lunedì 25 aprile 2016

ROCCONTO STORIE VERE 








Il primo delitto avvenne in Villa di Briano il 14 dicembre del 1950

Il  16 marzo del 1951 la vendetta


SALVATORE CANTILE UCCISE MARGHERITA GALLO PERCHE’ IL MARITO E IL FRATELLO DELLA DONNA AVEVANO UCCISO IL FIGLIO SALVATORE

Il giovane ucciso nella piazza del paese da tre coetanei- La donna freddata alla fermata del tram. Concorso morale per Ulderico Cantile, il quale, essendo militare di leva  a Torino, aveva inviato numerose lettere al padre e i fratelli istigandoli ad uccidere una persona familiare di Gaetano Cantile oppure di Ottavio e Benedetto Gallo. Domenico Cantile, fu accusato perchè sotto la minaccia di un fucile, aveva costretto Gaetano Cantile a scendere dal proprio biroccio ad inginocchiarsi ed a farsi schiaffeggiare e per avere inoltre tenuto fermo Gaetano Cantile sotto la minaccia di una pistola impugnata da Alfredo Cantile ad essere schiafeggiato


   Villa di Briano - La mattina del 14 dicembre del 1950, verso le 10:00 circa, nella piazza Olmo di Frignano Piccolo, Alfredo Cantile,  di  anni 21, veniva fatto segno  a numerosi  colpi di pistola, due dei quali lo attingevano al capo, un terzo  alla natica destra. Tre giovani:  Gaetano Cantile, Benedetto e Ottavio Gallo, pochi istanti dopo l’esplosione dei  colpi si allontanavano precipitosamente dalla piazza predetta inseguiti da un fratello della vittima Benito Isidoro Cantile   al cui indirizzo venivano esplosi altri colpi. Alfredo Cantile, soccorso dagli astanti e dai familiari sopraggiunti, decideva alle 13:00 di quello stesso giorno all’ospedale dei Pellegrini di Napoli in conseguenza delle gravissime lesioni riportate a carico dell’encefalo. I sanitari del primo luogo e successivamente il perito settore accertavano infatti che “la massa cerebrale dello sventurato giovane fu diagonalmente attraversata da un proiettile penetrato alla regione parietale sinistra e fuoruscita dalla regione parietale destra. L’altro proiettile attinse la vittima alla regione parietale sinistra, lese il lobo frontale sinistro e fuoriuscì dalla stessa regione anteriormente. Entrambe le lesioni al cranio risultarono transfosse.



In rapporto alle modalità del fatto delittuoso, i carabinieri  sulla scorta delle indagini prontamente esperite, attribuivano l’omicidio in persona  di Alfredo Cantile  all’azione combinata di Gaetano Cantile e dei cognati  Ottavio e Benedetto Gallo. La causa del fatto andava ricercata nell’inimicizia esistente fra i due gruppi familiari, rappresentati il primo dei tre predetti ed il secondo dal vecchio Salvatore Cantile e dei figliuoli di lui Domenico, Alfredo, Attilio, Isidoro e Ulderico. I normali rapporti d’un tempo erano andati progressivamente peggiorando in raccordo con le pretese del Gaetano Cantile  aggiudicatario di parte di un fabbricato sulla quota di spettanza di un suo zio Giuseppe Cantile, un altro nipote del quale, Enrico Cantile  a quel tempo fidanzato con una figlia di Salvatore Cantile a nome Elvira. Le ricuse del Giuseppe Cantile a trattare la cessione della propria quota al Gaetano, desideroso di costituire un unico dominio l’intero fabbricato (che mal si presta al godimento in comune di sue accessori), avevano determinato con l’insoddisfazione del malumore del Gaetano uno stato di reciproca intolleranza tra i condomini, pur costretti a vivere in diuturno contatto dalla contiguità delle rispettive anguste abitazioni, site nel perimetro d’un unico cortile. Il Giuseppe, ostinato nel suo proposito di boicottare ad ogni costo le aspirazioni del Gaetano che da ultimo aveva offerto al vecchio zio la propria quota di fabbricato che quel condominio cessasse, manifestò l’idea di donare all’altro nipote, Enrico, cugino del Gaetano, la quota contesa. Lusingato dalla favorevole disposizione d’animo dello zio nei suoi riguardi ed interessato al mantenimento di siffatta situazione, Enrico Cantile dovette confidare le sue ansie  ai familiari della sua fidanzata. Mi attende comunque il valido appoggio. Sta di fatto che in epoca imprecisata dal 1948, Domenico Cantile che del suo gruppo è descritto come il più corrivo alla violenza; per il solo fatto di essere stato sfiorato dal calesse guidato da Gaetano Cantile, alcune ore dopo affrontò il suo avversario, obbligandolo con l’arma in pugno a discendere dal veicolo, ad umiliarsi dinanzi a lui, in ginocchio, ed a riceversi senza reagire anche degli schiaffi. (spalleggiato da un fratello, il 4 maggio del 1959 a Villa di Briano, assassinò sulla soglia della chiesa la 24enne Concetta Della Corte, che stava per prendere i voti di suora e ferì gravemente il padre Bartolomeo. La ragazza si rifiutava di essere rapita per un matrimonio riparatore. Una vicenda drammatica di cui ci occuperemo prossimamente). Quel giorno dopo Gaetano Cantile, incontratosi col Domenico assunse la iniziativa, esplodendogli contro un colpo di fucile. Domenico Cantile rispose al fuoco. L’incidente si chiuse, per fortuna, senza conseguenze. 


 L’episodio prossimo al delitto, del quale costituì senza dubbio l’antecedente che fomentò  la reazione di Gaetano Cantile, si verificò la sera del 13 dicembre del 1950 dinanzi all’osteria di Tommaso Cavallo sulla provinciale Frignano-Casal di Principe. Il vecchio Giuseppe Cantile, lasciata l’osteria e direttosi alla propria abitazione, trovò serrato lo sportello del portone che chiudeva il cortile  in comune. Inutilmente egli picchiò perché fosse aperto. Nacque così un profondo dissidio. Alfredo e Domenico Cantile – per vendicare il torto ricevuto dal vecchio Giuseppe -  insieme si portarono all’osteria del Tommaso Cavallo,  ove si tratteneva Gaetano Cantile  cui avevano riservato un’adeguata punizione per il nuovo torto arrecato allo zio loro protetto. Invitato dal Domenico ad uscire dal locale il Gaetano subì la preordinata sanzione e la diffida ad astenersi per l’avvenire dall’arrecare altre offese al Giuseppe. Rincuorato dagli amici il Gaetano fu riaccompagnato verso casa e distolto dal denunciare il fatto ai carabinieri. Lungo il percorso gli si imbatté nel cognato Benedetto Gallo cui riferì l’accaduto. L’indomani Gaetano Cantile si recò dai carabinieri non trovando il maresciallo che era presso  la casa comunale. Promise che sarebbe ritornato. Mezz’ora più tardi si verificava il delitto. L’Alfredo, provenendo da casa sua, passò una prima volta per piazza Olmo e si diresse per via Cavour per acquistare delle sigarette. Rifacendo in senso inverso quel percorso, giunto in piazze, all’altezza della curva esistente nella confluenza di via Cavour, con la via Roma,  la quale  interseca la piazza medesima, venne raggiunto dai colpi di pistola. I carabinieri giunsero sul posto quando molte persone già facevano capannello intorno al ferito. Le prime informative attinte nella immediatezza del fatto indicavano come corresponsabili Gaetano Cantile e i  fratelli Gallo ciascuno dei quali avrebbe fatto fuoco contro la vittima. La fuga simultanea dei tre, l’assunto di altre persone spontaneamente comparse in caserma  per rendere le proprie dichiarazioni, a mente delle quali  in tre avrebbero sparato;  il vincolo d’affinità e di sentimento tra costoro valeva  ad orientare il convincimento dei carabinieri che pertanto, con rapporto in data 26 dicembre 1950 deferivano all’Autorità Giudiziaria, quali concorrenti nel delitto di omicidio in pensione di Alfredo Cantile i predetti Gaetano Cantile e Benedetto e Ottavio Gallo. Tra le dichiarazioni raccolte figuravano quelle della Elvira Cantile e di una servetta di costei, Lucia Conte riflettenti una presunta istigazione all’omicidio, nei confronti del marito e dei fratelli della  Margherita Gallo moglie di Gaetano Cantile,  la quale qualche ora prima del delitto,  ai suoi congiunti riuniti in casa sua,  avrebbe ripetutamente rivolto l’esortazione a sopprimere qualcuno della famiglia Cantile  come ritorsione della sopraffazione subita dal Gaetano.



In definitiva Salvatore Cantile, di anni 54, con il concorso di Giuseppe, di anni 72; Domenico, di anni 28; Attilio, di anni 26; Benito Isidoro, di anni 17 e Ulderico Cantile, di anni 22, furono tutti rinviati al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere perché responsabili dell’omicidio – per vendetta trasversale – contro Margherita Gallo,  (di anni 39)  avvenuto il 15 marzo del 1951 in Villa di Briano, alla via Vittorio Veneto alle ore 16,40. A quell’ora, infatti, Salvatore Cantile esplodeva diversi colpi di pistola 7,65 contro la Gallo che era appena scesa dal bus delle Tranvie Provinciali ferendola mortalmente. Quanto al movente fu subito individuato negli aspri rancori perché il marito e i fratelli della vittima avevano ucciso il 14 dicembre del 1950 il figlio di Salvatore Cantile. L’assassino della donna, attraverso il cognato Alfonso Manica, aveva fatto sapere ai carabinieri che era pronto a costituirsi. I carabinieri, al comando del maresciallo Vincenzo Rotunno, con la collaborazione dell’app.to Michele Rinaldi e i militi Salvatore Natale e Attilio Cicchiello, andarono a stringere i ferri ai polsi del vindice della nefasta vendetta. Dopo otto giorni di latitanza il reo confessò pienamente il delitto. Seguirono poi gli arresti degli altri membri della famiglia che erano ritenuto complici o istigatori. Giuseppe Cantile, abitante alla via Roma 62, fu tratto in arresto dal brig. Aniello Romanucci e dal car. Antonio Vilardi, per concorso, mentre si recava al lavoro nei campi. Il 3 aprile vennero arrestati Attilio e Benito. Ma che cosa aveva armato la mano del Cantile per uccidere la Gallo? Il 14 dicembre del 1950, infatti, Gaetano Cantile, Benedetto e Ottavio Gallo (rispettivamente marito e fratello dell’uccisa) avevano ucciso, con vari colpi di pistola Alfredo Cantile, figlio di Salvatore Cantile. Furono tutti e tre accusati – in concorso tra oro – di aver sparato più colpi di pistola uccidendo, come detto, Alfredo Cantile, ma anche di tentato omicidio nei confronti di Isidoro Benito Cantile. Ecco, allora, che esce fuori il movente del secondo delitto. Una vendetta di Salvatore Cantile (classe 1897) che uccise la Margherita Gallo. Di tale omicidio il vecchio venne accusato in concorso con i figli Domenico e Attilio (“che avevano concertato il delitto rafforzando il proposito criminoso”). Veramente singolare invece il concorso morale contestato all’altro figlio, Ulderico Cantile, il quale, essendo militare di leva e trovandosi a Torino, aveva inviato numerose lettere al padre e i fratelli istigandoli ad uccidere una persona familiare di Gaetano Cantile oppure di Ottavio e Benedetto Gallo, “rafforzando il proposito criminoso (è detto nell’accusa) in Salvatore Cantile, che uccideva Margherita Gallo”. A Domenico Cantile, invece, venne contestato “per avere, sotto la minaccia di un fucile, costretto Gaetano Cantile a scendere dal proprio biroccio ad inginocchiarsi ed a farsi schiaffeggiare (fatto accaduto nel 1948 a Frignano Piccolo). E successivamente “per avere inoltre tenuto fermo Gaetano Cantile “sotto la minaccia di una pistola impugnata da Alfredo Cantile ad essere schiafeggiato”.  Fatto accaduto in Frignano Piccolo il 13 dicembre del 1950. Inoltre Salvatore e Domenico Cantile e Costantino Pellegrino – in concorso tra loro – “costretto Salvatore, Alfredo, Alfonso, Giuseppe e Pasquale Santonicola, a firmare documenti con i quali si impegnavano ad abbandonare un fondo da essi coltivato in agro di Frignano”. Fatto accaduto il 18 febbraio del 1949 Fonte: Archivio di Stato di Caserta 


 Le condanne furono per Salvatore Cantile, di anni 26 e m. 8; per Domenico Cantile, ad anni 22 e m. 4;  per Attilio ed Ulderico, ad anni 16; per Gaetano Cantile, ad anni 14;  La Corte assolse Benedetto e Ottavio Gallo dal concorso in omicidio  e Gaetano Cantile dal tentato omicidio, in danno di Isidoro Cantile per “insufficienza di prove”.

 





La Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere con sentenza del 1° marzo 1954, (Presidente, Giovanni Morfino, giudice a latere, Victor Ugo De Donato, pubblico ministero, Nicola Damiani; giudici popolari: Francesco Trasacco, Salvatore Fragnoli, Guglielmo Pensa, Nicola Prisco, Nicola Della Peruta, Luigi D’Auria e Luigi Russo)  dichiarò colpevole di omicidio volontario Gaetano Cantile (che aveva ucciso Alfredo Cantile) con la diminuente della provocazione; Salvatore Cantile ed i figli Domenico, Attilio e Ulderico colpevoli di concorso in omicidio premeditato in persona di Margherita Gallo e con il beneficio per tutti delle attenuanti generiche e, nei confronti di Domenico, Attilio e Ulderico Cantile della diminuente della minima partecipazione ed inoltre dichiarava Salvatore e Domenico CantileCostantino Pellegrino, colpevoli di concorso nel delitto di tentata estorsione aggravata in danno dei fratelli Santonicola; inoltre Domenico Cantile colpevole di duplice violenza privata aggravata contro Gaetano Cantile e condannava Salvatore Cantile, alla pena complessiva di anni 26 e m. 8; Domenico Cantile, ad anni 22 e m. 4; Attilio ed Ulderico, ad anni 16; Gaetano Cantile, ad anni 14; Assolse Benedetto e Ottavio Gallo dal concorso in omicidio  e Gaetano Cantile dal tentato omicidio, in danno di Isidoro Cantile per “insufficienza di prove”.  Nei processi furono impegnati gli avvocati: Giuseppe Garofalo, Ciro Maffuccini, Vittorio Verzillo, Vincenzo Fusco, Ettore Botti, Alfredo De Marsico, Giacinto Mazzucca, Orazio Cicatelli, Luciano Numeroso e Giovanni Leone.  Il giudice istruttore era stato Bernardino De Luca e la perizia tecnica per i luoghi dei delitti era stata redatta dall’ing. Enrico Amoroso di S. Maria C.V.


Fonte: Archivio di Stato di Caserta



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