giovedì 24 novembre 2016



LA STESSA DONNA
CONTESA TRA  DUE FRATELLI PROVOCO’ 4 MORTI E DUE FERITI.
IL PRIMO SERIAL KILLER 
DI TERRA DI LAVORO


SALVATORE CAPOLUONGO DI ANNI 21 DA SAN CIPRIANO D’AVERSA UCCISE IN CONTRADA “MARTINO” DI VILLA LITERNO IL CONTADINO RAFFAELE MARTINO DI ANNI 31 E IL SUO GARZONE MICHELE FABOZZI DI ANNI 16;  IN CONTRADA “ALTOMONTI”, IL CONTADINO MICHELE MARTINO DI ANNI 32 E IN CONTRADA “FOMARA” UN ALTRO CONTADINO GIUSEPPE DIANA DI ANNI 25.  

FERÌ  INOLTRE, NELLA PROPRIA MASSERIA, IL FRATELLO ANTONIO CAPOLUONGO E L’AGRICOLTORE DI ANNI 20 CORRADO CAPOLUONGO, OMONIMO MA NON PARENTE

L’ORDINE ERA :”SPARATE A VISTA”. I CARABINIERI SAPEVANO CHE L’UOMO CHE SI AGGIRAVA  NELLE CAMPAGNE DI VILLA LITERNO ERA ARMATO FINO AI DENTI. 



I delitti  avvennero il 7 maggio del 1953   in agro di Villa Literno nelle località  “Martino”, “Fomara” e “Altomonti” e  nella masseria “Pizzorotondo”
    
LA STESSA DONNA
CONTESA TRA DI DUE FRATELLI PROVOCO’ 4 MORTI E DUE FERITI

 Il primo serial killer di Terra di Lavoro. Salvatore Capoluongo di anni 21, da San Cipriano d’Aversa, uccise, in contrada “Martino” di Villa Literno il contadino Raffaele Martino di anni 31 e il suo garzone Michele Fabozzi di anni 16;  in contrada “Altomonti”, il contadino Michele Martino di anni 32 e in contrada “Fomara” un altro contadino Giuseppe Diana di anni 25.  Ferì  inoltre, nella propria masseria, il fratello Antonio Capoluongo e l’agricoltore di anni 20 Corrado Capoluongo, omonimo ma non parente.


San Cipriano d’Aversa – Mi sono occupato di questo caso il 13 ottobre del 2014, su queste stesse colonne, raccontando le gesta di quello che fu definito dai media dell’epoca “La belva di Vico di Pantano”. Ci ritorno oggi, con una prima puntata, raccontando altri inediti particolari e concludendo, nella prossima puntata,  con tutti i risvolti dei tre giudizi e delle risultanze delle due perizie psichiatriche e con molte fotografie. Rispolvero, per l’occasione, come molti lettori anziani ricorderanno i cosiddetti “feuilleton”: il romanzo d’appendice diffuso nei primi decenni dell’Ottocento pubblicato a puntate sui giornali. Perché ritorno sullo stesso delitto? Lo spiego. Nella mia prima ricostruzione – che avevo appreso facendo una ricerca sul sito de “La Stampa” di Torino fui affascinato dall’argomento trattandosi di un uomo che aveva ucciso 4 persone, ferito un conoscente e quasi ammazzato il fratello perchè si contendevano la stessa donna; che si costituì presso il suo avvocato Giuseppe Garofalo, nascosto nel cofano di una Aprilia e che fu condannato soltanto a 30 anni di reclusione. In questi due anni ho incominciato a studiare invece i processi della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (a partire dal 1950) e mi è capitato il fascicolo processuale che è ricco di foto, testimonianze e atti giudiziari dell’epoca. Quindi, per una più completa rivisitazione del caso di uno dei “serial killer” della nostra provincia ritorno sull’argomento in due puntate. Dopo questa breve premessa ecco il fatto. L’8 maggio del 1953, il comando dei carabinieri Provinciale segnalava alla Procura della Repubblica che la sera precedente l’agricoltore Salvatore Capoluongo di anni 21, da San Cipriano d’Aversa, aveva ucciso, in contrada “Martino” di Villa Literno il contadino Raffaele Martino di anni 31 e il suo garzone Michele Fabozzi di anni 16;  in contrada “Altomonti”, il contadino Michele Martino di anni 32 e in contrada “Fomara” un altro contadino Giuseppe Diana di anni 25.



 Che lo stesso aveva nel contempo ferito inoltre, nella propria masseria, il fratello Antonio Capoluongo e l’agricoltore di anni 20 Corrado Capoluongo, omonimo ma non parente. Il primo, ricoverato presso l’ospedale  dei “Pellegrini” di Napoli ed il secondo presso la Casa Santa dell’Annunziata di Aversa.  Perché quattro morti e due moribondi? Per una questione di donne e sia subito detto, di donne di malaffare. Il sanitario di guardia dell’ospedale di Aversa riferiva che Corrado Capoluongo era ferito in più parti del corpo (regione sternale, fossa sottoclaveare  sinistra, tre ferite di arma da fuoco penetranti in cavità toracica) ed era in “prognosi riservata” ed in pericolo di vita. Marcantonio Capoluongo -   interrogato dal magistrato inquirenti, per le gravissime condizioni in cui versava – escludeva di essere stato ferito dal fratello ed asseriva che era stato “uno sconosciuto” ad esplodergli contro alcuni colpi di pistola. Fedele all’osservanza che ”il sangue dei consanguinei si mastica ma non si sputa”. Corrado Capoluongo, invece, non esitava ad indicare in Salvatore Capoluongo il suo aggressore dichiarando che lo stesso gli aveva esploso contro alla distanza di circa 3 metri, un colpo  di fucile senza alcun motivo, sparando poi contro il suo garzone anche con una pistola. Sulla base di questi elementi i carabinieri denunciavano Salvatore Capoluongo che si era intanto dato alla macchia e la magistratura inquirente emetteva mandato di cattura per quadruplice omicidio e duplice tentato omicidio. Nei luoghi in cui furono consumati i delitti gli inquirenti inventariarono: 3 cartucce di fucile cal. 12; 6 pallottole dello stesso tipo, ammaccat3e e sporche di calcinacci; una pistola mod. 89 cal. 10,35 a tamburo a sei colpi, carica di cinque cartucce percosse e non esplose; 5 cartucce esplose per fucile da caccia cal.12. Per le modalità dei delitti erano stati interrogati due garzoni dell’azienda agricola dei Capoluongo testimoni oculari dell’eccidio: Vittorio Schiano, di anni 13  e Giovanni Veneziano di anni 15, nonché due contadine che lavoravano alle dipendenze dei Capoluongo, Rosa D’Aniello, di anni 19 e Annunziata Caterino di anni 40. Tutti furono concordi nel raccontare che il pomeriggio del 7 maggio si era verificato tra Salvatore Capoluongo (l’assassino) e il suo “fratellastro” Marcantonio, di qualche anno più grande, un grave alterco. La lite era scaturita dal fatto che Marcantonio Capoluongo durante una breve sosta nel lavoro dei campi era riuscito ad ascoltare – non visto – un poco benevolo discorso nei suoi riguardi, tra il fratello e le donne. Queste si lamentavano con  Salvatore – che mostrava di condividere il loro pensiero – del comportamento irriguardoso e prepotente che il fratello serbava nei loro confronti esprimendo in proposito il più vivo rammarico e censurando anche la condotta di Marcantonio che pubblicamente manteneva una prostituta tal Iolanda Iorio. Marcantonio Capoluongo era sbucato improvvisamente da un cespuglio ed aveva dato in escandescenze. Prima aveva apostrofato con gli epiteti più oltraggiosi le due donne: “In campagna siete tutte puttane”; poi  se l’era presa col fratello rimboccandogli che egli aveva relazione intima con la D’Aniello. L’altro aveva contestato questa affermazione aggiungendo che,  in ogni caso, non avrebbe dovuto vergognarsi di questa intimità posto che la D’Aniello era una brava ed onesta giovane, al contrario della Iorio – nota prostituto della zona – che era divenuta l’amante ufficiale di lui, pur continuando a concedersi a Raffaele Martino, Michele Fabozzi, Corrado, Luigi e Renato Capoluongo, Michele Martino, Giuseppe Diana e i fratelli Luigi e Nicola Reccia. Il  Marcantonio – in preda all’ira – aveva replicato che nessuno si era mai permesso di togliergli la donna, che solo lui, Salvatore, aveva osato farlo senza alcun riguardo per il fratello maggiore; ed anzi aggiungeva che di tanto era venuto a conoscenza proprio ad opera di tutte quelle persone che egli aveva nominate. I due allora  erano stati nel punto di venire alle mani, ma il tempestivo intervento di un loro zio Giuseppe Capoluongo – il quale confermava il particolare – aveva impedito un più increscioso sviluppo dell’alterco. Ma durante tutto il pomeriggio Marcantonio non aveva smesso di molestare le donne e il fratello canticchiando e mormorando frasi salaci. Verso le 18 e trenta, pertanto, quando il lavoro volgeva al termine e le donne e i garzoni erano intenti a trasportare l’erba nella stalla, Salvatore, che fino allora non aveva profferito più parola dopo il diverbio, era salito sul vano superiore della masseria  impadronendosi della pistola del fratello cal. 7.65. Con essa aveva poi raggiunto il fratellastro esplodendogli contro tutti e sette i colpi di cui l’arma era carica allontanandosi poi di corsa appena accortosi del sopraggiungere del padre e dello zio. Ulteriori e più raccapriccianti particolari si seppero dalle testimonianze del guardiano Antonio Cavaliere e del ferito (in via di ripresa) Corrado Capoluongo.  Il guardiano dichiarava di abitare in una masseria vicino a quella dei Capoluongo e di aver percepito indistintamente dei colpi di pistola e dopo circa un quarto d’ora,  tre colpi di fucile sparati dalla masseria di Raffale Martino distante dalla sua una settantina di metri. Dopo brevissimo tempo, una quindicina di minuti, altri tre colpi di fucile erano echeggiati dalla casa colonica di Stefano Capoluongo  ove più tardi era stato rinvenuto il cadavere di Michele Martino. Verso le 19 e trenta erano sopraggiunti i garzoni Schivo e Veneziano i quali – ancora spaventati per l’aggressione del Salvatore Capoluongo al fratello ne avevano informato il guardiano. Antonio Cavaliere chiariva anche che egli spesso, aveva ospitato nottetempo Marcantonio Capoluongo e la sua amante Iolanda Iorio allo scopo di agevolare la loro tresca durante il periodo in cui, pernottando il Salvatore Capoluongo nella masseria paterna, non era possibile ai due di dar sfogo al loro desiderio. Precisa, inoltre che la Iorio era una prostituta e che era stata condotta in automobile, una sera, da Salvatore Capoluongo e da Luigi Capoluongo, fratello di Corrado Capoluongo,  nella sua casa colonica per trascorrervi qualche ora piacevole; che alla epoca egli conviveva con un’altra donna di facili costumi, tal Vita Maria Gismonti che in seguito si era concessa a Salvatore Capoluongo, a Raffaele Martino, a Michele Fabozzi e a Marcantonio Capoluongo. Dell’infedeltà della donna egli era venuto a conoscenza proprio ad opera del Salvatore Capoluongo, il quale “per togliergli la femmina” lo aveva informato della cattiva condotta di lei giungendo fino a fargli confermare l’accaduto dai vari interessati – sotto  la minaccia di una pistola  – perché esso Cavaliere non gli prestava fede.  Il fratellastro ferito, Corrado Capoluongo affermava  che egli si trovava a riposare – disteso sul letto – verso le 18,30 allorchè aveva fatto ingresso Salvatore Capoluongo, armato di fucile. Questi, dopo avere chiesto al suo garzone Michele Martino, di anni 65,  che era intento a consumare un frugale pasto  nel vano antistante, se in casa vi fosse suo fratello Renato, ed essendo stato informato dal vecchio della presenza di esso Corrado, era entrato nella camera mentre lui – che aveva udito il breve colloquio – si era affrettato a chiedergli se avesse bisogno di qualche cosa. L’altro aveva appena risposto negativamente ed imbracciato il fucile gli aveva esploso contro un colpo rivolgendo subito l’arma contro il garzone. Per quanto ferito il Capoluongo aveva trovato la forza di darsi a precipitosa fuga per la campagna invocando soccorso, inseguito dal fratello che voleva finirlo che, brandita una pistola, aveva cercato invano di esplodere qualche colpo perché l’arma non aveva funzionato esclamando con voce alta: “Corrado… sei vivo per miracolo!”.. ma non finirà qui…”.  Ed infatti non finì. Vi furono altri 4 morti ed un ferito grave. Iolanda Iorio, la “bocca di rosa” che allietava le serate dei contadini della zona, innanzi al magistrato inquirente ammise di essere “l’amante”  di Marcantonio Capoluongo, di avere esercitato per lungo tempo “il mestiere più antico del mondo”, di aver avuto rapporti sessuali intimi con Luigi e Patrizio Capoluongo, - ma non con Michele Martino, perché vecchio e cieco ad un occhio. Ammetteva infine di essersi congiunta carnalmente con Salvatore Capoluongo“ma prima di divenire l’amante del fratello” spiegando che i rapporti con Salvatore Capoluongo erano stati in seguito di pura amicizia e che non avesse mai immagi nato che la sua relazione avesse potuto creare astio tra i due fratelli. Interrogato a suo volta l’autore dei delitti, dopo che si era costituito presso il suo avvocato e tradotto in carcere ammise le sue responsabilità chiarendo che effettivamente la Caterino e la D’Aniello – durante il percorso per ritornare al lavoro nei campi – dopo la sosta della colazione si erano lamentate con lui del comportamento irriguardoso del fratello il quale le maltrattava, le faceva oggetto di volgare ingiurie ed aveva tentato più di una volta di fare violenza alla giovane D’Aniello. Egli aveva risposto che avessero pazienza perché il fratello era un poco di buono, aveva per amante una prostituta ed era il disonore della famiglia. Marcantonio, seminascosto nel grano, aveva tutto udito: Era comparso davanti a loro in preda alla più viva agitazione e aveva rivolto alle donne frasi da trivio, rivolgendosi poi a lui incolpandolo di avere rapporti con la giovane contadina D’Aniello. Egli aveva negato simile accusa ed aveva ribattuto che in ogni caso di ciò non poteva fargli addebito dato che lui manteneva la Iorio che notoriamente si concedeva a tutti i contadini della zona.  Marcantonio aveva replicato che proprio esso Salvatore gli mancava di rispetto circuendo la sua donna e possedendola nella casa di Antonio Cavaliere, così come aveva appreso dai Martino, dai Capoluongo, dal Diana e da altre persone. Egli non gradiva che gli altri “mangiassero nel suo piatto” . Quanto alla D’Aniello, appena se ne fosse presentata l’occasione egli l’avrebbe fatta sua ed era disposto a “far saltare le cervella”, a chiunque si sarebbe opposto alla sue brame.  L’incidente era stato sedato dall’intervento della zio Giuseppe – ma durante tutto il pomeriggio – il fratello non aveva smesso il suo atteggiamento provocatorio insultando le donne e rivolgendo loro frasi licenziose. Per il che – dopo lunga sopportazione – al colmo dell’ira egli era andato ad armarsi della pistola nel vano superiore della masseria. Si era poi avvicinato al fratello, tenendo nascosta l’arma e gli aveva detto che non intendeva oltre tollerare. Marcantonio, con fare canzonatorio, aveva risposto che egli avrebbe fatto ciò che gli pareva e che la D’Aniello sarebbe stata sua. Egli allora, aveva scaricato contro il fratello tutti i sette colpi dell’arma allontanandosi dalla masseria di casa per il sopraggiungere del padre e dello zio.
Fonte: Archivio di Stato di Caserta







I DELITTI  AVVENNERO IL 7 MAGGIO DEL 1953   IN AGRO DI VILLA LITERNO NELLE LOCALITÀ  “MARTINO”, “FOMARA” E “ALTOMONTI” E  NELLA MASSERIA “PIZZOROTONDO”


LUNEDI’  28 NOVEMBRE   ’16
NELLA RUBRICA CRONACHE DAL PASSATO
A CURA DI FERDINANDO TERLIZZI
SUL QUOTIDIANO
“CRONACHE DI CASERTA”


E ON LINE SU
“SCENA  CRIMINIS”
POTRETE LEGGERE IN DUE PUNTATE TUTTI I RETROSCENA DEL DELITTO

La ragazza Rosa D’Aniello dichiarò ai giudici che era stata sedotta  da Salvatore Capoluongo nella stalla della masseria qualche mese prima del delitto.



L’epilogo della tragedia. Sbarazzatosi dell’arma si era diretto verso la vicina masseria di Raffaele Martino. Questi e il garzone Fabozzi nel vederlo sopraggiungere gli avevano chiesto la ragione della sua presenza, ma lui non aveva risposto dirigendosi verso la casa colonica, seguito dal Martino. Salito poi nel vano superiore della masseria “non notando il fucile nel vano a pianterreno” e scorta l’arma ad uno spigolo del muro aveva esploso contro il Martino due colpi di fucile giacchè al primo sparo la vittima dava ancora segni di vita. Era accorso allora il Fabozzi, armato di pistola, il quale aveva cercato di puntargliela contro ma lui che aveva ricaricato il fucile, si era rapidamente disfatto del giovane con altri due colpi. Impadronitosi quindi della pistola dell’ultima vittima si era portato nella masseria “Alberolungo” per continuare la sua implacabile  vendette e quivi aveva rinvenuto, nel primo vano a pianterreno, il vecchio garzone Michele Martino, che stava mangiando e, nella seconda stanza, nella quale si era subito diretto, il Corrado Capoluongo sdraiato su un letto. Egli aveva fatto fuoco immediatamente contro il Capoluongo e aveva poi esploso un secondo colpo contro il Michele Martino che nel frattempo aveva tentato di impadronirsi di un fucile appeso al muro. Dell’intervento del Martino ne aveva approfittato, per fuggire, Corrado Capoluongo portando con sé l’arma che era riuscito a staccare dalla parete mentre esso Salvatore lo aveva inseguito cercando di far esplodere i colpi della pistola che invece non aveva funzionato. Compiuti questi ultimi delitti egli si era diretto in località “Fornara” ove aveva fatto incontro con Giuseppe Diana il quale era armato di fucile. Il Diana gli aveva  chiesto ove fosse diretto, ma egli nulla aveva risposto cercando di allontanarsi finché indispettito dall’insistenza del Diana – il quale lo seguiva – aveva atteso che questi si avvicinasse fino ad un paio di metri – per ucciderlo con due colpi di fucile che lo avevano raggiunto in pieno. Subito dopo, impossessatosi dell’arma del morto, si era allontanato dalla zona per darsi alla latitanza e trovando rifugio – dopo essersi sbarazzato delle armi – in Quarto di Marano presso un suo conoscente tale “Vincenzo ò scarparo”, ivi trattenendosi fino alla sera precedente al suo arresto; allorché prelevato con un’automobile da un suo zio, Saverio Capoluongo,  si era diretto a Santa Maria Capua Vetere ove si fece arrestare sotto lo studio del suo difensore al corso Umberto I. Ci teneva a rimarcare il Capoluongo alla fine del suo interrogatorio che Michele Martino, Corrado Capoluongo e i fratelli, il diana, il Raffaele Martino ed anche i germani Reccia avevano riferito al fratello che egli tre o quattro volte si era congiunto con la Iorio; che gli stessi erano anche al corrente – per indiscrezione della Iorio – che una volta non era riuscito a consumare il coito “forse perchè preso dalla preoccupazione” ; che dopo l’aggressione a Marcantonio aveva pensato di vendicarsi di tutti quelli che avevano informato il suo congiunto di questi fatti  “avendoli essi costretto ad uccidere il fratello”. Nei successivi interrogatori il Capoluongo omise ed ampliò alcuni aspetti della vicenda. Egli specificava, infatti, che già da qualche mese il fratello Marcantonio aveva posto gli occhi sulla D’Aniello che lui corteggiava, per il che egli aveva raccomandato alla Caterino di non lasciare mai sola la ragazza anche perché il fratello gli aveva espressamente rivelato che le sue intenzioni dicendo che “era il re di tutte le femmine e se le doveva  ripassare una alla volta”. Ma, colpo di scena, la ragazza Rosa D’Aniello dichiarò ai giudici che era stata sedotta  da Salvatore Capoluongo nella stalla della masseria qualche mese prima del delitto.   

Fonte: Archivio di Stato di Caserta




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