domenica 30 ottobre 2016



UNA VENDETTA SERVITA A FREDDO. 

Vittima e aggressori  erano reduci dal cinema Olimpo di Casal di Principe,  dove era stato proiettato il film “Gli amori di Carmen”.




FILIBERTO DIANA, GIUSEPPE PETRILLO E ARMANDO GAGLIARDI  CON PISTOLA E COLPI DI PALLETTONI UCCISERO IL GUARDIANO CAMPESTRE ANTONIO MORMILE



I cittadini abitanti nei pressi del luogo del delitto  furono concordi nel dichiarare che la sera precedente  erano stati svegliati da otto, nove colpi  di pistola, sparati quasi contemporaneamente, ma non avevano dato peso all’occorso in quanto non avevano udito alcun grido di persona colpita ed anche perché ritenevano che  si fosse trattato della “solita” sparatoria di giovani scapestrati che sparano sempre allorquando – provenienti dai cinema di Casal di Principe e San Cipriano – rincasano in Casapesenna.


UN CARABINIERE, UNA BALILLA E IL FUNERALE DELLA VITTIMA 




San Cipriano d’Aversa -  Quel 13 aprile del 1952,  lo studente universitario, di 26 anni,  Nicola Ardente,  abitante alla via Casapesenna n°6 uscito di buon’ora come ogni mattina ebbe la brutta sorpresa ( ma ciò non era un avvenimento raro, anzi) di imbattersi in un cadavere che giaceva sul terreno. Avvertì i carabinieri i quali, con l’ausilio del magistrato di turno, iniziarono le indagini di rito. E subito una pattuglia, al comando del Mar. a piedi Alberto La Sala, con l’ausilio dei collaboratori Antonio Mavello, Cosimo Leopardi, Giuseppe De Simone e Giuseppe La Barbiera  giunta alla fine di via Roma di San Cipriano d’Aversa ed al principio di quella campestre – che attraverso il cavalcavia sulla FF.SS. porta a Casapesenna - osservò un gruppo di persone intente a guardare una chiazza non copiosa di sangue assorbita per la massima parte già dal terreno presso un paletto di legno formante angolo di un piccolo appezzamento di terreno seminato ad erba medica recinto da filo spinato, al lato destro di chi si porta alla borgata di Casapesenna. L’anzidetta chiazza di sangue trovavasi quasi di rimpetto al muro esterno della casa dei fratelli Paolo, Emilio ed Attilio Galeone, tutti agricoltori  e nati a San Cipriano e domiciliati alla via Roma, 248 la dove il muro formava angolo retto con la strada Casapesenna misurante la stessa circa 4 metri. I presenti affermavano che proprio dove era stata notata la chiazza di sangue, di buon’ora, era stato rinvenuto il cadavere di  Antonio Mormile, di  anni 25, agricoltore, domiciliato alla Borgata  Casapesenna alla via Nuova, 2 già trasportato nella propria abitazione dai familiari.  Interrogati ai fratelli Galeone furono concordi nel dichiarare che la sera precedente – presumibilmente dalla ore 22 alle 23 – erano stati svegliati da otto, nove colpi  di pistola, sparati quasi contemporaneamente, ma non avevano dato peso all’’occorso in quanto non avevano udito alcun grido di persona colpita ed anche perché ritenevano che  si fosse trattato della “solita” sparatoria di giovani scapestrati che sparano sempre allorquando – provenienti dai cinema di Casal di Principe e San Cipriano – rincasano in Casapesenna. I carabinieri, dopo aver repertato presso la chiazza di sangue tre tacchetti di cartone ferma pallini di cartuccia da fucile da caccia cal. 16 nonché otto bossoli di pistola automatica di cui 7 di cal. 7,65 e  uno cal. 9 (questo significa che furono tre armi a sparare) il tutto consegnato da tale Michele Zagaria, di anni 57, da San Cipriano d’Aversa,  contadino, il quale, transitando aveva raccolto il tutto e dichiarò di averli rinvenuti dietro il muro di cinta dello stabile dei Galeoni in un raggio di circa un metro. I carabinieri, inoltre, repertarono anche un altro bossolo di pistola automatica “Beretta” cal. 9 consegnato da tale Fortunato Pagano, di  26 anni, da San Cipriano, domiciliato alla via Diana 3 che affermò di averlo rinvenuto mei pressi della chiazza di sangue. Ma ciò che ho letto in questi atti processuali è veramente sconcertante. Ma vi rendete conto che questi signori per fare “shopping” di bossoli alterarono la scena del crimine? E vi rendete conto che appena un uomo era ferito invece di portarlo in ospedale (usanza stupida di tutta la zona) lo portavano a casa? Ma debbo dire che non è la prima volta che mi capita questo fatto. Nella mia lunga (50 anni)  milizia di cronista giudiziario ha assistito addirittura ad alterazione delle scena del delitto con personaggi che arrivati prima dei giornalisti e dei carabinieri depredavano i cadaveri e  asportavano le armi che avevano lasciato gli assalitori e i morti ammazzati. Assurdo. E’ una cultura, per fortuna, in via di estinzione. Il mar. La Sala con il suo seguito  si recò nell’abitazione del Mormile ed ivi giunto osservò che al centro della camera, su di un tavolo da pranzo, su cui era stato posto un materasso, giaceva in posizione supina, il cadavere di Antonio Mormile che indossava giacca e pantalone bleu scuro, camicia celeste, pullover bleu, cravatta nera, calzini quasi celesti e scarpe basse nere. Aveva il braccio sinistro piegato ed appoggiato sul petto mentre quello destro, anch’esso piegato, aveva la mano diretta verso la testa. Da un esame esterno del cadavere si poteva capire che l’uomo era stato colpito da armi corte e soprattutto anche da armi lunghe da fuoco al fianco destro, più specialmente  all’emitorace destro, ed altro corpo d’arma da fuoco lunga alla coscia  destra alla regione laterale interna.


Negli interrogatori che seguirono vennero fuori i primi indizi dei probabili assassini. Giovanni Mormile, 52 anni, padre dell’ucciso affermò che il figlio era uscito di casa il 3 aprile, il giorno di Pasqua, asserendo che si sarebbe recato al cinema. Accortosi verso la mezzanotte che il figlio non era rientrato lo comunicò alle altre due sue figlie. Iolanda Mormile, sorella della vittima,  di anni 16 si diresse da Nicola Zagaria, amico del fratello ma non lo rintracciò. Si diresse allora verso il cavalcavia e rinvenne il cadavere del fratello giacente per terra rivolto sul fianco sinistro e col viso verso terra appoggiato sul braccio dello stesso lato. Allora si mise a gridare ed accorsero alcuni familiari ed amici che provvidero a trasportare nella sua abitazione il corpo esanime di Antonio Mormile. In un successivo interrogatorio il padre della vittima affermò innanzi ai carabinieri che lui, mettendo insieme i vari tasselli delle frequentazioni e delle minacce al figlio aveva gravissimi sospetti che ad uccidere il figlio fossero stati i fratelli Filiberto e Cristofaro Diana, con i quali da anni erano in lite per una infinità di litigi avvenuti in agro di Villa Literno, tra i componenti della famiglia Mormile – costituente il nucleo familiare dell’ucciso – e quello degli zii di questi ultimi Nicola, (di anni 43) e Domenico Mormile (di anni 47), entrambi da San Cipriano d’Aversa, e che due mesi prima del delitto la vittima, in agro di Villa Literno, ebbe a schiaffeggiare Filiberto Diana per le sue precedenti aggressioni esercitate in danno di vari componenti della famiglia Mormile. Un delitto al fine di vendetta, insomma.  L’uccisione del Mormile produsse enorme  impressione tra la popolazione locale pur tanto abituata a delitti del genere e  indubbiamente per la simpatia che circondava i componenti della famiglia Mormile, additata come esempio di laboriosità ed onestà. Una perquisizione operata presso il domicilio dei fratelli Diana  consentì di stabilire che mentre Cristofaro che era ammogliato aveva pernottato nella sua abitazione il fratello Filiberto, che era celibe, non aveva pernottato nella notte del delitto nella sua abitazione. E altri sospetti presero piede allorquando i fratelli Diana non vennero rintracciati neppure presso altri parenti essendosi dati alla latitanza. Attraverso una comunicazione “confidenziale” i carabinieri vennero a conoscenza che la notte precedente il Filiberto Diana aveva pernottato presso una parente tale Rosina De Chiara. Un carabiniere, mentre si recava presso l’abitazione dei De Chiara, alla via Freddana, 61 per invitarli in caserma sorprese Carolina Coppola (di  anni 49) mentre tentava di disfarsi di un sacco, ma il carabiniere Giuseppe De Simone glielo  impedì e nel sacco sequestrato venne rinvenuto il fucile omicida che era da caccia retrocarica a due canne calibro 16, smontato. Nel sacco vi erano pure 5 cartucce per detta arma, di cui due a pallettoni. Nella culla che era in una stanza attigua venne rinvenuto un cappotto grigio. La donna confessò che il fucile ed il cappotto si appartenevano a Filiberto Diana cugino del marito. Le perizie sulle armi e le dichiarazioni dei testi portarono gli inquirenti sulle precise tracce dei tre assassini. Alcuni testimoni, però ingarbugliavano la matassa. Nella zona è veramente difficile distinguere i testimoni veri da quelli falsi e viceversa. I carabinieri erano orientati a pensare che solo Filiberto Diana aveva partecipato assieme ad altri al delitto mente la voce popolare indicava invece quali autori entrambi i fratelli.  Il delitto divenne l’argomento del giorno. Nella bettola gestita da Antonio Del Vecchio, sita alla via Roma di San Cipriano d’Aversa i carabinieri accertarono che due giorni dopo il delitto il muratore Paolo Galeone affermò che ad uccidere  il Mormile erano state cinque persone. La stessa sera della “Pasqua di sangue”, così come si disse nella borgata di Casapesenna, subito dopo la sparatoria transitarono sul luogo del delitto: Francesco Piccolo, Pasquale Zagaria, Carmine Pietroluongo e  Giuseppe Santoro,  i quali tutti confermarono di aver notato il cadavere e tutti erano reduci dal cinema Olimpo di Casal di Principe,  dove era stato proiettato il film “Gli amori di Carmen”;  dalla stessa sala cinematografica era uscito da poco anche la vittima.

Fonte: Archivio di Stato di Caserta

   

IL LUOGO DEL DELITTO, LA BICICLETTA, IL CORPO DELLA VITTIMA E UN CARABINIERE 



ARMANDO GAGLIARDI FU RITENUTO 

PAZZO. FILIBERTO DIANA FU 

CONDANNATO A 25 ANNI E 30 ANNI 

FURONO GLI ANNI PER GIUSEPPE 

PETRILLO.




Dopo una complessa ed elaborata istruttoria, portata avanti con numerosi figli di lume dai difensori  dei tre imputati a chiusura della fase formale Giuseppe Petrillo, di anni 21; Armando Gagliardi, di anni  22 da Casal di Principe e Filiberto Diana, di anni 21 da San Cipriano d’Aversa furono rinviati al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere per rispondere di concorso  in omicidio premeditato aggravato nei confronti di Antonio Mormile. L’accusa parlava di omicidio a scopo di vendetta, “per avere – in concorso tra loro – con premeditazione ed al fine di vendicarsi volontariamente cagionato al morte di Antonio Mormile contro il quale sparavano diversi copi di pistola e due colpi di fucile da caccia caricati a pallettoni esplosi a breve distanza che attingevano il Mormile alla coscia destra ed al torace determinandone la morte per anemia acutissima dovuta alla copiosa emorragia interna ed esterna generata dai numerosissimi pallini”. Ma la vera battaglia in udienza vide protagonisti gli psichiatri che avevano decreto la seminfermità mentale per due degli imputati. All’epoca c’era un uso indiscriminato delle perizie psichiatriche a quasi tutti (previa buone parcelle per medici compiacenti) riuscivano a dribblare il carcere per fare pochi anni di manicomio. La relazione psichiatrica sulla capacità di intendere e di volere di Armando Gagliardi  fu affidata al Prof. Euastachio Zara, direttore dell’ospedale psichiatrico dell’Aquila e docente dell’Università di Napoli della clinica delle malattie nervose e mentali. La sua conclusione fu che il Gagliardi, pur  essendo persona “socialmente pericolosa” non aveva – nell’atto in cui commise il delitto – una seminfermità mentale.
AVV. SEN. GENEROSO IODICE 

 Un’altra perizia sullo stesso imputato era stata redatta dal dott. Giovanni Amati, direttore alienista del manicomio di Napoli, che aveva ritenuto, invece, il soggetto seminfermo di mente.  “Nel Gagliardi – scrisse il perito nella relazione – non si è verificata né era per verificarsi né era stata da poco superata una crisi od equivalente. Se vi è stata l’fesa – come pare – il soggetto l’ebbe a percepire, come tale ed a tale offesa reagì in modo eccessivo, illegittimo e brutale; ma a simile reazione egli era già predisposto a causa del complesso morboso in lui presente e dominante in ogni momento la sua personalità. E questo spiega come il nostro periziando – rotto le barriere della convivenza e i vincoli del codice – sia stato tratto dalla propria latenza morbosa a commettere il reato di cui deve rispondere, senza poter completamente e liberamente valutare le conseguenze e la estensione dell’atto delittuoso. Concludendo, Arando Gagliardi è un malato di mente ed incarna precisamente la figura di un soggetto epilettoide con insufficiente evoluzione psichica. Tale stato morboso esisteva in lui fin da epoca precedente al reato e, nel momento in cui commise l’azione delittuosa era, per infermità, in uno stato di mente tale da scemare grandemente senza escluderla, la capacità di intendere e di volere. Il Gagliardi, con finalità ortofreniche in relazione al persistere del complesso morboso segnalato, è da ritenersi  persona socialmente pericolosa”.  La Corte di Assise prese in considerazione la perizia per Gagliardi e la condanna fu il manicomio criminale di Aversa. Condannò poi a 30 anni di reclusione il Petrillo ed a 25 anni il Diana. Condanne confermate in appello e cassazione.  Nel corso dei tre gradi di giudizio furono impegnati gli avvocati: Attilio Pianese, Antonio Giordano e Generoso Iodice.


Fonte: Archivio di Stato di Caserta 



Il delitto accadde nella contrada 

“Casapesenna”  


di San Cipriano d’Aversa  il 13 aprile del 1952

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