domenica 8 novembre 2015

Delitti&Misteri 
della città del Foro 


Accadde a Santa Maria Capua Vetere 


il 16 marzo del 1951





UN GIOVANE  TENTO’ DI UCCIDERE IL SUO EX AMANTE NELLA SUA BOTTEGA

Il delitto maturato nel turpe mondo dell’omosessualità
La vittima, pollaio e usuraio,  pretendeva l’immediata restituzione di 30 milioni prestati al commerciante.  Il mancato omicida fresco sposo,   aveva troncato la tresca per paura che la moglie lo scoprisse – Il mistero di un   cane aizzato contro  il suo ex amante.   



Delitti&Misteri della città del Foro




Da poco si era spenta la eco del feroce assassinio commesso da due giovani sammaritani,  Giovanni AprileoAntonio Busico, accusati di aver ucciso un vecchio omosessuale e già la cittadinanza della città del Foro fu sconvolta da un altro atroce delitto. Un caso emblematico, misterioso,  da dove affiorarono, offuscati dalla verità giudiziale, intrighi ed interessi, rapporti incestuosi, violenze domestiche, torbidi risvolti di degrado e di bassezze umane. Raffaele Casino, un giovane armiere, con bottega al centro della città, esplose alcuni colpi di pistola all’indirizzo di Nicola Ianniello, pollaio, usuraio e omosessuale. L’accusa era di tentato omicidio, ma il suo  avvocato difensore, Ciro Maffuccini (uno degli avvocati più quotato dell’epoca) riuscì a fargli concedere l’attenuante del particolare valore morale e  sociale per il suo delitto. Una losca storia, maturata nel  turpe mondo degli omosessuali e degli usurai; ma anche uno spaccato della città del Foro con  “Delitti&Misteri”. Una città -  dall’apparenza tranquilladove si sono verificati  efferati delitti, molti dei quali ancora irrisolti. Delitti strani, con moventi impossibili, come quello delle sorelle Panarella, che furono accusate di amori  incestuosi, e di avere impiccato un fratello Giacomo. Processate, assieme al cognato, furono assolte. Giacomo Panarella venne trovato impiccato nella stalla alla via Galatina. Una folla di cittadini alla lettura della sentenza grido: ”Assassini!”. Oppure come quel giovane invaghito della nipotina,  15enne,  che la uccise,  con 6 colpi di pistola nei pressi del Foro Bonaparte. Poi andò a casa e si suicidò. Con un coltellaccio da cucina, ritornato alla ribalta  nella famiglia e nei luoghi di un altro giallo ancora irrisolto. E’ proprio vero che spesso la realtà supera la fantasia. E queste storie lo confermano. Un aggrovigliarsi di eventi satanici  e diabolici,  che sembrano usciti da una mente perversa… ma  che  invece,  sono purtroppo, cruda realtà. Correva il mese di agosto  del 1952, da dietro un cespuglio  della tenuta “Piglialarmi” in tenimento di Vitulazio,   esce un individuo che con un fucile da caccia,  caricato a pallettoni,  uccide il Dr. Enrico Gallozzi, chirurgo,  61 anni, latifondista, nipote del Sen. Carlo Gallozzi e il suo fattore Vincenzo Montesano,  di anni 52 da Grazzanise. Una storia di amori Saffici, di lettere anonime, di tradimenti, di violenza sessuale, di preti, bizzoche e fanciulle che si fanno monache. O come quello del giovane Giuseppe Cecere che, invaghitosi della zia, (ex miss casertana) la uccise a via Albana, con 30 coltellate. Uno, nessuno e centomila, per dirla con Pirandello, sono i misteri della città del Foro. Il maresciallo della polizia stradale Alfonso La Gala, che uccise la moglie Anna Maiuriello, (appartenente ad una vasta famiglia di macellai della carne equina) con un tubo di ferro, mentre gli confessava di averlo fatto cornuto. Fu un delitto d’onore e la sua condanna, con l’applicazione dell’art. 587 fu di soli due anni. E non solo. Il giudice Nicola Giacumbi, ucciso dalla Br; l’assalto alla caserma Pica per il saccheggio delle armi;  il carabiniere Domenico Russo, assassinato con il Prefetto Dalla Chiesa; il ruolo del primo pentito di camorra, o’cucchiariello, Gennaro Abatemaggio, che fece tremare Napoli e la camorra, coinvolto nel famigerato processo per l’omicidio dei coniugi Cuocolo. Come il  Dr. Enrico Magliulo, figlio di un notaio, che uccise la moglie, il figlio e ferì il cognato medico di cui era geloso, e poi si suicidò. E tanti altri delitti rimasti “irrisolti”; delitti perfetti, senza colpevoli, con assassini che  impuniti vagano per la città. Mi viene in mente anche  quello della prostituta Zazzà, “Maria a capuana”, assassinata alla via Dei Ramari. Dalla sua abitazione  scomparve un cuscino pieno di banconote. Oppure il gesto inconsulto di quel macellaio che inferse 35 coltellate alla sua giovane amante e, credendo di averla uccisa, si fece maciullare da un  treno in corsa. Era padre di sette figli. Ometto  volutamente di citare il delitto del Dr. Aurelio Tafuri, dal quale ho tratto il mio libro.  E…tanti  altri misteri e delitti della città del Foro come i “casi” ancora aperti di Katia Tondi e Raffaella Afieri,  il cui figlio è a giudizio quasi come vindice del barbaro assassinio della madre. Ci occupiamo oggi di uno di questi misteri che negli anni cinquanta tennero banco nell’opinione pubblica sammaritana. Con rapporto del 19 marzo del 1951, il commissariato di P.S. di Santa Maria Capua Vetere riferiva che verso le ore 10,45 del predetto giorno tale Nicola Ianniello era stato ricoverato nell’Ospedale Melorio per ferita di arma da fuoco all’avanbraccio destro con foro di entrata al terzo medio posteriore e foro di uscita alla regione polmonare con sospetto di lesione nervosa di detto avanbraccio e per altra ferita,  pure di arma da fuoco, a solo foro di entrata al livello della inserzione cartilaginea della prima nasale finestra.  Che dalle indagini esperite dai Brigadieri Piccolo e Bencini era risultato che verso le ore 8 lo Ianniello si era recato nella bottega di armiere di Raffaele Casino,  onde richiedergli il pagamento di lire 25mila a lui dovute e per le quali gli era stata rilasciata una  cambiale. Che, però, tra i due si era accesa una animata discussione avendo il Casino fatto presente di non avere per il momento la possibilità di pagare. Poi per l’intervento di tale Gioacchino Ciriaco e l’incitamento dello stesso il Casino perduto il controllo di sé stesso – aveva tirato da un cassetto una rivoltella ed aveva esploso vari colpi all’indirizzo dello Ianniello dandosi poi alla fuga. Faceva presente poi la Pubblica Sicurezza che tanto il Casino, che lo Ianniello ed il Cirieco erano dei pederasti e che il motivo della istigazione del Ciriaco doveva ricercarsi nella gelosia da questi nutrita nei confronti dello Ianniello che egli avrebbe voluto soppiantare nella relazione intima con il Casino. Veniva pertanto iniziato procedimento penale a carico sia del Casino che del Ciriaco ed il Giudice Istruttore del Tribunale – con sentenza del 10 dicembre 1951 – dichiarava non doversi procedere a carico del Ciriaco per insufficienza di prove ed ordinava il rinvio al giudizio di Raffaele Casino per rispondere di tentato omicidio in persona dello Ianniello esclusa l’aggravante della premeditazione. Gli eredi dello Ianniello – deceduto per altro nelle more del giudizio – hanno confermato quanto affermato negli interrogatori dallo imputato ed hanno dichiarato di aver ricevuto in via transattiva circa lire 5 mila ciascuno dai familiari del Casino che avevano erogato  ventimila lire a titolo  rimborso di spese giudiziarie. Tra il Casino e lo Ianniello esisteva da tempo una turpe relazione carnale – che se il primo – sposato solo col rito civile con Giovanna Cavallo intendeva per tale fatto troncare – lo Ianniello al contrario pretendeva veder continuata. Difatti mentre al Rossi e al Liquori – premurati dalla giovane sposa – il Casino aveva nel gennaio e febbraio del 1951 promesso di allontanare da sé lo Ianniello, questi, invece, non aveva sitato – preso come era dalla ingorda passione a diffidare il Liguori di non intromettersi nelle loro cose e con tanto morbosa veemenza che quegli non aveva potuto tacergli il disgusto che sentiva per lui e per il Casino. Quest’ultimo –anche se non immediatamente – aveva cercato aderendo al vivissimo e legittimo desiderio della moglie – cpn la quale non aveva ancora potuto unirsi – di troncare la relazione con lo Ianniello ma aveva suscitato la pronta reazione di costui che non avendo altro mezzo a sua disposizione aveva pensato aveva pensato di legare ancora a sé il giovane Casino,  mediante la richiesta della immediata restituzione delle 25 mila lire, facendosi forte del   in bianco in suo possesso e della sua nota indigenza del Casino. Questo suo divisamento è palesato anche alle parole della teste Maria Leone,  la quale, se ha confermato che l’imputato alle sollecitazioni di pagamento  che ella gli aveva fatto per incarico dello Ianniello – avrebbe avuto il coraggio di sparare costui – che a furia di parlare della relazione intima aveva avvelenati i suoi rapporti con la moglie  - ha d’altro canto affermato che lo Ianniello pretendeva l’immediato soddisfacimento del suo credito appunto perché “il Casino non ne voleva più sapere di lui”. Fu appunto nell’attuazione di questi suoi disegni che lo Ianniello il giorno 16 marzo si portò alla bottega di armaiuolo del Casino  dove questi era solito dormire su una branda. Evidentemente Ianniello cercò in un primo momento di convincere il Casino a non troncare la relazione e solo di fronte all’atteggiamento risoluto del Casino – che aveva interesse a non farsi sorprendere in colloquio con lui dal fratello della moglie che invece portandogli del latte notò la presenza dello Ianniello e ne riferì alla sorella – insistette per il pronto pagamento della somma rifiutando ogni richiesta di dilazione – respingendo l’intervento, forse pacificatorio del Ciriaco entrato nel frattempo, attuato insomma quella scenata che aveva preannunciata attraverso a mezzo della Maria Leone.  Fu allora che il Casino perdendo il controllo dei suoi gesti cavò dal cassetto una pistola  6,35 di cui era in possesso ed esplose tre colpi all’indirizzo dello Ianniello. Questi morì durante l’istruttoria del processo, ma è rimasto avvolto dal mistero  il suo decesso,   che tuttavia  fu definito dai medici per “cause naturali” e tuttavia indipendenti dalle due lesioni (all’occhio e al braccio) riportare in seguito agli spari. Neppure la versione della presunta aggressione del cane è del tutto chiara. Soltanto un testimone a discarico – tale Enrico Andolfi -  assunse che vi era il cane ma il teste apparve chiaramente falso e di parte. Un altro omosessuale del branco? Misteri.





 LA CONDANNA FU A SEI ANNI DI CARCERE. RIDOTTA  A 4 IN APPELLO CON I  PARTICOLARI MOTIVI DEL VALORE MORALE E SOCIALE. 



Con l’accusa di tentato omicidio, con l’avvocato difensore, Ciro Maffuccini, l’imputato Raffaele Casino, venne giudicato dalla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (Presidente, Giovanni Morfino, giudice a latere, Victor Ugo De Donato; giudici popolari: Guido Natale, Francesco Limone, Pasquale Rossi, Nicola Iodice, Emilio Mozzillo, Nicola Stallone; cancelliere, Domenico Aniello, ufficiale giudiziario, Giuseppe Girardi; pubblico ministero, Alfonso Borrelli), nel frattempo, però, la vittima, Nicola Ianniello, era deceduto per altre cause. Interrogato in dibattimento – l’imputato - dichiarò innanzitutto di avere tacitato gli eredi dello Ianniello. Descrisse brevemente l’accaduto: “Ero nel mio negozio di armiere, allorquando si presentò il Nicola che  mi richiese  la restituzione immediata delle 25 mila lire per una cambiale scaduta. Io gli feci presente che ero in grado di restituirgli  la somma un poco alla volta e che comunque un acconto glielo avrei versato prima di Pasqua. Egli però insistette nella sua richiesta, malgrado le mie promesse che io gli facevo, anche perché, avevo interesse a che egli si allontanasse dal negozio e che della sua visita non fosse venuta a conoscenza mia moglie il cui fratellino di lì a poco avrebbe dovuto portare dell’acqua. Spiego  che mia moglie sapendo della visita dello Ianniello avrebbe – molto probabilmente – finito con l’apprendere la relazione intima che avevo avuto con esso Ianniello, fino a qualche tempo prima del mio matrimonio con Giovanna Cavallo,  celebrato solo col rito civile. Alle mie promesse mi rispose che avrebbe fatto un chiamata – mentre si discuteva intanto era giunto tale Gioacchino Ciriaco – il quale vedendo lo Ianniello nel mio negozio e sapendo della illecita relazione che io avevo avuto con lui domandò allo Ianniello cosa stesse facendo. Ianniello gli rispose che erano affari che non lo riguardavano.


 Avendo il Ciriaco risposto: ”Ma lo sai che questo è sposato?”, lo Ianniello lo afferrò strappandogli anche la tasca della giacca. A quel punto il Ciriaco andò via dicendo che sarebbe andato al commissariato  di polizia.  Lo Ianniello allora rispose che se doveva andare dal commissario ci sarebbe andato con tutto il suo sfizio e fece l’atto di lanciare contro di me il suo cane da presa. A quel punto impugnai una rivoltella già carica - che era sul banco di lavoro – che avevo riparato per conto di un cliente – di cui ora non ricordo il nome-  ed esplosi due colpi contro il cane. Colpii invece lo Ianniello il quale si era abbassato per meglio incitare il cane. Poi accortomi della ferita mi diedi alla fuga. Ben si intenda che lo Ianniello aveva il pretesto della restituzione dei soldi ma il suo vero obiettivo era che io continuassi la relazione con lui. Confermo che mi lanciò il cane per farmi aggredire. Confermo che ebbi a parlare con i testi Liguori e Rossi della mia relazione con lo Ianniello i quali mi invitarono a troncarla essendo io sposato”. Senza effetti giuridici fu la deposizione della madre della vittima,  Luisa Cagiero,  la quale nulla sapeva dei fatti e non seppe neppure precisare la somma incassata per il risarcimento del danno. Seguirono poi le deposizioni di Filomena Di Tonto, Vincenzo Ianniello, Giovanna Cavallo, Elio Bencini, Ottavio Piccolo, Augusto Rossi, Carmine Signore, Maria Leone, Enrico Andolfi. Il pubblico ministero chiese una condanna ad 8 anni di reclusione. La difesa rappresentata dall’avvocato Ciro Maffuccini,  chiese l’attenuante della provocazione e le generiche e  la pena minima per il risarcito danno. 




La Corte lo condannò  ad anni sei di reclusione, con l’attenuante della provocazione e delle generiche. In sede di Appello innanzi la Corte di Assise di Napoli (Presidente Nicandro Siravo, giudice a latere, Gennaro Guadagno, pubblico ministero Emanuele Montefusco; giudici popolari: Silvio De Blasio, Giovanni D’Avanzo, Aldo Nappi, Antonio Fedele, Felice Bocciero, Nicola Angelillo, Ugo Marinelli. Cancelliere,  Luigi Nappi,  ufficiale giudiziario  Mario Iorio), la difesa chiese di accogliere l’attenuante dei particolari motivi del valore morale e sociale, con una congrua diminuzione della pena inflitta in primo grado. Dal canto suo invece il pubblico ministero chiedeva la conferma della sentenza di primo grado. La Corte  di Assise di Appello, con sentenza  del 15 gennaio del 1954, in parziale riforma della sentenza della Corte di Assise del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere del 7 marzo , riconosceva all’imputato Raffaele Casino, di anni 30, con l’attenuante di avere agito per motivi particolari del valore morale e riduceva, di conseguenza,  la pena inflitta ad anni 4.  Nel corso del dibattimento vennero escussi molti testimoni: Luisa Corgiero, di anni 75,  madre della vittima, abitante alla via Gallozzi, in vico Pepe 3; la sorella Margherita, di anni 57, abitante in via Torre ed i fratelli Vincenzo e Mario, abitanti alla via Gallozzi.





Nessun commento:

Posta un commento