lunedì 7 marzo 2016



    


"Concorso esterno", quel reato per tutte le occasioni che ha decimato politici,  divise, Avvocati, magistrati  e giornalisti...




di Luca Rocca

Il Tempo, 6 marzo 2016

Quel reato che un giorno c'è e quello dopo sparisce, che per un giudice è chiaro e per l'altro non esiste, che nei processi regge oppure barcolla. È il concorso esterno in associazione mafiosa, contestato a chi non fa parte di Cosa Nostra ma ad essa "contribuisce" da fuori.
Per una scuola di pensiero si tratta di un reato "normato" in quanto prodotto dal combinato disposto fra l'articolo 416 bis del 1982 (associazione mafiosa) e il 110 (concorso nel reato); per un'altra è tutt'ora solo un'emanazione giurisprudenziale sancita dalle sezioni unite della Cassazione (sentenza Demitry) nel 1994 e poi avallata da altre.




Pochi mesi fa la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che l'ex agente del Sisde Bruno Contrada, accusato di reati commessi fra il 1979 e il 1988, non poteva essere condannato perché, prima di quella data, il concorso esterno non era chiaro. Nella stessa situazione si trova l'ex senatore Marcello Dell'Utri, in carcere per reati commessi sempre prima del 1994. Dopo la sentenza della Cedu, Contrada ha chiesto la revisione del processo, respinta, e i legali di Dell'Utri la revoca della condanna, anch'essa rispedita al mittente.

Ma a rendere tutto ancora più aleatorio è stato, pochi giorni fa, il gup di Catania Gaetana Bernabò Distefano, che nel prosciogliere Mario Ciancio Sanfilippo, editore del quotidiano La Sicilia accusato proprio di concorso esterno, ha affermato che il concorso esterno "non è previsto dalla legge come reato". Eppure, anche se le cose stanno così, decine di politici, imprenditori, amministratori pubblici, magistrati e forze dell'ordine sono stati indagati, processati e condannati (alcuni poi assolti dopo il purgatorio giudiziario) per una legge che tale non è.
"Concorso" politico - Il concorso esterno ha fatto fuori l'ex deputato regionale siciliano Franz Gorgone, i suoi omologhi calabresi Domenico Crea e Francesco Morelli, l'ex senatore democristiano Enzo Inzerillo e l'ex deputato del Psdi Gianfranco Occhipinti. Condannato in via definitiva pure l'ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena e in primo grado l'ex governatore della Sicilia Raffaele Lombardo. Puniti dai giudici anche gli ex sindaci di Campobello di Mazara Ciro Caravà, di Taranto Giancarlo Cito, di Villa Literno Enrico Fabozzi, di Leini Nevio Coral, di San Cirpiano d'Aversa Enrico Martinelli, e di Castrofilippo Salvatore Ippolito. Condannato anche Nicola Ferraro, esponente dell'Udeur. Dodici gli anni inflitti all'ex deputato regionale siciliano Fausto Fagone e sei all'ex assessore comunale di Palermo Mimmo Miceli. Anche il consigliere regionale della Campania, Roberto Conte, ha subìto una condanna a due anni, e sei sono toccati a Nicolò Notaro, ex responsabile del Cdu di Villabate. In carcere è finito l'ex parlamentare Francesco Patriarca, mentre condannato è stato pure l'ex vicesindaco Psi di Caltanissetta Giovanni Orlando. Tre gli anni inflitti, da consigliere comunale di Reggio Calabria, a Leo Pangallo, e 5 all'ex sottosegretario alla Marina Mercantile Giuseppe Demitri.
"Divise" e imprenditori - L'ex numero tre del Sisde, Ignazio D'Antone, ha scontato otto anni di galera, mentre a 10 anni è stato condannato il vicebrigadiere dei carabinieri Mario Tomarchio. Punito anche Daniele Argenziano, il carabiniere "talpa" accusato di aver favorito i clan. Concorso esterno contestato, poi, agli imprenditori Cristiano Sala e Ferdinando Bonanno, che deteneva quote di una nota catena di supermercati. Dieci anni per gli imprenditori Francesco Cammarata, Gandolfo David e Santo David. Sentenza di colpevolezza anche per i loro colleghi Giovanni Malinconico, Vincenzo Giammanco, Benny D'Agostino e Giuseppe Montalbano. Stesso reato per l'ex banchiere di Marsala Baldassare Scimemi.
Toghe colluse? - Il concorso esterno, infine, è stato fatale anche per Giuseppe Prinzivalli, ex presidente della Corte d'Assise di Palermo (poi prescritto), per il magistrato napoletano Vito Masi e per Salvatore Sanfilippo, già magistrato alla Corte d'appello di Palermo. Condannato per lo stesso reato anche l'avvocato Girolamo Casella, ex difensore del boss dei casalesi Giuseppe Setola, l'ex cancelliere dell'ufficio Gip di Caltanissetta, Massimo Chiarelli, e infine il notaio Pietro Ferraro.

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