettandosi dalle scale della prigione. Un dramma nella tragedia. Una ragazza di 18 anni bruciata nel suo destino da una nonna “megera” ed un padre assassino.
Ma vediamo l’evolversi, attraverso i processi,  della truce storia. Dopo la prima e seconda condanna con la conferma dell’ergastolo, in  seguito all’accoglimento del ricorso per Cassazione, il processo fu rinviato alla  Prima Sezione della Corte d’Assise di Napoli, Presieduta dal magistrato  Nicola  Cedrangolo, pubblico ministero Vincenzo Prisco,  la quale, dopo aver sottoposto,  nel frattempo,  a diverse perizie psichiatriche l’imputato,  al termine del processo, con la valida difesa del Prof. Avv. Alfredo De Marsico, e dell’Avv. Vittorio Verzillo,  con la concessione del  “vizio parziale di mente” condannò  il matricida Giuseppe Conte, da Marcianise  a ventun anni di reclusione.
“Può essere  ritenuto seminfermo di mente un matricida?” La domanda   se la pose l’Avv. Raffaele Russo, direttore della rivista giuridica “L’Eloquenza” che riportò i termini dell’ibrido matricida. “La legge risponde di sì, e sì risponde anche la scienza; ma l’animo degli uomini, di tutti i figli che vivono nel mondo, conclama che il matricida è il criminale più feroce oppure il malato più compassionevole.  
Il delitto era feroce, terribile,   perché toccava la corda più sensibile dell’animo: la santità del sentimento filiale negli uomini. Occorreva che la sentenza avesse quietato, cancellato l’allarme prodotto dal gesto esecrando del matricida. Dimostrare, insomma, che Giuseppe Conte era un temibile criminale; oppure  dimostrare che Giuseppe Conte era la vittima incolpevole di una devastatrice infermità mentale. Vi era la perizia d’ufficio che aveva concluso per il vizio parziale? Comunque, in contrasto con la perizia d’ufficio vi era quella del consulente tecnico che aveva concluso per la totale infermità. Due consigli dunque che escludevano la piena capacità d’intendere e di volere dell’imputato.  
Nella decisione della Corte di Cassazione, vi è il segno deciso di quella logica che, resistendo alle suggestioni delle precedenti sentenze, respinge ogni possibilità di soluzione intermedia per  un simile delitto e con vigore afferma la piena responsabilità del matricida.
   Certo è però  che il delitto in se stesso è un inoppugnabile documento rivelatore di uno stato mentale abnorme. Conte inizia la strage della madre, ma non la esaurisce. Perchè? È già stanco per l’accensione  del furore che ha folgorato ed in un istante,   consunto tutte le forze della sua carne e del suo spirito? Se così non fosse, per quale ragione egli avrebbe dato alla figlia il terribile comando: ”Finisci di ucciderla tu” e che cosa rappresenterebbe questa delega di esecuzione?
  E ancora, v’è la cieca e fulminea adesione della figlia a completare la strage.  Come spiegarla se nel gesto della giovane che prende la mannaia insanguinata dalle mani del padre e reitera i colpi sulla nuca della nonna non si riconosce il segno della devastazione psichica e morale causata dall’insidia di un male che covava nel midollo del ceppo gentilizio e che si era propagato in tutti i suoi virgulti? La  più logica risposta  è il suo drammatico suicidio quando si buttò dal 4° piano del carcere di Pozzuoli.


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