ROCCONTO STORIE VERE
Il primo delitto avvenne in
Villa di Briano il 14 dicembre del 1950
Il 16 marzo
del 1951 la vendetta
SALVATORE CANTILE
UCCISE MARGHERITA GALLO PERCHE’ IL MARITO E IL FRATELLO DELLA DONNA AVEVANO
UCCISO IL FIGLIO SALVATORE
Il giovane ucciso nella piazza del paese
da tre coetanei- La donna freddata alla fermata del tram. Concorso
morale per Ulderico Cantile, il quale, essendo militare di leva a Torino, aveva inviato numerose lettere al
padre e i fratelli istigandoli ad uccidere una persona familiare di Gaetano
Cantile oppure di Ottavio e Benedetto Gallo. Domenico Cantile, fu accusato
perchè sotto la minaccia di un fucile, aveva costretto Gaetano Cantile a
scendere dal proprio biroccio ad inginocchiarsi ed a farsi schiaffeggiare e per
avere inoltre tenuto fermo Gaetano Cantile sotto la minaccia di una pistola
impugnata da Alfredo Cantile ad essere schiafeggiato
Villa di Briano - La mattina del
14 dicembre del 1950, verso le 10:00 circa, nella piazza Olmo di Frignano Piccolo,
Alfredo Cantile, di anni 21, veniva fatto segno
a numerosi colpi di pistola, due dei quali lo attingevano
al capo, un terzo alla natica destra.
Tre giovani: Gaetano Cantile, Benedetto e
Ottavio Gallo, pochi istanti dopo l’esplosione
dei colpi si allontanavano precipitosamente
dalla piazza predetta inseguiti da un fratello della vittima Benito Isidoro Cantile al cui indirizzo
venivano esplosi altri colpi. Alfredo Cantile, soccorso dagli astanti e dai
familiari sopraggiunti, decideva alle 13:00 di quello stesso giorno
all’ospedale dei Pellegrini di Napoli in conseguenza delle gravissime lesioni
riportate a carico dell’encefalo. I sanitari del primo luogo e successivamente
il perito settore accertavano infatti che “la massa cerebrale dello sventurato
giovane fu diagonalmente attraversata da un proiettile penetrato alla regione
parietale sinistra e fuoruscita dalla regione parietale destra. L’altro
proiettile attinse la vittima alla regione parietale sinistra, lese il lobo
frontale sinistro e fuoriuscì dalla stessa regione anteriormente. Entrambe le
lesioni al cranio risultarono transfosse.
In rapporto alle modalità del fatto delittuoso, i carabinieri sulla scorta delle indagini prontamente
esperite, attribuivano l’omicidio in persona
di Alfredo Cantile all’azione combinata di Gaetano Cantile e dei cognati
Ottavio e Benedetto Gallo. La causa del fatto
andava ricercata nell’inimicizia esistente fra i due gruppi familiari,
rappresentati il primo dei tre predetti ed il secondo dal vecchio Salvatore Cantile e dei figliuoli di
lui Domenico, Alfredo, Attilio, Isidoro e Ulderico. I normali rapporti d’un tempo erano andati progressivamente
peggiorando in raccordo con le pretese del Gaetano
Cantile aggiudicatario di parte di
un fabbricato sulla quota di spettanza di un suo zio Giuseppe Cantile, un altro nipote del quale, Enrico Cantile a quel tempo
fidanzato con una figlia di Salvatore
Cantile a nome Elvira. Le ricuse
del Giuseppe Cantile a trattare la cessione della propria quota al Gaetano,
desideroso di costituire un unico dominio l’intero fabbricato (che mal si
presta al godimento in comune di sue accessori), avevano determinato con l’insoddisfazione
del malumore del Gaetano uno stato di reciproca intolleranza tra i condomini,
pur costretti a vivere in diuturno contatto dalla contiguità delle rispettive
anguste abitazioni, site nel perimetro d’un unico cortile. Il Giuseppe, ostinato nel suo proposito di
boicottare ad ogni costo le aspirazioni del Gaetano che da ultimo aveva offerto al vecchio zio la propria quota
di fabbricato che quel condominio cessasse, manifestò l’idea di donare all’altro
nipote, Enrico, cugino del Gaetano, la quota contesa. Lusingato
dalla favorevole disposizione d’animo dello zio nei suoi riguardi ed
interessato al mantenimento di siffatta situazione, Enrico Cantile dovette confidare le sue ansie ai familiari della sua fidanzata. Mi attende
comunque il valido appoggio. Sta di fatto che in epoca imprecisata dal 1948, Domenico Cantile che del suo gruppo è
descritto come il più corrivo alla violenza; per il solo fatto di essere stato
sfiorato dal calesse guidato da Gaetano
Cantile, alcune ore dopo affrontò il suo avversario, obbligandolo con l’arma
in pugno a discendere dal veicolo, ad umiliarsi dinanzi a lui, in ginocchio, ed
a riceversi senza reagire anche degli schiaffi. (spalleggiato da un fratello,
il 4 maggio del 1959 a Villa di Briano, assassinò sulla soglia della chiesa la
24enne Concetta Della Corte, che stava per prendere i voti di suora e ferì
gravemente il padre Bartolomeo. La ragazza si rifiutava di essere rapita per un
matrimonio riparatore. Una vicenda drammatica di cui ci occuperemo
prossimamente). Quel giorno dopo Gaetano
Cantile, incontratosi col Domenico
assunse la iniziativa, esplodendogli contro un colpo di fucile. Domenico Cantile rispose al fuoco. L’incidente
si chiuse, per fortuna, senza conseguenze.
L’episodio prossimo al delitto, del quale
costituì senza dubbio l’antecedente che fomentò la reazione di Gaetano Cantile, si verificò la sera del 13 dicembre del 1950
dinanzi all’osteria di Tommaso Cavallo
sulla provinciale Frignano-Casal di Principe. Il vecchio Giuseppe Cantile, lasciata l’osteria e direttosi alla propria
abitazione, trovò serrato lo sportello del portone che chiudeva il cortile in comune. Inutilmente egli picchiò perché fosse
aperto. Nacque così un profondo dissidio. Alfredo
e Domenico Cantile – per vendicare
il torto ricevuto dal vecchio Giuseppe
- insieme si portarono all’osteria del Tommaso Cavallo, ove si tratteneva Gaetano Cantile cui avevano
riservato un’adeguata punizione per il nuovo torto arrecato allo zio loro
protetto. Invitato dal Domenico ad
uscire dal locale il Gaetano subì la
preordinata sanzione e la diffida ad astenersi per l’avvenire dall’arrecare
altre offese al Giuseppe. Rincuorato
dagli amici il Gaetano fu
riaccompagnato verso casa e distolto dal denunciare il fatto ai carabinieri.
Lungo il percorso gli si imbatté nel cognato Benedetto Gallo cui riferì l’accaduto. L’indomani Gaetano Cantile si recò dai carabinieri
non trovando il maresciallo che era presso la casa comunale. Promise che sarebbe
ritornato. Mezz’ora più tardi si verificava il delitto. L’Alfredo, provenendo da casa sua, passò una prima volta per piazza
Olmo e si diresse per via Cavour per acquistare delle sigarette. Rifacendo in
senso inverso quel percorso, giunto in piazze, all’altezza della curva
esistente nella confluenza di via Cavour, con la via Roma, la quale interseca la piazza medesima, venne raggiunto
dai colpi di pistola. I carabinieri giunsero sul posto quando molte persone già
facevano capannello intorno al ferito. Le prime informative attinte nella
immediatezza del fatto indicavano come corresponsabili Gaetano Cantile e i fratelli Gallo ciascuno dei quali avrebbe
fatto fuoco contro la vittima. La fuga simultanea dei tre, l’assunto di altre
persone spontaneamente comparse in caserma per rendere le proprie dichiarazioni, a mente
delle quali in tre avrebbero sparato; il vincolo d’affinità e di sentimento tra
costoro valeva ad orientare il
convincimento dei carabinieri che pertanto, con rapporto in data 26 dicembre 1950
deferivano all’Autorità Giudiziaria, quali concorrenti nel delitto di omicidio
in pensione di Alfredo Cantile i predetti Gaetano Cantile e Benedetto
e Ottavio Gallo. Tra le dichiarazioni
raccolte figuravano quelle della Elvira
Cantile e di una servetta di costei, Lucia
Conte riflettenti una presunta istigazione all’omicidio, nei confronti del
marito e dei fratelli della Margherita Gallo moglie di Gaetano Cantile, la quale qualche ora prima del delitto, ai suoi congiunti riuniti in casa sua, avrebbe ripetutamente rivolto l’esortazione a
sopprimere qualcuno della famiglia Cantile
come ritorsione della sopraffazione
subita dal Gaetano.
In
definitiva Salvatore Cantile, di
anni 54, con il concorso di Giuseppe,
di anni 72; Domenico, di anni 28; Attilio, di anni 26; Benito Isidoro, di anni 17 e Ulderico Cantile, di anni 22, furono
tutti rinviati al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere
perché responsabili dell’omicidio – per vendetta trasversale – contro Margherita Gallo, (di anni 39) avvenuto il 15 marzo del 1951 in Villa di
Briano, alla via Vittorio Veneto alle ore 16,40. A quell’ora, infatti, Salvatore Cantile esplodeva diversi
colpi di pistola 7,65 contro la Gallo che era appena scesa dal bus delle
Tranvie Provinciali ferendola mortalmente. Quanto al movente fu subito
individuato negli aspri rancori perché il marito e i fratelli della vittima
avevano ucciso il 14 dicembre del 1950 il figlio di Salvatore Cantile. L’assassino della donna, attraverso il cognato Alfonso Manica, aveva fatto sapere ai
carabinieri che era pronto a costituirsi. I carabinieri, al comando del
maresciallo Vincenzo Rotunno, con la
collaborazione dell’app.to Michele
Rinaldi e i militi Salvatore Natale
e Attilio Cicchiello, andarono a
stringere i ferri ai polsi del vindice della nefasta vendetta. Dopo otto giorni
di latitanza il reo confessò pienamente il delitto. Seguirono poi gli arresti
degli altri membri della famiglia che erano ritenuto complici o istigatori. Giuseppe Cantile, abitante alla via
Roma 62, fu tratto in arresto dal brig. Aniello
Romanucci e dal car. Antonio
Vilardi, per concorso, mentre si recava al lavoro nei campi. Il 3 aprile
vennero arrestati Attilio e Benito. Ma che cosa aveva armato la mano del
Cantile per uccidere la Gallo? Il 14 dicembre del 1950, infatti, Gaetano Cantile, Benedetto e Ottavio Gallo (rispettivamente
marito e fratello dell’uccisa) avevano ucciso, con vari colpi di pistola Alfredo Cantile, figlio di Salvatore Cantile. Furono tutti e tre
accusati – in concorso tra oro – di aver sparato più colpi di pistola
uccidendo, come detto, Alfredo Cantile,
ma anche di tentato omicidio nei confronti di Isidoro Benito Cantile. Ecco, allora, che esce fuori il movente del
secondo delitto. Una vendetta di Salvatore
Cantile (classe 1897) che uccise la Margherita
Gallo. Di tale omicidio il vecchio venne accusato in concorso con i figli Domenico e Attilio (“che avevano
concertato il delitto rafforzando il proposito criminoso”). Veramente
singolare invece il concorso morale contestato all’altro figlio, Ulderico Cantile, il quale, essendo
militare di leva e trovandosi a Torino, aveva inviato numerose lettere al padre
e i fratelli istigandoli ad uccidere una persona familiare di Gaetano Cantile oppure di Ottavio e Benedetto Gallo, “rafforzando
il proposito criminoso (è detto nell’accusa) in Salvatore Cantile, che
uccideva Margherita Gallo”. A Domenico Cantile, invece, venne
contestato “per avere, sotto la minaccia
di un fucile, costretto Gaetano Cantile
a scendere dal proprio biroccio ad inginocchiarsi ed a farsi schiaffeggiare (fatto
accaduto nel 1948 a Frignano Piccolo). E successivamente “per avere inoltre tenuto fermo Gaetano
Cantile “sotto la minaccia di una pistola impugnata da Alfredo Cantile ad essere schiafeggiato”. Fatto accaduto in Frignano Piccolo il 13
dicembre del 1950. Inoltre Salvatore
e Domenico Cantile e Costantino Pellegrino – in concorso tra
loro – “costretto Salvatore, Alfredo,
Alfonso, Giuseppe e Pasquale Santonicola, a firmare documenti con i quali si
impegnavano ad abbandonare un fondo da essi coltivato in agro di Frignano”. Fatto
accaduto il 18 febbraio del 1949 Fonte: Archivio
di Stato di Caserta
Le condanne furono per Salvatore
Cantile, di anni 26 e m. 8; per Domenico Cantile, ad anni 22 e m. 4; per Attilio ed Ulderico, ad anni 16; per
Gaetano Cantile, ad anni 14; La Corte
assolse Benedetto e Ottavio Gallo dal concorso in omicidio e Gaetano Cantile dal tentato omicidio, in
danno di Isidoro Cantile per “insufficienza
di prove”.
La Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere con sentenza del 1° marzo
1954, (Presidente, Giovanni Morfino,
giudice a latere, Victor Ugo De Donato,
pubblico ministero, Nicola Damiani;
giudici popolari: Francesco Trasacco, Salvatore Fragnoli, Guglielmo Pensa,
Nicola Prisco, Nicola Della Peruta, Luigi D’Auria e Luigi Russo) dichiarò colpevole di omicidio volontario Gaetano Cantile (che aveva ucciso Alfredo Cantile) con la diminuente
della provocazione; Salvatore Cantile
ed i figli Domenico, Attilio e Ulderico colpevoli di concorso in omicidio premeditato in persona
di Margherita Gallo e con il
beneficio per tutti delle attenuanti generiche e, nei confronti di Domenico, Attilio e Ulderico Cantile
della diminuente della minima partecipazione ed inoltre dichiarava Salvatore e Domenico Cantile e Costantino Pellegrino, colpevoli di
concorso nel delitto di tentata estorsione aggravata in danno dei fratelli
Santonicola; inoltre Domenico Cantile
colpevole di duplice violenza privata aggravata contro Gaetano Cantile e condannava Salvatore
Cantile, alla pena complessiva di anni 26 e m. 8; Domenico Cantile, ad anni 22 e m. 4; Attilio ed Ulderico, ad
anni 16; Gaetano Cantile, ad anni
14; Assolse Benedetto e Ottavio Gallo dal concorso in omicidio e Gaetano
Cantile dal tentato omicidio, in danno di Isidoro Cantile per “insufficienza
di prove”. Nei processi furono impegnati gli
avvocati: Giuseppe Garofalo, Ciro
Maffuccini, Vittorio Verzillo, Vincenzo Fusco, Ettore Botti, Alfredo De
Marsico, Giacinto Mazzucca, Orazio Cicatelli, Luciano Numeroso e Giovanni Leone. Il giudice istruttore era stato Bernardino De Luca e la perizia
tecnica per i luoghi dei delitti era stata redatta dall’ing. Enrico Amoroso di S. Maria C.V.
Fonte: Archivio di Stato di Caserta



Nessun commento:
Posta un commento