lunedì 14 novembre 2016






Barbara vendetta tra caprai assassinato  a colpi di roncola alla presenza di un bimbo di 8 anni

Il delitto ricostruito nei particolari del piccolo testimone che condusse i carabinieri nel bosco facendo scoprire il cadavere occultato e gli autori del truce delitto.  La vittima si era resa più volte colpevole di pascoli abusivi.

 Il delitto accadde in contrada “Bosco Valle” di  San Felice a Cancello il 19 agosto del 1953 



San Felice a Cancello – La sera del 19 agosto 1953, i carabinieri di Cancello, secondo quanto riferivano con apposito rapporto venivano informati che in detto pomeriggio, in contrada “Bosco Valle” il giovane capraio Carmine Martone di anni 21, era stato ucciso da altri due caprai, Carmine Rivetti, di anni 36 e Mario Sabatasso di anni 29, ma la cosa più raccapricciante era il fatto che il delitto era stato consumato alla presenza del piccolo Michele Sabatasso di anni 8 che, quel giorno, sfortunatamente,  si era accompagnato alla vittima per condurre al pascolo gli animali. I carabinieri si recavano la sera stessa sul posto – insieme al ragazzo – ma non riuscivano a rintracciare il cadavere del Martone e, data l’oscurità, rinviavano le ricerche al giorno successivo. Verso l’alba del 20 agosto, quindi, sempre accompagnati dal minore Michele Sabatasso, poterono notare nella boscaglia – innanzi tutto – delle macchie di sangue su delle piante di castagno all’altezza di una persona. A circa 50 metri, altre macchie di sangue erano visibili in un cespuglio, a valle; da esso una lunga striatura sul terreno si snodava nella  valle e proseguiva, per oltre un chilometro, nel vallone Costa e poi sulla cunetta a ridosso della scarpata sinistra. Ivi alcune punzonature prodotte, probabilmente, da qualche paletto di legno provocate sul terreno sottostante la caduta copiosa di terriccio; rimosso il quale, si poteva distinguere la sagoma di un uomo (vedi foto) disteso ed anzi la punta di uno scarpone chiodato. Intervenuto a questo punto il Pretore di Arienzo si procedeva, con l’assistenza anche di un perito e dei carabinieri addetti al Nucleo di P.G. del Gruppo di Caserta, alla rimozione di tutto il terriccio che copriva il cadavere identificato appunto per quello di Carmine Martone. Esso risultava completamente nudo, i pantaloni e le mutandine essendo stati raccorciati fino ai piedi che calzavano scarponi chiodati. Il cadavere presentava al viso una contusione ed una escoriazione; al collo macchie  ecchimotiche, al braccio sinistro tre ferite prodotto probabilmente da una roncola, una ferita più profonda alla regione ipotenale, allo stesso braccio sinistro; al torace e all’addome macchie ecchimotiche con varie graffiature; una piccola ferita al gomito destro. Rivoltato il cadavere, si notavano alla regione occipitale una vasta ferita con frattura del  cranio da cui ancora fuoriusciva sangue. Interrogato dai carabinieri  il ragazzo Michele Sabatasso precisava che nella mattinata del 19 agosto recatosi unitamente al Martone a far pascolare le pecore, erano entrambi andati a trattenersi nel vicino fondo di Giuseppe Rossetti che stava lavorando per proprio conto ed erano stati raggiunti, poco dopo, dal Mario Sabatasso consumando tutti e quattro, la loro colazione. Ad un certo punto il Rivetti aveva chiesto al Martone di mandare esso Michele a prendere dell’acqua perché i cani si erano abbeverati nel secchio riservato ai pastori. Il Martone dapprima si era rifiutato ma alle sollecitazioni del rivetti, aveva infine acconsentito al suo desiderio per il quale esso Sabatasso si era allontanato. Al suo ritorno però, egli non aveva più trovato i caprai e si era messo a chiamare il suo compagno Martone gridandone il soprannome: ”Tappetto…Tappetto” . Nessuno gli aveva risposto ed egli, lasciato il secchio, si era diretto verso il posto dove stavano pascolando le capre. In questo frattempo era riuscito a distinguere l’abbaiare dei cani ed avvicinatosi sempre di più al luogo dal quale proveniva il frastuono aveva percepito la voce di  Carmine Martone che gridava: “Mario non lo faccio più! Mario non lo faccio più!”.  Egli si era inoltrato a passo svelto  verso la boscaglia nella direzione da cui erano partiti i gridi del Martone. Aveva così potuto scorgere costui, steso a terra in un cespuglio mentre Carmine Rivetti tirava una cinghia dei pantaloni che il Martone teneva legata al collo, ed il Mario Sabatasso stava estraendo dalla tasca destra dei pantaloni del Martone stesso un coltello cui si impossessava ponendolo nella sua tasca. Alle sue  domande su che cosa stessero facendo il Rivetti gli aveva risposto: “Stiamo ammazzando un cane”. Frattanto il Mario Sabatasso nell’appoggiare un piede su delle spine, aveva scoperto la testa del Martone tutta coperta di sangue. Egli allora aveva chiesto ai due perché avessero ucciso il Martone ed il Rivetti gli aveva risposto: “Perché l’ho ammazzato io?”, mentre il Mario Sabatasso aveva soggiunto:  “Non dire niente, se no ammazzo anche te!”.  Era scoppiato a piangere e,  fra l’altro disperandosi di non essere in grado di accompagnare le capre da solo, il Mario Sabatasso lo aveva aiutato a radunare gli animali seguendolo poi, con i suoi, fino in contrada Starza ove si era incontrato con Antonio Sabatasso, fratello di Mario questi aveva accettato di ricevere in consegna le capre del Martone mente egli ritornato a casa si era affrettato a raccontare alla madre che il Martone era stato ucciso.


Verso le 16 e trenta del 20 agosto venivano pertanto tratti in arresto Carmine Rivetti e Mario Sabatasso. Il  primo dichiarava innanzi tutto che tra lui ed il Martone non correvano – da tempo – buoni rapporti: A suo dire questi si era reso più volte colpevole di pascoli abusivi ma aveva sempre accusato il Rivetti ed il Sabatasso di tali illeciti lasciando credere ai proprietari dei fondi danneggiati che egli esplicava una attiva vigilanza nel loro interesse e percependo così dei compensi. Precisa appunto il rivetti che nell’aprile del 1953, il Martone aveva denunziato Antonio Sabatasso, fratello di Mario, per pascolo abusivo nei fondi di proprietà di  Andrea Ferrara.  Nello stesso mese di aprile aveva minacciato con una  pistola esso Rivetti accusandolo di essere l’autore di altro pascolo abusivo nella proprietà di Mauro Colangelo  ed aveva schiaffeggiato un suo nipote: Vincenzo Rivetti dicendogli poi, per dileggio, che gli schiaffi erano destinati a lui, suo zio. Peraltro aveva subito ad opera del Martone altra minaccia poiché essendo stato denunziato quest’ultimo da una sua cognata Mariantonia Carannante, l’altro  aveva ritenuto che fosse stato esso Rivetti ad istigare la donna alla denunzia, che la mattina del 19 agosto il Martone, in compagnia di Michele Sabatasso fratello della sua fidanzata a nome Petronilla, era venuto a pascolare le capre nei pressi del suo fondo. Poco dopo si era messo a mangiare delle nocelle raccogliendole dal suo terreno ma senza che esso Rivetti facesse alcuna rimostranza trattandosi di frutta di poco valore. Sopraggiunto poi il Mario Sabatasso il Martone gli  aveva  chiesto la roncola per andare a tagliare delle verghe di castagno in un vicino bosco ma esso Rivetti non aveva aderito alla richiesta perché in quel momento la roncola gli era necessaria per il suo lavoro. Sul posto si erano trattenuti inoltre – per un certo tempo – tal Francesco Diglio che però prima delle 13  erano andati via. Proprio verso quell’orario il Martone il aveva mandato il fratellino della sua fidanzata ad attingere dell’acqua in una sua cisterna sita in contrada “Gritta” di Ciavarello di San Felice a Cancello. Allontanatosi il ragazzo il Martone aveva impugnato una pistola ed avvicinatosi gli aveva detto. “Fatti un fosso con le tue mani che devi fare il morto, ti debbo atterrare”. E ripetendo questa minaccia il Martone – sempre secondo la sua deposizione – aveva fatto fuoco contro di lui senza tuttavia riuscire ad attingerlo giacché esso rivetti, con un brusco movimento, era riuscito ad evitare il colpo. Intervenuto il Mario Sabatasso in suo aiuto questi era riuscito a disarmare il Martone mentre esso Rivetti, con la sua roncola, lo aveva colpito ripetutamente alla testa e alle braccia.  Epperò il Martone si era svincolato ed era fuggito nel sottostante bosco gridando: “Sempre la pelle vi debbo fare a tutti e due! ”. A tale minaccia egli ed il Sabatasso l’avevano inseguito e, raggiuntolo, altri colpi di roncola gli erano stati da lui inferti alle braccia mentre il Sabatasso lo aveva colpito con pugni e calci finchè il Martone non aveva dato più segni di vita. Era stato a questo punto concludeva il Rivetti che era sopraggiunto il ragazzo e che nel vedere il suo amico in fin di vita si era messo a piangere. Egli si era allora allontanato dirigendosi a casa di suo cognato Raffaele Migliore per rifornirsi di una maglietta giacchè la sua si era tutta strappata ed intrisa di sangue durante la colluttazione. L’imputato faceva presente, infine,  che di non aver preso parte alcuna al macabro nascondimento del cadavere del Martone e che, nella seconda colluttazione con questi aveva riportato una ecchimosi da morso al braccio sinistro infertagli dal suo avversario.

Fonte: Archivio di Stato di Caserta





PER   CONCORSO IN OMICIDIO VOLONTARIO ED OCCULTAMENTO DI CADAVERE  IL RIVETTI  FU CONDANNATO ALLA PENA COMPLESSIVA DI ANNI 30 ED IL SABATASSO AD ANNI 25 DI RECLUSIONE.



Procedutosi a carico dei due imputati con la formale istruzione l’uno e l’altro confermavano in un primo tempo le dichiarazioni già fatte ai carabinieri. Epperò il 24 settembre i due imputati facevano istanza – separatamente – di essere interrogati di nuovo in ordine ai fatti del processo assumendo di dover fornire in proposito nuovi particolari. Dichiarava pertanto il Rivetti che ad uccidere il Martone erano stati il Mario Sabatasso ed il fratello Antonio esponendo una nuova versione. Dopo che il ragazzo Michele si era allontanato per attingere l’acqua, Mario Sabatasso aveva detto al Martone che egli non doveva fare più il guardiano. L’altro aveva ribattuto che avrebbe smesso tale attività quando il Padre del SABATASSO – che pure esercitava la guardiania – si fosse ritirato. La risposta fu: “Se tu non ti vuoi ritirare ti faccio ritirare io”. E ciò dicendo era venuto a colluttazione con il Martone. Esso Rivetti era intervenuto per dividere i due e in questa circostanza era stato morsicato al braccio sinistro dal Sabatasso. Nel frattempo, il Martone era fuggito verso la montagna ma il suo avversario armatosi della roncola, di esso Rivetti, che era caduta a erra, si era lanciato al suo inseguimento riuscendo alla fine a raggiungere il giovane il quale a un tratto si era trovato di fronte al fratello di Mario Sabatasso – a nome Antonio – che lo aveva afferrato per il petto trattenendolo finchè, sopraggiunto il Sabatasso era caduto a seguito delle numerose roncolate infertegli da qurst’ultimo. Spiegava il Rivetti che egli si era proclamato confesso in un primo momento perché la sera stessa del tristo avvenimento era stato invitato a casa dei Sabatasso ove il padre di costoro lo aveva indotto a dichiararsi colpevole dell’omicidio con la promessa di 150 mila lire da dare a sua moglie – per il suo sostentamento durante la detenzione e di dieci capre all’atto della sua liberazione; che il Sabatasso padre aveva aggiunto, nell’occasione, che egli avrebbe potuto addurre a sua discolpa la “legittima difesa” sostenendo che il Martone, per primo, gli aveva esploso contro un colpo di pistola. Riveriva ancora che in suo presenza Vincenzo Sabatasso aveva chiesto ai due figli Mario e Antonio se avessero fatto ciò che egli aveva detto e che i due avevano assicurato. Mario Sabatasso, da parte sua, affermava che nel secondo


La Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere ( Presidente,  Giovanni Morfino; giudice a latere, Renato Matrocinque;  pubblico ministero, Nicola Damiani)   con sentenza del 12 novembre del 1955 condannò Carmine Rivetti e Mario Sabatasso  colpevoli di  concorso in omicidio volontario in persona di Carmine Martone, ed il Rivetti inoltre di occultamento di cadavere  con l’aggravante (recidiva specifica per il Sabatasso) il Rivetti alla pena complessiva di anni 30 di reclusione ed il Sabatasso ad anni 25 di reclusione. 

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