martedì 18 ottobre 2016

 

 ESECUTORI E MANDANTI DI UN CLASSICO DELITTO DI MAFIA IDENTIFICATI DOPO 27 ANNI.  IL VIGILE ANTONIO DIANA UCCISO IN UNA PUBBLICA STRADA MENTRE REGOLAVA IL TEAFFICO. SETTE COLLABORATORI DI GIUSTIZIA HANNO RACCONTATO I RISVOLTI DELLA VENDETTA DEI CASALESI MA LA VITTIMA  ERA UN VENDUTO E UN TRADITORE

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Il  Giudice per le Indagini preliminari Isabella Iaselli, su precisa richiesta dei pubblici ministeri della DdA, Simona Rossi e Catello Maresca, ha emesso 7 ordinanze di custodia cautelare in carcere per altrettanti affiliati al clan dei casalesi per un omicidio perpetrato ai danni di un  vigile urbano di Aversa. La richiesta di misura cautelare – è scritto nel comunicato – si fonda sulla ricostruzione di un omicidio avvenuto 27 anni fa nell’ambito della guerra tra l’emergente gruppo dei casalesi e il vecchio gruppo Bardellino. La ragione per la quale si procede a distanza di così tanto tempo è chiara: al momento il muro di omertà non consentì di raccogliere elementi di prova (eppure su trattò dell’omicidio di un vigile avvenuto in pieno centro di sabato pomeriggio nel traffico) Successivamente sono intervenute le dichiarazioni dei collaboratori – che hanno consentito di ricostruire la grave vicenda –quando vi è stata la collaborazione di chi partecipò personalmente. Le ordinanze di custodia in carcere sono state notificate a: Antonio Basco, Giuseppe Caterino, (Peppinotto e tre bastoni); Giovanni Diana (detto Giannino o’ pazzo); Raffaele Diana ( Rafilotto); Francesco Mauriello; Francesco Schiavone, (Sandokan) e Pasquale Spierto. Antonio Diana era un vigile urbano di San Cipriano ucciso perché sospettato di aver tradito i Casalesi facendo da specchiettista per l’omicidio di uno di loro. Era il 1989 e la vittima aveva solo 30 anni. Da oggi gli assassini di Diana hanno un nome e un volto: sono stati arrestati questa mattina dai carabinieri del Nucleo operativo del Reparto territoriale di Caserta, agli ordini del tenente colonnello Nico Mirante, coordinati dalla Dda di Napoli. Sei di loro hanno ricevuto l’ordinanza in carcere, un settimo era libero. C’era anche il boss Antonio Iovine nel commando di fuoco che uccise Diana su ordine di Francesco Schiavone Sandokan, all’epoca boss emergente, che riteneva la vittima coinvolta nell’omicidio di un suo uomo e legata al boss Antonio Bardellino. Tra mandanti ed esecutori materiali di quell’omicidio c’è Iovine, nella veste di collaboratore di giustizia. Diana, secondo quanto si è appreso dal pentito, sarebbe stato colui che “aveva dato la battuta”, come dicono in gergo i camorristi, era stato cioè il componente della banda a cui era stato affidato il compito di segnalare ai killer la presenza dell'obiettivo. Il tutto avviene in un clima teso determinato dalla scissione del clan di Bardellino in cui nascono gruppi mafiosi antagonisti, tra i quali si inquadra quello di Sandokan, e in un contesto, quello di San Cipriano d'Aversa, dove la criminalità organizzata controllava praticamente tutto l’apparato amministrativo della città. Come agente della Polizia Municipale, infatti, lavorava Giuseppe Iovine (fratello dell’ex boss Antonio) mentre il fratello di Giuseppe Caterino, detto Peppinotto, altro elemento di spicco della mafia casalese, era responsabile dell’ufficio tecnico.




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