domenica 29 novembre 2015





  
GIUSEPPE DELLA ROCCA UCCISE COLUI CHE RITENEVA IL MANDANTE DELL’OMICIDIO DEL FRATELLO

Il primo delitto nel 1943 nel corso di una violenta sparatoria .  Alla base dell’omicidio la interruzione della costruzione di un pozzo artesiano




Il delitto accadde tra  S. Felice a 

Cancello  e  Cancello Scalo il 24 agosto del 1950




Cancello Scalo – I carabinieri di Cancello Scalo comunicavano alla Procura  della Repubblica che il giorno precedente alle ore 7,30 che l’imprenditore Ugo Pierucci mentre percorreva con la sua moto sulla quale si trovava anche il figlio all’altezza della strada provinciale che passa per5 il Comune di Cancello Scalo, proveniente da Baiano e diretto in agro di Acerra, che si occupava della costruzione di un pozzo artesiano, in prossimità della Chiesa  Parrocchiale tale Giuseppe Della Rocca, di anni 26, fermo sul laro destro della strada – con una mano nella tasca dei pantaloni – intimava alla moto di fermarsi. Mentre il Pierucci si fermava il Della Rocca estraeva dalla tasca una pistola ed esplodeva,  in ripetizione sei colpi all’indirizzo dell’imprenditore. Nell’uccidere il Pierucci il Della Rocca aveva grifato:” Tu sei stato che hai fatto uccidere mio fratello”. Mentre la moto con i due di cui uno mortalmente ferito terminava la sua corsa al bordo della strada il Della Rocca inforcata una bicicletta si dava alla fuga portando con sé l’arma del delitto. Il giovane che aveva visto la morte del padre si diede alla rincorsa dell’assassino ma senza esito. Intanto i carabinieri precisavano nel loro rapporto che il delitto si era verificato a pochi passi dalla stazione dei carabinieri e che pertanto sia il comandante Rocco Paladino che  gli appuntati Michele Messina e Andrea Barbato avevano sentito chiaramente sia lo scoppiettio della motocicletta che i colpi di pistola. 

In particolare il carabiniere Pasquale Marolda si era dato, insieme all’appuntato Domenico Iorio si era dati all’inseguimento del fuggiasco senza però raggiungerlo. Neppure vennero repertati bossoli delle esplosioni. Frattanto, il Pierucci, mentre veniva traportato in fin di vita verso l’ospedale di Maddaloni riferiva con un filo di voce al figlio Giulio,  che lo assisteva che a sparargli era stato “il fratello di Pietro”.   Purtroppo per le gravissime ferite il Pierucci dopo poco decedeva. Nel corso delle delicate investigazioni – svoltesi in ambienti omertosi – i rappresentanti della Fedelissima riferivano che vi era un precedente gravissimo ed un sordido rancore del Della Rocca nei confronti della vittima in quanto il 23 maggio del 1943 in località “Limiti” di S. Marco di Santa Maria A Vico,  tale Antonio Finelli, mentre si trovava in compagnia di Pietro e Carlo Della Rocca si era recato presso   Ugo Pierucci, che stava effettuando lavori per la costruzione di un pozzo artesiano, per conto di tale Vincenzo Cantile (assieme ai suoi operai Fortunato Criscuolo, Michele Tranchese e Vincenzo Cimmino) per sollecitare la ripresa dei lavori da un altro pozzo – già iniziato dal Pietrucci – per conto appunto del Finelli. Per la inaspettata interruzione dei lavori di costruzione del pozzo il Finelli aveva già minacciato più volte sia il Pietrucci che i suoi operai ed in particolare il Criscuolo il quale però aveva fatto capire che non si era affatto intimidito delle larvate minacce.  Il Finelli, però, forte anche della presenza dei Della Rocca aveva minacciato con veemenza il Criscuolo diffidandolo addirittura ad allontanarsi dalla zona. Il Criscuolo, però, che era il tipo che non si faceva passare la mosca per il naso, con il pretesto di lavarsi le mani era andato  nello spogliatoio attiguo al pozzo e armatosi di una pistola si era  avvicinato al Finelli il quale però, per nulla intimidito dell’arma, schiaffeggiava il Criscuolo pronunciando parole minacciose. Il Criscuolo rispondeva con un pugno ed il Finelli – spalleggiato da Pietro Della Rocca – che per l’occasione si era armato di un fucile – iniziava una sparatoria  alla quale rispose anche il Criscuolo con la sua pistola. Durante la sparatoria il Della Rocca veniva colpito al viso da un proiettile sparato contro di lui dal Criscuolo e decedeva, per effetto di tale lesione all’Ospedale Pellegrini di Napoli dove era stato ricoverato. Un altro grave fatto avvelenò gli animi dei partecipanti alla sparatoria. 

Il giorno dei funerali del Della Rocca,  in via Trotti di San Felice a Cancello, mentre un folto gruppo di parenti rendeva omaggio al feretro,  si trovò a passare Ugo Pierucci, il quale fu aggredito e malmenato ed indicato quale autore dell’omicidio del Pietro Della Rocca. I carabinieri, intervenuti per sedare la rissa furono costretti ad operare il fermo del Pierucci il quale però veniva scagionato perché i militari accertavano che lo stesso durante l’episodio del 1946 non aveva fatto uso di armi e che il Della Rocca aveva schiaffeggiato il Pierucci  non già per i lavori del pozzo artesiano ma per motivi di donne. Conclusa la formale istruttoria Giuseppe Della Rocca veniva accusato di omicidio e si appurava che Ugo Pierucci era deceduto causa emorragia causata dalla recisione dell’arteria femorale destra. La relativa perizia necroscopica accertò, tra l’altro, che la vittima era stata attinta da ben 4 colpi di arma da fuoco esplosi da una pistola a canna corta, colpi esplosi a breve distanza in direzione dall’alto verso il basso. Intanto il 23 agosto del 1950 – il giorno successivo al delitto – si presentavano ai carabinieri Clemente Ferrara e Raffaele Picozzi e si dichiaravano disponibili a rendere deposizioni sull’omicidio di Ugo Pierucci. Il primo dichiarava di aver sentito gli spari e di essersi recato sul posto del delitto e di aver visto per terra un uomo ferito che perdeva sangue e poco distante di aver rinvenuto sul terreno della disputa una pistola Beretta Cal.9 che consegnava al maresciallo Carlo Ansan  che lo stava interrogando. 


Il Picozzi, invece, affermava di essere stato presente al delitto e di aver visto sia il Pierucci che il Della Rocca scambiarsi offese e che entrambi avrebbero poi fatto uso delle rispettive pistole. Tutto falso. I carabinieri infatti denunciarono i due per falsa testimonianza in quanto essendo arrivati sul posto subito dopo il delitto dato che il fatto come si ricorderà avvenne poco distante dalla caserma dei carabinieri – sul posto rinvennero il ferito,  un solo personaggio (che non era né Picozzi né Ferrara) e nessuna arma per terra. L’assassino subito dopo il delitto si era dato alla latitanza ed i carabinieri iniziarono gli interrogatori. Vennero escussi nella circostanza Francesco Savinelli, Salvatore Perrotta, Francesco De Lucia  e Salvatore Piscitelli,  i quali in “coro” (ma come poi accerteranno i carabinieri erano reticenti e falsi) affermarono che avevano visto sparare Ugo Pierucci contro Giuseppe Della Rocca (applicando il teorema delle nostre contrade che bisogna sempre aiutare il vivo e non il morto). Ma da un confronto – dagli incartamenti si rileva che fu  drammatico –  organizzato dal magistrato inquirente, tra il figlio della vittima, Giulio Pierucci  (guidava la moto al momento del delitto) ed i testi predetti risultò che il Pierucci non aveva fatto uso di armi. I carabinieri: Mar. Rocco Paladino, app. Michele Messina ed il car. Mario Marolda, confermavano al magistrato le loro tesi sulla falsità dei testi non presenti sul luogo del delitto. 


Ma come nei migliori trailer (La finestra sul cortile di Hitchcock?) spuntò il testimone oculare. Franca Ausonia, una bella bionda di mezza età, dichiarò al mar. Ansan,  che al momento del fatto ella era affacciata alla sua finestra ed aveva visto le scene criminose del delitto essendosi il tutto verificato sotto la sua finestra. “Ho visto – dichiarò -  Giuseppe Della Rocca sparare tre colpi di pistola contro l’ing. Ugo Pierucci il quale poi si è allontanato di corsa”. Poi non confermò questa dichiarazione – evidentemente pressata o minacciata – e confermò solo in parte al magistrato inquirente. Ma posta a confronto con il maresciallo dei carabinieri negò recisamente di aver assistito al delitto. Anzi dichiarò che era di “spalle”. Il maresciallo, invece, confermò la sua versione. Il figlio della vittima, Giulio Pierucci,  dal canto suo ebbe a precisare che il padre era rimasto vittima di una proditoria aggressione consumata in suo danno dal Della Rocca confermando la sua versione dei fatti già riferita ai carabinieri di  Cancello Scalo. Intanto ricercato in ogni dove il Della rocca fu tratto in arresto dagli uomini della Squadra Giudiziaria del Commissariato di Santa Maria Capua Vetere. Subito interrogato affermava di non aver avuto intenzione di uccidere l’ingegnere ma di avere puntato la pistola in mezzo alle gambe soltanto per spaventarlo e che le versioni del figlio della vittima Giulio e quella dei testimoni oculari erano false.







  
Il Della Rocca veniva condannato per omicidio volontario ad anni 20 di reclusione. Pena ridotta in appello ad anni 14 e mesi 8. Gli altri condannati ad un anno per falsa testimonianza.

Il Giudice Istruttore, con sentenza del 16 gennaio 1952, ordinava il rinvio a giudizio di Giuseppe Della Rocca, Clemente Ferrara, Raffaele Picozzi, Francesco Savinelli, Salvatore Perrotta e Salvatore Piscitelli,  innanzi la Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (Presidente Giovanni Morfino, giudice a latere, Angelo Lerro; giudici popolari: Osvaldo Troianiello, Vittorio Lista, Ugo Stella, Ugo Penna, Domenico Barbato, Ettore Faraone) per rispondere il primo,  di omicidio volontario in danno di Ugo Pierucci; gli altri di falsa testimonianza. In dibattimento Genoveffa Vigliotti, vedova Pierucci, assieme al figlio Giulio si costituiva parte civile. Dopo la requisitoria del pubblico ministero che chiedeva una condanna a 30 anni di reclusione, la parola dei difensori di parte civile e quelli degli imputati la Corte dichiarava Giuseppe Della Rocca colpevole delle contestazioni ed esclusi per l’omicidio le aggravanti della premeditazione e del motivo abietto e ritenuta per lo stesso invece le aggravanti della recidiva specifica e l’attenuante del risarcimento del danno lo  condannava per omicidio volontario ad anni 20 di reclusione e tutti gli altri ad un anno  per falsa testimonianza. La sentenza però veniva appellata dal pubblico ministero e degli imputati.




 Il primo lamentava una pena mita per il possesso delle armi e l’imputato stigmatizzava, invece, la negazione da parte della Corte della legittima difesa e l’eccesso colposo o quantomeno ritenersi il delitto come omicidio preterintenzionale e non volontario. Il difensori del Della Rocca, nei motivi di appello,  chiedevano  inoltre la concessione delle attenuanti  della provocazione e del motivo di particolare valore morale e sociale.


Avv. Prof. Alberto Martucci 


Gli imputati di falsa testimonianza insistevano  nella richiesta di assoluzione per non aver  commesso il fatto ed in via subordinata per insufficienza di prove. Dopo qualche anno la Corte di Assise di Appello di Napoli (Presidente Ugo Solimene, giudice a latere, Gennaro Guadagno, pubblico ministero, procuratore generale, Federico Putaturo) che giudicavano in appello la sentenza della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere  emessa il 20 luglio del 1953,  prima di emettere il verdetto  osservò che all’imputato Della Rocca non andavano riconosciute le attenuanti della legittima difesa, dell’accesso colposo, alle attenuanti della provocazione e neppure la diversa configurazione giuridica del fatto (da omicidio volontario e preterintenzionale). 

Avv. Sen. Francesco Lugnano


“La ricostruzione – scrissero i giudici di appello nelle loro motivazioni – che i primi giudici hanno compiuto dell’episodio criminoso è aderente ai risultati sia generici che specifici. La tesi difensiva concernente  la legittima difesa è recisamente contrastata da un complesso di elementi che consentono  un giudizio diverso”. La perizia del Dr. Mario Pugliese, scrissero ancora i giudici di secondo grado – consentiva di accertare che il Pierucci era stato attinto da quattro colpi di arma da fuoco portatile a canna corte esplosi a breve distanza e che la vittima era stata aggradita alle spalle. In  parziale riforma della prima sentenza  riducevano  la pena  ad anni 14 e mesi 8 di reclusione. Nei processi furono impegnati gli avvocatii: Carmine Savella, Francesco Lugnano e Alberto Martucci.






  

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