domenica 18 settembre 2016



  

  

GIOVANNI PANARELLO UCCISE LA FIDANZATA NICOLINA PICCIRILLO  
CON UN COLPO DI PISTOLA






Il delitto accadde  alle ore 18 nella contrada  “Pioppitelli”  in agro di Caianello
il   4 settembre del 1953



Marzanello - Con il primo fonogramma al Pretore di Teano, il 5 settembre del 1953,  i carabinieri della stazione di Vairano Scalo informavano che verso le 18:00 del giorno precedente, nella contrada “Pioppitelli”, in agro di Caianello, il  contadino Giovanni Panarello, di anni 28, aveva ucciso con un colpo di pistola la fidanzata Nicolina Piccirillo di anni 21 per cause non ancora precisate e che l’omicida si era reso irreperibile. Con un rapporto successivo del 10 settembre del 1953, i carabinieri riferivano  allo stesso Pretore che, poiché si era andata delineando l’ipotesi che il movente del delitto avesse trovato origine in una “forma morbosa di gelosia”, determinata da un “complesso di inferiorità” di cui si sentiva affetto il Panariello, avevano interrogato diversi individui e che le dichiarazioni di alcuni di costoro sul carattere del Panarello avevano giovato a determinare il convincimento che l’assassinio era stato commesso per “gelosia”. Il giovane assassino,  interrogato, in un primo tempo tentò di attribuire il fatto ad una disgrazia,  ma successivamente si decise a confessare la sua “verità” Narrò che da molti mesi la sua mente era “ammalata di gelosia”, riferendo, in merito, che nel mese di aprile del 1953 la Piccirillo, ammalata, gli aveva espresso il rammarico per aver saputo che un di lui cugino, Quirino Panarello, aveva proibito alla propria fidanzata, Carmela Fera di recarsi a farle visita per timore di contagio e che, invece, ciò non era vero per cui egli aveva dedotto che la storiella narratagli  dalla fidanzata fosse un pretesto qualsiasi per giustificare lo strano comportamento nei suoi riguardi da parte di lei che gli aveva dato la netta sensazione di non corrispondere al suo affetto con uguale misura. Sempre a proposito della gelosia, segnalò che, nel corso di un colloquio inteso a chiarire quell’episodio, egli, preso dalla gelosia, aveva estratto un coltello e con lo stesso minacciata la fidanzata, senza, peraltro, tradurre in atto il suo gesto di cui, poi, si era pentito chiedendole scusa, e che, ciò nonostante, in seguito la Piccirillo gli aveva dato la sensazione di non aver dimenticato quell’azione e, pertanto, egli aveva provato sempre l’impressione che di tanto in tanto ella nei suoi discorsi facesse affiorare il suo rincrescimento per la minaccia subita.  Ancora fece notare che, avendo la madre della Piccirillo detto che la figlia “non lo sposava per motivi d’interesse”, egli aveva pensato fosse quello il motivo vero e la giustificazione data e non richiesta fosse la prova lampante  e che in tal modo, si era fatta strada nel suo animo la convinzione che nel cuore della fidanzata si fosse intromesso un altro uomo e, perciò, aveva carpito l’occasione per esternare il suo sospetto alla fidanzata che, però, aveva taciuto onde egli aveva interpretato “il silenzio” come una “tacita” conferma. Inoltre riferì che una volta, avendo detto la fidanzata “che sabato disgraziato”, aveva creduto come le ragazze fosse infastidita dalla sua presenza, che il 23 agosto 1953 egli, invitato a pranzo dalla fidanzata, aveva notato che costei non aveva mangiato adducendo di sentirsi male, e ciò aveva pensato, invece, fosse una logica conseguenza derivante dalla sua presenza non gradita, che nel pomeriggio di detto giorno – avendo la Piccirillo esternato il desiderio di farsi fotografare -  egli aveva proposto di fotografarsi insieme, avendone un rifiuto che aveva trovato strano e di cui si era adombrato maggiormente quando ella, per eludere la proposta, aveva rinunciato fotografarsi, che nello stesso pomeriggio avesse visto insieme con la fidanzata un film e che, avendo ritenuto raffigurasse lei e se stesso, rimasto scosso a tal punto da parlarne alla ragazza la quale, però, non aveva saputo rassicurarlo. 

Infine rese noto che successivamente, stando con la Piccirillo, aveva visto un giovane in Lambretta  - (La Lambretta era uno scooter italiano prodotto dalla industria meccanica Innocenti di Milano, nel quartiere Lambrate, dal 1947 al 1972. Il nome “Lambretta” deriva dal fiume Lambro, che scorre nella zona in cui sorgevano proprio gli stabilimenti di produzione. N.d.R) -  passare vicino a loro e, domanda, saputo che costui intendeva corteggiare una cugina della fidanzata che egli, invece, aveva avuto la sensazione che quel giovane corteggiasse la Nicolina ed, inoltre, che un giorno, avendo avuto dalla fidanzata una lettera con preghiera di imbucarla, l’aveva aperta e ne aveva letto il contenuto che non era affatto lusinghiero per il destinatario, e, comunque, aveva ritenuto diretto a lui onde aveva pensato che la ragazza, supponendo che egli avesse aperto la lettera, aveva studiato quell’espediente per fargli capire che non l’amava incondizionatamente.  Riferendosi al delitto, disse che aveva deciso di farla finita una volta per sempre con una donna la quale gli aveva dato “l’esatta impressione di non amarlo”, che nel giorno del delitto la discussione era stata imperniata sulla chiarificazione di quella lettera, che, a proposito dell’apertura di essa, la Piccirillo non  aveva dimostrato sorpresa e nulla aveva detto, e nel viaggio di ritorno verso l’abitazione della ragazza la discussione era divenuta animata, che, continuando la discussione, egli aveva detto alla fidanzata come  “non gli garbasse il suo modo di comportarsi, che, avendo lei risposto di “non aver paura di lui” e, quindi, con una frase che lo “aveva toccato nel suo amor proprio”, aveva estratto la pistola  e sparato.


 Tale interrogatorio il Panarello confermò al Pretore di Teano al quale precisò: “Dopo tale fatto (la minaccia col coltello) i nostri rapporti peggiorarono giacché lei si mostrava sempre più fredda nei miei riguardi ed alle mie rimostranze opponeva sempre un ostinato silenzio che ritenevo come indice di mancanza di affetto. In più di una occasione la Piccirillo, per quanto velatamente, dimostrava di essere ancora e sempre risentita per la minaccia fattale col coltello. Cominciai a convincermi che ella  effettivamente non corrispondesse al mio affetto con eguale intensità … Io non prestai fede a ciò (che il giovane in Lambretta corteggiasse  una cugina della  fidanzata)  e le dissi che ero convinto che quel giovane non era andato per Anna (la cugina)  ma per lei, al che la Piccirillo non oppose risposta alcuna ed io mi convinsi di più che la verità fosse quella da me pensata…La trama del film mi sembrò riproducesse esattamente il mio stato d’animo e la situazione di incertezza in cui si svolgeva il nostro amore: ciò dissi alla Piccirillo e, come al solito, si chiuse in un mutismo…Il giorno del delitto mi recai sul fondo ove la Piccirillo pascolava. Parlammo del nostro prossimo matrimonio. Le ricordai che il giorno prima, essendo invitato a casa sua, lei non aveva toccato cibo col pretesto di non sentirsi bene, mentre io attribuivo ciò a mancanza di affetto verso di me e lei rispose che non aveva voluto mangiare perché non si sentiva bene. Abbiamo allora preso il cammino per andare a casa di lei  e allora le dissi che la lettera era effettivamente diretta a me,  che lei l’aveva scritta, che lei  sapeva che io, sospettando, l’avrei letta ed era stata da me letta ed avevo compreso che il film, che a me aveva fatto tanta penosa impressione, a lei era sembrato bellissimo, ciò che significava che i nostri sentimenti erano agli antipodi e che lei effettivamente non mi voleva bene…”

Ma all’interrogatorio reso il 5 ottobre 1953 al Giudice Istruttore del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, il Panarello, dopo aver detto di non aver avuto rapporti intimi con la fidanzata e di non aver avuto intenzione di ucciderla, prospettò ancora la tesi della accidentalità del fatto, sostenendo che il colpo era partito accidentalmente mentre teneva la pistola in mano e la mostrava alla ragazza  e che ciò aveva pure fatto presente ai carabinieri e al Pretore.  Anche in altro interrogatorio giudiziario  - datato 30 novembre del 1953 - il Panarello sostenne la tesi della accidentalità del fatto, dicendo a seguito di contestazioni: “Mentre camminavo la Piccirillo, alla mia domanda “perché eri così fredda e disturbata” confermò il suo proposito di lasciarmi dicendo che le carte che avevamo cacciato per il matrimonio si potevano pure stracciare. A ciò cavai di tasca la pistola  unicamente per spaventarla e per farla desistere dal suo proposito. Un colpo partì accidentalmente attingendola. Io non ho deflorato  la Piccirillo   perché, se così fosse stato, non mi sarei  permesso di ammazzarla”.  Dal canto loro, i testimoni interrogati dai carabinieri e poi escussi  dall’Istruttore fornirono notizie su circostanze del delitto e sui precedenti del Panarello. Giovanna Piccirillo che si trovava con la Nicolina  ed il Panarello la sera del delitto, disse di non aver sentito, il discorso tra l’uno e l’altra, di aver notato che lui appariva turbato in volto, di aver sentito, ad un certo momento lei dire al Panarello di riprendersi la bicicletta e lui rispondere: “Per forza mi devo tornare?”; di aver notato alcuni istanti di silenzio e dopo udito un colpo di pistola. Al giudice istruttore nel confermare tutto ciò segnalo inoltre che lo imputato “è un tipo di carattere poco espansivo”. Non diversamente sul conto del Panarello si espresse Giovannina Fera  che ancora riferì di avere verso le 18:00,  18:30 del 4 settembre udito un colpo di pistola e, poco dopo, visto il Panarello col viso sconvolto. Rosa Ruizzo -  che vide i fidanzati poco minuti prima  del delitto -  segnalò che “lui era turbato in volto”  che “pure la ragazza era un pò turbata”. Dal canto suo Sabatino Cerchia dichiarò che il Panarello “era di carattere taciturno” e “talvolta strano” ed inoltre era perseguitato da una sorda ed insana gelosia che gli rodeva continuamente il cervello, soggiungendo, al riguardo che il  26 luglio il Panarello si era lamentato con lui della fidanzata in quanto non “era puntuale all’appuntamento” ed aveva detto che ciò gli dava “l’impressione che avesse un altro fidanzato. Precisò poi al magistrato che in un colloquio con lui il Panarello gli aveva domandato vagamente se la Piccirillo avessi un altro fidanzato, mostrandosi, però, di non essere convinto di tale eventualità, e soggiunse che il Panarello era un tipo “chiuso” e “taciturno”. Carmela Fera depose di non essere andata a visitare Nicolina Piccirillo perché occupata nei lavori e non perché il suo fidanzato, Quirino Panarello glielo avesse proibito. Giovanni Zamba rese noto di non aver ricevuto dalla sua fidanzata, Anna Panarello una lettera in cui gli descrivesse la trama di un film ed esprimesse il suo  giudizio sul film medesimo. 

Orazio Gallo, maresciallo dei carabinieri segnalò che il Panarello era di carattere “taciturno”, quasi un misantropo e non facile a fare delle confidenze. Ugualmente si espresse Anna Piccirillo che, inoltre, dissi di avere, verso la fine dell’agosto 1953, scritto al fidanzato Giovanni Zampa, militare ad Ariano Irpino, una lettera in cui diceva che il noto film “Core furastiero” era bello  e non  giunta a destinazione, di avere, verso la fine di maggio detto anno, visto la  “Nicolina Piccirillo  a terra ed il Panarello su di lei impugnando un coltello con la lama rivolto verso il suo viso” e di averle detto la Piccirillo in ordine a tale fatto, che il Panarello le aveva fatto “la scenata”  perché gli era giunto all’orecchio che ella lo aveva chiamato “scemo”, laddove, in altro interrogatorio, ebbe a prospettare il fatto che il Panarello - in quel giorno -  cercasse di possedere la fidanzata, soggiungendo, però, che costei mai le aveva  confidato di essere stata deflorata dal Panarello:  circostanza, questa, pure resa nota dalla sorella della Piccirillo a nome Amelia che, inoltre, precisò che mai la Nicolina le aveva detto di essere stata oggetto di violenza da parte del Panarello allo scopo di congiungersi carnalmente. Trovandosi nelle carceri giudiziarie di Santa Maria Capua Vetere ( il vecchio  convento francescano di Piazza San Francesco, definito da molti “la fossa dei leoni”, un vero e proprio labirinto di sevizie e di torture) il 18 giugno del 1955, tentò il suicidio facendo “harakiri” (la forma di suicidio rituale a cui ricorrevano i samurai giapponesi caduti in disgrazia o condannati a morte) e si produsse numerose ferite da taglio alla regione addominale “perché era dispiaciuto del mancato matrimonio con la Nicolina”.







La condanna fu a 18 anni di reclusione. In appello gli fu riconosciuta la seminfermità mentale e la pena fu di 14 anni di manicomio criminale


Gli avvocati di parte civile, già nella fase istruttoria, denunciarono con istanze  dirette  prima al Giudice Istruttore Mario Mancuso,  e poi al suo successore Ugo Del Matto, “la brutalità e crudeltà del proditorio delitto”. Ma con gli interrogatori resi in più riprese ai carabinieri di Piedimonte d’Alife e poi al Giudice Istruttore, il dissenso tra i difensori dell’imputato e quelli di parte civile si acuì. “Il gesto criminale – scrissero per la parte civile – consumato da Giovanni Panarello è di una ferocia senza pari”. Il perito della consulenza tecnica Dr. Giuseppe Auriemma di Santa Maria Capua Vetere dopo aver effettuato gli esami autoptici conclamò che la ragazza ”era stata deflorata da tempo anche se non era adusa al coito”.  Un delitto – concluse la sentenza di rinvio a giudizio – “in preda a foia carnale, voleva prendersi quella sera la rivalsa carnale di quello che s’era preso col coltello e cacciò la pistola”. In dibattimento il Panarello si comportò da vero “borderline”. Punzecchiato dalle domande del Presidente a stento rispose con monosillabe ed a voce bassa. “Insisto nel dire che non ho sparato e non so neppure se la Nicolina è morta. Io sto bene e non voglio andare in manicomio”.  Ci fu poi la sfilata dei testimoni: Antonio De Simone, Giovanna Fera, Genoveffa Fera, Pasqualina Fera, tutti da Caianiello; Rosa Ruizzo, da Vairano Patenora; Pasquale Guadagnuolo, da Teano e Francesco Panarello, Carmela Fera Sabatino  Cerchia,  da Marzanello. La Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (Presidente, Giovanni Morfino; giudice a latere relatore, Renato Mastrocinque; pubblico ministero, Nicola Damiani) con sentenza del 20 giugno 1955, dopo aver negato la perizia psichiatrica, invocata dai suoi difensori con apposita ordinanza: “Ritenuto che nessuno dei certificati esibiti attesta malattie dell’imputato che possono far desumere una sua menomata capacità mentale riguardando essi certificati solo dei larghi parenti dell’imputato medesimo il cui genitore soltanto risulta essere stato affetto da semplici attacchi nervosi e solo nel luglio 1954. Ritenuto ancora che i lunghi e circostanziati interrogatori resi in istruttoria dall’imputato tendenti anzi a dimostrare la mera accidentalità del fatto, denunziano nell’imputato medesimo un odierno atteggiamento di simulazione che pertanto non sussistono i gravi e fondati indizi che consigliano una perizia psichiatrica”. La sentenza fu di condanna per Giovanni Panarello per omicidio volontario in danno di Nicolina Piccirillo, con la concessione delle sole attenuanti generiche, alla pena di anni 18 di reclusione. Come spesso accade in ogni processo la sentenza venne appellata  - sia dal Procuratore Generale il cui ufficio aveva chiesto l’ergastolo - “La Corte avrebbe dovuto dichiarare Giovanni Panarello colpevole di omicidio aggravato dal motivo abietto e non avrebbe dovuto applicargli le attenuanti generiche”;  e sia dal difensore Avv. Ciro Maffuccini:  “La Corte avrebbe dovuto concedere la invocata perizia psichiatrica. Tale richiesta era ed è legittimata dalla imponente documentazione esibita, da cui risulta l’esistenza di tare ereditarie profonde e molteplici nella famiglia del Panarello”. Il 4 luglio del 1957, dopo due anni dal primo processo, in sede di appello, Giovanni Panarello fu trasferito dal Carcere di Poggioreale al Manicomio Giudiziario per essere sottoposto a perizia psichiatrica affidata al Prof. Giulio Cremona, Direttore del Manicomio Giudiziario di Napoli e al Dott. Giovanni Nonis, primario presso lo stesso istituto. La risposta ai quesiti fu: “Giovanni Panarello, al momento del fatto di cui è processo, si trovava, per infermità, in condizioni di mente tali da scemare grandemente, senza escluderla, la capacità di intendere e di volere. Egli è persona socialmente pericolosa”.  La Corte di Assise di Appello (Presidente, Emanuele Montefusco;  giudice a latere,  Mario Sabelli; Procuratore Generale,  Luigi De Magistris (il nonno dell’attuale sindaco di Napoli)   concesse all’imputato la “diminuente della seminfermità mentale” e la condanna fu fissata in anni 14. Nei tre gradi di giudizio furono impegnati: On. Avv. Stefano Riccio, Avv. Salvatore Fusco,  Avv. Giuseppe Fusco, On. Avv. Prof. Alfredo De Marsico, Avv. Ciro Maffuccini e Avv. Federico De Pandis.

Fonte: Archivio di Stato di Caserta


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