domenica 31 maggio 2015


Accadde il 17 giugno del 1968 a Milano

GIOVANE INFERMIERE DI SPARANISE AGGREDÌ LA DOTTORESSA IN CASA E LA UCCISE CON UN CANDELABRO

Fuggì, poi si costituì, accusò il figlio della vittima di complicità,  tentò il suicidio, poi confessò

 Venne ritenuto infermo di mente. Il mistero della sparizione di un milione di lire.

 La pediatra era separata dal marito noto avvocato milanese.

 L’ipotesi del movente passionale. Il riverbero del  truce omicidio nella sua città natale. 





  L’ultima volta era  stato visto dalla sorella,  a Sparanise,  era inspiegabilmente molto agitato. Il primo dispaccio dell’Agenzia Ansa annunciava che l’infermiere Salvatore Pilopida,  continuava ad essere introvabile.  Gli indizi a suo carico per “il delitto del candelabro”, erano sempre più pesanti e a questi l’infermiere aggiungeva un comportamento che lo accusava ancora di più.  Alle ore 14 di lunedì 10 giugno Salvatore Pilopida prese in affitto una “Fiat 850” presso la sede napoletana della Hertz. Nella notte dall’ ll al 12 giugno, a mezzanotte, si era  presentato alla pensione Regina  nei pressi della stazione ferroviaria ed aveva  chiesto una camera. Era senza bagaglio e si dimostrava agitato. Rendendosi conto lui stesso della agitazione. Pagò subito, 1500 lire, e si mise a letto. Ma due ore dopo se ne andò, senza avvertire nessuno. L’indomani si era presentato dalla sorella Luigia che ha 30 anni ed abitava a Mugnano. Era rimasto da lei una decina di minuti, anche qui tradendo un’agitazione che la sorella non gli aveva mai visto. Se ne andò dicendo che sarebbe ripartito per Milano. Il dott. Franco Caracciolo, capo della Mobile milanese, che in una settimana svolse un lavoro imponente nelle indagini sull’assassinio della dottoressa Cesarina Volterra Segrè,  continuava  la sua inchiesta per cercare di scoprire i motivi che possono avere indotto l’infermiere Salvatore Pilopida ad uccidere la pediatra. Può darsi che il Pilopida avesse fatto pressione presso la- dottoressa perché lei gli procurasse un posto di lavoro. Si era licenziato da un ospedale della capitale e da abitazioni private a Roma e Vercelli.  In aprile, quando probabilmente aveva già avanzato alla pediatra una richiesta di raccomandazione per lavoro senza tuttavia aver ottenuto nulla, era andato a Modena e si era occupato presso una casa di cura, ma anche qui si era licenziato, probabilmente perché resosi responsabile di furto. Ai primi di giugno era tornato a Milano prendendo alloggio presso l’affittacamere Felicia Solco, in via Giambellino 9, dove già era stato l’anno precedente. Può darsi che la dottoressa gli avesse promesso di interessarsi della sua situazione (l’inverno precedente, dopo che il Pilopida aveva prestato servizio in casa Segrè per assistere il figlio della dottoressa, affetto da una crisi depressiva, la donna si era rivolta a un conoscente per vedere se poteva procurargli  un posto per infermiere).  Egli aveva assistito Remo Segrè, nel novembre dicembre dell’anno precedente, quando il giovane aveva dato manifestazioni di squilibrio mentale. Forse l’infermiere riteneva che il giovane dovesse essere ricoverato perché pericoloso,  (intendeva riferire la situazione ad un ufficiale sanitario). La madre potrebbe avergli offerto del denaro perché egli non presentasse alcuna denuncia; il Pilopida potrebbe averlo accettato e poi, non soddisfatto, potrebbe avene chiesto dell’altro. Al rifiuto della donna, l’avrebbe uccisa
Il primo colpo di scena nell’intrigato giallo: “Mi tolgo la vita. Seppellitemi dove volete e sulla tomba scrivete soltanto Franco” .


Un  successivo dispaccio dell’Ansa annunciava: “Salvatore Pilopida, è stato rintracciato all’ospedale di Cosenza, dove era ricoverato per un tentativo di suicidio. Ha confessato di essere l’autore del delitto e di aver avuto come complice il figlio della vittima, Remo Segrè. Dopo un primo interrogatorio, durante il quale aveva fatto alcune ammissioni, risultate peraltro lacunose, il Pilopida è stato nuovamente interrogato questa notte alla presenza di un funzionario della Mobile milanese, il dott. Maurizio Clemente, giunto in aereo nelle prime ore del pomeriggio. In questo secondo interrogatorio, durato due ore e mezzo, l’infermiere avrebbe raccontato dettagliatamente “le fasi del delitto”. Quella sera di domenica 9 giugno egli si recò in casa della Volterra per chiedere un prestito.- Nell’appartamento - trovò anche il figlio della dottoressa. Verso le 21 tra i due giovani si accese una discussione politica. I due vennero alle mani. Il Segrè prese un vaso per scagliarlo contro l’infermiere e questi si armò di un candelabro. A questo punto la donna sarebbe intervenuta per dividere i contendenti ma nel tentativo di mettere pace sarebbe stata colpita contemporaneamente con il vaso e il candelabro. Cadde sul pavimento ferita al capo. “Temevamo di averla uccisa - avrebbe soggiunto l’infermiere - ma ci siamo poi accorti che respirava ancora. Decidemmo allora di sopprimerla” . Continuando nel suo allucinante racconto il Pilopida avrebbe detto di aver tentato di soffocare la dottoressa mettendole in bocca un fazzoletto. A questo punto - sempre secondo l’infermiere -  Remo Segrè sarebbe andato in cucina a prendere uno straccio che avrebbe legato attorno al collo della madre: entrambi, poi, avrebbero strangolato la donna tirando l’uno da una parte e l’altro dall’altra le due estremità. Dopo il delitto i due giovani sarebbero scesi sulla strada e sarebbero andati ognuno per conto proprio.
 Salvatore Pilopida fu poi trovato verso le 11 di venerdì mattina in località  “Zio Petruccio”  da una pattuglia di agenti della polizia stradale. Giaceva in un fossato nei pressi della cittadina di Paola. L’infermiere agonizzava; dalla bocca gli usciva un rivolo di sangue e accanto al suo corpo erano tre scatole vuote di  “Segontin” , tre tubetti di  “Verdal”  ed alcune buste di chinino che il giovane aveva ingerito con della birra. La bottiglia vuota era ad alcuni metri di distanza accanto ad alcune fotografie strappate in minutissimi pezzi, al portafogli rotto e ad una busta di fiammiferi  “Minerva” su cui era scritto a matita: “Mi tolgo la vita. Seppellitemi dove volete e sulla tomba scrivete soltanto Franco” . Nelle tasche non aveva alcun documento d’identità. Trasportato di urgenza all’Ospedale Civile di Cosenza, gli furono somministrati medicinali antitossici e praticati lavaggi del sangue.  Nel delirio ha pronunciato frasi sconnesse ed è apparso tormentato da atroci incubi. In un folle vaneggiamento ripeteva sovente il nome della dottoressa Volterra, ma con maggiore insistenza quello del figlio della vittima Remo Segrè. Poi ha scatenato il finimondo quando ha compreso di trovarsi in ospedale: insulti ed invettive contro i medici che lo avevano strappato alla morte e le suore che lo assistevano.  “Voglio morire -  gridava – chi vi ha detto di curarmi? Perché vi interessate della mia vita?”. Il sanitario di turno, dott. Giampaolo Caracciolo, impressionato dallo stato di grave agitazione dell’infermo, chiedeva l’intervento degli agenti del drappello ospedaliero.  Secondo gli inquirenti fu un finto suicidio. Si finse in delirio. Poi al cospetto del sostituto Procuratore del Tribunale di Cosenza, dott.  Matteo Serafini, il Pilopida disse  di voler confessare tutta la verità ed accusa Remo Segrè. “Non volevamo uccidere la dottoressa - egli dice -  è stata una disgrazia”.  Intanto a Milano il figlio delle dottoressa nega e afferma: Ho un alibi di ferro. Ha respinto con calma le accuse dell’infermiere che lo avrebbe indicato come corresponsabile del delitto  “E' comprensibile -   ha detto -  che questo sciagurato Pilopida cerchi disperatamente un po' di salvezza coinvolgendo altri. Si sente venir meno il terreno sotto i piedi e per lui ogni mossa può sembrare buona. Ma quello che dice lo dice a vanvera: non conoscendo qual è il mio alibi, non lo scalfisce nemmeno. Secondo quello che mi ha detto la polizia, lui avrebbe sostenuto, addirittura, la mia partecipazione materiale al delitto, una cosa inverosimile, mostruosa”.  


 Salvatore Pilopida, che mercoledì ha confessato di avere ucciso la dottoressa milanese Cesarina Volterra con la complicità del figlio della vittima, oggi avrebbe cambiato sostanzialmente versione accusando apertamente il giovane di essere l’autore dell’agghiacciante crimine. “E' stato Remo Segrè a strangolare sua madre -  avrebbe detto - io non ne ebbi il coraggio”.  La nuova confessione è stata fatta stamani ai funzionari della Mobile milanese nel corso di un interrogatorio nell’ospedale dì Cosenza dove il giovane è ancora ricoverato per un tentativo di avvelenamento. Forse entro domani il Pilopida sarà trasferito a Milano per essere messo a confronto con Remo Segrè.  Al dott. Maurizio Clemente, della Squadra Mobile di Milano, che lo ha interrogato per 10 ore, Salvatore Pilopida, ha fatto invece un racconto più dettagliato, mantenendo  soltanto in parte le sue dichiarazioni.  Intanto si è appreso che dalla casa della dottoressa Segre è misteriosamente scomparso un milione. Poco tempo prima di essere uccisa, la signora ritirò questa somma chiedendo un anticipo sulla liquidazione che le sarebbe spettata, a suo tempo, quale direttrice della fondazione “Mario Donati”.  Poi i titoli a scatola dei giornali dell’epoca annunciavano:” Salvatore Pilopida,  è in viaggio per Milano sul treno ”Conca d’oro”. Oggi pomeriggio ha lasciato infatti l'ospedale di Cosenza dove si trovava ricoverato da dodici giorni dopo il suo tentativo di avvelenamento. Alle 17,30 il giovane omicida, con le manette strette ai polsi, è apparso sull’ingresso del nosocomio fra due sottufficiali di polizia in borghese. Giornalisti e curiosi lo attendevano da alcune ore, tenuti a bada da un eccezionale schieramento di carabinieri e agenti di P.S. Salvatore Pilopida, aria spaurita e disorientata, ha affrontato la curiosità del pubblico e dei fotografi. E' stato subito portato in questura e introdotto nell’ufficio del dott. Caracciolo, capo della Mobile, che ha condotto le indagini di questo delitto. Il funzionario lo ha invitato a dire la verità, facendogli notare che il racconto fatto a Cosenza non poteva essere del tutto esatto.  Pilopida è stato trasferito alle carceri di S. Vittore dove, alle 15.30, è andato ad interrogarlo il sostituto procuratore della Repubblica dott. Giuseppe Carcasio (ironia della  sorte,  un solerte magistrato  di Santa Maria Capua Vetere  che era all’epoca a Milano).  






Dopo 3 anni il processo e la perizia psichiatrica – La 

pubblica accusa aveva chiesto  21 anni. La condanna a 14  

con vizio di mente.

Rinviato a giudizio per omicidio aggravato premeditato,  Salvatore Pilopida comparve, tre anni dopo il delitto,  innanzi la Corte di Assise del Tribunale di Milano (presieduta dal dott. Mario Curatolo, pubblico ministero dott. Giovanni Caizzi).Una perizia aveva decretato la sua follia e giustificato il suo truce delitto. Ma era veramente pazzo o un vero simulatore?  Lui, dalla gabbia seguì impassibile le prime battute del processo. In apertura d’udienza, i difensori del Pilopida, professor Alberto Candian e avvocato Luigi Bruciamonti,  presentarono una istanza - alla quale si associò il pubblico ministero d’udienza - Giovanni Caizzi, per opporsi alla costituzione di parte civile dell’avvocato Franco Segrè, marito della dottoressa uccisa. L’avvocato Segrè si era sposato con la Volterra nel 1941, ma il matrimonio venne annullato nel 1948. Da qui l’eccezione sollevata dai difensori secondo i quali l’avvocato Segrè, che tra l’altro aveva  anche disconosciuto la paternità del figlio Remo, non aveva  alcun titolo a costituirsi parte civile e richiedere, come aveva  fatto, il risarcimento dei danni morali e materiali. Parte civile si  costituì anche il figlio Remo Segrè il quale era  assistito dal prof. Alberto Dall’Ora. L’istanza della difesa fu accolta. Subito dopo l’avvocato Bruciamonti  mosse un’altra eccezione, sostenendo la nullità della perizia psichiatrica eseguita a suo tempo sull’imputato. A tale richiesta si associò il pubblico ministero che – tuttavia - a conclusione della sua requisitoria  chiese una condanna a 21 anni di reclusione.
Dopo l’arringa  del patrono di parte civile avv. Dall’Ora,  riprese la parola il pubblico ministero dott. Caizzi, il quale stigmatizzò l’anomalo comportamento “post delictum” del Pilopida, il quale come è noto disse: “Uccise, poi fuggì, successivamente accusò il figlio della vittima di complicità, tentò il suicidio, poi confessò… poi ritrattò – un comportamento – disse il pubblico ministero  - da “borderline”, di una mente perversa e pervasa da  una follia omicida.  La messinscena del suo suicidio è una pietra tombale contro di lui  - disse ancora il pubblico ministero la scoperta delle tre scatole vuote di  “Segontin” , dei tre tubetti di  “Verdal”  ed alcune buste di chinino   con la bottiglia vuota ed alcune fotografie strappate in minutissimi pezzi, al portafogli rotto e ad una busta di fiammiferi  “Minerva”  su cui era scritto a matita:  “Mi tolgo la vita. Seppellitemi dove volete e sulla tomba scrivete soltanto Franco” è una farsa per farsi passare per pazzo”. Non esiste  il  mistero  della sparizione del milione di lire. Sono tutte invenzioni dell’imputato. La pediatra era separata dal marito, ma era nota la sua moralità; ciò non significa che avesse una relazione con l’infermiere. L’ipotesi del movente passionale è un’altra sua invenzione difensiva”. 
Al termine chiese  la condanna dell’imputato a diciannove anni di reclusione per il reato di omicidio volontario e due anni per quello di calunnia. Subito dopo  le arringhe difensive il verdetto definitivo fu di 14 anni, con la scriminante del vizio parziale di mente.  L’infermiere accolse la sentenza senza battere ciglio. Dovrà scontare inoltre, 3 anni in casa di custodia e risarcire la parte civile. Salvatore Pilopida fu invece prosciolto dall’accusa di calunnia del figlio della vittima, perché il fatto non costituiva reato.









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