domenica 20 novembre 2016







SCOPRI’ L’ AMANTE  A LETTO CON UN UOMO E TENTO’ DI UCCIDERLA

 Per la serie la moglie si può tradire l’amante no,  raccontò  per rappresaglia al marito della donna la sua tresca. Lei lo denunciò per diffamazione ma lui esibì una foto che la ritraeva con lui.  La relazione piu’ che per sesso era per soldi.

la foto dei due amanti 


 Il delitto accadde a Lusciano alle ore 9, 15 del 9 Marzo del 1954 in via B. Miraglia

Lusciano – Verso le ore 9, 15 del 9 Marzo del 1954, un brigadiere dei carabinieri transitando in via B. Miraglia notava che un uomo inseguiva una donna esplodendole alle spalle tra colpi di pistola. Egli rincorreva e disarmava lo sparatore identificato poi per Giovanni Spatarella e dopo aver curato al trasporto della donna che appariva ferita all’ospedale di Aversa lo accompagnava dai carabinieri ai quali consegnava anche la pistola adoperata – un revolver a 5 colpi di cui tre risultavano esplosi  e due battuti dal percussore. Lo Spatarella dichiarava ai carabinieri di  aver avuto da circa due anni rapporti intimi con la ferita di nome Assunta Costanzo e coniugata con tale Luigi Sagliocco ed a prova di tale relazione esibiva una fotografia che lo ritraeva insieme con la Costanzo. Egli però deduceva che, avendo notato che costei  “se la faceva anche con altri uomini”, aveva deciso, malgrado le preghiere dei lei, di abbandonarla e tale proposito aveva manifestato il giorno precedente alla donna cui aveva anche richiesto la restituzione almeno dell’anello – che egli sottraendolo insieme ad altri monili alla propria  moglie – le aveva donato. Al diniego e alle ingiurie della Costanzo egli l’aveva minacciato di svelare la loro relazione al di lei marito, cosa che aveva fatto la stessa sera del giorno otto consegnando, tra l’altro, una copia della fotografia (la stessa che qui pubblichiamo e che era allegata al processo) esibita ai carabinieri. “Senti Luigi… con imbarazzo ti dico che ti ho fatto becco… questa è la foto che mi ritrae con tua moglie… ma il grave è che lei ha anche frequentazioni con altri uomini”. La mattina del 9 settembre la Costanzo lo aveva fermato per istrada  e mostrandogli una rivoltella  e lo aveva istigato – poiché ciò era inevitabile a causa delle rivelazioni da lui fatta al marito – ad uccidere costui. Al suo  rifiuto la Costanzo aveva minacciato di morte lui cavando ancora una volta la pistola di tasca; egli allora, vincendo la sua resistenza, era riuscito a strapparle l’arma e poi “senza pensarci” le aveva scaricato addosso, non essendone esplosi due, gli altri tre colpi. La Costanza cui in ospedale erano state riscontrate una ferita alla regione interscapolare sinistra penetrante nella cavità toracica ed una ferita, pure da arma da fuoco, alla natica con proiettili ritenuti – interrogata dai carabinieri contestava – pur non sapendo fornire adeguate spiegazioni – circa la fotografia, di aver avuto rapporti intimi con lo Spatarella ed affermava che costui, col quale la sera precedente aveva litigato, avendo egli sparsa la voce che ella era la sua amante, la mattina del 9 aveva tuttavia preteso che ella lo seguisse ed anzi aveva cercato di trascinarla; di fronte ala sua resistenza, le aveva poi esploso alle spalle – mentre ella si dava alla fuga – i tre colpi di pistola.  I carabinieri riferivano che il marito della Costanzo aveva confermato di essere stato messo al corrente della tresca con la moglie con lo Spatarella proprio da costui. Che la mattina del 9 la Costanzo si era ad essi presentata denunziando la diffamazione di cui era stata vittima ad opera dello Spatarella e concludevano il rapporto di arresto di costui sostenendo che questi e perché geloso della Costanzo, indicata in pubblico come donna di facili costumi,  e perché assalito dall’ira pel successivo contegno di lei aveva inteso vendicarsi esplodendole contro, sl fine di ucciderla, i colpi della propria pistola. 


Nell’interrogatorio reso successivamente al Pretore lo Spatarella, assumendo di essere stato circuito dalla Costanzo – che non aveva mancato di sfruttarlo e tradirlo – com’egli aveva potuto personalmente constare – sorprendendola a letto con un venditore ambulante nella ospitale casa di tale Teresa Romano, confermava quanto aveva dichiarato ai carabinieri sostenendo che la Costanzo al suo rifiuto di uccidere suo marito aveva impugnato la pistola  cercando per ben due volte di farne esplodere i colpi. Egli però era riuscito,  mordicandole il polso, ad impossessarsi dell’arma di cui poi aveva fatto uso scorgendo che la donna, corsa verso il binario del tram si curvava per raccogliere dei sassi: Al Giudice Istruttore delegato per l’indagine -  egli confermava ancora una volta – tali dichiarazioni assumendo tuttavia di essersi deciso a parlare con il marito della sua amante in quanto già da tempo la Costanzo la istigava ad uccidere costui. Nella motivazione della sentenza di rinvio a giudizio il Giudice Istruttore scrissero tra l’altro “che nonostante il reiterato diniego della Costanzo, è da ritenersi per certo che costei, dimentica dei doveri verso il coniuge ed i figli, al pari dello Spatarella, aveva da tempo stretta una relazione intima con costui. Le affermazioni dello Spatarella, così ricche di particolari anche in ordine al luogo dove egli era solito congiungersi con la donna. I rapporti fra lo Spatarella e la Costanzo si erano negli ultimi tempi guastati a causa della infedeltà della donna e della gelosia dello Spatarella che l’aveva perfino sorpresa in una casa di Aversa mentre giaceva con un altro uomo. Di qui le frasi volgari rivolte dallo imputato alla Costanza che chiedeva di lui alla testimone Michelina Apicella; nonché, fra le altre, la scenata avvenuta fra i due il giorno 8 marzo di cui fa cenno la stessa Costanzo. Di qui infine la decisione adottata dallo Spatarella di proclamare per evidente spirito di rappresaglia, la sera di tale giorno, al marito della Costanzo la relazione intima avuta con costei e di documentarla perfino con la consegna di una copia della famosa fotografia. Se il povero Sagliocco, non seppe cosa fare di fronte alla candida confessione che era stato fatto “cornuto” la moglie – donna risoluta e di varie risorse – al fine evidente di salvare il salvabile si peritò a denunciare lo operato dello Spatarella ai carabinieri ai quali il mattino dopo parlò della calunnia e della diffamazione di costui. E per appunto nel far ritorno dalla caserma dove le era stata rappresentata l’opportunità di rivolgersi ad un legale per la tutela della reputazione che ella si incontrò con lo Spatarella. Cosa sia accaduto fra i due  prima della fuga (incontestabilmente accertata attraverso anche le parole del Brigadiere Carlo Andreozzi che fu l’unico ad assistere all’epilogo dello incontro) e prima dello sparo dei tre colpi di pistola da parte dello Spatarella tratto in arresto dall’Andreozzi con l’arma ancora in pugno è agevole desumere – malgrado l’assenza di testimoni ed il contrasto fra le dichiarazioni dei protagonisti del sanguinoso episodio. 

L’assunto dello imputato secondo cui la Costanzo l’avrebbe ingiunto di uccidere il marito unico ostacolo alla attuazione di tale proposito eppoi al suo rifiuto avrebbe tentato invece di uccidere lui cercando di fare esplodere per ben due volte i colpi di una rivoltella cavata, non si sa bene, se dalla tasca o da un fazzoletto, si appalesa  veramente assurdo appena si valuti quanto era accaduto la sera innanzi e lo stato d’animo della donna che avendo appena qualche momento prima denunziato ai carabinieri l’atteggiamento veramente insolito  e non normale serbato quella sera dallo Spatarella non poteva di certo non covar rancore verso di lui che l’aveva precipitata in una situazione estremamente delicata e pensare invece alla soppressione del proprio marito come mezzo per la continuazione della tresca ormai e non solo materialmente,  impossibile.  Lo stato d’ira – rimarcarono i giudici della Corte di Assise nella loro motivazione – che indubbiamente invaso l’animo dell’imputato nel vedersi definitivamente respinto .dalla donna diventatagli ostile al punto di armarsi e al suo invito a cavar di tasca la pistola (che quella fra l’altro non aveva alcun motivo di detenere in qual momento tanto che si era recata proprio allora dai carabinieri) e a far fuoco ripetutamente su di lei che pure aveva cercato scampo nella fuga. Questo, anche se fra i due vi fu un principio di colluttazione, fu il reale logico svolgimento svolgimento dello episodio la cui conclusione non fu d’altronde negata dallo Spatarella allorquando – nella immediatezza dello arresto – non  avendo avuto ancora la possibilità di escogitare il dedotto tentativo della donna di sparare e lanciargli poi delle pietre – ammise di aver sparato o tentò  di sparare  “senza pensarci” tutti i cinque colpo  di cui l’arma era dotata.  A conclusione dell’istruttoria formale il  Giudice Istruttore accertato che la malattia cagionata alla persona offesa aveva avuto la durata di circa 40 giorni con residuale pericolo futuro a causa della ritenzione di due schegge di proiettile nel paranchina polmonare (segmento ascellare del lobo superiore) riteneva sussistente il tentativo di omicidio e pertanto con sentenza – sulle conformi conclusioni del pubblico ministero – ordinava il rinvio al giudizio dello Spatarella per rispondere  anche del possesso illegale dell’arma innanzi la Corte di Assise del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere.  “La  vittima difatti  - scrisse il G.I. nel rinvio a giudizio - non trovò scampo neppure nella fuga per il totale scaricamento dell’arma addosso ad essa, l’esser riuscito  malgrado i movimenti incomposti della vittima a mettere a segno ben due colpi dimostrano esaurientemente come lo Spatarella – in preda alla gelosia ed al risentimento – per la denunzia sporta contro di lui dalla donna e l’abbandono di costei, intendesse uccidere la Costanzo che difatti, attinta anche alla regione del polmone scampò alla morte per causa indipendente dalla di lui volontà”.  

Fonte. Archivio di Stato di Caserta
 
Avv. Antonio Simoncelli 


    LA CONDANNA FU A SEI ANNI DI CARCERE. SCESI A  4 NEL GIUDIZIO DI APPELLO COL RICONOSCIMENTO DELLA PROVOCAZIONE.  


Nel dibattimento l’imputato e la Costanza, costituitasi parte civile, insistettero ciascuno sulle proprie dichiarazioni. Giovanni Spatarella, sposato e con tre figli (assistito dal proprio difensore Avv. Antonio Simoncelli, il quale prospettò la tesi prima della legittima difesa, poi della provocazione e poi le attenuanti del particolare valore morale e sociale che saranno riconosciute, però, soltanto in sede cdi appello) dichiarò: “Insisto nel dire che la donna cercò di far partire due colpi contro di me contro una piccola pistola, che aveva tratta dalla tasca. Io riuscii, anche dandole un morso sulla mano, a disarmarla. Ricordo di avere sparato, ma devo dire che ero in grande agitazione. Ricordo, però, che fui io a fermare il brigadiere che era fermo in un’automobile”. A questo punto – come era prevedibile – il Presidente della corte gli contestò il fatto che le dichiarazioni erano divergenti con quelle rilasciate ai carabinieri subito dopo il fatto ed egli soggiunse.  “Quanto risulta dal mio interrogatorio ai carabinieri è tutto esatto ad eccezione di quanto si riferisce alle modalità degli spari. Io non dissi affatto ai carabinieri che la donna aveva estratto una  prima volta la pistola e mi incitò ad uccidere il marito; né dichiarai loro che io – disarmata la Costanzo – avevo esploso prima i tre colpi e poi tirati gli altri due, che non partirono. 

Come ho detto fu la donna ad usare per due volte l’arma senza fare esplodere i colpi e poi sparai io. Io finii la relazione con la Costanzo il 20 febbraio, quando la sorpresi a letto con un venditore ambulante di Napoli. Lei non lo faceva solo per soldi, era una ninfomane”.   La ninfomania è un termine usato in passato nella storia della medicina, indicante l’aumento in misura morbosa dell’istinto sessuale nella donna. Il termine fu coniato nel 1771 dal medico francese J. D. T. de Bienville, che lo utilizzò per la prima volta nel suo studio: “La ninfomania, ovvero trattato sul furore uterino”. Fu considerata dapprima una perversione e, in tempi successivi, una patologia sessuale femminile caratterizzata da una compulsiva ricerca di partner e accompagnata da anorgasmia o frigidità. Nel 1992 l’Organizzazione Mondiale della Sanità non riconobbe più nella ninfomania una patologia e nel 1995 la American Psychiatric Association cancellò tale voce dalla IV edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV), riconducendo tuttavia il concetto, insieme all’equivalente maschile noto come satiriasi, entro la più vasta categoria dell’ipersessualità. In un contesto di diffuso maschilismo che tendeva a negare alla donna ogni diritto al piacere sessuale, i termini “ninfomania” e “ninfomane” entrarono presto nel linguaggio comune in un’accezione generica e spregiativa, per definire donne alla costante e compulsiva ricerca di partner sessuali. (N.d.R.). Mentre la donna a sua volta interrogata in aula dichiarò: “Mi riporto alle dichiarazioni in atto ed insisto nel confermare che non ebbi nessun rapporto sessuale con l’imputato il quale era soltanto considerato un amico di famiglia. La fotografia che mi esibite la dovetti fare dietro  le minacce con arma dell’imputato,  il quale poi, all’improvviso, mi mise una mano sulla spalla, all’atto della fotografia”. (Sic!) “La sera precedente al fatto ebbi due incidenti con l’imputato che mi voleva con lui a tutti i costi ed io per impedirgli di entrare in casa mia contro la mia volontà fui morsa alla mano destra; poi egli pensò bene di calunniarmi presso mio marito e perciò io la sera stessa mi portai dai carabinieri  per denunciare la calunnia e per un consiglio in genere.  Al mio rifiuto di ritornare con lui l’imputato cavò di tasca la pistola e fece fuoco”. La Corte di Assise composta dal presidente Giovanni Morfino; dal giudice a latere, Renato Mastrocinque; dal pubblico ministero, Nicola Damiani, ritenne che lo Spatarella andava dichiarato colpevole di tentato omicidio e poichè non si scorge su quali basi poggino le attenuanti della provocazione e del motivo di particolare valore morale e sociale invocato dalla difesa (l’imputato che il solo provocatore non aveva invero, pel fatto stesso della sua infedeltà coniugale, alcuna valore morale e sociale da tutelare - possono essere tuttavia concesse, sebbene in misura limitate a causa del suo contegno, le attenuanti generiche in considerazione della buona condotta serbata antecedentemente al reato. La pena di anni 8 di reclusione che si stimava di infliggere a causa del non lieve danno alla persona cagionato alla Costanzo può pertanto essere ridotta ad anni 6, mesi 4 di arresto e lire diecimila di multa. 

Fonte. Archivio di Stato di Caserta





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