venerdì 19 febbraio 2016

RASSEGNA STAMPA 
    


Abuso di difesa


di Carlo Federico Grosso

L'Espresso, 19 febbraio 2016

Un avvocato offende giornalisti e colleghi durante il processo. È un diritto tutelato dalla Costituzione. Ma esistono anche limiti da non oltrepassare. Le offese contenute negli scritti presentati o nei discorsi pronunciati dalle parti davanti a un giudice non sono punibili quando concernono l'oggetto del processo.
Si tratta di un diritto che trova il suo fondamento nella Costituzione, quindi la Cassazione gli riconosce una massima capacità di espansione: sono considerate legittime non solo le offese necessarie alla difesa, ma anche quelle ad essa comunque funzionali, non solo quelle che hanno una base di verità, ma anche quelle strumentalmente forzate, non solo quelle che riguardano soggetti del processo, ma anche quelle rivolte contro terzi.
Su di un punto non vi può essere, comunque, incertezza: che la scriminante concerne soltanto le "offese" e non può coinvolgere le "calunnie", cioè le false accuse di avere commesso un reato. Ma non solo. Secondo principi giuridici generalmente condivisi, ogni diritto presenta un suo limite naturale, segnato dalla ratio della norma che lo prevede. Per cui, chi abusa del diritto esorbita comunque dai limiti consentiti.
Di recente un noto avvocato romano, difensore di imputati di mafia, in due vicende processuali importanti non ha esitato ad usare l'aggressione verbale nell'articolare la difesa dei suoi assistiti. Il caso ha avuto risonanza perché si è sviluppato nel tempo e perché ha coinvolto persone d'indiscutibile prestigio.
Ricapitoliamo ciò che è accaduto. Il giornalista Lirio Abbate nel 2012, quando si era ancora lontani dal pensare che Roma fosse occupata da manipoli mafiosi, aveva pubblicato su "L'Espresso" un articolo sui "quattro re di Roma", Massimo Carminati, Carmine Fasciani, Michele Senese e G. Casamonica, che soltanto dopo, con l'arrivo a Roma del procuratore Pigliatone, sono stati perseguiti per criminalità organizzata. Nel corso del processo Mafia Capitale, quell'avvocato non ha perso occasione per attaccare l'autore dell'articolo del 2012, definendolo ironicamente più di una volta il giornalista "De-Lirio", e suscitando la reazione del Pm Cascini che
lo ha invitato a non offendere.
Nel processo d'appello nei confronti dei Fasciarti, lo stesso avvocato non ha esitato a sferrare un duplice attacco nei confronti di "De-Lirio" Abbate e del procuratore Pignatone. Quest'ultimo avrebbe usato prassi investigative da far west, utilizzando le intercettazioni come strumento di ricerca dei reati piuttosto che d'acquisizione delle prove; Abbate sarebbe "colpevole" di avere intravisto con due anni di anticipo ciò che i magistrati hanno poi scoperto sull'esistenza di mafia capitale: "Lirio Abbate - ha scandito il difensore di imputati di mafia - che casualmente è di Palermo, che casualmente ha lavorato a Palermo quando c'era Pignatone, che altrettanto casualmente pubblica un articolo nel quale richiama l'esistenza di un dominio criminale di Roma. Perché non hanno dato a "De-Lirio" Abbate il premio Pulitzer?".
Ma non solo. Nell'assordante silenzio di pressoché tutti gli altri difensori, soltanto un paio di legali hanno espresso solidarietà al giornalista aggredito. E la reazione non si è fatta attendere. L'avvocato sì è rivolto questa volta con parole sibilline al collega che aveva solidarizzato: "mi dispiace che non ci sia il collega Petrucci, ci avrebbe dato l'ennesima lezione su come ci si contiene in queste occasioni. Io lo stimo molto, gli voglio bene, e voglio bene alla figlia, se ha una figlia, non lo so".
Non conoscendo nei dettagli le dinamiche che coinvolgono i Fasciani ed i protagonisti di Mafia Capitale, non sono in grado di valutare se le accuse di sostanziale combutta adombrate nei confronti di Abbate e Pignatone concretino calunnia ovvero, al più, offesa scriminata dalle esigenze difensive. Ritengo per altro verso che il tentativo dì ridicolizzare un giornalista che non ha altre "colpe" se non di avere condotto indagini sul suo giornale abbia poco a che vedere con il diritto di difesa: esprime, soprattutto, insofferenza per la libertà di stampa, tanto più preoccupante ove si consideri che Abbate vive sotto scorta proprio a causa delle sue inchieste sulla mafia.
Che dire, infine, della sibillina allusione alla figlia dell'Avv., Petrucci? Parole senza significato? Caduta di stile? Qualcosa di diverso? Una cosa, a mio avviso, è in ogni caso certa: che pur facendo salvo il sacrosanto principio secondo cui le offese funzionali alla difesa devono essere consentite, è forse giunto il momento di ripensare, de iure condendo, ne! suo complesso il tema del "diritto di offendere "come strumento del "diritto di difendere nel processo". Come accennavo poc'anzi, la tematica dell'abuso del diritto e la sua funzione di limite logico all'indiscriminato esercizio del diritto potrebbero offrirci la strada per una soluzione ragionevole.

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