domenica 25 ottobre 2015

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Un quadrifoglio fra le sbarre,
da una detenuta per Roverto Cobertera

 Un giovane mio compagno con problemi di droga sta andando fuori di testa e sto pensando che molte volte non sono i reati che una persona commette a farlo diventare criminale, ma il posto dove lo mettono e gli anni di carcere che gli danno. (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com )

  All’inferno può accadere proprio di tutto e forse è proprio per questo che si può trovare più umanità che in paradiso.
       Oggi una detenuta di un altro carcere mi ha mandato una lettera per Roverto, che ha fatto un duro sciopero della fame per sostenere la propria innocenza.
Dentro c’era un quadrifoglio con queste poche parole:
Ciao Roverto, sono una piccola ladra disperata, che per caso ha avuto la fortuna di conoscere Carmelo e anche la tua storia… Non mollare. Questo l’ho raccolto solo per te. Non è una montagna d’oro, però può essere un porta fortuna e una speranza in più. Non mollare. Un abbraccio.
A me invece ha scritto:
-Senti, forse ti sembrerà una cazzata da parte mia, che sotto certi aspetti sono rimasta infantile (o sindrome di Peter Pan?).  Forse! Comunque i bambini si differenziano da tutti gli adulti perché conservano in loro l’innocenza, non sono cattivi ed egoisti come gli adulti.
La tua lettera a Gesù mi ha colpito molto. È bellissima. Talmente bella che l’ho trascritta e la farò appendere insieme ad altri scritti nella sinagoga vicino all’ex campo di concentramento, dove faremo una assurda festa del racconto, a dire che qui ci sono gli unicorni rosa e gli arcobaleni. Comunque anche se io ovviamente non sarò fra quelle arpie, perché sanno che inizierei a urlare peste e corna di ‘sto lurido posto, farò appendere il tuo scritto di “Marcellino pane e vino” e qualcuno lo leggerà.
Poi altra cosa che penso da giorni, ed è altrettanto infantile, però è il pensiero che conta, e il mio per te e per il tuo amico è solo buono, quindi potresti fargli avere questo bigliettino? È piccolino, ma dentro ci sono due giorni di ricerca tenace fra l’erba dell’area passeggi, finchè finalmente il mio occhio di falco ha centrato e staccato il bersaglio.
Pensavo a voi fratelli miei, a quello che sta passando Roverto, a quello che passano in molti, ma che all’ingiusta legge non frega niente. Poi però c’è la gente come te, Melo, per fortuna, e io penso che dovrebbero clonarti: ti batti per noi, ti batti per il giusto, senza paura e riesci a far vedere agli occhi esterni, coperti da chilogrammi di prosciutto, ciò che succede in questi inferni.  Ma meglio che non mi dilungo: ho colto il quadrifoglio per voi, per il tuo amico che non sa nemmeno chi sono, ma spero che vedere quel piccolo portafortuna gli dia la forza di non mollare, gli porti appunto fortuna, magari gli tiri su il morale come tu sei riuscito a  tirarlo su a me con poche ma preziose righe. Grazie per ciò che hai scritto, anch’io vi abbraccio forte fra le sbarre.



Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, ottobre 2015



Sent: Friday, September 25, 2015 8:16 AM
Subject: Appello fra le sbarre a Gesù per Roverto Cobertera

Appello fra le sbarre a Gesù per Roverto Cobertera
    
Gesù, lo so tutti ti tirano per la giacchetta e spero che non me ne vorrai se questa volta ti chiedo qualcosa anch’io. Non l’ho mai fatto, a parte quella volta che da bambino  in collegio un prete mi aveva raccontato la storia di un bambino che parlava con te.
Ti ricordi? Si chiamava Marcellino. Era un trovatello. E i frati si erano presi cura di lui.
Un giorno Marcellino aveva trovato nel solaio del convento un grande crocefisso con te inchiodato sopra. Lui iniziò a parlarti. E tu a rispondergli. Marcellino iniziò a portarti un po’ di pane e vino. E per questo in seguito i frati chiamarono il bambino “Marcellino pane e vino”.
La storia finiva bene. Bene per modo di dire. A seconda dei punti di vista. Marcellino si era gravemente ammalato ed era morto. E tu te lo eri portato in Cielo.  Anch’io volevo che la mia storia finisse bene. E, dopo un paio di giorni che avevo ascoltato questo racconto, ero andato in chiesa di nascosto per parlare con te.
Tu come al solito stavi inchiodato in un grosso crocefisso di legno, con la testa inclinata da un lato. Chissà perché non cambi mai posizione. Ti avevo parlato guardandoti negli occhi. Ti avevo domandato cosa dovevo fare nella vita. Se c’era differenza fra morire e vivere. E poi avevo pianto davanti a te, per essere nato già diverso dagli altri bambini. Avevo pianto per i sogni che avevo diversi dagli altri bambini. Avevo pianto per essere nato grande. Avevo pianto per essere nato senza amore intorno a me. Avevo pianto perché immaginavo che un giorno sarei diventato quello che non avrei voluto. Avevo pianto per la vita che non avrei mai avuto. Avevo pianto perché non riuscivo a smettere di piangere. Ti avevo pure confidato che ero solo al mondo. Solo come un cane. E che nessuno mi veniva a trovare in collegio. Ti ricordi? Ti avevo chiesto se mi prestavi tua madre. E se mi facevi giocare con gli angeli perché su questa terra nessuno giocava con me. Ti avevo chiesto se facevi morire anche a me. E se mi portavi in Cielo con te come avevi fatto con Marcellino. Adesso non fare finta di non ricordare. Una volta ero persino salito su una sedia per arrivare fino a te per baciarti la fronte.
E per dirti in un orecchio: “Ti voglio bene”. Un’altra volta ti avevo toccato la corona di spine che avevi in testa. E cercai persino di togliertela. Tu però continuasti a non rispondermi. Non mi parlasti mai, neppure quando, per arruffianarti, ti portai un po’ di pane e un po’ di vino che avevo rubato nella dispensa dei preti. Adesso non è che te lo voglio rinfacciare, ma si potrebbe dire che il primo furto l’ho fatto per te. Eppure tu continuasti a non rispondermi, neppure quella volta quando ti abbracciai.  E quando ti pregai di farmi morire come avevi fatto con Marcellino pane e vino, perché a quell’età non vedevo nessuna differenza fra vivere e morire.
A quel tempo qualche preghiera te la facevo, ma non c’è stato nulla da fare, perché non mi hai mai lo stesso risposto. E mentre quel fortunato di Marcellino pane e vino te lo eri portato in Cielo, a me mi avevi lasciato in questo cazzo di mondo.
Per questo ho smesso di parlarti, perché mi sembrava di parlare con un muro.
Adesso però se farai qualcosa per Roverto, che nel carcere di Padova si sta lasciando morire di fame perché è stato condannato alla pena dell’ergastolo (o, come la chiama Papa Francesco, alla “pena di morte nascosta”) per un delitto che non ha commesso, sono disposto a fare la pace e parlarti di nuovo.
Lo so che gli uomini non danno retta neppure a te, ma tu però puoi fare i miracoli. E allora che aspetti? Fanne uno per Roverto, per dargli una mano a dimostrare la sua innocenza e per salvargli la vita. Se lo farai ti vorrò di nuovo bene. Lo so, è un ricatto, ma me l’hai insegnato tu che in amore tutto è permesso, se ti sei fatto mettere in croce per gli umani. Un sorriso fra le sbarre.

Carmelo Musumeci
Padova, Settembre 2015


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