domenica 4 dicembre 2016



IL SERIAL KILLER SALVATORE CAPOLUONGO VENNE CONDANNATO ALL’ERGASTOLO DAI PRIMI GIUDICI – CONDANNA RIDOTTA IN APPELLO AD ANNI TRENTA
La masseria del primo delitto 

 

I PERITI DI UFFICIO: ”NEL MOMENTO IN CUI COMMISE I FATTI ERA NELLA PIENA CAPACITÀ DI INTENDERE E DI VOLERE. E’ SOCIALMENTE PERICOLOSO” . 


IL CONSULENTE DI PARTE CON UNA RELAZIONE DI 50 PAGINE  AVEVA RIBALTATO IL RESPONSO DEI PERITI DI UFFICIO. “L’IMPUTATO È PAZZO”.

 

La masseria Pizzolungo con il cadavere di una vittima ed un carabinieri di guardia 

 

L’orrore dei delitti  “a valanga” suscita nell’animo di chi ascolta un senso di raccapriccio e la legittima suspicione che la mostruosità del crimine sia espressione di una “morbosità dello spirito”.

 

Per il Dna a delinquere della zona  si è avanzata l’ipotesi che può trattarsi dei tardi discendenti di una colonia penale normanna.

 

 


Salvatore Capoluongo,  il primo serial killer di Terra di Lavoro 



Santa Maria Capua Vetere –  Un eccidio senza precedenti quello di Salvatore Capoluongo,  definito dai giornali dell’epoca “La belva di Vico di Pantano” , che uccise quattro persone e ne ferì due, compreso il fratello, che è entrato nella storia criminale della nostra provincia come il primo “serial killer”, anche se poi negli anni successivi se ne sono aggiunti altri due, con delitti più atroci, barbari ed efferati e con  un aumento delle vittime. Il  6 ottobre  del I974 ad Aversa, Carlo Panfilla, definito ”Il mostro di Lusciano”,  uccise 7 persone. Fu arrestato nel cimitero del suo paese, dove aveva trovato rifugio in una nicchia. Quando fu catturato, vi dormiva nudo. Ritenuto incapace di intendere e di volere, fu rinchiuso nel manicomio giudiziario di Aversa. Condannato prima all’ergastolo e poi 30 anni. In molti ricorderanno anche il secondino del carcere di Carinola, Domenico Cavasso, il quale a marzo del  1995  uccise sette persone, quattro familiari, a Macerata Campania e tre impiegati della Conservatoria dei Registri Immobiliari di Santa Maria Capua Vetere, ferendo altri due presenti. Fu condannato a 15 anni di carcere, con la seminfermità mentale, e oggi e in mezzo a noi… “pronto a riprendere il lavoro lasciato in sospeso”. Ma ritorniamo alla storia di oggi. Salvatore Capoluongo, dopo il suo arresto e dopo aver commesso i quattro omicidi ed i due tentativi di omicidio (compreso quello di uccidere un fratello) fu messo sotto osservazione – come era naturale – psichiatrica, ma stranamente per i suoi difensori non si rivelò una carta vincente. L’ergastolo era uno scettro che rimaneva lì ancorato al destino del giovane che aveva bruciato la sua vita per una donna. Ma in ogni processo grave per omicidio la difesa la prima cosa che fa è quella di tentare la carta della “infermità mentale”. Fatto gli è, però, che anche i giudici la pensavano allo stesso modo, ma non si fidavano dei certificati esibiti dai difensori. Infatti a giugno del 1954 venne affidato l’incarico per la perizia di ufficio a due illustri psichiatri dell’epoca, il prof. Annibale Puca, direttore dell’Ospedale Psichiatrico Santa Maria Maddalena di Aversa e al primario Prof. Gennaro Mattioli dello stesso nosocomio. Nelle oltre 50 pagine dattiloscritte i periti ripercossero tutto l’iter degli aberranti delitti. Quell’otto maggio del 1953, si diffuse rapidamente nell’agro aversano la notizia appresa con vivo raccapriccio e terrore,  che la sera precedente nelle campagne tra Casal di Principe e Villa Literno un giovane  aveva ucciso uno dopo l’altro, scovandoli nelle proprie dimore – da cinque agricoltori della zona r tra questi un suo fratello e l’omicida, fatte disperdere le sue tracce  vagava, armato, ancora per i campi in cerca di altri personaggi da sopprimere. Un telegramma urgente della Compagnia dei carabinieri di Santa Maria Capua Vetere alla locale Procura chiariva qualche aspetto dell’intrigata vicenda. “In contrada “Martino”, nel comune di Villa Literno, l’agricoltore 21enne Salvatore Capoluongo uccideva con armi da fuoco agricoltori Raffaele Martino et Michele Fabozzi. Successivamente in contrada “Fornara”, uccideva agricoltore Giuseppe Diana, mentre dopo circa un’ora in contrada “Altomonte”, dopo aver ucciso agricoltore Michele Martino feriva gravemente agricoltore Corrado Capoluongo, ferendo poscia, in località “Chiusa” , il proprio fratello 20enne Antonio Capoluongo. Sono in corso indagini per arrestare il latitante”. L’arresto, infatti, avvenne quattro giorni  dopo alle 22 dell’11 maggio  - ad opera dei carabinieri i quali avuto il sentore del combinato – scovarono il Capoluongo nel bagaglio della propria macchina con la quale i suoi prossimi parenti lo avevano condotto presso lo studio dell’avv. Giuseppe Garofalo,  al Corso Umberto I di Santa Maria Capua Vetere. 

L'Avv. Giuseppe Garofalo difensore del Capoluongo 

La pistola dell'assassino 


Al pronto interrogatorio effettuato dal magistrato inquirente presso le carceri della città del Foro il Capoluongo espose i suoi crimini con “perfetta lucidità, nessuna titubanza, nessuna incertezza”. Ma subito gli avvocati difensori tentarono la “carta” della “seminfermità mentale” per salvare il loro assistito dalla “morte bianca” con il marchio del “fine pena mai”, cioè dall’ergastolo! Infatti presentarono agli inquirenti un certificato dal quale si evinceva che il Salvatore Capoluongo era nato di sette mesi ed aveva sofferto, fin dall’infanzia,  “crisi spamodiche”. Nella relazione presentata tanta si evinceva anche che il soggetto più tardi era stato affetto da crisi depressive con intensa cefalea. A 13 anni Salvatore Capoluongo si fissò che doveva lanciarsi dalla finestra nel vuoto. Sorvegliato a vista appena lasciato solo effettivamente si lanciò dalla finestra. La cosa è avvalorata dalle testimonianze dei familiari e dalla certificazione del dr. Raffale Cantelli. Fu anche presentato un quadro degli avi “non in perfette condizioni mentali”. La nonna materna, Annunziata Iovine, “malata di mente”; una zia materna, Giovanna Del Villano, era una “deficiente reattiva”; uno zio materno Giovanni Del Villano, fu ricoverato in manicomio perchè affetto da “depressione ricorrente in soggetto neuropsicopatico”; un fratello del nonno paterno Clemente Capoluongo fu ricoverato in manicomio perché affetto da “imbecillità” con episodico delirio sensoriale. Nell’anamnesi generale i periti accertarono che il padre dell’imputato Nicola Capoluongo, aveva sposato in prime nozze la vedova di un proprio fratello dalla quale aveva avuto il figlio Marcantonio.   Rimasto vedovo – nel 1928 – all’età di 26 anni si era sposato in seconde nozze con ùrosa Del Villano di anni 20 procreando altri sette figli. Di essi Salvatore è il primo. L’imputato alla visita di leva fu inviato in osservazione all’Ospedale Militare di Caserta dove fu riformato per “ipospadia all’indietro al solco balano prepuziale”. Il Capoluongo fu posto a disposizione dei periti psichiatrici presso l’Ospedale Psichiatrico Sez. Criminali. In uno dei suoi numerosi interrogatori dichiarò che Maddalena Capoluongo, sorella del padre, si buttò in un pozzo pochi mesi prima e cioè durante la sua permanenza in manicomio. Per quanto attiene ai suoi delitti – scrivono i periti nella loro relazione – il Capoluongo ha sempre  detto di non ricordare nulla. Di avere ucciso il fratello e poi che gli avevano riferito che erano stati uccisi anche altre 4 contadini. Secondo i periti egli stava simulando uno stato di pazzia. Una prima diagnosi chiarisce che “Riassumendo i dati dell’indagine psichica  possiamo dire – scrissero i periti – che il Capoluongo nonostante il particolare stato psicologico reattivo del momento che lo induce – come è facile pensare – ad una schematizzazione dei suoi pensieri attraverso una diuturna continua ruminazione dei suoi fatti, non presenta particolari e specifici segni che richiamino l’attenzione dal punto di vista psichiatrico. L’orrore dei delitti “a valanga” suscita nell’animo di chi ascolta un senso di raccapriccio e la legittima suspicione che la mostruosità del crimine sia espressione di una “morbosità dello spirito”.
L'Avv. Alfonso Martucci difensore di parte civile 

 Ma il nostro compito non è giudicare il senso morale – scrissero i periti – né risentire l’onda di sdegno e il brivido che viene dal pubblico bensì quello di inquadrare il caso nelle sue caratteristiche somatiche e psichiche, per cercare nel meccanismo o nell’azione del delitto il filone palese o nascosto che possa illuminare il determinismo o la volontarietà del delitto che sorge nelle strutture organiche e nelle reazioni psichiche come forma della mente malata o della coscienza”. Alla domanda, ricorrente dei periti: “Raccontaci quel che hai fatto e perché sei quaCapoluongo ci ha detto che aveva ucciso il fratello e si era dato alla fuga e che non ricordava più niente. Questa risposta era diventata una “stereotipia”, una posizione di panacea, dietro cui l’uomo si occultava a difesa”. Un vero e proprio “j’accuse”, fu stilato dai periti nella relazione finale (sia pure indirettamente) nei confronti delle popolazioni dell’agro aversano (ignobile, perché è sempre negativo fare di tutte l’erba un fascio) nel concludere il responso sull’imputato. “Scarsa dal punto di vista psichiatrico il complesso ereditario ma l’ereditarietà dal punto di vista “criminale” è più significativa, se è vero quello che si dice, che molti anni addietro Marcantonio Capoluongo, padre di Nicola uccise il figlio Saverio rimanendo ucciso dall’altro figlio Nicola  padre dell’attuale imputato ma la tradizionale rigida omertà della gente del luogo impedì che il fratricidio venisse scoperto. 
Il frontespizio della perizia psichiatrica 


E’imponente questa eredità criminologica nella popolazione di Albanova al limiti quasi netti fra il resto di quella popolazione agricola, assai operosa. Sì che viene il sospetto che determinati fattori “eredo-biologici” siano alla base di queste nature violente, impulsive, incontinenti, che non si adattano alla civile convivenza ed al gioco della legge ed applicano solo la “legge del taglione”. Vale la pena ricordare che altrove si è avanzata l’ipotesi che può trattarsi dei tardi discendenti di una colonia penale normanna. Ad ogni modo queste genesi  “endogene” della criminalità se affermano un maggiore determinismo all’atto criminoso, non sono da interpretarsi di natura patogena in quanto modificazioni quantitative e non qualificative della vita istintiva e temporale con integre le zone razionali.  In conclusione i periti di ufficio affermarono che l’imputato aveva la capacità di stare in giudizio  nonostante  “fosse incapace di sentimenti e di slanci, con impulsi non sempre equilibrati e ben compensati, che ripete una legge costituzionale comune alla sua specie; ma non è un elemento teratologico, non è un “mostro dello spirito”. Forse potrebbe discutersi la tendenza incoercibile  alla delinquenzialità; ma non rientra nella patologia per disturbi qualitativi della personalità istintiva, temporale, razionale e neologica. “Circa la pericolosità sociale – scrissero i periti nelle loro conclusioni – diremo solo che è grandissima e che in genere questo criminale non si arresta al suo primo delitto, tanto più che su i suoi delitti non si è ripiegato con spirito di contrizione o con un sentimento di rimorso. Aridità affettiva, che non è sempre stigma patologica; ma più spesso, quando è isolata. Stigma criminale”. Ecco la chiosatura finale: ”Salvatore Capoluongo ha una struttura personale, biologica e psicologica, in cui non possiamo trovare segni di psicopatie  o neuropatie in atto oltre la lieve fase reattiva “post-criminosa” che è colorito isteroide, e oltre una certa fondamentale rudimentalità  del livello mentale, che non raggiunge però i limiti della deficienza psichica. Nel momento in cui commise i fatti era nella piena capacità di intendere e di volere.
L'Avv. Prof. Enrico Altavilla 


 E’ socialmente pericoloso”. Come era legittimo i difensori dell’imputato, che per sottrarre il loro assistito alla pena dell’ergastolo avevano chiesto una perizia psichiatrica rimasero altamente delusi ma non si arresero. Infatti una consulenza di parte affidata all’illustre psichiatra dell’epoca il prof. Benigno Di Tullio decretò il contrario di quello che avevano diagnosticato i periti di ufficio. Il consulente di parte, dopo aver esaminato la perizia di ufficio negli elementi più importanti iniziò una vera e propria “demolizione” del castello psichiatrico costruito dai proff. Puca e Mattioli. “Per quanto riguarda il delitto – confutò Di Tullio – i periti affermavano che l’odio esploso contro il fratellastro era relativo “per le mali arte delle femmine”. Compiuto il fratricidio gli altri 4 omicidi e un ferimento non rappresenterebbero che un completamento accessorio, e ciò in base alla legge del “tutto o niente”, per cui, valicato il solco, la belluinità non si raffrena né conosce o subisce controlli”. Altro motivo “scriminante”-  ipotizzò il consulente di parte -  potrebbe essere la morte del nonno, avvenuta sette giorni prima dei delitti,  al quale il giovane era molto affezionato. Il dolore fu tale – raccontò Salvatore Capoluongo  - che si sentì ben presto preso da un profondo avvilimento con conseguente insonnia e anoressia.  
Il Prof. Avv. Alberto Martucci 


 La pena dell’ergastolo fu ridotta ad anni trenta perché il Capoluongo venne riconosciuto pazzo. 


La Corte di Assise (Presidente, Giovanni Morfino; giudice a latere, Renato Mastrocinque; pubblico ministero, Francesco Andreaggi) condannò all’ergastolo, con isolamento diurno per mesi sei,  Salvatore Capoluongo dichiarato colpevole di tentato omicidio in persona del fratello Marcantonio, nonché di omicidio continuato e aggravato in persona di Michele Martino, Raffaele Martino, Michele Fabozzi, Giuseppe Diana, e Corrado Capoluongo, di violazione di domicilio continuato e aggravato. L’ergastolo pesava, i difensori non erano riusciti a “salvarlo” con la perizia di parte. Fu proposto appello. Si lamentavano vari motivi: Doveva essere ritenuta la continuazione per tutti i reati, non poteva affermarsi il motivo futile e abietto; doveva essere prosciolto per vizio di mente, o concessa l’attenuante del vizio parziale ed subordine le attenuanti generiche. Tutto si risolse in grado di appello. Il perito di parte Benigno Di Tullio capovolse il responso dei primi giudici. Infatti, dopo aver ricostruito la personalità dell’imputato sulla base della perizia di ufficio, dopo aver ricostruito la dinamica del suo delitto, “egli si è sentito dominato dall’idea di punire il colpevole”, il Prof. Di Tullio  affrontò l’ultima parte della perizia diretta a definire clinicamente lo stato mentale nel momento del delitto. 
L'Avv. Michele Verzillo 


Nel premettere, infine, che alla base delle attività criminose si ritrova un processo morboso di natura inizialmente epilettica in quanto – come affermano molti studiosi – i delitti degli epilettici sono assolutamente “ciechi” e “indiscriminati”.  “Il Capoluongo presenta – affermò in definitiva Di Tullio – una personalità psicopatica epilettoide sulla cui base, per l’influenza di fattori emotivi e dismetabolici, si è sviluppata acutamente una crisi di automatismo psicomotorio epilettico, che lo ha portato al ferimento del fratellastro. A seguito poi della grave emozione shok del primo delitto, si è sviluppato in lui uno stato reattivo deliroide con automatismo ambulatorio, per il quale è stato spinto a compiere gli altri reati. “E’ infine necessario precisare che anche i delitti compiuti dal Capoluongo trovano la loro genesi più profonda in situazioni sentimentali preesistenti, per cui tutti i delitti da lui compiuti, pur presentando un diverso meccanismo patogenetico, sono da considerarsi strettamente uniti tra di loro come nel caso del delitto continuato. In aderenza a questo risultato i giudici di secondo grado così si espressero: “Per quanto sopra riteniamo di poter concludere affermando che Salvatore Capoluongo, nel momento in cui ha compiuto i fatti per cui è processo si trovava, per infermità, in uno stato di incapacità di intendere e di volere. 


L'Avv. Ciro Maffuccini 

Data la sua personalità e la predisposizione a processi psichici morbosi, è da considerarsi soggetto socialmente pericoloso”.  Con una relazione di 50 pagine Benigno Di Tullio aveva ribaltato il responso dei periti di ufficio. L’imputato è pazzo. Si arriva così al secondo  giudizio e la Corte di Assise di Appello di Napoli, (Presidente, Duilio Grassini, giudice a latere, Gennaro Serio, pubblico ministero, Roberto Angelone) accogliendo alcuni rilievi della difesa  in parziale riforma della prima sentenza, con la esclusione dell’aggravante del motivo futile, ridusse la pena ad anni 30 di reclusione.  Gli avvocati impegnati nei tre gradi di giudizio per l’imputato furono: Giuseppe Garofalo, Nicola Foschini e Enrico Altavilla,  mentre per le parti civili si costituirono: Luciano Pesce, Ciro Maffuccini, Alfonso Raffone, Michele Verzillo, Alberto Martucci, e Alfonso Martucci. 



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