domenica 19 aprile 2015

Il fatto accadde a S. Cipriano d’Aversa il 19 agosto del1949 UCCISE IL FRATELLO DELLA FIDANZATA












Il fatto accadde a S. Cipriano  d’Aversa 
il 19 agosto del1949

UCCISE IL FRATELLO DELLA FIDANZATA

UNA QUESTIONE DI DOTE ALLA BASE DELLA ROTTURA DEL FIDANZAMENTO?

 

IL GIOVANE SI DIFESE DALL’AGGRESSIONE DI TRE FRATELLI DELLA SUA EX


L’equivoco  di una lettera d’amore non letta dalla ragazza perché analfabeta-

Scandaloso per la zona e per le tradizioni arcaiche  che venisse interrotta una promessa d’amore… poteva scapparci il morto… e così fu…..



Il fatto

Verso le ore 21 del 16 agosto del 1949, in una serata senza luna, i carabinieri di Casal di Principe, vennero avvisati che poco prima, nel vicino comune di S. Cipriano d’Aversa, era stato consumato un omicidio e che giunti prontamente sul luogo constatarono che la vittima, Nicola Serao, di anni 30,  era stata uccisa con un colpo di pistola al petto da tale  Salvatore Caterino, di anni 24, da S. Cipriano d’Aversa. Dalle prime indagini, risultava che, una sorella minore dell’ucciso Iolanda Serao, si era fidanzata – da circa quattro anni – con il Caterino e questi,  trasferitosi a Battipaglia in Provincia  di Salerno, per ragioni di lavoro,  già pochi mesi dopo il fidanzamento aveva continuato a corrispondere per lettera con la ragazza e ogni tanto – quando tornava per recarsi presso la sua famiglia nei  fine settimana, andava a visitarla.

 Ma, come spesso accade – migliorata la propria posizione economica, acquisita nuove esperienze e nuove amicizie, e poi come si dice, lontano dagli occhi, lontano dal cuore, il giovane aveva diradato le sue visite a casa della fidanzatina ( minorenne  e analfabeta, ma certamente più sincera e genuina di quelle donne che lui aveva incominciato a conoscere in quel di Battapaglia, come lui stesso diceva in una lettera che aveva trovato nel suo nuovo luogo di lavoro “gioventù e denaro”. Insomma, negli ultimi tempi il giovane si era mostrato indifferente di quel legame e da ultimo – appena qualche settimana prima – aveva scritto alla fidanzata di volersi sciogliere da ogni impegno. Una cosa normale ed anche naturale… ma certamente non a Casal di Principe o S. Cipriano, oppure nell’agro aversano, dove, da  sempre, (ma pare che poi il fenomeno sia scomparso con l’avvento delle nuove generazioni e della nuova cultura),  regnava un clima di arretratezza e di inciviltà,  dove è fiorita solo la camorra e,  come diceva giustamente  Francesco Mastriani, grande scrittore napoletano,  la zona della mal’aria. Quindi, il Caterino era legato alle leggi della sua terra,  che egli ben conosceva, infatti, il giorno del suo dichiaramento con i familiari della sua ex vi si recò – come si dice “vestito” - cioè munito di una adeguata difesa che era una bella rivoltella nascosta nella cintola dei pantaloni.


Dignitosamente la ragazza Iolanda,  ( che in questa squallida storia di leggi balorde e di uomini d’onore ignoranti e spavaldi, sostenitori di tutta una tradizione di idee sbagliate, retrograde e antisociali, esce con la testa alta, degna veramente di una  eroina come Assunta Spina,  descritta da Salvatore Di Giacomo,  nella sua famosa commedia) vicino ad un fidanzato che la ripudia – in una zona infetta – aver risposto che egli era libero di regolarsi a suo modo, e che ben poteva farsi vedere a casa di lei, quando ne avesse avuto l’occasione – per ogni possibile chiarimento. Una condotta esemplare ed encomiabile… quasi fuori dalla realtà sociale di Casale.
In quel giorno, infatti,  ( il giorno del delitto) il Caterino si era recato in S. Cipriano per un ingaggio di mano d’opera; ( lui da semplice manovale, del resto, come tutti i casalesi, si era industriato imprenditore ed aveva fatto fortuna con la sua piccola impresa edile) e nell’occasione eveva anche cercato la sua Iolanda, ma, inutilmente, perché la stessa stava lavorando in campagna. Però, in serata egli si accingeva a ripartire quando era stato avvertito – da un giovane amico comune – che la fidanzata lo attendeva a casa e, tornato là, questa  volta in compagnia di una sua sorella,  Michelina Caterino,  aveva trovato – riuniti ad aspettarlo – Iolanda Serao, con i fratelli Nicola, Cristofaro e Antonia, assieme al cognato Francesco De Falco.
Una vivace discussione era così cominciata tra il giovane Caterino e Nicola Serao, il più anziano dei fratelli, e in essa era subito intervenuto  il De Falco – che essendo la Iolanda analfabeta ne aveva sempre curato la corrispondenza epistolare  - e sapeva il contenuto anche dell’ultima lettera inviata dal Caterino. Appunto esibendo questa lettera il De Falco chiedeva di leggerla in presenza di tutti, ma si opponeva il Caterino  che addirittura gli strappava il foglio di mano onde il Nicola reagendo gli gridava. “Esci…mia sorella la marito io…”. Così scacciato,  il Caterino,  usciva seguito da sua sorella Michelina, ma appena fuori, nel cortile, si volgeva a sfidare il Serao esclamando: ”Carognoni… chi ha lo stomaco esca fuori!”.
Una sfilza di testimoni falsi o compiacenti

Lo raggiungevano nel cortile i tre fratelli – ma qualcuno si interponeva – e così mentre il Cristofaro desisteva e l’Antonia veniva trattenuta da tale Giovannina Di Bona, il Caterino si allontanava sulla strada mentre, mentre il Nicola lo inseguiva e allora il Caterino esplodeva un sol colpo di pistola fulminandolo.
Dopo tre giorni – di breve latitanza – il Caterino venne tratto in arresto in quel di Battipaglia. Interrogato dichiarava ai carabinieri di aver sparato contro Nicola Serao per sottrarsi alla oppressione congiunta di lui e dei fratelli dopo aver intimato loro di non avvicinarsi. Negava di aver inviato alla fidanzata una lettera di congedo e negava perfino di aver pronunziato la frase di sfida che gli veniva attribuita da testimoni oculari. Il responsabile della Squadra Giudiziaria dei Carabinieri inoltrava così un dettagliato rapporto all’Autorità Giudiziaria  in data 21 agosto del 1949. A conclusione della istruttoria formale venne spiccato mandato di cattura per omicidio volontario aggravato contro il Caterino.
Nei successivi interrogatori – da parte del magistrato inquirente – il Caterino confermava la sua prima dichiarazione dei fatti ribadendo di non aver mai ritrattato i suoi impegni con la fidanzata meno che per una questione di dote. Ribadiva che si era opposto alla lettura della sua ultima lettera unicamente perché questa era “di contenuto intimo e amoroso”. Infine, aggiungeva,  nel corso dei successivi interrogatori di garanzia (anche se all’epoca non si chiamavano così, alla presenza del suo difensore di fiducia) che Nicola Serao  lo aveva scacciato in malo modo,  con ingiustificate invettive, ingiurie e minacce, e che, in ultimo, senza alcuna sua sfida, - insieme ai fratelli – lo aveva inseguito fin fuori la strada, e quasi raggiunto, tenendo in pugno un coltello.
In parte le sue asserzioni venivano confermate sia dalla peroizia balistica che da quella autoptica. Ma quello che più sconfortava  gli inquirenti – era il fatto che – ad ogni accadimento delittuoso –almeno all’epoca –ogni cittadino onesto o delinquente che fosse – aveva a portato di mano una pistola o un fucile con munizioni. Vi era un mercato in nero parallelo a quello legale,  e centinaia erano  state le armi,  che in quel periodo i carabinieri aveva sequestrato in ogni famiglia in seguito a  soffiata  o   perquisizione.  


La perizia balistica accertava che Nicola Serao, era stato ucciso sulla strada a 15 metri circa dall’uscita del cortile e che la sua morte era avvenuta per “sincope cardiaca”, da proiettile esploso a distanza superiore a dieci metri e giunto a ledere il polmone sinistro e il cuore. Nel tempo venivano escussi numerosi testimoni, tra i quali,  i più attendibili e anche i più disinteressati risultarono  Gennaro Cristiano e Getano Di Bello,  che confermarono quanto aveva dichiarato l’imputato innanzi al magistrato inquirente, e cioè, confermarono la circostanza secondo la quale il Caterino, mentre scappava ed era inseguito dai tre fratelli della sua fidanzata aveva sentito – prima che sparasse – una donna  gridare. “Acchiappalo… acchiappalo… perché porta il coltello!”. Questa circostanza – come si potrà facilmente dedurre - era di notevole importanza per la difesa,  perché se fosse risultata vera,  avrebbe consentito all’imputato di invocare – come poi in effetti fece – la legittima difesa.
In contrapposizione a queste tesi un’altra teste – definita degli inquirenti degna di fede – tale Raffaella Della Corte, andava dicendo che ella aveva sentito, nella circostanza e durante la consumazione del delitto, che Michelina Caterino, sorella dell’assassino, aveva pronunciato la seguente frase: ”Non ti inguaiare… perché essi sono tanti e tu sei solo!”.
Nella lunga lista di testimoni oculari, che spuntavano come funghi, (molti, però, falsi, altri reticenti, altri ancora subornati, ed altri,  infine, per protagonismo  o per soldi) gli inquirenti ci andarono cauti. Ma è strano – del resto –  nello stesso tempo affine ad ogni delitto – specialmente in quelle zone dove anche in ore notturne  ed in zone isolate spuntino  sempre testimoni oculari. Quello che è più strano – però – è che si dividono quelli a favore e quelli contro l’imputato. Uno di questi, appunto, è tale Giuseppe Di Puorto, il quale asseriva di aver trattenuto il Nicola Serao per qualche istante, nel cortile, senza vederlo, però, armato di coltello. Il contrario, cioè dci quanto aveva affermato l’imputato ed altri testi oculari.

  


CADE L’OMICIDIO VOLONTARIO – CONDANNA   PER OMICIDIO PRETERINTENZIONALE  A 13  ANNI
Un vero successo della difesa dell’inputato affidata agli avvocati Giuseppe Garofalo e Alberto Martucci
Il processo
A chiusura dell’istruttoria formale la Sezione ordinava il giudizio innanzi la Corte di Assise di S. Maria C.V., per omicidio volontario, porto abusivo di armi, sparo in luogo pubblico ed altri piccoli reati. Nel corso dell’istruttoria dibattimentale, però, si verificava il primo colpo di scena.  La pubblica accusa modificava il capo di imputazione da omicidio volontario ad omicidio preterintenzionale, con una richiesta di condanna ad ani 13 di reclusione e con il risarcimento del danno in favore della costituita parte civile Michela Caterino, vedova e Antonio Serao, fratello della vittima, con la difesa degli avvocati: Salvatore Fusco e Alberto Narni Mancinelli . Ma i difensori di Salvatore Caterino, l’avv.  Giuseppe Garofalo e il prof. Alberto Martucci, lamentavano il mancato accoglimento della diminuente per la legittima difesa, in subordine,  il beneficio dell’eccesso colposo, le attenuanti generiche e della provocazione, la riduzione della pena al minimo e la rinnovazione parziale del dibattimento. Facevano anche la richiesta di una ispezione dei luoghi onde accertare lo stato di illuminazione, il sito preciso ove era stato rinvenuto il cadavere, la distanza tra il luogo del delitto e il posto ove si trovavano i testimoni Di Bello e Cristiano.  La Corte di Assise di Appello di Napoli, (presidente Pasquale Falciatore, giudice a latere, Mario Sabelli, pubblico ministero, il procuratore generale Angelo Peluso) che giudicava Salvatore Caterino, per omicidio in grado di Appello, avverso la sentenza della Corte di Assise del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Presidente Paolo De Lise, giudice a latere, Ugo Victor De Donato, Pubblico Ministero,  Pasquale Allegretto) del 29 gennaio 1952,  con la quale era stato condannato ad anni 13 di reclusione per omicidio preterintenzionale e porto abusivo di pistola, nella sostanza, pur rigettando molte delle argomentazioni fu più favorevole all’imputato. Il pubblico ministero si espresse in modo negativo chiedendo il rigetto di ogni richiesta. Nel merito i giudici di appello motivarono la negazione del sopralluogo perché spiegarono che la Iolanda Serao aveva riferito che nel  punto in cui cadde il fratello era quasi buio. Rigettò la parziale rinnovazione del dibattimento  - chiarendo che la sentenza di primo grado era stata equa,  negando, ancora una volta,  la legittima difesa e la provocazione…”Su tutti gli argomenti – scrissero i giudici di appello – la sentenza impugnata si indugia con lunga motivazione rigorosamente aderente alle risultanze del processo esente da ogni vizio logico-giuridico  - e l’appellante nulla adduce che valga davvero a confutare le risoluzioni negative del primo

giudice”. I giudici di secondo grado confutarono anche la tesi della legittima difesa, dissero: “E’ frutto artificioso della sua fantasia,  (cioè dell’imputato N.d.R.),  la vittima non aveva il coltello, lui provocò con la frase carognoni!”. In definitiva, però, la sentenza fu più favorevole per l’imputato in quanto si vide riconosciute le attenuanti generiche negate dal primo giudice. La condanna definitiva fu determinata in soltanto 10 anni e 10 mesi di reclusione.



  

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