lunedì 25 gennaio 2016






Il delitto accadde a Villa di Briano il 7 marzo del 1951

Giuseppe Conte uccise la sorella Rosa con 4 colpi di pistola alla presenza di un’altra sorella e due nipotini.

 

Alla base del truce delitto la spartizione degli utili di una fabbrica clandestina per il contrabbando dell’alcool. Il cruento episodio fu germinato dalla istigazione della moglie dell’assassino che odiava le cognate le quali l’accusavano di avere un amante - L’attività truffaldina della fabbrica clandestina bloccata dalla Guardia di Finanza. 


Villa di Briano - La mattina del 7 marzo del 1951, in località “San Lorenzo”, dell’agro di  Villa  di Briano il contadino Giuseppe Conte,  di anni 37, esplodeva all’indirizzo della sorella Rosa quattro colpi di pistola del calibro 10, 35 attingendola alla guancia destra, alla regione mastoidea destra, al giagulo ed alla regione  epigastrica destra. Subito dopo si dileguava quindi nelle campagne circostanti. Rosa Conte, trasportata con mezzi di fortuna al suo domicilio, vi decideva poco dopo per grave emorragia interna avendo i colpi inferti alla gola ed alla regione epigastrica recisa la trachea e varie anse intestinali. I carabinieri, prontamente intervenuti, non poterono raccogliere alcuna dichiarazione della ferita già prossima al trapasso.  Presenti al grave fatto di sangue, secondo i risultati dell’indagine esperite dai militi, una sorella dell’uccisa Maddalena Conte,  maritata  Mastroianni, e due bambini:  Maria Conte di Giovanni, di anni otto, ed il figlio della Maddalena, Antonio di anni tre. Alle grida invocando di soccorso, ma ad azione esaurita erano accorsi, da una vicina cava di tufo, alcuni cavapietre nonché dei contadini intenti al lavoro nei campi. La  causale del fatto andava ricercata - su comune informazione dei germani della vittime dell’uccisore -  in vecchi dissidi che avevano divisi  i familiari Conte in due gruppi contrapposti ed ostili: il Giuseppe da una parte e la Rosa, Maddalena, Giovanni e Nicola dall’altra, tutti associati un tempo in un’attività delittuosa che aveva cagionato loro più danni che incrementi patrimoniali: la fabbricazione clandestina dell’alcol. I proventi dell’impresa incassati dalla Rosa Conte che fungeva da amministratrice della società venivano dalla medesima distribuiti fra i partecipanti. Il Giuseppe si era più volte lagnato con la sorella Rosa per pretese disparità delle quote attribuite assumendo di avere ogni volta beneficiato dei profitti in misura minore degli altri soci. Per tali motivi l’armonia, che avrebbe dovuto regnare tra i fratelli soprattutto in funzione del rischio che l’attività comune comportava, venne a cessare e subentrò fra le parti un regime di sofferenze e di astiosità. Cominciarono intanto le sorprese della Guardia di Finanza con sequestro dei macchinari e denunce all’autorità giudiziaria. In una di tali operazioni venne tratta in  arresto la moglie di Giovanni ConteGiuseppina  Romano, che si era lasciata sorprendere nel locale destinato a quell’attività delittuosa. Costei riportò condanna a pena pecuniaria convertibile per mancato pagamento di pena detentiva. Richiesto di contribuire nella ripartizione dell’onere allo scopo di evitare la carcerazione alla Giuseppina, che per le sue condizioni di infermità male avrebbe tollerato quella restrizione il Giuseppe dapprima oppose un netto rifiuto, assumendo di non essere tenuta a quello esborso perché defraudato dei suoi diritti in sede di ripartizione degli utili. Alla fine, pressato dalla insistenza di quelli versò lire 7000 nelle mani di una persona di fiducia in attesa di un preciso conteggio. Il giorno successivo però tale somma fu novellamente ritirata ad opera dalla moglie del Giuseppe, Dionisia Traettino col pretesto che l’importo da corrispondere a titolo di multa era stato artificiosamente esagerato per frodare esso Giuseppe. Le liti si inasprirono in scontri violenti con alterne vicende.


Il Giuseppe si separò allora dai germani impiantando altrove la propria fabbrichetta clandestina rapidamente individuata e smobilitata dalla Guardia di Finanza. Egli, però, attribuì la sua disavventura più che alla sagacia e al talento investigativo degli agenti alla reazione dei suoi congiunti. Messo alle strette dai suoi avversari dimoranti con il Giuseppe in un unico edificio, alla fine costui trasferì altrove la sua abitazione, togliendo in fitto  alcune camere site nella medesima strada. Non per questo gli attriti e le angherie cessarono. Nel suo  nuovo alloggio il Giuseppe  patì altro affronto tanto da dover ricorrere alla minaccia col fucile per estromettere i suoi germani che vi si erano immessi  per una ennesima dimostrazione. Il Giuseppe si rivolse allora all’azione legale producendo prima querela  a carico dei fratelli,  sollecitando poi il procuratore della Repubblica per il suo autorevole intervento che valesse a distogliere gli avversari dalla campagna di odio  che costoro conducevano contro di lui osteggiando finanche la locazione di vani lasciati dal Giuseppe e di proprietà  del medesimo. Grazie all’interposizione dei carabinieri disposta dal procuratore della Repubblica parve che la pace fosse ristabilita. La mattina del 7 marzo invece la vicenda precipitò nel peggio. La Maddalena Conte, presente al fatto, come si disse riferì che essendo con la sorella Rosa diretta quel mattino in un proprio fondo a lavorare si incontrò con il Giuseppe che era fermo ad attenderle sulla strada che quelle dovevano ulteriormente percorrere. Egli prese pacificamente discutere con la sorella Rosa, intrattenendola sulle modalità della definizione delle loro pendenze promettendo che avrebbe rimesso le querele sporte contro i germani. Accomiatandosi alla fine dalle sorelle egli aveva ripreso la via del ritorno allorché su sollecitazione della moglie Dionisia Traettino, sbucata improvvisamente da un riparo, ritornò sui propri passi ed apostrofò con   volgari parole la sorella Rosa ed iniziò una nutrita sparatoria contro costei che cadde riversa nel proprio sangue. La piccola Maria Conte (presente al momento del delitto) riferiva a sua volta che lo zio Giuseppe, mantenendosi tranquillo nel corso del colloquio con la zia Rosa, con la quale aveva addirittura scherzato, poi senza un motivo apparente cominciò a sparare contro quella fino ad abbatterla. La bambina dichiarava che da parte delle due donne nessun gesto aggressivo fu posto in essere nei confronti di Giuseppe. Smentiva infine la zia Maddalena in rapporto alla comparsa della Dionisia Traettino ed  alla  istigazione ad uccidere alla stessa addebitata. Ella infatti non vide e non udì alcunché. Tratto in arresto qualche giorno dopo dai carabinieri di Villa di Briano, Giuseppe Conte dichiarò a sua discolpa di essersi incontrato per mero fortuito caso con le sorelle Rosa e Maddalena. Invitato dalla Rosa ad un abboccamento l’aveva seguito lungo la strada che mena al fondo coltivato alla stessa. La donna, alle sue profferte di pace pose come condizione che egli abbandonasse sua moglie cui addebitava infedeltà verso il marito ed ostilità verso i familiari di lui.  Alle sue rimostranze la Rosa progressivamente eccitandosi gli si avventò contro prendendolo alla gola mentre l’altra sorella Maddalena levò in alto la vanga in suo possesso col manifesto intento di vibrargli un colpo al capo. Pronta fu a questo punto la sua reazione estrinsecatasi nell’esplosione di un numero imprecisabile di colpi all’indirizzo della sorella Rosa. Costei, tra gli altri germani, era stata quella che lo aveva maggiormente angosciato in ogni modo; prima sottraendo somme alla quota degli utili spettatigli sui proventi dell’esercizio sociale; guidando poi i congiunti nella serie di vessazioni in suo danno col fomentare odio  e spirito di vendetta contro di lui e di sua moglie. Esponeva l’imputato le sue molteplici disavventure, il programma di pace costantemente e sinceramente perseguito, le lezioni infine delle vie legali, per la tutela dei suoi diritti. Nella fase istruttoria venivano escussi testimoni delle varie circostanze nelle quali l’episodio si articolava. Veniva così ad escludersi la partecipazione al delitto di Dionisia Traettino che era nella propria abitazione nel momento dell’esecuzione dell’omicidio. I congiunti dell’imputato della fazione a lui contraria e cioè Giovanni, Maddalena, rispettivi congiunti, Giuseppina Romano, Luigi Mastroianni e Nicola Conte, esprimevano sfavorevole giudizio a carico del Giuseppe che, dominato dalla moglie, aveva negli ultimi tempi avvelenati i suoi rapporti con i germani, rifiutandosi di partecipare alle perdite della gestione sociale così come tutti partecipavano ai profitti. Negavano di aver provocato l’intervento e la sorpresa della Guardia di Finanza nella fabbrica clandestina impiantata dal Giuseppe e di aver ostacolato la locazione dei vani lasciati da costui per mero spirito di rappresaglia avendo al contrario tentato con ogni mezzo di favorire il ritorno del Giuseppe nell’abitazione paterna e con una fraterna riconciliazione. Sotto questa luce doveva interpretarsi l’episodio accorso in casa carbone
 nuova residenza del Giuseppe,  presso il quale si erano tutti recati per indurre il familiare alla pacificazione. L’accoglienza riservata loro da quest’ ultimo fu tutt’altro che lusinghiera - sempre che le messe odiose della Dionisia Trentino che quell’accordo con ogni mezzo sabotava. Fu lei infatti che porse al marito il fucile perché se ne servisse contro i fratelli. Essi avevano interesse a ristabilire normali rapporti col congiunto e da sollecitarne il ritorno non potendo gradire nell’ambito della loro abitazione ove si svolgeva un traffico illecito inopportuni controlli di terzi. Informavano inoltre di un atto di vendita fittizia posto in essere dal Giuseppe qualche giorno prima del delitto, dei suoi beni immobili, nei confronti della cognata Primavera Traettino. La suocera della Maddalena Conte,   Rosa Santoro,  riferì che la mattina del delitto incontrò il Giuseppe il quale ebbe modo di apprendere da lei medesima che Rosa e Maddalena si erano recate al lavoro nel fondo in località “San Lorenzo”. Poco prima il Giuseppe si era incontrato con le predette nel cortile della casa paterna dove si era recato per ritirare delle cose depositate nei locali di sua pertinenza. Poi il delitto in tutta la sua drammaticità.


  


LA CONDANNA FU A 17 ANNI DI RECLUSIONE CON L’ATTENUANTE DELLA PROVOCAZIONE E LA CONCESSIONE DELLE GENERICHE. L’IMPUTATO DOVETTE SBORSARE FIOR DI MILIONI PER IL RISARCIMENTO DEL DANNO. PENA RIDOTTA AD ANNI 12 IN SEDE DI APPELLO.


In esito alle prove acquisite il giudice istruttore, su conforme richiesta del pubblico ministero, disponeva il rinvio a giudizio, innanzi la Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, (Presidente, Giovanni Morfino; giudice a latere, Victor Ugo De Donato; pubblico ministero, Nicola Damiano; giudici popolari: Aniello D’Angelo, Ferdinando Del Rosso, Vittorio Di Lorenzo, Gennaro Pagano, Paolo Corvino, Salvatore Zimbardi e Aldo Fusciello) di Giuseppe Conte sotto l’imputazione di omicidio volontario in danno della sorella Rosa,  nonché di detenzione e porto di arma da guerra. Veniva esclusa la contestata aggravante della premeditazione per il concorso di taluni elementi di fatto che facevano dubitare della irrevocabilità del proposito delittuoso. La Dionisia Traettino (moglie dell’assassino), già investita dall’azione penale per concorso nell’omicidio ascritto al marito, veniva prosciolto con formula piena risultando provata la sua innocenza. Nel dibattimento l’imputato confermava i suoi precedenti interrogatori insistendo sulla prospettata tesi della legittima difesa. Quanto all’arma usata dichiarava trattarsi di pistola a rotazione. I germani dell’imputato dichiararono che ogni dissenso era ormai cessato sia pure a quel prezzo. Confermavano, nel resto, le precedenti dichiarazioni. Nella discussione finale il pubblico ministero chiedeva affermarsi la colpevolezza dell’imputato in ordine al reato di omicidio e con la concessione della attenuante della provocazione irrogarsi la pena di anni 22 di reclusione per l’omicidio e mesi due di arresto Lire 10.000 di ammenda per l’omessa denuncia e mesi otto di reclusione e 15.000 lire di multa per il porto abusivo dell’arma. La difesa dell’imputato chiedeva nell’interesse dello stesso ritenersi la scriminante della legittima difesa o l’ipotesi dell’eccesso colposo di legittima difesa. In linea subordinata chiedeva concedersi al Conte le attenuanti generiche e le discriminanti della provocazione ed i motivi di particolare valore morale e sociale ed esibiva, infine, scrittura privata contenente dichiarazione di tutto al risarcimento dei danni prodotti dal reato a firma dei congiunti della uccisa.

 “Le richieste subordinate della difesa - scrissero i giudici nella loro motivazione - in ordine alla concessione di attenuanti, vengono accolte convitatamente alle circostanze generiche ed alla provocazione. Competono le prime per i buoni precedenti penali del colpevole - che gli stessi congiunti definiscono fondamentalmente buono – difettano in lui note spiccatamente criminale e il suo delitto si appalesa come espressione di una carica emotiva traente origine da particolari situazioni familiari ed ambientali”.


“Queste stesse ragioni ostano alla concessione dell’altra attenuante – chiarì il dispositivo del verdetto emesso dalla Corte -  motivo di particolare valore morale sociale, la quale compete solo quando l’agente sia immune da colpa rispetto alla situazione da sanare e non altrimenti emendabile. Va condiviso l’apprezzamento del pubblico ministero, circa la definizione giuridica di reati concorrenti all’arma. Quanto alla misura delle pene la Corte ritiene per l’omicidio di partire dagli anni 27 di reclusione, ridotta di anni cinque per le attenuanti generiche e di altri anni cinque per la provocazione; in tutto condanna il reo alla pena complessiva di anni 17.  Infligge, altresì, per il porto abusivo di pistola mesi quattro di reclusione e Lire. 16.000 di multa, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e quella legale durante la pena. In appello la pena fu ridotta a 12 anni.



Fonte: Archivio di Stato di Caserta 





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