domenica 18 ottobre 2015





 Accadde a Liberi,  il 14 luglio del 1950, sulla strada che  da Pontelatone conduce a Formicola

 Salvatore Di Dario  uccise   Ermenegildo Parillo  giovane  amante della moglie

 

Tentò anche di uccidere  anche la moglie ma la pistola si inceppò. Era già stato condannato per maltrattamenti. Vi era sentenza di separazione del Tribunale.  La relazione  “more uxorio” di un possidente sammaritano . Gli Amori facili di una contadinotta assai piacente  che per dare il suo amore chiedeva appezzamenti di terra in donazione. Una sorta di “bocca di Rosa” della famosa canzone di De Andrè…

 

Liberi – Il 14 luglio del 1liberi, 950, verso le ore 12, in località “S. Lorenzo” del Comune di Liberi, Salvatore Di Dario, di anni 33, sergente in congedo, sortito da una siepe che fiancheggiava la strada che da Pontelatone conduce a Treglie ed a Formicola affrontava affrontava per il loro Ermenegildo e Mariad e Giuseppina berretta rispettivamente moglie e il cognato di esso di Dario e dopo aver chiesto loro dove fossero diretti esplodeva all’indirizzo del Parigi lo un colpo di pistola che attingeva il giovane alla tipo contrario destro inseguiva. Inseguiva quindi la moglie contro la quale faceva scattar  ripetutamente  l’arma senza risultato non essendo escluse le cartucce per vizioso alloggiamento delle stesse nelle camere della pistola come ebbi più tardi ad accettare il perito balistico constatato l’abbattimento dell’avversario il di Dario si allontanava dal luogo rendendosi irreperibile. I carabinieri della stazione di Formicola ritornati informati del fatto, si portarono nella predetta località, dove rinvenivano il parallelo già cadavere, amorevolmente assistito dalla malia per retta, la quale tenendo la testa di quello sulle cosce seduto sulla sponda della goletta che corre lungo il margine della strada carezzava il volto del giovane ucciso con l’attitudine-come si esprimeva nel verbalizzati nel loro rapporto-tra virgolette di una madre, di una sposa o di una sorella”. La donna venne allontanata dal maresciallo dei carabinieri vivamente costernato e di lacrime. Interrogata più tardi, nello stesso giorno, dai carabinieri la Maria per retta premesso che il suo matrimonio con il signor di Dario era stato un’unione infelice tanto da essermi dovuto separare legalmente dallo stesso che l’aveva continuamente maltrattata anche nei periodi di temporanea ricostituzione dell’unità familiare dichiarava che nella mattinata di quel giorno, mentre ella si tratteneva con la sorella Giuseppina e col fidanzato di costui Ermenegildo parallelo a consumare la colazione in un prato dopo aver assistito alle operazioni di trebbiatura nell’interesse del proprio genitore si era presentato il di Dario armato di pistola il quale le aveva chiesto se intendeva ritornare a convivere con lui, con chiara allusione alle conseguenze che il suo rifiuto avrebbe comportato. Il carrello era intervenuto rabbonirlo promettendo che avrebbe fatto del suo meglio per indurre la berretta ed i genitori di lei a consentire alle sue richieste di stabilita la calma e la con la sorella il marito ed il pallino riprese la strada del ritorno. Impressionata tuttavia dall’episodio che poneva in luce il sinistro proposito del marito di non procedere alla dalla sua pretesa più volte manifestata a costo delle più funeste rappresaglie essa accelerò l’andatura procedendo gli altri, decisa a far ricorso ancora una volta i carabinieri, come per il passato, per ridurre alla ragione l’ostinato pericoloso contorte. Era appena pronta a partissi di casa per dirigersi a Formicola quando giunsero la sorella ed il pallino costoro si accompagnarono a lei in località San Lorenzo il di Dario apparendo alla loro le spalle chiesto dove fossero diretti quindi sparò contro il pannello e tentò di colpire anche la moglie ma l’arma non funzionò ulteriormente avvicinatosi infine a cadavere disse: ”Questo da tempo tenevo conservato!”.


 Giuseppina Perretta confermava quanto dichiarato dalla sorella aggiungendo di aver animosamente affrontato il cognato quando l’arma si inceppò e costui tentava di riporre in efficienze e di aver causato la caduta di alcune pallottole con un colpo di mano sulla pistola. A tarda sera del 15 luglio il Di Dario veniva tratto in arresto ed interrogato dal capitano dei carabinieri Giacomo Loiacono. Lo stesso dichiarava di aver agito sotto la spinta di una morbosa gelosia avendo sorpreso la moglie in compiacenti rapporti con il Parrillo, che usava verso di quella, illecite tenerezze. Egli aveva conosciuto in carcere il Parrillo ed aveva avuto modo di presentargli sua moglie nel corso di qualche visita fattagli da costei in detto luogo. Il Parrillo,  scarcerato prima di lui, comincio subito a circuire sua moglie, profittando del dissenso che dividevano i due coniugi. Escarcerato a sua volta il Di Dario trovò però la casa vuota, avendo la moglie preferito ritornare,   ancora una volta, in famiglia e restando insensibili al suo sincero richiamo di amore, in conformità di una precedente  condotta in forza della quale la convivenza coniugale si era alterata a lunghe pause di lontananza. Per  quanto conscio dei sentimenti della moglie e della preferenza che costei elargiva ad altri uomini (prima ad un certo Nicola Del monaco da  Santa Maria Capua Vetere,  poi al Parrillo) questa stessa qualche giorno prima del delitto e la mattina del 14 luglio, sul filo di una angoscia lacerante, aveva cercata e ritrovata la moglie col pannello che sapeva spesso insieme.,. Qualche giorno prima del delitto qualche giorno prima del delitto qualche giorno prima del delitto egli non aveva cessato di amarla e transigendo su tutto, aveva ripetutamente cercato di riconquistarla - dimentico della stessa persecuzione legale inflittagli con rinnovate denunzie.  Ecco qualche giorno prima del delitto e la mattina del 14 luglio, sul filo di una angoscia lacerante, aveva cercata e ritrovata la moglie col pannello che sapeva spesso insieme. Aveva entrambe le volte sollecitata la donna a riconciliarsi, ottenendone esplicito rifiuto. Il pannello fintamente accomodante, tuttavia temibile perché di carattere notoriamente violento promise la sua mediazione perché la concorrono la la concordia tornasse tra i coniugi. Più tardi egli dovette al contrario constatare che quell’atteggiamento era stato soltanto un espediente per tenerlo buono: in definitiva un’ultima beffa. Ebbe modo infatti, appressandosi alla masseria delle dei berretta poco dopo di sentire il suocero inveire contro di lui di Dario ad incitare la figlia denunciano i carabinieri. Vide quindi Maria per retta con la sorella ed il carrello di verso Formicola allo scopo evidente, di dare esecuzione alla ingiunzione paterna. Seguì tre e notò con amarezza come la moglie del pannello il dessero al suo destino, scambiandosi moine e dirigendosi alla caserma. Sbarrò loro il passo e chiese  ove andassero. Gli fu detto che andavano a Treglia a preparare i dolci per la festa della Madonna del Carmine. Sopraffatto dall’incoercibile rivolta nel suo animo contro l’onda che gli si infliggeva estrasse l’arma e fece fuoco contro il Parrillo, diresse la pistola anche contro la moglie ma le cartucce non esplosero essendo di calibro diverso da quello dell’arma.


Maria Parretta ritornò verso il Parrillollo che era già in terra e gli gridò: ” Gildu, corri perché la pistola non spara più”. Restando quello immobile la donna si piegò su di lui e proruppe in lagrime serrandosi il corpo in un lungo spasmodico abbraccio e rivolgendo al ferito i nomi più dolci baciandolo ripetutamente.
Il Di Dario dichiarava infine di non essersi subito costituito ai carabinieri, avendo desiderato di accomiatarsi prima dalla madre. L’arma andò smarrita durante la fuga, attraverso uno strappo esistente nel fondo della tasca dei pantaloni. Il filo di ferro che a guisa d’anello era stato posto intorno alla scalinatura del fondello dei bossoli di cui l’arma era stata caricata fu sistemato da lui allo scopo di utilizzare i proiettili nell’alloggiamento di maggiore calibro.  Con un rapporto del 16 luglio del 1950 i carabinieri di Formicola denunciavano pertanto il Di Dario all’autorità giudiziaria per omicidio volontario in persona di Ermenegildo Perillo, deceduto quasi stenti istantaneamente per perforazione  multipla dell’intestino e per recessione dell’addominale e per tentato omicidio in persone della moglie Maria Perretta.

Davano atto  verbalizzante di che, in esito alle indagini e sperite sull’intera vicenda vissuta dal Di Dario, costui in effetti, già diviso dalla moglie in virtù di sentenza del tribunale di Santa Maria Capua Vetere del  1945, che pronunciava la separazione personale dei coniugi per colpa della moglie, ravvisabile nell’ingiustificato abbandono del tetto coniugale – aveva per gelosia – traendo origine dall’immorale condotta della Perretta.  Costei cioè  già fedifraga con tale Nicola Del Monaco aveva successivamente concesso i suoi favori al Parrillo, resistendo alle reiterate profferte di riappacificazione del Di Dario nonostante tutto sinceramente innamorato della moglie. Nella fase istruttoria, il Di Dario dichiarava di aver sparato contro il Parrillo che stava per aggredirlo. La Maria Perretta, in aggiunto a quanto precedentemente dichiarato assumeva di non aver mancato con chicchessia la fede coniugale. Non con il Nicola Del Monaco già amico di famiglia, il quale, però, fu scacciato di casa, nel periodo nel quale il Dario più non conviveva con lei, per averle fatto delle immorali proposte offrendole alcune moggia di terreno e denaro se avesse accettato di diventare la sua amante.




 Non con il   Parrillo con quale aveva innocente dimestichezza sul perché fidanzato della sorella Giuseppina. Dichiarava inoltre la Perretta di non aver voluto riunirsi al marito perché aveva più volte sperimentato l’insincerità   delle promesse di costui il quale ad ogni riconciliazione ricominciava a maltrattarla. Il movente a delinquere doveva infine ricercarsi nell’odio serbato dal Di Dario nei confronti del Parillo dal giorno in cui quest’ultimo si era adoperato per farlo costituire in carcere dopo un’evasione. Il marito era trascorso alla violenza anche contro di lei pel solo fatto che ella non aveva aderito all’invito di ritornare a convivere con lui. Il Nicola Del Monaco da parte sua dichiarava di aver intrecciato con la Maria  una relazione sentimentale senza peraltro farne la sua amante, avendo egli interrotto ogni rapporto con la medesima a seguito della richiesta fattagli dalla giovane e dai familiari di lei di donarle del terreno come preventivo indennizzo di un’eventuale interruzione del rapporto che si sarebbe dovuto instaurare more uxorio. Egli si era rivolto per consiglio al maresciallo dei carabinieri, Ciro Volgano, il quale, fattogli presente che la Perretta, per quanto separato legalmente dal marito, non conservava i suoi doveri di fedeltà derivanti da valido matrimonio, egli suggeriva di non immischiarsi in una situazione che avrebbe ben potuto risolversi in suo danno.

 Queste circostanze confermava il predetto maresciallo che ribadiva il suo punto di vista circa la causale del delitto in ordine all’evasione del Di Dario e dal suo rientro in carcere deponeva Vincenzo Di Benedetto, custode delle carceri di Capua. Il teste informava di aver proceduto alla cattura del Di Dario con la collaborazione   del Parillo   che ebbe con il giovane un breve diverbio. La madre dell’ucciso, Elena Marini, in proposito dichiarava che Di Dario si lasciò convincere dall’Ermenegildo venendo a colluttazione con costui soltanto all’ultimo momento perché il primo avrebbe voluto raggiungere Capua con propri mezzi e non in veste di catturato. In esito alla espletata istruttoria il Di Dario veniva rinviato al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere per rispondere di omicidio premeditato, tentato omicidio premeditato e di maltrattamenti in pregiudizio della moglie.

Fonte: Archivio di Stato di Caserta



Avv. Prof. Alberto Martucci 


 La condanna fu ad anni 18 e mesi 4 di reclusione per omicidio premeditato.  In appello all’imputato vennero concesse le attenuanti del valore sociale e morale e la pena venne ridotta ad anni 13. 


Salvatore Di Dario, di anni 36 da Liberi, venne condannato dalla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (Presidente Giovanni Morfino; giudice a latere, Victor Ugo De Donato; pubblico ministero, Francesco Ventriglia; giudici popolari: Eugenio Roberti, Antonio Ragozzino, Nicola Mare, Michele Cimmino, Clemente Cutillo e Mario Farina) ad anni 18 e mesi 4 di reclusione per omicidio premeditato in danno di Ermenegildo Parillo, per avere con premeditazione provocato la morte mediante colpi di pistola ed inoltre, per avere con minacce, percosse ed ingiurie maltrattato la propria moglie Maria Perretta. Inoltre di tentato omicidio aggravato per avere tentato di uccidere la moglie, senza conseguire l’intento per mancata esplosione  della cartuccia della pistola, con la concessione delle attenuanti generiche. I difensori della parte civile del pubblico ministero concludevano chiusa all’assunzione delle prove per l’affermazione della responsabilità dell’imputato in ordine ai reati ascrittogli. I difensori di lui chiedevano in linea principale ritenersi l’ipotesi dell’omicidio per causa d’onore, articolo 587 del codice penale, in subordinata l’omicidio volontario con le attenuanti generiche e le diminuente del motivo di particolare valore morale sociale e dell’approvazione escluso l’aggravante della premeditazione.


Avv. Sen. Pompeo Rendina 
 Circa la contestata premeditazione,  la Corte ritenne di  escluderla sul rilievo che nella condotta del Di Dario non era ravvisabile quella  finità di proposito che è il contrassegno legale della circostanza in esame. Nel corso dell’istruttoria dibattimentale imputato è testimoni confermavano le rispettive precedenti dichiarazioni, soltanto il Del Monaco modificava la sua deposizione assumendo di avere avuto rapporti intimi con la Perretta  alla quale in confronto contestava numerose circostanze di fatto che dichiarava di non aver rilevato prima al giudice istruttore tutto ciò per dovere di cavalleria e correttezza. Si era indotto alla fine a parlare di fronte alle accuse di falsità mosse dalla Perretta.  Sul nesso causale fisico e psichico in rapporto all’evento non si muove questione. Lo stesso Di Dario al giudice istruttore dichiarò di avere agito con l’intenzione di uccidere e le modalità del fatto chiaramente denunziano il ricorso di siffatto elemento intenzionale: numero dei colpi, efficienza della causale, aggressione fulminea, azione estesa alla Perretta  e così via. L’identità del movente, la continuità temporanea dell’azione stanno infine significare che i due delitti d’omicidio di tentato omicidio ascritti al Di Dario sono sussumibile sotto la specie della continuazione criminosa essendo riferibili al medesimo impulso le due determinazioni volitive.   Qualche anno prima del delitto vi era già stata una sentenza del tribunale penale di Santa Maria Capua Vetere ad  un anno di reclusione per maltrattamenti alla moglie. Come pure era pervenuta una sentenza di separazione dei coniugi emessa dal Tribunale civile di Santa Maria Capua Vetere.   In appello all’imputato vennero concesse le attenuanti del valore sociale e morale e la pena venne ridotta ad anni 13. Gli avvocati impegnati nei tre gradi di giudizio: Pompeo Rendina, Ciro Maffuccini, Vittorio Verzillo, Alberto Martucci e Giovanni Porzio. Mentre i periti settori furono i  medici Dr. Salvatore Aldi, che constatò le lesioni  di Maria Perretta e il Dr. Domenico Solari che eseguì  l’autopsia.
Avv. Vittorio Verzillo 


Fonte: Archivio di Stato di Caserta



  

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