domenica 20 settembre 2015




UN NATALE DI  SANGUE  IL GIORNO DI SANTO STEFANO


UCCISE IL SUO PRIMO FIDANZATO ACCUSATO DI AVERLA CALUNNIATA SUL SUO RAPPORTO SESSUALE  

Il disegno diabolico era  di diffamare la sua ex fidanzata per dar modo all’amico di trarne spunto per la rottura del fidanzamento. 

Sommario:

Il vero violentatore si salvò  per puro caso anche se fu accusato di istigazione ad omicidio. La ragazza aveva deciso di ucciderli entrambi freddò chi incontrò per primo.   Il disegno diabolico era  di diffamare la sua ex fidanzata per dar modo all’amico di trarne spunto per la rottura del fidanzamento. 


Il delitto avvenne il 26 dicembre del 1949 ad Aversa. Il suo movente?  Florinda Certezza,  dichiarava di essere  stata indotta a sparare contro il suo ex fidanzato,   in quanto costui, affermando il falso, aveva riferito all’ultimo fidanzato, di aver goduto  carnalmente di lei, anche contro natura.   Alla  “svergognata”  fu riconosciuto il vizio parziale di mente.


La storia

Aversa – Nel pomeriggio  del 26 dicembre del 1949, in Aversa ( metti l’arco  dell’ annunziata e vedi avvocati napoletani) la 22enne Florinda Certezza, esplose contro il giovane Francesco Prisco 3 colpi di  pistola attingendolo alla regione ascellare anteriore sinistra. Il Prisco si abbatteva decedendo dopo qualche minuto dopo per lesioni delle arterie polmonari destra e sinistra. L’omicida veniva catturata mezz’ora più tardi mentre si aggirava per le vie cittadine. La ragazza dichiarava di essere indotta a sparare contro il Prisco  col quale anni addietro era stata fidanzata – per circa 14 mesi in        quanto costui affermando il falso aveva riferito all’ultimo fidanzato di lei Raffaele Bamundo, da San Marcellino, animato da concrete intenzioni di sposarla, di aver goduto  carnalmente di lei, anche contro natura.  Queste calunniose intimazioni avevano distolto il Bamundo (che però – come accertarono i carabinieri  - non era uno stinco di santo e che era stato sparato dai parenti di una donna altra sua vittima) dall’osservanza di una doverosa riparazione essendo costui autore della deflorazione violenta della ragazza.  Ogni iniziativa diretta a far ricredere il Bamundo in ordine al grave addebito a lei mosso dal Prisco era restato senza effetto.  Inutilmente ella aveva invocato la protezione della legge proponendo querela contro il diffamatore. Il Bamundo si era ostinatamente trincerato dietro quella accusa immonda rifiutandosi di sposarla. Nonostante l’avesse piegata con la forza – alle sue concupiscenze – frenandone poi la reazione con la lusinga. Vinta da tanta atrocità ella tentò in un primo momento il suicidio impedito dal pronto intervento della madre. Si dispose quindi di agire contro coloro che avevano distrutta la sua esistenza. Acquistò da un profugo ospitato nel campo di Aversa, una pistola e attese che si offrisse il destro per mandare ad esecuzione quanto aveva divisato.  Nel pomeriggio del 26 dicembre festa di Santo Stefano – ella uscì di casa,  armata, col proposito di uccidere quello che  per primo avesse incontrato. Un odioso contrattempo del destino segnò la fine del giovane che,  tra l’altro,  era innocente - e come poi si scoprirà nel  corso delle indagini  - aveva addirittura difeso con veemenza l’onorabilità della sua ex nei confronti dell’ultimo fidanzato, che intendeva trovare un pretesto per abbandonarla,  dopo averla violentata con la forza.

Accuse di rapporti sessuali immondi:  Tutto falso e da lui inventato per abbandonare  la ragazza che aveva sedotto.



Ma seguiamo le sequenze del drammatico film dell’assurdo delitto. Florinda,  dopo un girovagare per la città di Aversa a quell’ora quasi deserta per  le feste natalizie, s’imbattè nel  Prisco che transitava in bicicletta. Questi,  giunto all’altezza di lei, le scagliò contro una parola (secondo il racconto della ragazza,  che però,  non ha testimoni,  ed appare un espediente difensivo) che svincolò la sua condotta da ogni ulteriore inibizione: “Questa fetente!”. Ella sparò più volte allontanandosi subito. Le indagini dei carabinieri -  espletate sulla falsariga della confessione della Florinda Certezza – consentivano di stabilire in effetti che la ragazza  era stata prima col  Prisco e poi col Bamundo, col quale ultimo, per esplicita ammissione della stessa – aveva avuto rapporti intimi. Il Bamundo, dopo aver goduto i rapporti della giovane ed avrebbe promesso di sposarla – improvvisamente aveva manifestato  anche ai familiari di lei di non poter mantenere i suoi impegni per aver appreso dal Prisco dei turpi amori intercorsi con la ragazza, i quali avevano formato anche oggetto di pregiudiziali propalazioni ad opera di quello.  Il che veniva immediatamente ad inserirsi sulle sue decisioni  ponendolo di fronte ad un problema che impegnava la propria  moralità. Varie ambascerie sollecitate dalla ragazza erano fallite di fronte all’atteggiamento irre3movibile del Bamundo il quale a propria discolpa  -aveva fornito specifici ragguagli circa l’opera diffamatoria del Prisco che dopoi aver informato esso Bamundo della sua precedente relazione con la Florinda, aveva ciò confermato in presenza di comuni amici una sera in un frutteto  i cui prodotti il Bamindo aveva acquistato. Agli intermediari il giovanotto aveva finito col dire che anche se anche le asserzioni del Prisco fossero state delle stupide vanterie ugualmente egli si sarebbe trovato nell’impossibilità di tener fede alla parola data perché un diverso atteggiamento gli sarebbe stasto cagione di disdoro  nella pubblica estimazione.
Doppio delitto d’onore: Calunniata, sedotta e abbandonata

Il Prisco querelato dalla Florinda Certezza in sede di interrogatorio dinanzi ai carabinieri aveva impugnato nettamente quanto gli attribuiva il Bamundo, presso il quale, in verità, egli era stato una sera, per invito ricevutone di andare a mangiare della frutta. In tale congiuntura egli ne aveva ascoltato  le confidenze in ordine al fidanzamento con la Certezza ed alla necessità di trovare un espediente per liberarsene. Il Bamundo gli aveva a questo proposito chiesto di fornirgli il suo aiuto con lo addebitare calunniosamente alla ragazza un comportamento immorale nella sua anteriore relazione con esso Prisco tale da giustificare la rottura del fidanzamento. Egli però aveva declinato sdegnosamente la richiesta compreso nella nefandezza del suo contenuto. Iniziatosi  procedimento penale - nel corso della lunga e articolata istruttoria – la ragazza nei suoi molteplici interrogatori al Giudice Istruttore finiva con l’addossare al Bamundo la responsabilità del delitto da lei consumato per aver costui espletato nei suoi confronti un’opera sottile di determinazione all’omicidio, ponendo come condizione alle nozze la soppressione del diffamatore presunto.



   “Uccidi lui, uccidi il Prisco, il quale è il solo che si frappone tra me e te…uccidilo ed io ti sposerò”.
Un disegno diabolico, la trama di un delitto tessuta con arte criminale. La madre dell’imputata Carmela Lucariello, informava delle vicissitudini vissute al fianco della figliuola; dell’inutile inseguimento del Bamundo, delle prove anche medico-legali fornite a costui  della vita sessuale della Florinda non aberrante come bassamente si assumeva; delle minacce di quello, infastidito dall’assiduità delle querimonie e delle proteste di cui era bersaglio. La povera donna riferì, inoltre, che la figlia le aveva riportato le ingiunzioni del Bamundo: “Uccidi lui, uccidi il Prisco, il quale è il solo che si frappone tra me e te…uccidilo ed io ti sposerò”. E il padre della vittima confermò: “ Soltanto  con l’eliminazione di mio figlio il Bamindo aveva detto che si sarebbe deciso a sposarla”. Il genitore dell’ucciso Pasquale Prisco assumeva di aver appreso, a suo tempo, dal figliuolo delle richieste a costui fatte dal Bamundo di diffamare la sua ex fidanzata per dar modo all’amico di trarne spunto per la rottura del fidanzamento.  Sull’episodio del convegno nel frutteto di Lusciano – nel corso del quale il Prisco avrebbe appreso le sue avventure con la Certezza, posseduta anche contro natura nei parchi della Reggia di Caserta, deponevano,  nel tenore della dichiarazione del Bamundo,  tali Vincenzo e Umberto De Santis e Nicola  Abategiovanni i quali dichiaravano di non aver ascoltato narrazioni del genere, benchè presenti.  Poi altri due testi,  Giosuè Maicrica e Luciano Abategiovanni,   i quali si erano accompagnati al Prisco   - quella sera - espressamente per magiare della frutta e negarono la circostanza riferita dal Bamundo. Deponeva ancora in istruttoria il Brig. Antonio Motta, sul contegno serbato dal Prisco,  nell’ufficio di Pubblica Sicurezza di Aversa in occasione del confronto col Bamundo e la Certezza. Anche l’ins. Maria Ulisse,  in casa della il Prisco s’incontrò con la Florinda per una chiarificazione in rapporto alle accuse4 mossegli dalla giovane preoccupata delle reticenze opposte dal Bamundo alla prosecuzione del fidanzamento.
La ragazza aveva sofferta di epilessia e fu chiesta perizia psichiatrica che conclamò   la infermità di mente e la incapacità d’intendere e di volere.


Prima che si chiudesse l’istruttoria formale la difesa della Florinda Certezza avanzò una istanza al giudice per far sottoporre la ragazza ad una visita psichiatrica in quanto – fin dall’infanzia la stessa aveva manifestato chiari segni di epilessia. Una apposita perizia stabilì che vi era una presenza del male di remoto impianto nella sua costituzione – e fu nominato perito di ufficio il noto psichiatra Dr. Antonio Coppola direttore del Manicomio Giudiziario di Aversa. “I motivi della perizia psichiatrica – scrisse il Dottor Coppola – apparentemente sono tutti riposti nel precedente epilettico della Certezza, precedente che ha dato  al Magistrato la necessità di un parere tecnico.  Il comune problema, cioè, si è presentato nella mente del richiedente: reato in crisi epilettica o reato in soggetto epilettico? La soluzione a questo interrogativo appare facile – ed a tal proposito – gli atti processuali danno dovizia di elementi per dare la certezza della risposta.   Ma noi, inquieti studiosi di anime umane, che nostro malgrado abbiamo il fascino della ricerca scientifica, specie quando questa è posta al servizio della società criminale, per la conoscenza dei fenomeni delittuosi, noi sentiamo un altro dovere: affondare lo sguardo nelle tenebre di quelle anime, conoscere di esse la natura, il significato di alcune manifestazioni, che l’umanità nelle sue estrinsecazioni fisiologiche, prima che patologiche offre allo sguardo di chi sa osservarlo.  Il fenomeno delitto è uno dei tanti episodi dell’umanità ed è la tipica espressione di una particolare struttura   psichica, psicologica ed, in alcuni casi, psicopatologica. Esso pertanto va osservato, meditato per l’intima sua potenzialità; di esso, e per ogni caso, vanno considerato il quid  ed il quia che possono dare la dimostrazione del suo determinismo. Il  “caso” Certezza, di cui ci occupiamo, se comune può apparire nelle sue linee generali, offre però alcuni elementi del problema di studio che meritano la massima attenzione se si vuole veramente accertare come e perché una giovane – al di fuori della questione dell’epilessia – possa far scattare la sua mano in un atto omicida, dopo che ha subito indiscutibili traumi affettivi in un logorio di veglie doloranti, all’osservazione quotidiana del proprio onore infranto e alla propria dignità crollata. Insorgono a questo punto – scrive ancora il Dr. Coppola nella sua interessante perizia psichiatrica – richiami alle reminiscenze sugli stati passionali, sugli umanismi traumatogenetici  di questi stati. Giusti richiami –  ogni caso di criminalità va considerato in sé stante nel suo meccanismo patologico. Quanti stati passionali, quante condizioni emotive avrebbero altra applicazione se, per ognuna di essi fosse profondamente analizzata la personalità demente intesa e psicologicamente studiata che li manifesta. Il “caso” Certezza ha il suo netto profilo biocriminogico e non sarà vana fatica lo studio dei fattori indogeni considerando anzitutto l’ambiante che circondò i protagonisti del dramma che ci interessa”.  Il suo responso finale fu che la Florinda Certezza era “affetta da personalità nevrotica emotiva ed epilettica sostrato sufficiente per l’insorgere di una situazione4 ideo-affettiva emotiva nella quale andava collocata la genesi del delitto”. Il Prof. Coppola concludeva  pertanto asseverando che nel momento del delitto la Certezza venne a trovarsi per infermità di mente  in  tale stato da scemare grandemente –senza escluderla – la capacità d’intendere e di volere.  Prima del rinvio a giudizio il padre della vittima si costituì parte civile.



 La Corte,  con la concessione della diminuzione del vizio parziale di mente, emise una condanna ad anni 9 e mesi 4 di reclusione con il ricovero – a pena espiata – in una casa di cura e di custodia per un tempo non inferiore a tre anni.  

La Florinda Certezza, venne rinviata al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, (Presidente Paolo De Lisi, giudice a latere, Victor Ugo De Donato; Pubblico Ministero, Pasquale Allegretto. Giurati: Giovanni Pozzuoli, Pasquale Tanga, Giuseppe De Chiara, Gaetano Papa, Vincenzo Fava, Oreste Boiggia, per rispondere  di omicidio volontario aggravato in danno  di Pasquale Prisco – suo primo  fidanzato. Nel suo interrogatorio innanzi al Corte la ragazza dichiarò di essersi imbattuto nel Prisco e di aver fatto fuoco contro di lui perché questi nel passarle accanto pronunciò  queste parole: “Dove vai?  Hai visto che fine ti ha fatto fare? Devi vedere appresso che fine ti farò fare io?”. Nel confronto col Bamundo la donna  insistette nello assunto di un’opera di costui di determinazione al delitto. Sulla circostanza riferita dall’imputata della frase provocatrice pronunciata dal Prisco al suo indirizzo deponeva il teste  Ciro Vargas  il quale riferiva di aver visto il Prisco che procedeva in bicicletta nello stesso senso della Florinda, fermarsi presso di lei e rivolgerle un sorriso. La giovane estrasse subitamente l’arma e fece fuoco. Conclusa l’assunzione delle prove Il pubblico ministero chiedeva affermarsi la responsabilità della certezza coi benefici della provocazione e delle attenuanti generiche e la diminuente della parziale infermità di mente con la condanna ad anni 10 di reclusione e mesi 4 di arresto ( per la pistola ) ed il ricovero – a pena espiata – in una casa di cura e custodia. 




La difesa dell’imputata  chiedeva  la concessione della provocazione, delle attenuante generiche, dei motivi di particolare valore morale e sociale oltre alla diminuente del vizio parziale di mente. La Corte,  con la concessione dei benefici delle attenuanti generiche, e della diminuzione del vizio parziale di mente, emise una condanna ad anni 9 e mesi 4 di reclusione con il ricovero – a pena espiata – in una casa di cura e di custodia per un tempo non inferiore a tre anni.   “La contestata verginità della donna – scrissero i giudici nella loro motivazione – non avrebbe potuto fargli sentire la necessità di una pubblica spiegazione del Prisco valendo i fatti più delle ciarle. Se egli ricorse – come si assume – a quello espediente ciò significa che esso medesimo intendeva  valersi delle ciarle contro i fatti al solo scopo di constatare col pretesto un divisamento che aveva altro origine. Da ciò deriva che la Florinda Certezza uccise nell’erronea opinione che il fallimento del suo programma sentimentale dovesse ascriversi al fatto personale del Prisco. Un ruolo importante per la mitezza della condanna giocarono certamente la  perizia psichiatrica.  La sentenza fu appellata, i difensori lamentarono che la Corte non aveva riconosciuto alla Certezza la diminuente della provocazione e del particolare valore morale e sociale. La Certezza è stata vittima di un triste destino ella raggiunse un traguardo di disperazione e di sfiducia anche perché non aveva ottenuto giustizia dalla sua querela contro il Prisco e più tardi – come è noto – tentò di togliersi la vita. Inferma, sola smarrita, tra due uomini agì sotto la spinta del suo impulso morale e lo sfregio per la beffa. La Corte di Appello e la Suprema Corte di Cassazione confermarono la prima sentenza. Nei tre gradi di giudizio furono impegnati gli avvocati: Vittorio Diana, Nicola Cariota Ferrara, Giuseppe Garofalo e Alfredo De Marsico.
  



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