domenica 3 maggio 2015


Accadde a Maddaloni il  23 aprile del 1949

UXORICIDIO PER GELOSIA

Alfonso Sagnelli, 25enne  era un venditore di  “E spingule francese”, che andava casa per casa vendendo la biancheria intima.   Uccise la moglie, Alessandra Pascarella di 20 anni,    con tre colpi di pistola.  Attribuiva alla donna amanti fantasma – Torno’ dopo sei mesi da un viaggio e gli riferirono che la moglie era incinta dell’amante. Ma non era vero…


 Il fatto

Il 30 maggio del 1949, alle ore 12, in Maddaloni il magliaro Alfonso Sagnelli, di anni 25,  esplodeva, nel cortile della casa dei suoceri – contro la moglie Alessandra Pascarella numerosi colpi di pistola cagionando la morte immediata dandosi  poi alla fuga. Verso  le 19 il Sagnelli fu sorpreso dai carabinieri a Cancello Scalo,   mentre si svestiva,  in preda a delirio e venne tratto in arresto. Per le sue condizioni mentali il Sagnelli non fu in grado di rendere alcuna dichiarazione né ai carabinieri né all’Autorità Giudiziaria. Dagli accertamento del Giudice Istruttore risultò che il Sagnelli aveva sposato la Pascarella sette anni prima del fatto. Egli faceva il venditore ambulante di indumenti, il magliaro, girando l’Italia settentrionale e spesso, per tale sua attività, restava lontano da casa per diversi mesi. Era tornato dopo alcuni mesi di assenza, il sabato Santo precedente alla Pasqua del 1949, che quell’anno cadde il 7 aprile. Fin dai primi giorni del suo ritorno a Maddaloni, aveva raccolto delle insinuazioni sulla condotta della moglie, la quale aveva abbandonata la casa dei suoi genitori ed era andata a convivere col padre del marito Evangelista Sagnelli, collaborando al suo commercio di vendita di benzina.
 La prima insinuazione fu fatta da tale  Anna Schiattarella, detta Ines, o meglio in arte Ines perché lei era la tenutaria del locale postribolo che, avendo saputo che il Sagnelli voleva emigrare, gli consigliò di portare con sé la giovane e avvenente moglie. Però,  dalle deposizioni della Schiattarella e di Alessandro D’Angelo risultò che in un confronto in casa del D’Angelo  - tra la Pascarella e la Schiattarella ed il Sagnelli – la Schiattarella negò di aver sparlato della moglie del Sagnelli ed il padre di costui (che aveva amorevolmente accolto la giovane nuora) affermò che essa era una buona donna.  

Un’altra insinuazione sulla condotta della Pascarella – per quanto fu riferito  dalla sorella dell’uccisa Domenica Pascarella – sarebbe stata fatta Gelsomina Cerreto, cognata della Pascarella, la quale  un giorno avrebbe detto al Sagnelli – mentre percuoteva la moglie,  che essa era incinta di quattro mesi – e cioè da un periodo in cui il marito era assente da casa. Ma la Cerreto al Giudice Istruttore negò di aver detto la frase, anzi sostenne che la Pascarella era una donna che per vivere faceva la serva al suocero.  Fu una frase, abbastanza sibillina,  in linea però,  con quanto si diceva in giro… Ma colui che dovette portare  nell’animo del Sagnelli il maggiore turbamento con continue insinuazioni malefiche fu tale Alfonso Recupito - suo amico del cuore – il quale affermò, infatti, di aver appreso da due amici – dei quali però conosceva solo i nomi di Gigi e Vincenzo che la moglie del Sagnelli non serbava buona condotta.


Il paese è piccolo… la gente mormora…

L’episodio culminante dei continui litigi tra il Sagnelli e la moglie, che si verificarono dalla Pasqua del 1949 accadde il 29 maggio di quell’anno. Nel pomeriggio di quel giorno il Sagnelli – non trovando la moglie – si recò a cercarla in casa della suocera Lucia Tagliaferri e non avendo avuto notizie di lei, minacciò i presenti tra i quali vi erano il Recupito ed il cognato Francesco Pascarella. I due però, lo indussero ad andare con loro – per calmare la sua agitazione – per assumere informazioni e sembra, per quanto riferì il Recupito che  da alcune donne appresero che la moglie si era recata a Messercola dove abitava Michele D’Angelo,  per il quale il Sagnelli aveva dei sospetti di relazione con la moglie. Poiché il Sagnelli, irato, mostrava il proposito di recarsi a Messercola il fratello della moglie Francesco Pascarella vi andò lui. Ed infatti il Pascarella trovò la sorella a Messercola in casa di Saverio De Francesco, suo parente, dove si era recata in seguito ad un litigio avuto col marito. Il De Francesco la tenne a pranzo e poi il fratello la ricondusse a Maddaloni. Dopo poco partita la Pascarella col fratello andò a casa del De Francesco anche il Sagnelli e da lui appurò che la moglie era stata da lui ed era andata via con il fratello. Infatti, tornato il Sagnelli a Maddaloni – si incontrò  con la moglie che era in compagnia della madre ed entrata in casa di questa il Sagnelli disse alla moglie che dovevano dividersi, ma prima essa doveva farsi visitare da un medico per constatare se fosse o meno incinta.

 Si instillò  nella mente del  marito geloso il tarlo del dubbio

La Pascarella si rifiutò di sottoporsi a visita dichiarando che non voleva dargli soddisfazione e profferì contro il marito parole ingiuriose e fece l’atto di stutargli in viso! Il consiglio di Vincenzo e Franco Argenziano non valse a convincere la Pascarella a sottoporsi a visita medica. Fu un grave errore ed una grande provocazione. Questo fatto instillò nel marito geloso il tarlo del dubbio: atroce, di qui il delitto! Continuando nel litigio, intanto, i due coniugi si  recarono anche dal maresciallo dei carabinieri che si dichiarò incompetente  e consigliò di rivolgersi ad un avvocato. Quindi si recarono dall’avv. Francesco De Lucia, il quale, però, disse di rivolgersi ad un avvocato civilista essendo lui un penalista. Si rimase d’accordo che la mattina seguente sarebbero andati da un avvocato civilista per provvedere alla separazione. La Pascarella, quella  notte, andò a dormire a casa della madre ed il Sagnelli – che appariva in grande agitazione  pregò il Recupero  di tenergli compagnia durante la notte. I due si sdraiarono nel letto coniugale e il Sagnelli si lamentò  con l’amico di aver passato molto tempo (quasi sei mesi precisò)  senza avere avuto contatti sessuali con la moglie. La mattina del 30 maggio il Sagnelli – in compagnia del Recupero – si recò dall’avv. Nicola Serra, in Maddaloni, al quale espose il desiderio di separarsi dalla moglie e l’avvocato l’assicurò che si sarebbe ottenuto in breve tempo il provvedimento perché  vi era l’accordo tra le parti e lo invitò a tornare nel pomeriggio con la moglie.


La donna   cercò di fuggire, ma lui la raggiunse ed afferrandola per il collo la fece cadere a terra e le esplose  contro a bruciapelo atri colpi  e poi si dette alla fuga.

Usciti dallo studio dell’avvocato – riferì il Recupero – incontrarono la Pascarella che era in compagnia della madre ed ella sollecitò la definizione della pratica di separazione. Quella mattina il Sagnelli appariva calmo e dichiarò al Recupito che presto avrebbe ripreso o i suoi viaggi e con lui si recò da Francesco Pascarella, fratello della moglie, per ritirare biancheria lavata che non trovò pronta.  Poi pregò il Recupero di portare una valigia a casa di sua nonna e da riprendere  delle scarpe date ad un calzolaio e salutatolo si diresse alla cassa dei genitori della Pascarella dove si trovava la moglie. Il Recupito portò subito la valigia alla nonna e mentre parlava con lei sentì delle persone  che gridavano di avere il Sagnelli ucciso la moglie. Infatti il Sagnelli, dopo essersi separato dal Recupito si recò in casa dei genitori della moglie e dichiarando che doveva partire manifestò desiderio di salutarla. La moglie si trovava al primo piano e la sorella Domenica andò a chiamarla perché il  Sagnelli appariva calmo, tanto che disse di non comunicare al suocero ammalato i suoi dissidi con la moglie. Poco dopo la Pascarella uscì dalla camera dove era e sul pianerottolo delle scale – che il  marito aveva salito – si incontrò con lui, ed insieme, senza parlare discesero  le scale, la Pascarella avanti e il marito dietro. Ma quando furono sugli ultimi scalini il Sagnelli improvvisamente estrasse la rivoltella e gli sparò contro alcuni colpi a brevissima distanza, la Pascarella  cercò di fuggire, ma lui la raggiunse ed afferrandola per il collo la fece cadere a terra e le esplose  contro a bruciapelo atri colpi  e poi si dette alla fuga. 

L’uxoricida voleva prima suicidarsi con un colpo di pistola e poi buttarsi sotto il treno – Prima fu bloccato e poi arrestato- Ma era veramente pazzo?
 Alla grida provenienti dalla casa della Pascarella accorse Vincenzo Argenziano che inseguì il Sagnelli e lo raggiunse mentre puntava contro la sua tempia la rivoltella e riuscì a disarmarlo ma l’assassino riuscì a  svincolarsi e fuggi via. Alcune ore dopo il Sagnelli fu tratto in arresto presso la stazione di Cancello Scalo mentre si stava spogliando per lanciarsi sotto il treno.  Nel prosieguo delle indagini la perizia sulla vittima accertò che il decesso era avvenuto in seguito alle ferite riportate da quattro colpi di arma da fuoco per emorragia  e lesioni gravi.  Uno speciale esame eseguito dal prof. Vittorio Verga dell’Università di Napoli,  mise anche in luce il fatto che lei non era affetta da sifilide ma che era gravida nella fase iniziale.
Fino al giorno del delitto Evangelista Sagnelli – padre dell’assassino – aveva sempre affermato che la nuora aveva tenuto buona condotta ed in più di una occasione aveva rimproverato il figlio per il contegno tenuto verso di lei. Ma dopo il delitto Evangelista Sagnelli  - manifestò parere contrario arrivando perfino ad offendere di aver appreso il 29 maggio da Francesco e Vincenzo Argenziano che effettivamente la nuora aveva tradito il figlio con Michele D’Angelo, circostanza questa smentita dagli Argenziano. Egli affermò che il figlio era stato assente sei mesi da Maddaloni – e di avergli confidato di essere affetto da un male venereo e di non essersi mai congiunto con la moglie.  Furono inoltre sentiti dalla Corte numerosi testimoni sulla esistenza del rapporto tra la vittima ed il presunto amante D’Angelo.  Infatti tale Luigi Mandato, dipendente di Evangelista Sagnelli riferì di aver sorpreso in atteggiamento intimo nello scantinato della casa del Sagnelli la Pascarella con il D’Angelo e che entrambi gli offrirono  dei dolci per ottenere  il silenzio ma che lui non volle accettare. Un altro teste tale Gaetano Fedele, riferì di aver ricevuto l’incarico dalla Pascarella di consegnare al D’Angelo un biglietto col  quale gli richiedeva delle pillole per abortire ma poi la donna non gli consegnò più il biglietto.  Domenico Correra, sentì  invece la Pascarella che sospirava nel negozio del suocero: ”Quando vieni… quando vieni?”… ed a sua domanda gli disse che attendeva il D’Angelo. Vincenzo Russo riferì di aver avuto in custodia dalla Pascarella un biglietto che non lesse che doveva consegnare il giorno seguente ma fu smentito dalla madre Filomena Zuppa. Filomena Magliocca e Giuseppina Vinciguerra (altre due  capere) riferirono alla Corte di aver notato più volte la Pascarella nell’auto del D’Angelo. Filomena Cioffi, dichiarò di aver visto il D’Angelo in cordiale colloquio con la Pascarella e che il d’Angelo quando passava con l’automobile vicino alla casa della Pascarella, faceva continui suoni di tromba. Contro tutte queste dichiarazioni si opponeva la dichiarazione del Michele D’Angelo che affermò di non aver mai avuto un rapporto illecito con l’uccisa.  “Andavo a far benzina dai Sagnelli - soggiunse – e facevo il servizio di noleggio taxi ed  una volta trasportai la Pascarella in occasione di un battesimo e lei mi regalò 10 litri di benzina”. Anche l’amico del cuore negò: Alfonso Recupito,  affermò di non aver fatto cenno alcun al rapporto tra la Pascarella ed il D’Angelo. Ma chiarì che era stata la fruttivendola Maria Petrillo a dirgli -  il giorno della mattina del delitto – che il suo amico era cornuto.
Durante il periodo istruttorio il Sagnelli  - che appariva sempre sconvolto – non fu possibile al Giudice Istruttore di interrogarlo e fu sottoposto a perizia psichiatrica con diagnosi definitiva che “al momento del fatto presentava uno stato emotivo-affettivo ansioso con riflesso turbe intellettivo ed ideativo a carattere ossessivo per cui la sua capacità d’intendere e volere era grandemente scemata”. Ecco la chiave di salvezza dell’imputato…farsi passare per pazzo! Ed inoltre il Sagnelli all’esame peritale era risultato affetto da lue (ma non si potette accertare se il suo liquido seminale spermotico fosse idoneo alla fecondazione)


   

Avv. Alfredo De Marsico
La  Corte di Assise di S. Maria C.V.  con la concessione delle attenuanti generiche della seminfermità  di mente  lo condannava ad anni 15 e mesi otto di reclusione.  A pena espiata doveva essere internato in una casa di cura per almeno tre anni.  




Alfonso Sagnelli, di anni 25 da Maddaloni, arrestato il 30 maggio del 1949 perché aveva ucciso la moglie il 23 aprile dello stesso anno fu  rinviato a giudizio – dopo l’istruttoria formale per omicidio aggravato premeditato innanzi la  Corte di Assise del Tribunale di S. Masria C.V. ( Presidente Carlo Fellicò, a latere, Victor Ugo De Donato e pubblico ministero Francesco Andreaggi). Difeso dagli Avvocati Ettore Botti e Alfonso Raffone, in appello anche da Alfredo De Marsico, dovette fronteggiare l’accusa con la costituzione della parte civile rappresentata dall’avv. Vittorio Verzillo. Il Sagnelli innanzi alle Assisi rese un completo interrogatorio. Disse di averla sposata con amore ma di aver avuto dei sospetti nel momento in cui si sottrasse alla visita  medica. Il colmo dell’ira che l’aveva armato era stato lo sputo in faccia e la frase sei un cornuto. Dichiarò di aver contratto la blenoraggia (la gonorrea o blenorragia, è una malattia sessualmente trasmissibile causata dal batterio Neisseria, che infetta le vie uretrali nell’uomo. N.d.R.) e di avere da tempo la sifilide. Nel corso del dibattimento il pubblico ministero contestò all’imputato anche la violazione degli obblighi di famiglia. La Corte, col vizio parziale di mente e con la concessione delle attenuanti generiche lo condannò ad anni 13 di reclusione. I difensori fecero appello adducendo che andava riconosciuta l’attenuante dell’onore, in subordine la rinnovazione parziale del dibattimento, una nuova perizia sullo stato di gravidanza. Nei motivi la difesa sostenne inoltre che effettivamente  la vittima era in rapporto con Michele D’Angelo e che l’imputato nella mattina del delitto ebbe la certezza del suo tradimento.
Avv. Vittorio Verzillo

La Corte di Assise di Appello di Napoli composta da Giulio La Marca, presidente, Antonio Grieco,  a latere e Tito Manlio Bellini, Procuratore Generale, che giudicava in grado di appello il Sagnelli, vide le cose da un altro punto di vista. Contestò - in primis – che in coro tutti avevano esclamato che  la vittima era una brava donna, mentre prima avevano detto peste e corna. Secondo i giudici i sospetti dell’imputato erano una morbosa manifestazione di gelosia causa anche dei continui litigi: Il padre dell’imputato – stranamente – parteggiava per la nuora (da viva) ma la detestava da morta. La Corte inoltre ritenne i testimoni tutti falsi ed inattendibili. Non vi era certezza sull’adulterio e sula gravidanza. Secondo la difesa del Sagnelli, poiché era affetto da sifilide e non si accoppiava la moglie era incinta da un altro. La Corte ritenne questi argomenti utili alla difesa ma non veritieri.E’ il delitto di un semi-folle geloso e violento”, tuonò il pubblico ministero. E si domando? Chi era  il provocatore e chi il provocato. “Per una donna -  egli disse – anche se colpevole per la visita medica questo fatto costituiva una ingiuria atroce. Vi fu una ribellione della donna. Fu giusta la sua reazione più ingiusta l’accusa del marito. Sospetti e gelosie non possono uccidere una persona. Il Procuratore Generale chiese un aumento della pena. La Corte motivò la sentenza “La verità emane da tutto il processo per i molteplici elementi specifici e generici  accertati è che il Sagnelli,  soggetto psichicamente tarato e di limitata capacità volitiva, torturato dai sospetti di gelosia per la moglie che per il suo stato morboso tenevano in uno stato di esaltazione,  fu preso da una turbe emotiva che lo spinse al delitto senza alcuna azione provocatoria. La Corte di Assise di Appello stima per il delitto di omicidio aggravato di cui si è reso responsabile il Sagnelli partendo dalla base fissata dalla Corte di Assise di S. Maria C.V.  di anni 24 di reclusione, ridursi per il vizio parziale di mente di un terzo ad anni 16 e di un  terzo per le attenuanti generiche ad anni 19 e mesi 8 di reclusione. Inoltre, tenuto conto dello stato di mente dell’imputato concede allo stesso il beneficio delle attenuanti generiche e lo condanna complessivamente ad anni 12,  mesi 5 e giorni 10 di reclusione. Ma il prof. Alfredo De Marsico non si arrese. Produsse ricorso per Cassazione adducendo il fatto che era stata rifiutata l’attenuante dello stato d’ira e che la sentenza aveva una motivazione (è un classico!) contraddittoria, illogica e antigiuridico. Fu una battaglia  “tra egregi colleghi”. Alla perizia anatomo ed istopatologica sulla gravidanza di Alessandra Pascarella,  redatta dal  Prof. Vincenzo Maria Palmieri, direttore dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Napoli, per la parte civile: “Non si hanno elementi probativi per la esistenza di una gravidanza, sia pure in fase iniziale”; si contrapponeva la perizia del Dr. Alfonso De Vico,  di S. Maria C.V. redatta sul cadavere della vittima. Ma la salvezza per l’imputato arrivò dalla perizia del Prof. Pasquale Coppola, Primario Alienista dei Manicomi Giudiziari, in servizio ad Aversa che il 20 novembre del 1949,  con uno scritto di 121 pagine diagnosticò che… “Alfonso  Sagnelli incarna una personalità nevrotica per fattori costituzionali temperomentali. Al momento dell’uxoricidio presentava una condizione emotivo-affettivo ansiosa con riflesse turbe intellettive, ideative a tinte ossessive per cui la capacità di intendere e di volere erano grandemente scemate. Egli  può essere considerato sulla via della  remissione clinica (lui era internato in manicomio allora N.d.R.) della sindrome confusionale che presentò dopo il reato; tale remissione non è ancora completa per il Sagnelli è da considerare persona socialmente pericolosa”. 



Fuori carta, come si dice, il perito raccontò che il Sagnelli aveva pianto quando gli aveva mostrato la foto della moglie,  dalle quale era ancora innamorato, apparsa sul settimanale ”Reportage”. Poi gli aveva esibito un foglietto sul quale c’era un disegno e la frase: “T’amo e t’amerò, fino all’ombra dei cipressi. Tuo Alfonso”. 





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