sabato 13 febbraio 2016


DIFFAMAZIONE. I GIUDICI POSSONO FARE MOLTO CONTRO GLI ABUSI. Lo dicono due processi, quello di Verona aReport e quello di Roma a Blitzquotidiano, e una sentenza della Corte Europea di Strasburgo. (IN CODA una dichiarazione di Lazzaro Pappagallo e una nota di Paolo Brogi).

di Giuseppe Federico Mennella/Ossigeno 



OSSIGENO,  12 febbraio 2016. In un breve lasso di tempo si sono verificati in campo giudiziario tre episodi distinti ma tutti relativi al diritto all’informazione che suonano come una sorta di richiamo al legislatore italiano perché decida di imboccare decisamente una strada nuova e diversa da quella che sta percorrendo con il disegno di legge sulla diffamazione (peraltro fermo nella Commissione Giustizia del Senato), poiché quella strada non risolve i principali problemi. Due dei tre casi sono italiani. L’altro riguarda una sentenza della Corte europea dei diritti umani.

Il caso italiano più clamoroso riguarda le querele del sindaco di Verona, Flavio Tosi, alla redazione del programma tv Report e al suo giornalista Sigfrido Ranucci. Due anni fa Tosi aveva fatto piovere sul capo di Ranucci una gragnuola di querele per diffamazione, alcune puramente preventive, essendo state presentate prima ancora della pubblicazione di qualsiasi informazione sul suo conto, e con l’evidente intento di impedire la messa in onda del servizio sull’amministrazione comunale di Verona, cui l’inviato di Report stava lavorando. Il pubblico ministero aveva chiesto l’archiviazione delle querele. Ora il Gip non solo ha accolto la richiesta della pubblica accusa, ma ha ordinato alla stessa di provvedere entro dieci giorni a presentare l’imputazione a carico di Tosi per i reati di calunnia e di diffamazione aggravata e continuata ai danni del giornalista di Report.

Il secondo caso italiano riguarda la testata online Blitzquotidiano che, nel luglio del 2012, aveva scritto un articolo su una vicenda di riciclaggio di denaro sporco e di truffe per la quale la procura romana aveva chiesto undici ordini di custodia cautelare. All’articolo reagì, con una querela per diffamazione, Simone Fazzari, ex avvocato coinvolto nei fatti. Davanti al Gip – in sede di udienza preliminare – le posizioni si sono invertite: per Blitz archiviazione e per il querelante Fazzari rinvio a giudizio.



Il terzo caso, della Corte di Strasburgo, riguarda la Francia. Tre giornalisti di France 3 erano stati condannati per diffamazione dal principe saudita Turki al Faisal per un reportage sull’attentato alle Torri Gemelle. Nel servizio al Faisal veniva indicato come un soggetto che, da capo della sicurezza saudita, aiutava i talebani. Il tribunale francese aveva condannato i giornalisti a pagare mille euro per i danni materiali e un euro per quelli morali. I giornalisti si sono appellati alla Corte europea, che ha ritenuto la condanna ingiusta e ha perciò condannato lo Stato francese per violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La giurista Marina Castellaneta ha così commentato la sentenza di Strasburgo: “La sanzione sarà pure lieve, ma il fatto stesso che un giornalista abbia subìto una condanna in sede penale rende lo Stato responsabile per violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che garantisce il diritto alla libertà di espressione. Questo anche in considerazione del fatto che una sanzione penale ha in sé un effetto dissuasivo sulla libertà di stampa, che non viene meno malgrado la lieve entità della sanzione pecuniaria”.Questi tre casi dicono al Parlamento italiano che il disegno di legge fermo al Senato è fuori dagli standard europei, non soltanto perché non prevede la depenalizzazione della diffamazione (chissa perché nel frattempo è stata depenalizzata solo l’ingiuria) ma perché non introduce un deterrente in grado di scoraggiare le querele e le azioni civili infondate, pretestuose, temerarie, che spesso hanno via libera. I casi Tosi e Fazzari ci dicono però che, in attesa di una legge migliore, i giudici possono fare molto, sulla base del loro libero convincimento e dopo un esame molto attento dei fatti, per impedire che chi agisce in modo pretestuoso o in malafaede abbia partita vinta. Purtroppo non accade sempre nelle aule di giustizia, ma le buone sentenze fanno giurisprudenza. E possono aprire la strada a leggi più rispettose della libertà di stampa. GFM



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Lazzaro Pappagallo: "La sentenza Tosi deve stimolare la politica a cambiare passo sulle querele temerarie". - Roma, 12 febbraio 2016 - Report è una delle trasmissioni di inchiesta più seguite e più efficaci della televisione italiana. Una trasmissione che non ha mai fatto sconti a nessuno. E' ampiamente documentata una certa insofferenza di tutta la politica o di grandi aziende al modo di fare informazione del gruppo di giornalisti guidato da Milena Gabanelli ed è ampiamente documentata la sequela di querele che, in mancanza di un editore solido come la Rai, avrebbero piegato redazione e colleghi. Una fresca sentenza rende giustizia ai colleghi ma proprio questa sentenza deve stimolare la politica a cambiare passo sulle querele temerarie. Condivido la nota di Paolo Brogi.  Lazzaro Pappagallo - Segretario Associazione Stampa Romana

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Paolo Brogi: assolto Ranucci,   imputazione coatta per il sindaco Tosi. - 12.2.2016. Il Gip del Tribunale di Verona, Livia Magri, ha disposto l’archiviazione di tutti e nove i procedimenti intentati dal sindaco Flavio Tosi contro il giornalista di Report, Sigfrido Ranucci e ha deciso l’imputazione coatta del sindaco per aver querelato il giornalista. Ranucci, secondo il gip, “ha dato ampia prova dell’approfondita attività di verifica delle notizie". Il giudice ha inoltre specificato che "non vi è neppure un fatto che sia risultato non veritiero". Sentenza importante ma resta il fatto che in termini legislativi l’Italia non ha ciò che esiste da tempo in altri paesi europei: la repressione delle querele temerarie, di tutte e non solo di quelle che un Gip può come nel caso Tosi risolvere con un’imputazione coatta. Cioè se in Italia un procedimento per diffamazione risulta infondato e la magistratura lo archivia, il querelante, che spesso ha agito attraverso uffici legali aziendali e perfino istituzionali (e quindi senza pagare nulla), non rischia niente e non deve risarcimenti. (Paolo Brogi)








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