domenica 22 maggio 2016



 La mattina una discussione per un carico di pozzolana. La sera la vendetta e il delitto.


Il fatto accadde tra Cancello Arnone e Casal di Principe 
il 25 aprile 1952


Mario Della Corte, Luigi Della Corte e Antonio Natale, accusati in concorso tra loro di aver ucciso, con un colpo di pistola diretto contro Antonio Bifulco ( che scappando si rifuggiò nel palazzo della vittima)  cagionato per  errore di identificazione la morte di Gennaro Caterino.



Casal di Principe – Il mattino del 25 aprile del 1952, Guido Caterino, con i manovali Antonio Bifulco, il fratello Angelo e Ernesto Corvino, alla guida di un camion, di proprietà di Giovanni Caterino, eseguì il trasporto di un carico di pozzolana ad un cantiere per costruzioni edili della ditta Ferraiuolo, in Cancello Arnone. Il capo cantiere Luigi Della Corte, cinquantenne, rilevò che il carico era incompleto e l’autista rispose che una ruota poco efficiente aveva impedito di fare un carico maggiore; ad ogni modo, si sarebbe potuto misurare il quantitativo di quella pozzolana.  La discussione fu però piuttosto vivace. Poi scaricatone parte, sorse disputa circa il luogo nel quale si sarebbe dovuto deporre quella rimanente e in un certo momento, Angelo Bifulco, secondo il Della Corte, avrebbe emesso un fischio, secondo gli altri, quasi un suono inarticolato, un “sei”…prolungato e seguito da “ui…”, cioè dall’appellativo Guido, (nella forma dialettale tale, come innanzi, era il nome del camionista) Della Corte lo ritenne  un insulto e protestò vibratamente, mentre dall’altra parte, si protestò non meno, assumendosi le erroneità, se non l’arbitrarietà della interpretazione di quel suono, che era servito soltanto a richiamare il Caterino, ed a fargli gli opportuni avvertimenti perché eseguisse, senza  intralci, e senza determinare pericoli, la manovra di spostamento del veicolo.


Secondo i quattro camion, Della Corte avrebbe dato di piglio ad una pala ed avrebbe minacciato “Ti cortelleo”, sarebbe poi andato furiosamente nel casotto del guardiano per armarsi del suo fucile, ma sarebbe stato tempestivamente fermato dal Caterino e da altri. Secondo quelli che lavoravano alle dipendenze di Della Corte (erano di Cancello Arnone, mentre gli altri erano di Casal di Principe) uno dei suindicati tre manovale e non già Della Corte avrebbe, nonostante il richiamo del Caterino, dato di piglio ad una pala ed avrebbe, inoltre sfidato Della Corte incitando ad uscir fuori dal cantiere. Le due versioni sono specialmente affidate a Ernesto Corvino per i primi che, ha messo dirette ragioni di ostilità per gli imputati e, per gli altri a Armando Martinelli, che si è dimostrato meno reticente.

Il Corvino così si espresse: “il capo cantiere di rimarcò che il carico era inferiore al normale e che avrebbe provveduto a pagare meno del consueto. Nel rilevare ciò fu oltremodo violento contro di lui e accompagnò il suo dire con una infinità di ingiurie, frammiste a bestemmie. Per intervento dell’autista, si placò ma, poco dopo per erronea interpretazione di un suono vocale fatto da Angelo Bifulco -  che erroneamente ritenne a lui diretto – andò su tutte le furie e lo ingiuriò violentemente provocando  l’intervento del fratello Antonio Bifulco,  che vede anche ingiuriato e minacciato verbalmente dal Della Corte che tentò anche di impossessarsi di un fucile da caccia, senza riuscirci per l’intervento di  Guido Caterino. Sedato l’alterco, Della Corte chiese ad Antonio Bifulco che cosa possedeva e questi rispose che non aveva nulla all’infuori della pelle. Al che Della Corte rispose: “Ed io questa sera te la leverò”. Poi si chetò e, richiesto da Guido Caterino se si dovevano eseguire altri trasporti sommessamente e quasi mestamente disse di sì. Eseguimmo pertanto altro carico di sabbia e durante lo scarico Della Corte apparve calmissimo, forse ripensando che si era comportato male verso di noi.


Il Martinelli sentito anche dai carabinieri di Casal di Principe (ma non da quelli di Cancello Arnone suo paese) dichiarò che il capocannoniere fece presente al Caterino di scaricare in un altro  posto… Tra i due nacque una discussione, poi modificò dicendo  che invece questa nacque  precisamente con i manovali. I manovali risposero male e davano del “tu” al capocantiere, il quale si risentì e disse: “ Voi non parlate con vostro fratello”.  Uno dei manovali prese per il petto Della Corte  e disse: “ Come? tu sei meglio di me?” e lo invitò ad uscire fuori della strada per chiarire l’affronto. Della Corte non aderì,  ed allora gli operai presero dei badili per colpirlo. L’autista Caterino intervenne come paciere e fece osservare ai  manovali che dovevano rispettare il capocantiere. Quando essi salirono sull’autocarro per andare via uno di loro, il più anziano,  Antonio Bifulco disse al Della Corte: “Quando verrai a Casale ti faremo mettere una coscia di legname”. Il guardiano del cantiere Giovanni Cipullo nel cui casotto secondo la prima versione Della Corte ha corso per munirsi di fucile (dichiarazione conforme a quanto dichiarato dal Martinelli) dirà poi all’inquirente che non aveva nessun arma non avendone denunziate e non avendo la licenza per portarne.

La sera, in Casal di Principe e propriamente nella Piazza principale, Della Corte insieme con il figlio Mario di anni 26 (e secondo l’accusa anche del nipote Antonio Natale figlio di una sua cognata), avvicinò minacciosamente attori Antonio Bifulco,  egli ed il figlio minacciarono spianandogli contro delle pistole (una nera o quasi,  nichelata quello del giovane)  Bifulco,  impaurito cercò  di sottrarsi ad ogni pericolo confondendosi tra le persone che affollavano a quell’ora la piazza e si diresse verso una strada per fuggire da quel luogo ma ne fu impedito dal Natale;  tornato sui propri passi si avviò di corsa verso  via Cadorna,  pedinato dai tre si infilò in uno dei  primi portoni trovato aperto,  che dava ingresso ad un cortile,  oltre il quale era la casa di Guido Caterino. Pregò la madre di costui di sbarrare il portone cosa che lei fece; in  un vano adibito a stanza da pranzo mangiava il padre di Caterino nome Gennaro con rispettivo figlio e fratello Luigi e tale Pasquale D’Amore.



Gennaro Caterino,  dopo che egli ebbe spiegato il motivo della sua  apparizione e del proprio orgasmo, cercò di tranquillizzarlo, gli fece versare del vino. Frattanto nel fabbricato si sparse la voce di quella novità e Gennaro Minucci che sta a cenando, avvertito dalla moglie, che a sua volta era stato informato da una nipote,  Lidia Cirillo si alzò da tavola è cautamente uscì sulle scale (abitava ai piani superiori) e da un finestrone, che guarda sulla detta strada, vide, in prossimità del muro che fronteggia il detto portone tre persone armate.  Si affacciò  cautamente temendo di essere scambiato per la persona che quelli mostravano di aspettare. Tornò nella sua casa e dopo qualche minuto sentì di sparare. Era accaduto intanto che Gennaro Caterino,  anche lui  cautamente, attraverso il cortile, largo una trentina di metri, aveva raggiunto il portone aveva aperto la porticina, traendola si era piegato per  sporgere  il capo per guardare sulla via, allorché da uno di quei tre era partito un colpo di pistola ed egli era stato colpito alla regione sopra mammaria destra a circa due dita dalla parasternale. Morì poco dopo.
I tre intanto si dileguarono nella direzione opposta a quella da dove erano venuti. Antonio Bifulco, impressionato ancora maggiormente temendo di subire offese da parte dei congiunti del Caterino per essere stato anche lui involontariamente la causa di quella disgrazia lestamente uscì e scomparve. Dall’autopsia operata dal perito professor Francesco Tarsitano (coadiuvato dai dottori Giovanni Burrelli e Mario Pugliese)    risultò che  il colpo di arma da fuoco dal  secondo spazio intercostale, pressando il polmone destro, si era diretto alla regione toracica posteriore - sesta costola  - lungo la scapola destra con un tramite quindi dall’alto in basso ed alquanto  da sinistra a destra ed era stato tirato da breve distanza ma da oltre la zona di “bruciapelo”. Il feritore -  così giudicò il perito - si era trovato su di un piano più elevato rispetto alla vittima oppure questa si era dovuto trovare col tronco inclinato in avanti o seduto o in ginocchio o addirittura accovacciata a terra. Furono rinvenuti sul posto un bossolo di una pallottola di pistola Beretta calibro nove.

Vi furono varie testimonianze. Francesco Argine dichiarò che nella piazza  ad una certa distanza da lui questionava un gruppo di persone ad un tratto Mario Della Corte (detto il figlio del punteruolo) armato di pistola aveva inseguito Antonio Bifulco per il Corso Umberto.  Paolina Pagano, la fruttivendola sedicenne, dichiarò che andando per via Cadorna verso la piazza incontrò due persone non fuggivano inseguito l’una dall’altra che impugnava una pistola. Ambrogio Caterino, barbiere, cognato della Pagano, dal suo salone,  tra Corso Umberto,  e via Cadorna udì un colpo  e sentì che in un crocchio di giovani si diceva “correvano uno davanti  e due indietro”. Antonio Bifulco sull’incidente del 25 mattina sul cantiere di lavoro - aggiunse  a quanto  già detto – che  alla cattive parole di Della Corte aveva risposto: “ Che hai mangiato di grasso?” ed il primo l’aveva invitato a scendere dal camion e minacciandolo di fargli una “faccia di schiaffi”,  di rimando io ho detto di non poter competere con lui che era vecchio. Risentito Della Corte era andato nel casotto per armarsi essendo stato impedito aveva dichiarato che però la sera gli avrebbe tirato una schioppettata. Il farlo andare con una gamba di legno per lo sparo di qualche colpo era stato la sua risposta. Sui fatti della sera aveva precisato che  Giovanni Caterino aveva raccomandato di lasciare stare lo “sboccacciato”.


Fonte: Archivio di Stato di Caserta 




La  Corte condannò Mario Della Corte ad anni 17 di reclusione; ad anni 10  Luigi e anni 6 (minima partecipazione) Antonio  Natale.




 La Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, composta dal presidente Giovanni Morfino, giudice a latere Victor Hugo de Donato e dai giudici popolari:  Domenico Sgambati, Francesco Cerreto, Pietro Borragine, Michele Izzo, Nicola Caiazzo e Michelangelo Bochicchio,  pronunciò la sentenza di condanna nei confronti di Mario Della Corte, di anni 27,  contro il padre Luigi  Della Corte, di anni 50 e  di Antonio Natale, di anni 21,  accusati, in concorso tra loro di aver ucciso, con un colpo di pistola diretto contro Antonio Bifulco cagionato per  errore di identificazione la morte di Gennaro Caterino. Dopo la parte civile,(massimo della pena)  la requisitoria del pubblico ministero, ( 21 anni per Luigi, 19 anni per Mario e 11 anni per il Natale)   e le arringhe, (particolare valore sociale, attenuanti generiche, provocazione, errore di parsona)  la Corte condannò Mario Della Corte ad anni 17 di reclusione; ad anni 10 per Luigi e anni 6 (minima partecipazione) per Natale. In appello le pene furono di 14 anni per Luigi, di 12 anni per Mario e 6 per Antonio Natale. In grado di appello – quattro anni dopo il delitto – la Corte (Presidente, Ugo Solimene; giudice a latere, Vittorio Caggiano;  procuratore generale, Roberto Angeloni) le cose andarono diversamente. 


“Nel complesso delle prove acquisite risulta all’evidenza - così sottolineò la Corte  d’appello nel suo verdetto  - che tutti e tre gli imputati parteciparono al reato e che il loro comune proposito fu quello di sopprimere Antonio Bifulco (Gennaro Caterino fu scambiato per lui) e che non vi fu alcuna necessità di difesa vera o supposta che essi reagirono in stato d’ira determinato in Luigi Della Corte, e quindi diviso dagli altri due imputati; suoi congiunti, dall’ingiusto comportamento del detto Bifulco che però non ricorse alcun motivo di particolare valore morale o sociale. Che minima fu la partecipazione dell’imputato Natale. Che va più congruamente valutato la parte avuta da Mario Della Corte ed operata di conseguenza una maggiore diminuzione di pena. Subito si appalesa, anche ad una modesta attenzione la falsa contraddittoria  e quindi inconsistente  impostazione data alla vicenda  da Luigi Della Corte,  in rapporto all’episodio nel mattino, più propriamente alla sua entità ed al  suo potere causativo. Invero egli si è adoperato a) da una parte di minimizzarlo per evitare che potesse inserire un motivo di rancore e di vendetta, tale da ripiegare la sua voglia od il bisogno  di riferire l’accaduto ai propri congiunti,  oppure un contegno atto a suscitare in costoro la preoccupazione dell’ansia di conoscere le cause e a determinare quindi diversità di comunicazioni e rivelazioni; e dall’altra, nel contempo di conferirgli notevole rilevanza al fine di conseguire l’attenuante della provocazione e, poi, di  sostenerla e  difenderla in caso di gravame”.  Nei tre gradi di giudizio furono impegnati gli avvocati: Giovanni Porzio, Vittorio Verzillo, Alfonso Raffone, Enrico Altavilla, Giuseppe Garofalo e Ciro Maffuccini. 

Nessun commento:

Posta un commento