domenica 30 agosto 2015



 ALCUNI FISCHI AD UNA STORNELLATA CAUSARONO DUE MORTI

Accadde a S. Cipriano  d’Aversa  il 20 Ottobre del 1948


Nella terra dove lo schiaffo rappresenta una caparra per la morte. Di ritorno dalla festa patronale di Casapesenna due gruppi di giovani si sfidarono.  Volarono schiaffi e la  successiva vendetta causò due  morti. Mezzogiorno di fuoco nella piazza centrale  con una sparatoria dove morì un ignaro barbiere. La vittima prima di morire sparò contro il suo avversario senza colpirlo.



La storia

S. Cipriano d’Aversa  –  La contesa “canora”, i fischi, la zuffa, gli schiaffi,  ebbero inizio la sera del 20 ottobre del 1949, allorquando due gruppi di giovani casalesi provenienti da Casapesenna, dopo aver assistito ai festeggiamenti in onore del Santo Patrono, si incrociarono nei pressi di S. Cipriano d’Aversa. Dal primo gruppo si levò un canto cui fece eco qualche fischio lanciato da un giovane del secondo gruppo. Il cantante dilettante, lo stornellatore, era il giovane Raffaele Pirozzi, ed i fischi che erano a lui diretti lo fecero arrabbiare. Si adombrò fino al punto che affrontò risolutamente i giovani che seguivano, chiedendo loro di rivelare il nome di quello che aveva fischiato. Il giovane Pasquale Goglia, amico del Pirozzi, allo scopo di evitare incidenti, dichiarò di essere stato lui a fischiare. Ma l’espediente non conseguì il fine. Il Pirozzi, non credendo che il suo amico avesse potuto fischiare la sua stornellata   insistette per conoscere chi era stato veramente l’autore dei fischi. Agevolmente individuato dal Pirozzi -  per chiare allusione degli altri – Filiberto Di Bello, autore della fischiata, si fece innanzi ed accettò l’addebito. Il Pirozzi, allora, dicendogli: “Credi che per te non vi sia il mio bastone?”, gli vibrò un forte colpo alla testa. L’intervento degli astanti impedì che l’incidente degenerasse in zuffa. Alcuni giorni dopo e precisamente il 26 ottobre Raffaele Pirozzi veniva aggredito e percosso dai fratelli Filiberto e Luigi Di Bello,  mentre discorreva in prossimità del quadrivio di via Diana  e via Roma,  con gli amici Giovan Battista Di Girolamo e Vincenzo Martinelli.  Umiliato e dolorante si avviò verso casa e per la strada incontrò l il fratello Luigi al quale confidò quanto gli era capitato. Il Luigi, irritato per il racconto del fratello decise immediatamente di agire e si portò nel posto dove era stata perpetrata l’aggressione ai danni del fratello. Vide sul posto – seduto sul sellino di una bicicletta – un cugino dei Di Bello,  a nome Ubaldo; opinò che questi avesse agito d’intesa  coi cugini Di Bello o fosse lì a spiare le mosse dei familiari dell’aggredito e proditoriamente senza proferire parola gli assestò  4 sonori ceffoni.


 Si girò verso l’avversario esplodendogli contro più colpi di pistola ma uccise anche l’ignaro barbiere.

Ubaldo Di Bello (appartenente ad una famiglia di guappi: due zii erano nel  manicomio giudiziario, uno per lesioni e violenza privata,  l’altro per omicidio premeditato) serbò pieno dominio si sé, senza scomporsi, si chinò a raccogliere la bicicletta e simulò la ritirata. Fatti pochi passi in direzione di Piazza Marconi repentinamente si girò verso l’avversario esplodendogli contro più colpi di pistola simultaneamente estratta. Uno dei colpi raggiunse il barbiere Tommaso Fichele, di anni 44, che era uscito sull’uscio del salone dopo aver sentito il primo sparo che aveva già freddato Luigi Pirozzi. Questi, ferito, trovò l’energia ed il coraggio sufficiente per affrontare ed inseguire il suo feritore, sparando al suo indirizzo due colpi di  pistola che, però, andarono a vuoto. Intanto Ubaldo Di Bello, pure in fuga continuava a sparare fino all’esaurimento del caricatore. Subito dopo si rifugiò in casa di cugini, in via Luigi Caterino dileguandosi al calar della notte assieme agli stessi attraverso le campagne. Il barbiere Fichele, colpito da un proiettile -  a  tragitto trasversale – con forame di entrata al braccio sinistro e forame di uscita alla ascellare anteriore destra moriva istantaneamente. Luigi Pirozzi, ricoverato di urgenza presso la clinica del Dr. Nicola Di Bello a Napoli,   per lesioni di arma da fuoco passante alla regione epigastrica destra,  con forame di uscita alla regione lombare sinistra,  decedeva in S. Cipriano poche ore dopo il trasporto da Napoli – diciassette giorni dopo la sparatoria – per “peritonite settica”.   L’11 ottobre – tre giorni dopo il decesso del Pirozzi  – l’omicida venne intercettato a Santa Maria Capua Vetere mentre scendeva dallo studio del su avvocato e tratto in arresto.

Quando la zona di Casale e S. Cipriano era il Far West
Subito interrogato dal Giudice Istruttore inquirente in merito all’omicidio volontario in persona di Luigi Pirozzi e di omicidio “aberrante”, in persona di Tommaso Fichele, Ubaldo Di Bello dichiarava di avere sparato contro il Pirozzi solo quando costui – non pago dell’umiliazione inflittagli - estrasse la pistola per colpirlo alle spalle mentre egli si allontanava. Adombrò, insomma, una legittima difesa. Avvertì, cioè, la situazione di pericolo nella quale si trovava – grazie al precipitoso disperdersi degli astanti alle prime avvisaglie dell’aggravamento dell’episodio, egli fece appena in tempo a girarsi ed a notare nelle mani dell’avversario una pistola.  La reazione fu pressocché  simultanea dell’altro al punto che egli non poteva precisare chi dei due avesse sparato per primo. Dichiarava, infine, che il barbiere Fichele non era presente quando venne schiaffeggiato dal Pirozzi. Dei testi escussi in istruttoria relativamente all’episodio finale – tutti,  ad eccezione di tre – concordavano nell’affermare che il Pirozzi si limitò a schiaffeggiare Ubaldo Di Bello il quale dopo essersi   allontanato di pochi passi, fulmineamente,  estrasse l’arma e giratosi fece fuoco contro il Pirozzi. In contrasto con queste deposizioni Rocco Itraco, Alessandro Antonelli e Giovanni Diana,  secondo  le cui asserzioni sarebbe stato il Pirozzi a far ricorso all’arma dopo di aver schiaffeggiato il Di Bello senza che questi avesse fatto il benchè minimo cenno a reagire cruentemente contro la violenza dell’altro. In ordine all’uccisione del barbiere veniva ribadita la circostanza che lo stesso cadde prono con la testa verso la sua bottega e i piedi verso il dentro della strada.
Subornazione dei testi? Un modus operandi  per i processi della zona


Circa il suo intervento tra i litiganti per ristabilire la calma deponevano in istruttoria la suocera dello stesso Elena Nappa,   e  Nicola Fabozzi. Qust’ultimo dichiarò – in un primo momento - di aver  visto il  barbiere Fichele prendere per un braccio Luigi Pirozzi ed allontanarlo dall’avversario, ritrattando, successivamente, tali affermazioni che avrebbe fatto per istigazione di uno zio del Pirozzi, sindaco di allora di Casal di Principe il quale gli aveva corrisposto – per tale falsa deposizione  – ben diecimila lire. Gli ultimo testimoni, invece, dichiararono in proposito di non aver notato il barbiere prima del suo abbattimento. In relazione ad una supposta partecipazione “morale” al delitto, da parte dei cugini dell’Ubaldo, Filiberto e Luigi Di Bello deponevano altri testi asserendo alcuni di aver visto i due fuggire insieme all’Ubaldo dal luogo del delitto – subito dopo gli spari; altri di aver visto l’Ubaldo riparare in casa di costoro in via Caterino  e riuscire poco dopo con gli altri due,  armati di pistola,  dirigendosi verso la campagna. Vennero altresì escussi testimoni anche in ordine all’episodio della “stornellata con i fischi” che precedette il fatto di sangue. Mentre l’istruttoria formale si stava concludendo i difensori del Di Bello – con una copiosa documentazione - chiesero alla Corte di disporre una perizia psichiatrica sull’imputato. La Corte accolse nominando perito di ufficio il prof. Annibale Puca, direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Aversa. All’esito la relazione chiarì che “Il Di Bello - allo stato attuale – è un soggetto con una caratteristica personalità psicopatica di tipo epilettoide, potenziata da un imponente carico ereditario similare a dissimilare e di una lue pregressa che – superata la fase costituzionale sembra attingere precocemente gli involucri nervosi con segni di una neuroluce preclinica. Inoltre, nel momento in cui commise i fatti – chiarì il Prof. Puca – la facoltà di intendere e di volere era in lui grandemente scemata ma non abolita. Concludendo che il Di Bello “è persona socialmente pericolosa”.

Fonte: Archivio di Stato di Caserta



 La condanna  fu ad anni 17. Gli furono concesse le attenuanti  della provocazione, le generiche  ed il vizio parziale di mente. Fu lui ad uccidere il barbiere perché sparò per primo. In appello i difensori chiesero ancora una volta la legittima difesa, l’esclusione dal delitto aberrante. La condanna fu  ad anni 11.



Chiusa la formale istruttoria,  la Sezione rinviava  Ubaldo Di Bello al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, (Presidente Paolo De Lise, giudice a latere, Victor Ugo De Donato, pubblico ministero Nicola Damiano; giurati: Emiddio Farina, Riccardo Curzio, Pasquale Auriemmma, Giovanni Pozzuoli, Gennaro Cervo e Gaetano Papa) per rispondere dei due omicidi. Proscioglieva, intanto, Filiberto e Luigi Di Bello – cugini dell’imputato – dal concorso nel duplice omicidio commesso dall’Ubaldo. Proscioglieva, inoltre, Salvatore Pirozzi dalla falsa testimonianza nei confronti di Nicola Pirozziper non aver commesso il fatto”. Nel dibattimento l’imputato confermava le precedenti dichiarazioni insistendo nell’assunto della “legittima difesa”. I testi in udienza confermarono le deposizioni rese in istruttoria. Il solo Umberto Cecora forniva ulteriori ragguagli in ordine a quanto gli era occorso di constatare dall’episodio svolto sotto i suoi occhi. Dichiarava, infatti, di essersi adoperato per frenare le “trasmodanze” di Luigi Pirozzi che dopo aver schiaffeggiato Ubaldo Di Bello voleva anche estrarre la pistola nonostante l’altro avesse incassato i colpi senza reagire. Dopo le arringhe dei difensori di parte civile,  nell’interesse di Carlo Pirozzi, Anna De Luca, vedova Fichele, Maria Giovanna Petrella, Attilia Fichele e  Raffaele Pirozzi,  prese la parola il pubblico ministero concludendo per l’affermazione della responsabilità dell’imputato, con la concessione del vizio parziale di mente, della provocazione e le attenuanti generiche. La difesa dell’imputato invocava, invece, la legittima difesa, la concessione del vizio parziale di mente, la provocazione, le attenuanti generiche con il minimo della pena e con la esclusione del delitto aberrante per insufficienza  di prove. La Corte in Camera di Consiglio era dunque chiamata a sciogliere questi  nodi: 1) La concessione della legittima difesa; 2) il vizio parziale di mente; 3) la provocazione; 4) le attenuanti generiche; 5) la riferibilità della morte di Tommaso Fichele all’azione del Di Bello.



La  legittima difesa era stata smentita dai testi. “Non ci fu legittima difesa,   l’episodio rappresentò una rappresaglia – scrissero i giudici – anche ammesso che il Pirozzi,  agendo come agì,  fosse disposto al peggio,  perché vibrare degli schiaffi in paesi come S. Cipriano equivale determinare la reazione ad oltranza, è chiaro che la scaltrita condotta del Di Bello – simulare la resa – quindi reagire – conseguì l’effetto sperato: operare la distensione nell’animo del Pirozzi, distoglierlo da quel senso vigile d’attesa, presente in colui che,  avendo messo in azione  un certo dinamismo si prepari a fronteggiare gli effetti. Che se il Pirozzi – come si assume – non fosse caduto nell’insidia, ma fosse restato all’erta adeguatamente, determinando così nell’altro la ragionevole opinione di ulteriori violenze in suo danno, il medesimo gesto inconsulto del Di Bello sarebbe stato soffocato nel sangue. “Luigi Pirozzi – scrivono ancora i giudici nella loro motivazione – conosceva lo stampo dei componenti della famiglia Di Bello, gente malfamata, rotta a tutti i rischi, risoluta nell’azione. Lo stesso contegno dell’Ubaldo, che rifiutava di battersi – lungi dal fargli sospettare l’insidia – ne ottuse i riflessi con la lieve sensazione di avere senza spese vendicato l’onore familiare ed inflitto all’orgoglio dei rivali una inesprimibile mortificazione.  La sentenza venne emessa il 16 maggio del 1952 con la condanna ad anni 17. Gli furono concesse le attenuanti  della provocazione, le generiche  ed il vizio parziale di mente. Fu lui ad uccidere il barbiere perché sparò per primo. La sua pena  era di 21 anni per il delitto Pirozzi. Diminuita di un terzo per la provocazione: anni 14. Ridotta a 12. Elevata di un terzo per l’omicidio aberrante. 



“L’imputato – scrisse il perito nella relazione  – viveva in un ambiente malsano nel quale la rivalità, il senso dell’onore, la necessità di imporsi al rispetto altrui  sono diventati una dura legge per cui nessuno può subire l’offesa senza lavarla nel sangue: risorgenze di anime malfamate  acuite da una tradizione paesana dove l’impiego della legge non ha ancora purificato tutte le coscienze”. “Un delitto d’ambiante – scrissero i giudici -  un fattore endogene la riscontrata infermità psichica la quale – non assumendo i valori decisivi d’una infermità che scemi  grandemente la capacità d’intendere e di volere – non autorizza il giudice – come si dirà – ad affermare il vizio di mente – ma d’altra parte presenta il soggetto al giudizio di questa Corte in condizioni di indubbia inferiorità psichica che deve avere i suoi riflessi sul piano della valutazione giuridica.  Il perito ha battuto tre distinti direttrici: 1) il carico ereditario; 2) la sifilide acquisita; 3) l’epilessia e la nonna paterna affetta da demenza senile. In appello i difensori chiesero ancora una volta la legittima difesa, l’esclusione dal delitto aberrante. La condanna fu  ad anni 11 con il riconoscimento del vizio parziale di mente.  Sentenza  del 23 maggio del 1955. Nei tre gradi di giudizio furono impegnati gli avvocati: Avv.ti Giovanni Leone, Enrico Altavilla, Ettore Botti, Giuseppe Fusco, Alfonso Raffone, Giuseppe Garofalo Alberto Martucci,  Alfredo De Marsico, Alfonso Raffone, Giovanni Passeggia e Giuseppe Notarianni. 


Fonte: Archivio di Stato di Caserta








Nessun commento:

Posta un commento