giovedì 29 settembre 2016


Un orrendo parricidio:  Giuseppe, Maria e Francesco Moronese accusati di aver ucciso il padre

Il cadavere trascinato in aperta campagna. La moglie andò a denunciare ai carabinieri la scomparsa del marito. Lui minacciava con un coltello moglie e figli.  Il  vero assassino  era il figlio Giuseppe il quale vibrò un forte colpo al capo per finirlo  gli strinse da solo una corda al collo richiesta ed approntata dalla sorella Maria. Poi tutti e due adagiarono il cadavere ricoperto con un  lenzuolo su una scala a pioli e lo portarono sulla strada di campagna, ove fu rinvenuto il mattino successo.  

 





Santa Maria Capua Vetere –  “La morte di Tommaso Moronese, può retrodatarsi di uno-due giorni rispetto a quello dell’autopsia (22 settembre 1953). Essa è stata dovuta a traumatismo cranio-encefalico con frattura della base cranica e contusione dell’emisfero cerebrale sinistro. Il Moronese è stato altresì oggetto di manovre di strozzamento che però non hanno prodotto lesioni a carico di organi interni. Il cadavere del Moronese presentava inoltre alcune lesioni cutanee, per le quali non è possibile dire se sono state dovute a traumi diretti con oggetto contundente, a caduta al suolo del corpo, o a colluttazione. Il mezzo adoperato per produrre la morte del Moronese è stato un oggetto contundente. Dai rilievi eseguiti sul cadavere non è possibile trarre alcuna deduzione circa la posizione reciproca tra vittima ed aggressore al momento del fatto”. Questa la conclusione a cui pervennero i periti Gaetano Papa, Mario Pugliese e Francesco Tarsitano, incaricati dagli inquirenti per chiarire la causa della morte dell’anziano contadino. Ma non era affatto un giallo. Anzi. Apparve subito un delitto con tanto di depistaggio e di simulazione. Ma chi aveva strangolato il 53enne? Qual era il movente? I primi sospetti si appuntarono sui figli Giuseppe, di anni 31, Maria, di anni 20, Francesco  Moronese di anni 23 e sulla moglie Assunta Cecere, di anni 50 che assieme al figlio Francesco si era recata presso la polizia e i carabinieri per denunciare la scomparsa del marito. I predetti familiari dichiaravano alle autorità che loro erano vivamente preoccupati per la scomparsa del loro congiunto ma che era probabile che lo stesso fosse stato arrestato perché con molta probabilità era stato colto in stato di ubriachezza perché era solito dedicarsi con assiduità al vino. Dopo alcune ore però giungeva alla polizia ed ai carabinieri la notizia secondo la quale un cadavere era stato rinvenuto in località “Fosso Busico” in agro della città del Foro. Lo stesso veniva subito identificato dai figli (Maria, Giuseppe, Antonietta e Giuseppina) accorsi sul posto per quello dello “scomparso”,  Tommaso Moronese. Tutti i figli si abbandonarono a scene di pianto e tra un singhiozzo e l’altro Giuseppe si mostrava convinto che il proprio genitore doveva essere morto a seguito di caduta accidentale accorsagli nello stato di ubriachezza a lui solito.  Dall’esame cadaverico ed ancora dall’autopsia disposta dal Procuratore della Repubblica si potè accertare in modo indubbio che il cadavere del Moronese presentava una vasta chiazza ecchimotica alla regione orbitaria destra ed escoriazioni varie, nonché una frattura della base cranica; tali dati obiettivi orientarono le indagini per il delitto. La mancanza sul terreno, ove era adagiato il cadavere, di tracce di colluttazione, il mancato rinvenimento di corpi contundenti atti a provocare le  lesioni riscontrate, la inesistenza di macchie di sangue sul posto, l’assenza di polvere e di fango sulle scarpe del Moronese, pur essendo la Via Campania, strada che necessariamente la vittima avrebbe dovuto percorrere per giungere sul posto ove  fu rinvenuta, piena di mota e di pozzanghere, furono elementi tali da convincere gli organi di polizia che il delitto fosse stato commesso in località diversa dal luogo del rinvenimento del cadavere il quale in un secondo momento vi fu trasportato. 
Il secondo a destra Avv. Giuseppe Garofalo difensore dell'imputato 




Gli inquirenti accertarono che la sera del delitto il Tommaso Moronese alle 20 e 15 circa, allontanatosi dall’Osteria di “Picco ò Campo”, ove si era trattenuto placidamente va giocare a carte con Michele Rauso, Antonio Stellato e un altro giovane non identificato, si era diretto verso casa con la sua bicicletta in condizioni affatto normali avendo bevuto un solo bicchiere di vino. Iniziate le indagini in tali sensi, venivano interrogati  i familiari del morto i quali asserivano che il loro genitore si era allontanato di casa alle 16:00 del 21 settembre, che in assenza del padre andarono a letto ad eccezione di Francesco Moronese il quale recatosi dapprima a Macerata Campania e poi a Curti per godersi la festa si coricò al suo rientro, avvenuto qualche ora prima della mezzanotte e che durante la notte tutti si svegliarono, chiamati dalla madre preoccupata del mancato rientro del marito e tutti insieme iniziarono le opportune ricerche, ad eccezione di Caterina Moronese.  Accertato in un secondo momento che il Tommaso Moronese era uscito di casa verso le 16:00 e vi aveva fatto ritorno in serata stessa, sorgeva nei verbalizzante il sospetto che si trattasse di un delitto compiuto dagli stessi familiari, onde procedevano al  loro interrogatorio. Invero Giuseppina Moronese  fu la prima a dichiarare che verso le ore le 21:30 del 21 settembre il padre era rientrato ubriaco e con un coltello in mano minacciava  tutti i componenti della famiglia: “Questa sera vi devo scannare tutti”.  Intanto le ragazze con la madre si erano rinchiuse nella stanza da letto, mentre il padre si avviò verso la campagna seguito da Giuseppe che, tornato durante la notte, riferì di aver sferrato al genitore un forte pugno alla sua testa, lasciandolo morto in campagna. Il Giuseppe Moronese, invece riferiva che mentre dormiva nella stalla fu svegliato dalle grida della madre e delle sorelle minacciate dal padre che mentre nel cortile affilava un coltello, andava ribadendo: “Vi debbo scannare come pecore a tutti”, intanto la madre e la sorella Giuseppina si allontanava dalla casa ed egli accortosi che il padre s’era addormentato uscì dalla stalla ove dormiva,  prese a terra una grossa barra di legno di quelle che servono per i carretti e la vibrò con violenza alla fronte del genitore assestandogli anche un pugno all’occhio.


 Tommaso Moronese ricevuto il colpo ebbe la forza di alzarsi e si diresse nella sua stanza da letto cadendo ai piedi del comò e versando del sangue sui mattoni, e quivi  per finirlo gli si strinse la gola con una corda e poi chiamò la sorella Maria che era ancora in casa affinché gli apprestasse un lenzuolo per trasportare il cadavere del padre in aperta campagna; trasporto che effettuò con l’aiuto della predetta Maria. Effettuato questo entrambi fecero ritorno a casa dove nel frattempo erano tornate la madre e le sorelle e chiesero loro perdono di quanto avevano  commesso: poco tempo dopo fece ritorno nel fratello Francesco. Però, reinterrogato nella stessa giornata Giuseppe Moronese, precisava che mentre il padre giaceva accanto al comò, ove si era condotto dopo aver ricevuto il colpo, chiese una fune alla sorella Maria per finirlo la quale non solo gliela portò ma l’aiuto anche a stringere per accelerare la morte del padre che già era agonizzante. La classica chiamata di correità. La Maria Moronese rese analoga dichiarazione precisando che aiutò il fratello a mettere la corda al collo del padre ancora in vita e di averlo poi trasportato in campagna servendosi di una scala a pioli. Al contrario Francesco Moronese protestava la propria innocenza. Egli dopo aver cenato in casa con tutti di famiglia – ad esclusione del padre - ne uscì per recarsi a Macerata Campania. Strada facendo si imbattè nel genitore dal quale si fece dare la bicicletta e con questa dapprima si recò a Macerata Campania per parlare con Agostino Iodice, in merito al pozzo artesiano e poi a Curti, per godersi la festa, facendo ritorno a casa verso la mezzanotte: quivi giunto sull’uscio della stanza coniugale trovò morto il padre e dal fratello Giuseppe apprese che lui lo aveva ucciso. I due fratelli insieme con la sorella Maria avvolsero il genitore in un lenzuolo e adagiatolo su di una scala a pioli, lo trasportarono in campagna per simulare una disgrazia e per depistare le indagini della giustizia. In base a questi elementi Giuseppe, Maria e Francesco Moronese erano denunciati – in stato di arresto – per “concorso in omicidio” del loro padre. Instauratosi il procedimento penale l’istruttoria venne condotta col rito formale. Una perizia ematologica – oltre a quella autoptica – poi eseguita su due mattoni repertati nella  camera da letto ove vi  sarebbe svolto l’epilogo del tragico delitto  - secondo le dichiarazioni rese dal Giuseppe Moronese, diedero esito negativo. Sulle prime tutti gli indiziati si protestarono innocenti ma poi tra ammissioni e reticenze, inesattezze e contraddizioni, preoccupazione di addossare tutta la responsabilità su Giuseppe Moronese che materialmente vibrò il colpo mortale e che in  un secondo momento tentò di escludere la partecipazione al delitto del fratello Francesco e della sorella Maria hanno fornito elementi che uniti  tra loro e  logicamente concatenati,  riescono a dare un quadro completo sia  pure con qualche particolare lacunoso  dello svolgimento di quel tenebroso dramma del 21settembre del 1953 avvenuto nell’abitazione dei Moronese e conclusosi con l’uccisione del padre e col macabro trasporto del cadavere in aperta compagna.  Giuseppe Moronese giunse alla confessione del delitto per gradi. Innanzi ai carabinieri dapprima nega – ma poi reso consapevole che la sorella Giuseppina aveva parlato – finisce col dire più di quello riferito dalla Giuseppina,  perché mentre questa afferma che fu il fratello a narrarle di aver ucciso il genitore con un pugno nell’occhio in aperta compagna, Giuseppe invece descrive l’omicidio del padre nei suoi particolari, da lui commesso nel  cortile dell’abitazione a mezzo di una barra di legno. Innanzi al magistrato il medesimo dichiara che mentre dormiva nella stalla – come sua abitudine – sentì gridare il padre come un forsennato e la madre e le sorelle piangere; nell’aprire la porta venne aggredito dal padre armato di coltello che gli scagliò contro la manovella per cui rientrò e rinserrò, e accortosi dopo un certo tempo che il genitore si era appisolato sui canapuli pensò bene di ucciderlo: prese infatti la manovella e con essa gli vibrò un forte colpo al capo seguito da un forte pugno sull’occhio destro successivamente il padre si alzò e si portò lentamente nella camera da letto, dove appena entrato si accasciava al suolo; egli per finirlo  gli strinse da solo una corda al collo, richiesta ed  approntata dalla sorella Maria. Poi tutti e due adagiarono il cadavere ricoperto con un  lenzuolo su una scala a pioli e lo portarono sulla strada di campagna , ove fu rinvenuto il mattino successo; il fratello Francesco fece ritorno mezz’ora dopo il trasporto. E nuovamente interrogato  dal magistrato inquirente Giuseppe Moronese modificava la precedente confessione nel senso che inseguito dal padre fu da questi colpito con un bastone lanciatogli; egli lo raccolse e con lo stesso percosse violentemente il capo del genitore, cagionandogli la morte: lasciò il padre morto là dove era caduto.






la vittima 

LA SERA DEL 21 SETTEMBRE DEL 1953 RIONE SANT’ ERASMO- FOSSO “BUSICO” IN AGRO DELLA CITTÀ DEL FORO
UN ORRENDO PARRICIDIO:  GIUSEPPE, MARIA E FRANCESCO MORONESE ACCUSATI DI AVER UCCISO IL PADRE
l'assassino 
IL CADAVERE TRASCINATO IN APERTA CAMPAGNA. LA MOGLIE ANDÒ A DENUNCIARE AI CARABINIERI LA SCOMPARSA DEL MARITO. LUI MINACCIAVA CON UN COLTELLO MOGLIE E FIGLI.  IL  VERO ASSASSINO  ERA IL FIGLIO GIUSEPPE IL QUALE VIBRÒ UN FORTE COLPO AL CAPO PER FINIRLO  GLI STRINSE DA SOLO UNA CORDA AL COLLO RICHIESTA ED APPRONTATA DALLA SORELLA MARIA. POI TUTTI E DUE ADAGIARONO IL CADAVERE RICOPERTO CON UN  LENZUOLO SU UNA SCALA A PIOLI E LO PORTARONO SULLA STRADA DI CAMPAGNA, OVE FU RINVENUTO IL MATTINO SUCCESSO.

L'esperimento giudiziale 

CON LE ATTENUANTI DELLA PROVOCAZIONE E LE GENERICHE LA PENA PER GIUSEPPE MORONESE FU DI 20 ANNI DI CARCERE. FRANCESCO E MARIA MORONESE FURONO ASSOLTE “PER NON AVER COMMESSO IL FATTO”. DOPO 4 PROCESSI  LA PENA FU RIDOTTA PRIMA AD ANNI  18 E POI AD ANNI 15.


 
Avv. Sen. Generoso Iodice 


A due anni dal delitto, il 21 gennaio del 1955, il giudice Istruttore Alessandro Mancini,  del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere,  rinviava al giudizio della locale Corte di Assise,  Giuseppe, Maria e Francesco Moronese, per rispondere di omicidio aggravato in correità tra di loro in persona del loro genitore Tommaso Moronese. Nel corso del dibattimento Giuseppe Moronese confermò per la massima parte le dichiarazioni rese in precedenza agli inquirenti.  “Nego nel  modo più assoluto  - continuò nel suo interrogatorio Giuseppe Moronese - di aver messo le mani al collo di mio padre e faccio presente che io al Giudice Istruttore resi la dichiarazione subito dopo quando ero ancora in   grande stato di  agitazione. Il G.I. mi domandò se io confermassi la dichiarazione resa ai carabinieri ed io  – stordito ancora – dovetti confermare.  

Passò poi al vaglio dei giudici la testimonianza della figlia della vittima Maria, la quale ribadì anche innanzi alla Corte la propria innocenza. Fu poi la volta dell’altro figlio della vittima Francesco il quale esordì con il confermare che lui era totalmente estraneo al delitto essendo stato a Macerata per la nota vicenda del Pozzo. Anche per lui la solita contestazione di aver dichiarato una cosa diversa ai carabinieri, al giudice istruttore ed ora in udienza.  Poi la testimonianza della vedova Assunta Cecere: “La sera io non seppi nulla da mio figlio Giuseppe”.   Tutti  si sono trovati d’accordo nel fornire una triste rappresentazione del carattere dell’uomo ucciso. Nicolò Brajda pubblico ministero chiese 30 anni di reclusione. Dopo le arringhe difensive degli avvocati Ciro Maffuccini, Generoso Iodice, Giuseppe Garofalo e Ettore Botti, la Corte di Assise (Presidente, Giovanni Morfino; giudice a latere, Renato Mastrocinque) condannò Giuseppe Moronese, con la concessione delle attenuanti della provocazione ad anni 24 di reclusione per tali attenuanti e diminuita poi ad anni 20 per effetto delle attenuanti della provocazione. La corte assolse Francesco e Maria Moronese per non aver commesso il fatto. Nei motivi di appello di Ciro Maffuccini venne messo in risalto il fatto che all’imputato doveva essere riconosciuto “il vizio parziale di mente”. La Corte, infatti, aveva ignorato la richiesta della difesa di sottoporre a perizia psichiatrica il Moronese il quale già da militare era stato riformato per una grave “sindrome nevrasteni-forme in distonia neurovegetativa”.  Quantomeno i primi giudici avrebbero dovuto disporre perizia psichiatrica, tanto più che essa era stata già in periodo istruttoria invocata in difesa, la quale aveva anche posto in rilievo il fatto che un cugino in primo grado del padre dell’imputato era stato ricoverato nel manicomio di Aversa. Tra i motivi evidenziati in appello l’ipotesi della contestazione dell’omicidio preterintenzionale e non volontario e l’eccessiva pena irrogata. La Corte di Assise di Appello di Napoli (Presidente, Filippo D’Errico; giudice a latere, Giuseppe Conti; pubblico ministero, procuratore generale, Titomanlio Bellini) con sentenza del 17 luglio del 1956 ridusse la pena ad anni 18 rigettando ancora una volta la perizia psichiatrica. Quindi ricorso per Cassazione accolto  ”per quanto concerne la richiesta di una maggiore riduzione di pena per le attenuanti generiche” e con sentenza del 7 luglio 1959 rinviò ad altra  sezione della Corte di Assise di Appello di Napoli (Presidente,  Emanuele Montefusco, giudice a latere,  Raffaele Petti;  pubblico ministero, S. Procuratore Generale, Federico Putaturo) la quale  con sentenza dell’11 dicembre del 1959 – dopo sei anni dal delitto – determinò la pena definitiva in anni 15.
Fonte Archivio di Stato di Caserta 






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