domenica 15 novembre 2015





TENTO’  DI UCCIDERE IL  PADRE TAGLIANDOGLI LA TESTA CON UNA MANNAIA PERCHÉ  15 ANNI PRIMA AVEVA UCCISO LA MADRE


Accadde a Mondragone il 15 maggio del 1950

Giovanni Arrichiello, di anni 21, da Mondragone, arrestato il 15 maggio del 1950 fu accusato di tentato  parricidio aggravato per avere tentato con una affilata mannaia di uccidere il proprio  padre Luigi tagliandogli la testa perché 18 anni prima aveva ucciso la madre  Orsola Pagano con un colpo di pistola mentre questa dormiva nel proprio letto. 


Mondragone – Il giovane Giovanni Arrichiello, di anni 21, da Mondragone, arrestato il 15 maggio del 1950,  fu accusato di tentato  parricidio aggravato,  per avere tentato con una affilata mannaia di uccidere il proprio  padre Luigi, tagliandogli la testa perché, 18 anni prima, aveva ucciso la madre Orsola Pagano con un colpo di pistola, mentre questa dormiva nel proprio letto. Per detto uxoricidio il “sellaio” di Mondragone aveva scontato 18 anni di carcere ed era ritornato dopo aver scontato la pena nella sua città. Con rapporto del 16 maggio del 1950 i carabinieri di Mondragone aveva segnalato al Procuratore della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere di aver tratto in arresto il giovane Giovanni Arrichiello e di aver denunciato per tentato parricidio aggravato. I rappresentanti della Fedelissima segnalavano che, nel pomeriggio del giorno precedente, mentre il padre era immerso nel sonno aveva tentato di ucciderlo mediante una affilata mannaia producendogli un squarcio al collo. Egli non aveva potuto portare a termine il crimine – per sua diretta ammissione – perché il genitore al contatto con la lama del  freddo arnese, si era svegliato di soprassalto ed aveva lanciato contro il figlio che stava scappando l’aggeggio maledetto. Nel lanciare la mannaia, che egli usava nella sua bottega di sellaio di  cavalli,  il vecchio si era prodotto una ferita alla mano. Poi il giovane si era dato a precipitosa fuga. Rintracciato, però, la sera stessa presso la nonna materna Olimpia Andreozzi, e sottoposto ad interrogatorio aveva dichiarato che era sua ferma intenzione tagliare la testa al padre per vendicare l’uccisione della propria  madre ad opera del padre avvenuta 18 anni prima.


L’uxoricidio che determinò il tentativo di parricidio
Il racconto del giovane, presso la caserma dei carabinieri, alla presenza del Pretore di Carinola Dr. Vittorio Cameli, fu drammatico. Spesso interrotto da pianto e disperazione. Suo padre, Luigi Arrichiello, era uscito dal carcere nel 1949 – dopo aver scontato circa 17 anni di reclusione per aver ucciso la moglie – e lo aveva più volte minacciato di morte accusandolo di essere poco amante del lavoro. “Non ricordo tanto bene – esordì il giovane – l’episodio della morte di mia madre,  perché all’epoca ero piccolino, però, pare fosse una questione di donne;  avevano avuto, nella serata, un violento alterco. Lui la uccise a tradimento, mentre dormiva con un colpo di rivoltella nell’orecchio. Ha scontato per questo una pena di circa 20 anni di reclusione. Ritornato a Mondragone dal 24 aprile del 1949 al 3 gennaio del 1951 è stato sottoposto a libertà vigilata per il delitto di mia madre. Verso mio padre ho sempre nutrito un odio profondo ed ho sempre progettato di ucciderlo per  vendicare mia madre. Verso le 14  di ieri ho tentato di uccidere mio padre con una mannaia tagliente da sellaio che serviva per tagliare il cuoio. Ciò l’ho fatto mentre mio padre dormiva nel suo lettino. Però dovevo essere leggero perché mio padre al solo contatto con l’arnese – col quale gli ho prodotto una ferita al collo – subito si è svegliato ed in seguito a  ci8ò mi sono dato alla fuga lasciando nella stanza l’arnese feritore ma.. mentre tagliavo il collo a mio padre ho avuto un momento di riflessione e di paura che mi ha costretto a gettare la mannaia  altrimenti gli avrei staccato il collo. Mio padre non mi ha mai maltrattato ma,  ultimamente, mi ha minacciato di uccidere perché secondo lui io non facevo si servizi per bene. 

Mio figlio è scemo e la madre meritava la morte
 Ma il padre, interrogato, a sua volta aveva recisamente negato di aver minacciato il proprio figlio ed anzi aveva precisato che il figlio si era determinato nel commettere il gravissimo gesto ma che non era normale di mente avendo sofferto da bambino sia il tifo che la meningite durante il suo ricovero nell’Ospizio dei figli dei carcerati a Pompei. Nel 1947, aveva precisato ancora il vecchio, il figlio era stato dimesso dall’ospizio nel 1947 ed era andato a convivere con la nonna.  Mio figlio è stato dimesso per “cattiva condotta”  dal ricovero figli dei carcerati di Pompei epoca in cui io ero ancora detenuto per scontare la pena del mio uxoricidio ed il ragazzo fu affidato a mia madre di 73 anni, che fu da lui spesso malmenata. Quando sono stato dimesso dal carcere ho impianto bottega a Mondragone prendendo con me mio figlio per fargli apprendere un lavoro ma egli non aveva alcuna capacità e disposizione. Di fronte ad un mio benevolo rimprovero per farlo applicare al lavoro almeno come manovale per potergli far guadagnare almeno qualcosa per il suo mantenimento. Ma non si è voluto mai piegare. Mai mio figlio ha manifestato propositi aggressivi nei miei confronti. Solo una volta, avendo rilevato che era tutto sporco ed avendolo richiamato e scosso per una spalla egli fece per avventurarmisi contro. Mio figlio durante il ricovero presso l’Istituto figlie dei carcerati ha sofferto, tra l’altro, di tifo e meningite. Ritengo che egli sia del tutto incapace di intendere e di volere e chiedo che si proceda  agli opportuni accertamenti in merito.  Prendo visione della lettera che egli mi ha scritto. La calligrafia è sua,  ma il contenuto non è farina del suo sacco. Chiedo che mio figlio sia ricoverato in un manicomio giudizio essendosi dimostrato estremamente pericoloso”.


Nei successivi interrogatori - alla presenza del magistrato inquirente – il giovane si riconobbe colpevole confermando l’interrogatorio reso ai carabinieri ed al  Pretore di Carinola e confermò, inoltre, di essere deciso a sopprimere il padre, anche perché  la sera aveva avuto al sensazione che il padre fosse stato sul punto di colpirlo con una mannaia alle spalle. Però, nell’imminenza del processo si era quasi pentito ed aveva fatto arrivare al padre la lettera di scuse. “Caro Papà, il carcere è brutto ed ora mi rendo conto di quello che voi avete passato nei 17 anni di carcere. Chiedo perdono per quello che ho fatto… la lettera è a vostro carico perché non ho i soldi per i francobolli…e mi dovete scusare”.  Era una idea ossessiva? Oppure il vecchio aveva voluto tentato di sopprimere anche il figlio che non gli aveva perdonato di aver ucciso la madre? Misteri che serrano la mente dei protagonisti.  
Assassino forse… malato di mente… certo

Sui dubbi avanzati dalla parte lesa sulla sanità mentale dell’imputato,  i magistrati ordinarono una perizia psichiatrica per accertare Lo stato mentale del giovane. Il responso del perito di ufficio fu che l’imputato era “un deficiente debole mentale in cui era particolarmente atrofico il settore emotivo sentimentale e prossico”. Un’altra perizia ordinata dall’autorità giudiziaria aveva accertato che Luigi Arrichiello in seguito alle ferite riportate nel corso dell’aggre3ssione del figlio con la mannaia da sellaio era rimasto semi-paralitico ed inabile al lavoro questo fatto aggravava la posizione giudiziaria del giovane. Nella perizia espletata dal  Prof. Annibale Puca, psichiatra del manicomio giudiziario  di Aversa venne ribadito il concetto che era “fuor di dubbio che il ragazzo volesse recedere la testa al padre, tanto è vero che gli aveva procuratore una lesione lunga sette centimetri e per poco non gli aveva staccato la testa dal collo”. “Il corpo del reato – sequestrato e mostrato in dibattimento precisò il prof. Puca - faceva paura solo a guardarlo. La mannaia, affilatissima, veniva usata da Luigi Arrichiello, che era nato ad Aversa ma si era trasferito,   faceva il sellaio con  bottega alla VIA Vittorio Emanuele, 336 - di Mondragone. Lui aveva ucciso la moglie Orsola Pagano – per presumibili tradimenti, che, però, non risultarono nel processo – con un colpo di rivoltella mentre dormiva nel suo letto. Aveva scontato una condanna a 18 anni che all’origine era stata di anni 26”.







La condanna fu,  con la diminuente del vizio parziale di mente, alla pena di anni tre di reclusione.  La Corte decise inoltre che a pena espiata  venisse ricoverato in una casa di cura e di custodia per la durata non inferiore di mesi sei.




Chiusa la formale istruttoria, il 20 luglio del 1951,  la Sezione della Corte di Appello di Napoli lo rinviò al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere per rispondere di tentato parricidio aggravato. Nel corso del dibattimento vennero ascoltati come testi il padre Luigi Arrichiello, oltre al mar. dei carabinieri, Carmine Calabrese, all’appuntato Biagio Masullo, alla nonna, Olimpia Andreozzi e Raffaele Mele. La difesa fu assunta dall’ avvocato Vincenzo Fusco,  che si battette strenuamente per il giovane imputato. Nel suo interrogatorio  – nel corso del processo però – l’imputato ritrattò totalmente le sue precedenti deposizioni affermando questa volta che mai il padre l’aveva minacciato di morte e che tutto ciò che aveva detto in istruttoria  era frutto della sua fantasia malata. Confermò, però, di aver divisato di staccare la testa al padre per vendicare la morte della madre ed allorquando si introdusse  nella bottega – ci tenne a precisare -  avevo la ferma intenzione di ucciderlo nel sonno così come lui aveva fatto con mia madre mentre dormiva nel suo letto con un colpo di pistola alla testa. “Ma non è escluso – precisò ancora il giovane – che fui fermato dal fatto che mio padre si svegliò di soprassalto a contatto con la fredda lama della mannaia… ma se avessi voluto ucciderlo avrei potuto  colpendolo direttamente nel sonno”. Insistette, infine, e volle rimarcarlo,  che lui “decise all’ultimo momento di non ucciderlo”.  La Corte di Assise (Presidente, Paolo De Lise; giudice a latere,  Victor Ugo de Donato; pubblico ministero,  Pasquale Allegretto; giudici popolari: Giuseppe De Rosa,Vincenzo Paone, Giseppe Iovane, Gennaro Cervo, Pasquale Auriemma, Gaetano Rossi e Luciano De Gennaro) dichiarò  Giovanni Arrichiello,  colpevole di lesioni volontarie gravi con arma (così modificando il capo di accusa che originariamente era di tentato omicidio  aggravato) in persona del padre e ritenuta la equivalenza tra circostanze aggravanti ed attenuanti generiche, lo condannava, con la diminuente del vizio parziale di mente alla pena di anni tre di reclusione. Dichiarò, però, il giovane Giovanni Arrichiello, socialmente pericoloso ed ordinò  che – a pena espiata – venisse ricoverato in una casa di cura e di custodia per la durata non inferiore di mesi sei. 






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