mercoledì 17 maggio 2017

Una storia di corna, di lettere anonime, di amori saffici, di suore in convento e di follia omicida


Enrico Gallozzi, Francesco Montesano, Teresa Fusaro,
Pasquale Raimondo


Grazzanise, Vitulazio, “Masseria Piglialarmi”, agosto 1952


Spesso la realtà supera la fantasia. E questa storia lo conferma.
Un aggrovigliarsi di eventi satanici e diabolici che sembrano
usciti dalla mente di Satana… ma che invece, sono purtroppo,
cruda realtà. Correva il mese di agosto del 1952, da dietro un cespuglio della tenuta “Piglialarmi” in tenimento di Vitulazio, esce
un individuo che con un fucile da caccia, caricato a pallettoni uccide
il Dr. Enrico Gallozzi, chirurgo, 61 anni, latifondista, nipote
del Sen. Carlo Gallozzi (deputato del Regno d’Italia, insigne professore universitario, che succedette al chirurgo Ferdinando Palasciano; a lui sono intitolati una strada e una scuola nella sua città
natale Santa Maria Capua Vetere) giunto sul posto a bordo della
sua auto condotta dall’autista Vito Di Lillo, anche lui sammaritano
e il suo fattore Vincenzo Montesano, di anni 52 da Grazzanise. A
scoprire i cadaveri fu il contadino Antonio Mercone, da Pastorano,
il quale avvisò i carabinieri e sul posto convennero il mar. Giovanni
Pautasso e il Brig. Raffaele D’Alessandro, con il medico di turno
Dr. Raffaele Cuccari. Il primo ad essere sospettato è il guardiano
dell’azienda agricola Pasquale Raimondo, 49 anni da Grazzanise.
Perché? Le prime indagini sulla perizia medico-legale eseguite dai
periti dottori Michele Sanvitale, Pasquale Tagliacozzi e Mario Pugliese, retrodatarono la morte alle 24 ore precedenti, ed accerta-rono che il Gallozzi era stato attinto ai polmoni, il Montesano agli
organi interni, ma era stato finito con un colpo alla testa. Per prima cosa destò sospetto il fatto che il guardiano si diede alla macchia, poi, in seguito ad una perquisizione effettuata dopo il delitto, dal maresciallo Luigi Bruno, comandante la Stazione dei Carabinieri di Vitulazio, fu rinvenuta l’arma del delitto e si consolidò il sospetto che lui fosse l’assassino anche perché vi erano stati numerosi episodi venuti alla luce nel corso delle indagini.

Costituitosi al direttore delle carceri Enrico Matano confessò:
“Ho ucciso Gallozzi perché aveva sedotto mia figlia ed era l’amante di mia moglie e Montesano perché, pur sapendo la cosa, ed essendo mio compaesano, non mi aveva riferito della tresca”.
Il tutto era frutto della sua fantasia. Ossia, era la sua versione
dei fatti, instillatasi nella sua mente malata e perversa. Ma facciamo
un passo indietro per meglio capire l’intrigata vicenda. I carabinieri
accertarono, anche in base a serrati interrogatori di Maria Petrella,
moglie del fattore ucciso Montesano, che a Pasquale Raimondo,
guardiano delle terre del Dr. Gallozzi, da un poco di tempo arrivavano
lettere anonime dalle quali si evinceva che sua figlia Maria
Raimondo (all’epoca dei fatti 16enne) era stata deflorata dal Dr.
Gallozzi, e che la madre Giovannina Tessitore, 46 anni, moglie del
Raimondo era l’amante del Gallozzi. La teste precisava, inoltre, che
in paese correva voce che la figlia del Raimondo Maria era stata
“deflorata” e “riparata” nella sua verginità dal Dr. Gallozzi (egli infatti
era un ottimo chirurgo) ma la madre della ragazza sosteneva
che era una calunnia.
Inoltre, un tale Enrico Parente da Grazzanise, andava da
tempo sparlando e sostenendo che Giovannina Tessitore, moglie
di Pasquale Raimondo, faceva la “puttana”, ed era amante del Dr.
Gallozzi. Ciò precisava di aver appreso da Vincenzo Montesano
fattore dei beni Gallozzi. Intanto continuavano ad arrivare lettere
anonime ed una giunse addirittura alla moglie del Montesano con
la quale si annunciava “l’assassinio del marito per mano di Pasquale
Raimondo” da lui più volte calunniato. La moglie del Raimondo,
informata dell’arrivo della lettera anonima che parlava del suo marito
come probabile assassino dedusse che a Grazzanise vi erano
molte persone che erano invidiose delle famiglie “Raimondo-Montesano”
perché alcuni membri delle stesse lavoravano presso il latifondo
del Dr. Gallozzi.
Allora si faceva veramente la fame poiché era da pochi anni
terminata la guerra. Ecco il primo atto di pazzia. Venuto a conoscenza
di questa circostanza, Pasquale Raimondo prese un pugnale
e lo consegnò alla moglie e le ordinò di uccidere Enrico Parente e
chiunque avesse parlato male della figlia e della moglie. Il Raimondo
riteneva il Montesano un “traditore“ ed un “fetente” perché
essendo paesano e conoscendo dei fatti scabrosi non glieli aveva riferito.
Dal canto suo il Dr. Gallozzi, che riteneva tutte le accuse
infondate, essendo egli innocente degli addebiti, si adoperò per
una riconciliazione, ma il Raimondo restò fermo sulla convinzione
che a inviare le lettere anonime fosse stato il fattore Vincenzo Montesano.
I carabinieri appurarono che il Raimondo, da circa tre anni
aveva scacciato di casa la moglie e la figlia Maria perché le lettere
anonime gli avevano comunicato che la figlia era stata “sedotta” e
la moglie era “l’amante” di Gallozzi. A questo punto della vicenda
il primo colpo di scena. Maria Raimondo, scacciata da casa, con
un’accusa assurda e calunniosa, (la madre addirittura l’aveva fatta
controllare ad un professore di Napoli che la dichiarò “illibata”), e
presa dallo sconforto, anche per sottrarsi ai continui maltrattamenti
del padre (pare che avesse tentato anche di violentarla) si andò a
fare suora presso il Convento di “Calvi dell’Umilia” in Terni.
Tra gli episodi “singolari” per non dire “strani” di questa vicenda
è da inquadrare il rapporto di coppia tra la moglie e l’assassino.
Lei, pur essendo divisa da oltre tre anni, il sabato sera andava
a coricarsi con il marito, nella masseria “Piglialarmi” a Pastorano,
venendo apposta da Grazzanise. Perché lo faceva? Per dimostrare
che non aveva rapporti con altri uomini? Lei stessa raccontò agli
inquirenti i risvolti dei bruschi colloqui amorosi. Pasquale Raimondo,
infatti, mentre sfogava i suoi istinti sessuali l’apostrofava
con epiteti (puttana, troia) ed a fine rapporto la picchiava selvaggiamente
con una frusta e poi le sputava in faccia. In una circostanza
cercò addirittura di strangolarla. Ma subito dopo averle
contestato che era l’amante del Gallozzi e che non aveva avuto cura
della figlia, scoppiava in un pianto dirotto. Le ecchimosi, le ferite
ai glutei e alle braccia della donna furono riscontrate dal dr. Giovanni
Izzo, da Grazzanise, che confermarono l’assunto della stessa.
Insomma Pasquale Raimondo era un pazzo, un feticista, un
voyer o un sadico sessuale? Ma chi continuava a far arrivare al Raimondo le missive anonime? Mistero!
Nell’ultima (le lettere sono tutte allegate al processo) veniva
descritta tutta una circostanza precisa. “La ragazza è stata deflorata.
La mamma l’ha portata dal Dr. Gallozzi e questi l’ha “riparata” facendola ritornare vergine e lei… per ricompensarlo si era concessa”.
Non era affatto vero, ma nella mente del Raimondo si instillò
il “tarlo del dubbio” e della veridicità dei fatti. E lui diventava
sempre più violento e sadico contro le sue donne. Tanto è vero che
la figlia Teresa di 21 anni, fu costretta per sottrarsi alle sue violenze
e fare la “fuitina” dopo essere stata sedotta, e si sposò con Giuseppe
Fusaro, lontano da Grazzanise. Ed inoltre si appurava che il Raimondo nutriva dissapori
contro il Vincenzo Montesano, una delle sue vittime (nonostante
che fosse stato il fratello di quest’ultimo, il sacerdote Francesco
Montesano, a farlo assumere nell’azienda Gallozzi) perché questi
era riuscito ad emergere nel suo lavoro ed era nelle grazie del padrone.
Ed eccoci al secondo colpo di scena. Angelo Parente, ricevitore
postale di Grazzanise, rivelò che autrice delle lettere anonime
che giungevano al Raimondo era tale Angelina Fusaro, 32 anni,
da Grazzanise, una sarta “lesbica”, presso la quale in passato aveva
lavorato la figlia del Raimondo, che poi si era fatta suora.
Il perito calligrafico di ufficio, Prof. Attilio D’Angelo, da
Caserta, dopo la comparazione con altri scritti, attribuì le lettere
anonime alla sarta Angelina Fusaro. Intanto Pasquale Raimondo,
detenuto nel carcere di S. Maria C.V., con la pesante accusa di duplice
omicidio aggravato, appariva depresso e malinconico (un reo
folle o un perfetto simulatore?) e per questo fu sottoposto, su ordine
degli inquirenti, a perizia psichiatrica dai Prof. Pasquale Coppola,
Primario del Manicomio di Aversa e dal Prof. Filippo
Saporito (il più noto psichiatra dell’epoca).
Subito si scoprirono antenati pazzi (è un classico nei processi
penali). Maria Raimondo, sua zia paterna, era una psicopatica;
altri antenati erano morti per lue e per mente debole. In 117 pagine,
i due periti di ufficio (ai quali venne liquidata una parcella
di lire 43 mila quasi 600 euro di oggi) conclusero che Pasquale
Raimondo risultava già “costituzionalmente predisposto alle malattie
mentali, per eredità psicopatica, e per precoce involuzione
senile. Che, le lettere anonime a lui e ad altri pervenute intorno
alla sua onorabilità di marito e di padre, con i relativi commenti
corsi nel suo ambiente, nei rapporti, soprattutto coi suoi datori di
lavoro, agirono su di lui come altrettanti “traumi psichici” in tutto
il loro valore clinico-psichiatrico. Che, sotto l’azione di tali traumi
sommantisi, man mano, nei loro effetti patogeni il Raimondo contrasse
una vera e propria psicosi, in forma delirante paranoidea, a
contenuto geloso, ammantate da taciturnità, ma a decorso continuo
e progressivo, con rare episodiche manifestazioni esteriori
espressive della loro morbosità. Che, nella notte precedente al delitto,
la psicosi ebbe una esplosione acuta, a forma di confabulazione
rappresentativa della sua vicenda familiare quale gli era stata
configurata dalla psicosi, e dalla quale trasse il motivo morboso a
delinquere. Che la sindrome psicopatica svelatasi nel corso della
istruttoria, e tuttora in atto, a carattere confusionale, non è che
una fase di collasso strettamente connessa con le sindromi precedenti
e costituisce, insieme con esse, tutto un unico processo psicosico,
ancora capace di non prevedibili sviluppi. Che, nell’atto
dei commessi reati, il Raimondo trovavasi in tale stato di infermità
di mente da escludere la capacità di intendere e volere e che l’imputato
è persona socialmente pericolosa”.
Anche in questo processo, come del resto nel processo ad
 Aurelio Tafuri, ho riscontrato una grande battaglia tra i periti.
Una guerra fredda, calcolata, che spesso approda a risultati di
”parte”. Raimondo per i periti di ufficio è pazzo e non è punibile.
Per quelli di parte (Prof. Annibale Puca e Prof. Giacomo Cascella,
per conto della vedova Montesano) è sano di mente ed è un simulatore.
Alla fine chi ha vinto? Non certo la giustizia!
Infatti i giudici, due anni dopo il delitto, furono costretti a
rivedere le cose ed ordinarono una perizia “suppletiva” che fu estesa
al Prof. Vincenzo Barbuto, e al Prof. Filippo Saporito. Ai quali    fu
chiesto espressamente: “Dite se le lettere anonime ricevute dall’imputato
abbiano avuto efficienza causale scatenante il delirio di gelosia
ovvero furono solo un fattore condizionante dello stesso, se il
delitto si sarebbe verificato senza l’arrivo della lettere anonime”.
Il loro responso fu che “le lettere anonime pervenute all’imputato
non hanno avuto efficienza causale scatenante il delirio di
gelosia del Raimondo accertato con la precedente perizia giudiziale
e che esse furono soltanto un fattore accessorio concomitante di
un processo psicopatologico a lungo decorso, dovuto a cause precedentemente
intrinseche alla sua personalità e che avrebbe potuto
insorgere anche senza di esse”.
Di parere diverso, il prof. Puca e il prof. Cascella, Direttore
e Assistente dell’Ospedale S. Maria Maddalena di Aversa (così si
chiamava prima il manicomio) per la parte civile. “E’ spiegabile, è
possibile, che un uomo, fino a poche ore prima che si era dimostrato
lucido, logico, coerente, consequenziale, senza deficienze psichiche
e senza disturbi “psico-sensoriali” improvvisamente - con
un trasformismo da palcoscenico - diventi dissociato e confuso al
punto da non riuscire neppure a pronunciare una frase sensata? Vi
è un capitolo in Psichiatria che contempla tale evenienza al di fuori
della simulazione? “Noi non lo crediamo - continuarono i consulenti
di parte - ed abbiamo dati a iosa, per sostenere, senza ricorrere
alle fantasie ed al possibilismo, la tesi della volontarietà del Raimondo
di recitare la parte dell’ammalato di mente. La goffaggine
con cui recita la sua parte, la nessuna attendibilità di essa, il modo
con cui è stato preordinato e portato a termine il delitto, la linea
difensiva impostasi, la monotonia delle sue frasi, e dei suoi atteggiamenti
e soprattutto un dato importante che è stato messo in risalto
dagli stessi periti di ufficio, e che è comune a tutti i simulatori

o pseudo dementi, e come tale facile a riscontrarsi, Raimondo si
rifiuta di sottoporsi a visite e colloqui e bisogna portarcelo con la
forza, tipico dei criminali. Sottoposto a perizia, si rifiuta ed ha
paura del confronto”.
I due insigni psichiatri così conclusero - confutando le tesi
dell’accusa - “Pasquale Raimondo attualmente presenta una sindrome
reattiva facilmente inquadrabile in quella descritta da (*2)
Ganser e che si riscontra in alcuni detenuti al carcere preventivo”.
“Tale sindrome è insorta in lui dopo il suo internamento al
carcere ed è da mettere in rapporto al desiderio di trovare una scappatoia alle sue responsabilità ed alle sanzioni conseguenti al delitto.
Il movente che lo spinse ad uccidere va ricercato in un complesso
di odio e rancore generatosi nel suo animo in quanto si sentiva
esautorato dal rivale e soppiantato nei favori del padrone che negli
ultimi tempi lo aveva messo da parte”.
“Le lettere anonime furono il paravento - scrivono ancora i
periti di parte - dietro cui mascherò il suo rancore per il Montesano,
e gli servirono per giustificare il proprio delitto. Per le ragioni
sopra esposte il delitto fu premeditato ed eseguito con piena e
fredda determinazione. E quindi in assoluta capacità di intendere
e di volere. La volontà di uccidere è ampiamente dimostrata dal
mezzo usato e dalla localizzazione dei colpi che furono diretti tutti
in parti vitali ed inoltre la freddezza emozionale del momento si
evidenzia palesemente dal feroce gesto da lui compiuto quando
fracassò il cranio del Montesano con il calcio del fucile onde essere
sicuro che l’altro non potesse sopravvivere. Il carattere violento e
spietato dell’individuo la ferocia del crimine commesso, la particolare
concezione ed interpretazione dei propri diritti l’assoluto disprezzo
per la legge e per le autorità costituite, la mancanza
dell’istinto di gregarietà, le caratteristiche biofisiche comuni e riscontrabili
in tutti i criminali lo fanno considerare individuo socialmente
pericoloso”.
Il terzo colpo di scena è consistito nella incriminazione della
Fusaro. Sulle risultanze peritali, infatti, che avevano stabilito che
le lettere anonime avevano determinato, in un certo modo, il duplice
delitto, Angelina Fusaro venne accusata di “istigazione a duplice
omicidio” ed arrestata. Le contestarono “per avere mediante
lettere anonime contenenti apprezzamenti diffamatori sulla condotta
di Maria Raimondo e Giovannina Tessitore dirette a Pasquale
Raimondo provocando nel medesimo la “slatentizzazione
di una psicosi paranoidea, a tipo di delirio di gelosia che si andava
man mano che gli anonimi pervenivano vieppiù aggravando, fino
a diventare probabilmente insanabile pur sapendo che ogni lettera
prevedeva intenzioni omicide”.
Nelle more pervenne ai giudici dalla Svizzera, una lettera da
parte del marito della donna, che la accusava apertamente di essere
una “lesbica” e di essere andata non pura alle nozze. Questa circostanza
aggravò ancora di più la posizione della donna. Ma i successivi
interventi di altri periti calligrafici stabilirono che le lettere
anonime, pervenute al Raimondo, non erano state scritte di pugno
da Angelina Fusaro; o quantomeno non vi era certezza assoluta.
Un dubbio, insomma.
A questo punto ci si domandava allora chi fu il demoniaco
autore degli anonimi che istigavano il padre contro la figlia Anna
Maria (sorella della ragazza che si era fatta suora) denunziando che
costei fosse stata sedotta da Giuseppe Fusaro, (fratello di Angelina)
mentre poi facilitava i convegni tra quest’ultimo e Teresa Rai-
mondo (altra sorella di Maria) della quale era l’amante che fece
scappare di casa e successivamente sposandola?
Il quarto colpo di scena venne fuori dalla deposizione di
Maria Raimondo, interrogata nel Monastero dove aveva preso i
voti.
“Mio padre un giorno mi venne a trovare e mi consegnò un
coltello con il quale mi disse che avrei dovuto uccidere il Montesano
perché questi aveva sparlato di me. Io per fortuna ero in compagnia
di una suora che può testimoniare sulla circostanza che lui minacciò
di uccidermi se non avessi compiuto il delitto…
Poi scoppiò a piangere…
“Io ero e sono vergine ciò è stato anche constatato da una perizia
del prof. Antonio Piccoli da Napoli. Mio padre era posseduto dal Diavolo…
perciò ha commesso il duplice delitto”.
Sulla sua presunta relazione saffica con la Fusaro non volle
parlare. Tutte le indagini propendevano per l’accusa alla Angelina
Fusaro quale autrice delle lettere anonime e addirittura il Giudice
Istruttore lo scrisse nella sentenza di rinvio a giudizio:
“La Fusaro invaghitasi di Maria Raimondo con la quale
aveva avuto ed aveva pratiche lesbiche denunziava questa deficiente
al padre Pasquale Raimondo, facendola maltrattare per attrarla a
sé e poi addebitandole come amante il proprio fratello Giuseppe,
favoriva invece effettivamente costui nei rapporti illeciti con Teresa”.
Per quanto attiene invece al Raimondo i giudici scrissero
che lui era un pazzo e che conduceva una vita sregolata e spessoaveva tentato di violentare la figlia Teresa mentre apostrofava con
parole come “puttana” ed altre irripetibili la moglie specie quando
giaceva con lei.
Dopo due anni il processo in Corte di Assise (Presidente
Giovanni Morfino, giudice a latere Guido Tavassi; pubblico Ministero,
Gennaro Calabrese; cancelliere Domenico Aniello e Ufficiale
giudiziario, Giuseppe Girardi).
Il Pubblico Ministero nella sua requisitoria chiese 10 anni
di manicomio criminale per Pasquale Raimondo (che era difeso
dall’avvocato Ciro Maffuccini) e definì l’imputato “un criminale
ed un rozzo mazzonaro… non un assassino ma un pazzo omicida”.
“Quando la notte - disse tra l’altro il pubblico ministero nel
corso della sua requisitoria - ebbe l’ultimo convegno amoroso con
la moglie e dalle innegabili confessioni della stessa sui consigli e
sulle visite del Gallozzi ebbe l’allucinante ossessiva rivelazione nella
sua mente ammalata che avesse ragione l’anonimo informatore a
dirgli che la figlia come la madre si abbandonavano ad orge con il
Dr. Gallozzi e il guardiano Montesano scambiandosi perfino senza
ritegno i soggetti degli accoppiamenti. Che la figlia avesse subito
l’onta di inenarrabili impudicizie fino al punto di avere conseguito,
ad opera del Gallozzi, la “ricostruzione” apparente della propria
verginità; che la madre si fosse accoppiata con Gallozzi mentre ella
si accoppiava con Montesano”.
“Allora sì che si spiega l’evolversi, la conclusione e l’esplosione
dell’impressionante processo morboso che come l’accesso di
fissazione nel processo di degenerazione dei tessuti trova il suo momento
generativo nell’ unione del Raimondo con la moglie perché
nella mente sconvolta del soggetto era ferma l’idea ossessiva che
soltanto in quel momento di abbandono fisico pel compimento
dell’atto fisiologico la moglie Giovannina Tessitore potesse indursi
a dire la verità”.
“E’ stata l’ultima lettera anonima - ha concluso il Pubblico
Ministero - a far scattare l’dea del delitto. In quella missiva Raimondo
veniva accusato di rapporti incestuosi con la figlia che si
era fatta suora e poi… vedi il caso, la Angelina Fusaro, prima che
fosse scoperta come autrice delle lettere anonime, si va a fare suora
e capita nello stesso convento della novizia sua allieva”.
Insomma, secondo il pubblico ministero, “in fica veritas”,
l’uomo si scopava la moglie per farla parlare… e poi alla fine dell’atto
sessuale le sputava in faccia! La donna confessava tutto -
anche quello che non era vero - come nella tortura - mentre aveva
il rapporto sessuale col marito…
La pubblica accusa riservò parole di fuoco per la sarta:
“L’imputato fu prescelto dalla malvagità di Angelina Fusaro
per esercitare la vendetta di una donna viziosa, spregiudicata, che
aveva creato un laboratorio di sartoria per circondarsi di fanciulle
delle quali era gelosissima (novella Saffo) che spesse volte di notte
teneva nel proprio letto e come è ovvio spesso corrompeva con le
sue pratiche libidinose. L’amore prediletto di questa autentica maestra
di depravazione e di concupiscenza omosessuale era però Maria
Raimondo - e come fu accertato - aveva elaborato sapienti anonimi
anche ai danni del proprio fratello a carico del quale Raimondo
aveva incominciato a concepire i primi suoi folli propositi di soppressione”.
Angelina Fusaro si difesa da par sua:
“Io non ho scritto nessuna delle lettere che mi vengono attri-
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buite, io ero amica di famiglia del Raimondo e la figlia veniva a cucire
a casa mia. Non ho mai conosciuto Gallozzi. Mio marito nella lettera
dalla Svizzera dice calunnie, io ero vergine al matrimonio. Entrai nel
monastero della Orsoline non per seguire la Raimondo ma per vocazione.
In precedenza avevo chiesto al prete del paese qual era il monastero
migliore. Non è vero che Angelo Parente mi ha visto imbucare
la lettera lui mi odia ed è un pessimo soggetto”.
Poi scoppiando a piangere: ”Non è vero che me la intendessi
con le mie apprendiste… perché sono una persona seria. Nel mio matrimonio
ho avuto una bambina che è morta dopo 45 giorni”.
Fu creduta, nonostante che il pubblico ministero, al termine
della sua requisitoria, avesse chiesto 23 anni di reclusione, la Angelina
Fusaro, difesa dall’avvocato Giuseppe Garofalo fu assolta
“per non aver commesso il fatto”.
La parte civile era rappresentata dagli avvocati Vittorio e
Michele Verzillo, per la vedova Montesano e da Enrico Altavilla
per Flavia Bozza moglie del Dr. Gallozzi. In appello subentrò
anche Giovanni Leone. La sarta che aveva preso il velo monacale
finendo nello stesso convento della sua giovane allieva in appello

fu assolta col dubbio.

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