lunedì 27 aprile 2015




Accadde a Mondragone  innanzi al caffè 

Malaspina il 13 settembre del 1949.


Salvatore Prisco uccise uccise 
con due coltellate Antonio Pappa.  

Alla base  del barbaro delitto un innocente gioco tra  fratellini che si lanciavano pugni di sabbia.

 

L’arretratezza culturale del substrato familiare ha giocato un ruolo predominante.



“L’uomo è il prodotto del suo ambiente- 

scrissero i giudici -  la morale corrente,  in 

quell’ambiante rustico ed insolente – aveva 

posto il giovane su di un piano di disparità che 

lo indicava al sarcasmo ed al lazzo.


La sera del 13 settembre del 1949, in Mondragone i locali carabinieri vennero informati che tale Salvatore Prisco, contadino, di anni 22, aveva vibrato due colpi fi coltello al giovane Antonio Pappa, attingendolo al terzo superiore intercostale a due centimetri dallo sterno. Il Pappa decedeva all’istante  e successivamente si accertò  che il  decesso ara avvenuto “per lacerazione del tratto inteopricardico dell’aorta e per lesione a carico del lobo superiore del polmone sinistro”, cui seguì imponente emorragia interna ed anemia acutissima. Consumato il delitto il Prisco si dileguava costituendosi, però, alla locale stazione dei carabinieri il mattino successivo 14 settembre.  Prontamente interrogato dal magistrato inquirente l’omicida dichiarava a sua discolpa “di aver vibrato i due colpi di coltello al suo avversario, per sottrarsi  alle violenze di costui,  che, dopo averlo atterrato e picchiato di santa ragione – separato dal litigante da un volontario – mostrò di voler trascendere dalla contesa facendo ricorso all’arma. Il Pappa, infatti – sempre stante alle dichiarazioni dell’assassino – portò la mano alla tasca posteriore dei pantaloni come per cavarne una pistola. Avvertito il grave pericolo esso Prisco precedette il Pappa nell’azione colpendolo due volte col coltello del quale era in possesso in ragione del suo mestiere. Dichiarava, inoltre, che da anni, i suoi rapporti col Pappa erano tesi per via di un litigio nel quale il Prisco riportò anche una lesione alla fronte (o mierco nfronte) uno sfregio permanente, testimoniato da una visibile cicatrice, che condizionò psicologicamente non poco il giovane. Da quell’epoca, infatti, il Pappa si era andato vantando in paese dell’episodio con un gesto che ritornava in suo onore.  Infastidito dalle vanterie dell’avversario egli, il Prisco, lo aveva diffidato a desistere da quell’odioso comportamento, tuttavia, senza risultato. La sera del 13 settembre, transitando con alcuni amici (Armando Pacifico, Luigi e Davide Bianchini) dinanzi al caffè  “Malaspina”, vide suo cugino Vincenzo Prisco, ed il Pappa seduti a discorrere nel locale medesimo. Egli  si avvicinò ai due per salutare il cugino. 

Il Pappa - sempre secondo il suo fantasioso racconto – interloquì dichiarandosi disposto a sostenere un confronto con quello che aveva dichiarato di aver riferito a Salvatore Prisco di “pulsante” vanteria del primo nel confronti del secondo. Il Prisco si era quindi allontanato dopo aver rassicurato l’altro che avrebbe provocato l’incontro richiestogli. Egli si trattene circa una mezz’ora con i propri amici nel salone di barbiere gestito da Antonio Greco, si  dispose, quindi, a rientrare nella propria abitazione,  percorrendo la strada ove era sito il caffè Malaspina. Ma appena giunto all’altezza di tale esercizio egli fu improvvisamente affrontato dal Pappa - che in quello intervallo era ivi restato – ed apostrofato vivacemente con le parole. “Sono sempre a tua disposizione per il confronto”. Ed egli di rimando: “Tu non mi fai né impressione né paura”. A  questo punto il Pappa lo aggredì e lo percosse gettandolo a terra. Intervennero a dividerli Vincenzo Prisco, suo cugino, e gli altri, coi quali il Salvatore Prisco si era accompagnato. Il Pappa, però, non soddisfatto  della sopraffazione consumata tirò un calcio al suo avversario e fece il gesto di mettere fuori una pistola. Il Prisco dichiarò a questo punto che di non aver inteso cagionare la morte del Pappa avendo diretto La sfida  col gesto sbagliato e il delitto  la sua azione a lederlo soltanto. Indicava, infine, il luogo in cui aveva 
celato il coltello.
La sfida  col gesto sbagliato e il delitto



Dalle approfondite indagini dei militi della Fedelissima si accertava - in ordine agli antecedenti remoti dell’ostilità dei due giovani – che un fratellino del Pappa, Emilio, di nove anni, intorno al 1945, giocando sul suo fondo, contiguo al terreno condotto dal genitore di Salvatore Prisco, inavvertitamente investì costui con della sabbia con la quale si scambiava i tiri con altro fratello. Il Prisco, nonostante Antonio Pappa prontamente intervenuto avesse redarguito severamente il fratello, maltrattò il fanciullo, determinando la reazione dell’Antonio. L’incidente fu sedato per l’interposizione di Mario Pagliaro, un giovane bracciante che lavorava alle dipendenze della famiglia Prisco. Alcuni giorni dopo, vi fu un nuovo scontro tra il Pappa e il Prisco conclusasi con una sassata ai danni del secondo. In relazione all’ultimo episodio, nel quale trovò la morte il Pappa, i carabinieri accertarono che il primo incontro nel caffè Malaspina fu provocato dall’iniziativa di Prisco che avvistava il suo nemico in quel locale, gli si avvicinò, intavolando una accanita discussione sul tema delle millanterie addebitate al Pappa. La discussione degenerò in un diverbio e poco mancò che non si tramutasse in litigio violento. Il Prisco fu allontanato mentre il Pappa restò nel caffè Malaspina. Poco dopo, al ripassare del Prisco, il Pappa gli andò incontro per riaccendere la contesa. Nuovo alterco, quindi la zuffa. Appena i due furono separati il Prisco vibrò i due colpi e quindi l’omicidio. La perizia  medico legale affidata ai periti Dr. Giovanni Borrelli e Dr. Mario Pugliese,  eseguita presso il cimitero alla presenza del Vice Pretore Avv. Matteo Martino confermò la dinamica del decesso.


Nei successivi interrogatori l’imputato confermava che il primo incontro era stato fortuito con il Pappa al quale apparteneva ogni iniziativa. Egli Prisco si era avvicinato a suo cugino per salutarlo – senza aver inteso contestare alcunché al Pappa  col quale aveva avuto modo di discutere sull’oggetto del dissenso alcuni giorni prima. Insisteva ancora nell’affermare di aver estratto il coltello e colpito l’avversario solo quando rimessosi in piedi vide costui fare il gesto di mettere fuori una pistola, dopo averlo attinto violentemente con un calcio al basso ventre.
Circa i rapporti con il familiari del Pappa  - rivelatosi di uno stato d’animo insofferente  ed acrimonioso – deponeva la madre dell’ucciso Lucia Di Grazia la quale informava che alcuni mesi  prima del delitto, il Prisco aveva maltrattato suo figlio Antonio che si era recato, come d’abitudine, ad attingere acqua nel fondo dell’altro. Essendo ella intervenuta per protestare contro gli abusi del giovane il Prisco la minacciò con gravi parole offensive. A sua volta l’imputato, pur negando di aver inveito contro la vecchia donna, ammetteva d’aver avuto un diverbio con costei per via dell’acqua. Ancora un approfondimento veniva fatto dagli inquirenti con l’escussione di Vincenzo Prisco, presente all’intero svolgimento dell’azione. “Dopo la zuffa - dichiarò il Prisco - il Pappa  aveva aderito al suo invito ad allontanarsi allorchè Salvatore Prisco vibrò di due colpi di coltello”.  

Secondo gli inquirenti lo stesso Prisco, per conferire attendibilità alle sue discolpe si vide costretto a  falsare le modalità dell’azione cercando circostanze posticce. Il gesto intimidatorio del Pappa, premonitore di più gravi violenze, è chiaramente frutto della fraudolenta e surrettizia inventiva dell’imputato, intesa ad adombrare una situazione personale di pericolo che nessuno degli astanti colse in quel riscontro. La falsità è denunciata – ipotizzarono gli investigatori  – sia dalle ulteriori precisazioni che l’imputato ha voluto fornire in ordine al fatto; sia da un rilievo logico elementare. Il Prisco nel corso del dibattimento ha ad un certo momento dichiarato che il Pappa, dopo di avergli tirato un calcio fatto il gesto di estrare una pistola, gli si lanciò novellamente contro percuotendolo. Fu in questo punto che egli si vide costretto a reagire. In quest’ultima versione della circostanza, l’atto di estrarre la pistola, non seguito da realizzazione, prende rilievo ed importanza. Il Prisco si sarebbe determinato ad agire sotto l’urto di una nuova concreta aggressione. La premeditazione del fatto in questi termini – inaccettabile già per la tardività dell’assunzione – è contrastata dalla sovrabbondante prova specifica, a mente della quale, dopo la separazione dei contendenti caduti per terra, subitanea ed imprevedibile fu la reazione del Prisco. In considerazione dell’ordine logico, infine, resiste l’assunto dell’imputato, concernente il gesto minaccioso del Pappa. Costui che aveva già conseguito con successo nei confronti dell’avversario, atterrandolo e percuotendolo, non avrebbe avuto ragione di far ricorso ad un’arma inesistente – disponendo con  maggiore suo prestigio della prevalenza fisica ove l’altro avesse inteso riprendere la lite. Esclusa in definitiva che la reazione del Prisco si sia temporalmente inserita nell’azione violenta del Pappa, per riconoscimento del Prisco medesimo  esclusa, altresì, oggettivamente la sussistenza di qualsiasi pericolo di nuova aggressione ad opera del Pappa stante l’efficienza della mediazione dei terzi e la desistenza palese di lui dalla violenza, come riferisce il Vincenzo Prisco, esula incontrovertibilmente l’ipotesi della difesa legittima oggettiva.

Persiste la volontà omicida e la reazione fu pari alla carica accumulata

  Che il Prisco in quella congiuntura abbia adoperato un linguaggio concitato e aggressivo è presumibile e pare potersi ammettere sulla scorta delle dichiarazioni di Vincenzo Prisco. “Dunque- insistettero gli avvocati difensori nelle loro memorie -  il fatto che Salvatore Prisco prestando fede a talune dicerie sul suo conto propagandate dal Pappa – accusato di menare vanto della bastonatura inflitta anni  addietro all’avversario – abbia assunto la sera del 13 settembre del 1949 un atteggiamento risentito e risoluto nei confronti dell’altro nel caffè Malaspina - non comporta l’esclusione del beneficio della provocazione, in quanto esauritosi il primo episodio – in una sterile schermaglia – per l’intervento dei pacieri – non avrebbe dovuto il Pappa senza fatti nuovi che ne sollecitavano l’azione – riaprire l’incidente ed aggredire il Prisco”. Benché motivata, forse, quell’azione dalla protervia del Prisco essa rivestita per  sempre i caratteri  dello illecito, contro cui ed in rapporto al quale la reazione è in ogni modo parzialmente giustificata. Il rinnovarsi di violenze che già per il Prisco erano state motivo di umiliazioni nel suo ambiante ed al riscatto delle quali era sostanzialmente improntata la sua condotta – le intimazioni fatte al Pappa di desistere dal denigrarlo stanno a provarlo – azionò il meccanismo reattivo esagerandone le oscillazioni. Ora, tenuto conto dell’efficienza  altamente lesiva di un coltello a punta  acuminata  con lama della lunghezza di cm. 8,5 e larghezza 1,5 con manico da 10 cm. (la cosiddetta molletta) appare evidente che il colpo vibrato in direzione del cuore non potette non rappresentare al Prisco come micidiale per la vittima, secondo le comuni nozioni di anatomia umana. L’aver scelto quella sede è sicuro indice di una volontà fermamente diretta a cagionare la morte dell’odiato rivale. Il motivo a delinquere conferma questo asserto. Un episodio non dimenticato di violenza patita, il residuare di una ideatrice che quell’insuccesso continuamente richiamava alla sua mente, il basso pettegolezzo d’un ambiante insano, il malinteso sentimento dell’onore o del prestigio sociale, altrettanti motivi in fermento che nella sfera inconscia mobilitavano quello spirito e ne esasperavano la ribellione. Il perdurare dell’ostilità, lungo un arco di quattro anni, dà la misura dell’intensità dell’odio concepito e della capacità di elaborazione psichica dei fenomeni esterni del  Prisco.      



L’assassino fu  condannato a 14 per omicidio 

volontario e porto abusivo di coltello di genere 

proibito. In appello gli furono riconosciute le 

attenuanti dell’ira e della provocazione.

Il Processo

Nella fase istruttoria espletata col rito formale, l’indagine del giudice si soffermava diligentemente su questa circostanza per stabilire in qual momento fosse intervenuta la reazione cruenta del Prisco il quale assumeva di aver agito per legittima difesa. I testi escussi, però, escludevano che il Pappa  avesse comunque manifestato il proposito di fare ricorso alle armi. Nessun gesto fu colto che volesse o far temere, ad opera sua, una deviazione del litigio in tal senso.  I più notarono di non aver notato l’estrazione del coltello ad opera del Prisco nelle cui mani tale arma fu vista soltanto dopo la vibrazione dei colpi, per le frasi sussurrate dal Pappa: “Disgraziato fai la mossa col coltello”, e per l’abbattersi subitaneo della vittima. Escludevano, altresì, che i colpi fossero vibrati mentre i due erano per terra, l’uno sull’altro. La Sezione istruttoria, su conforme richiesta del Procuratore Generale, disatteso l’assunto della difesa legittima – rinviava il Prisco innanzi la locale Corte di Assise per omicidio volontario. Salvatore Prisco, arrestato il 14 settembre 1949,  veniva quindi giudicato dalla Corte di Assise di S. Maria Capua Vetere  (Presidente Paolo De Lise, a latere Victor Ugo De Donato, pubblico ministero Pasquale Allegretti). Giudici popolari: Giovanni Pozzuoli, Pasquale Tenga, Giuseppe De Chiara, Gaetano Papa, Vincenzo Fava e Oreste Foggia)   difeso  dagli avvocati, Antonio Simoncelli e Arturo Tucci; mentre la parte civile Giovanni Pappa e la vedova Lucia Di Grazia,  madre della vittima, era difesa dall’ Avv. Ciro Maffuccini. La Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, fissò come pena base per l’omicidio anni 22 i reclusione (per l’aggravante del ricorso all’erma bianca) con la diminuzione di anni 5 di pena per la concessione dello stato d’ira (anni 17) ridotti a 14 con le attenuanti generiche.


  Rappresaglia dunque, non legittima difesa che fu respinta dalla Corte con questa motivazione: ” Si consideri infatti, che segnatamente per le circostanze scriminanti la prova deve essere rigorosamente raggiunta perché il giudice possa affermarla; onde deve concludersi che la prima istanza della difesa nell’interesse del   Prisco non può trovare accoglimento”. Dopo la discussione della parte civile il pubblico ministero chiedeva affermarsi la colpevolezza del Prisco con il beneficio delle attenuanti generiche. La difesa dell’imputato, invece, chiedeva assolversi il Prisco dal delitto di omicidio per legittima difesa, in subordine ed in via gradata l’ipotesi dell’eccesso colposo di legittima difesa, l’omicidio preterintenzionale con le attenuanti generiche. Nella motivazione della loro sentenza,  i giudici di primo grado,  osservarono che andava disattesa la tesi della legittima difesa, essendo palese che la reazione del Prisco intervenne quando era cessata ogni violenza in suo danno e nessun pericolo più incombeva, grazie allo intervento di pacieri che erano riusciti a ristabilite la calma. Nel corso del dibattimento vennero escussi come testi: Giovanni Pappa, Lucia di Grazia, Carmine Calcilome, Vincenzo Prisco, Davide Bianchini, Armando Pacifico, Luigi Pacifico, Nicolina Pacifico, Giuseppe Felicetti e Mario Pagliaro, tutti da Mondragone. Sulla concessione delle attenuanti generiche i giudici scrissero infine: “L’uomo è il prodotto del suo ambiente”. In Mondragone – nel suo ceto – il Prisco si sentì menomato grandemente per quanto gli era occorso ed intorno a questa idea centrale dovette costituirsi come un circuito ossessivo un complesso psichico. La morale corrente, il criterio di valutazione per fatti consimili, in quell’ambiante rustico ed insolente – aveva posto forse il giovane su di un piano di disparità che lo indicava al sarcasmo ed al lazzo. Il fatto che alcuni giovanetti si prendessero la briga di informare il Prisco da pretese vanterie del Pappa e tutto ciò che abbiano innanzi al magistrato negato induce a ritenere che quel remoto incidente fosse per celia utilizzato di frequente dagli amici del Prisco divertiti dalla reazione di costui di mediocrissima costituzione fisica però più sensibili ad ironie del genere. Il suo gesto conclusivo del dramma è in definitiva la risultanza di tutti questi impulsi operanti nella sua sfera  ambientale”.  Giudicato in grado di appello  dalla Corte di Assise di Appello ( Presidente Pasquale Falciatore, a latere, Michele Greco, Procuratore Generale, Angelo Peluso) avverso la sentenza del 20 marzo 1952, veniva  condannato ad anni 14 per omicidio volontario e porto abusivo di coltello di genere proibito.    




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