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domenica 24 settembre 2017


QUEL GIORNO ERO SULLA 
TRIBUNA STAMPA AL VIALE CARLO III°
 AVEVO 30 ANNI ED ERO INVIATO DI "STADIO" IL QUOTIDIANO SPORTIVO DI BOLOGNA 
CORSI IMMEDIATAMENTE IN VIA DOMENICO MONDO... 
QUELLE IMMAGINI MI HANNO FATTO PASSARE NOTTI INSONNE... 
SULLO STESSO TRACCIATO 
ORGANIZZAVO PER IL MOTO CLUB DI SANTA MARIA CAPUA VETERE IL CIRCUITO MOTOCICLISTICO DI VELOCITA'.....













Grande affluenza di equipaggi provenienti da tutta Italia e dall'estero e di pubblico nel week end tra Caserta e provincia


«COPPA DEI BORBONE» CON RIEVOCAZIONE DEL «CIRCUITO AUTOMOBILISTICO DI CASERTA»: L'AUTOMOBILE CLUB SVELA UNA TARGA IN MEMORIA DEI PILOTI RUSSO, FEHR E PERDOMI ALLA PRESENZA DELLE FIGLIE DEL CAMPIONE 'GEKI'  
LE DUE  FIGLIE DEL CAMPIONE GEKI RUSSO


Caserta, 24 settembre 2017 - Ricordi, emozioni e commozione con le auto storiche esposte come opere d'arte con lo sfondo dello splendido scenario della Reggia di Caserta. L'edizione 2017 della Coppa dei Borbone appena terminata all'ombra del Palazzo Vanvitelliano ed alla quale hanno partecipato decine di equipaggi da tutta Italia e dall'estero, è stata anche l'occasione per rievocare con un diverso animo il 18° Circuito Automobilistico di Caserta del 1967. 

Al termine della manifestazione organizzata dall'Automobile Club di Caserta (presieduto dall'avvocato Antonello Salzano con la direzione del dottor Marino Perretta) e Aci Storico, è stato proclamato vincitore di quella gara di 50 anni fa, il pilota di Formula 3 Antonio Maglione, nativo di Napoli e romano d'adozione: una coppa che all'epoca non fu assegnata a causa della tragica conclusione dello storico evento sportivo nato nel 1928. «Avevamo un conto aperto con questa triste pagina casertana che speriamo di aver alleggerito in qualche modo con ricordi ed emozioni», ha dichiarato il presidente Salzano, a margine della manifestazione durante la quale è stata svelata anche una targa nel tratto di strada in cui avvenne il tragico incidente. 

Una cerimonia toccante, svoltasi alla presenza di Beatrice e Daniela Russo, figlie del pilota Geki Russo, oggi residenti rispettivamente a Parigi e Milano. La kermesse, alla quale hanno partecipato auto storiche ante-guerra, del dopo-guerra, degli anni '60, '70  i cui titolari sono stati premiati per le varie categorie ha fatto tappa anche a Capua, Pietramelara e San Leucio per poi concludersi con la premiazione del Concorso d'Eleganza e della gara di regolarità tenutisi domenica davanti alla Reggia di Caserta.

Presidenza Automobile Club Caserta
Avv. Antonello Salzano


LA STORIA DEL CIRCUITO


Ancora oggi i tifosi dell’epoca non hanno dimenticato l’ultimo giro che si è rilevato fatale per Geki Russo in quel lontano 18 giugno 1967 su un circuito che, in pratica ,altro non era se non un triangolo con tre curve ad angolo acuto e tre lunghi tratti sostanzialmente diritti, seppur inframmezzati da curve cieche rese tali dalle costruzioni che delimitavano la carreggiata. La sicurezza era un ‘optional’ in quanto si correva tra marciapiedi, muri, cancelli, lampioni, con soltanto alcune balle di paglia come protezione nei punti più pericolosi. Nel corso del settimo giro avvenne una collisione tra la vettura di Saltari e quella di Fehr, proprio in quel momento sopraggiunse un altro pilota, Franco Foresti, che per evitare le due vetture si intraversava finendo contro il muro di cinta della ferrovia e ritornando in pista fermandosi in un punto cieco. Nell’ottavo giro se il gruppo di testa riusciva a schivare l'ostacolo, la vettura di Dubler in sbandata urtava contro due pali della luce per finire in un campo. Nel frattempo Fehr tornava in pista per segnalare la presenza di una grossa macchia d'olio sull’asfalto: un gesto generoso che purtroppo gli sarebbe risultato fatale. Giro nove: ad oltre 200 km/h, e senza la presenza di commissari di percorso che segnalassero il pericolo, transitarono incolumi Brambilla e Maglione, ma Regazzoni, Manfredini e lo stesso Geki non riuscivano ad evitare l'ostacolo. Fehr investito muore sul colpo, mentre Russo sbalzato fuori dalla vettura perdendo la vita dopo aver colpito il muro della sottostazione dell'Enel. La sua Matra prese fuoco con il fumo che disturbava la visibilità dei piloti che sopraggiungevano: Tiger (pseudonimo di Romano Perdomi), Saltari e Natili finiscono nel mucchio. Tiger rimase incastrato nel telaio della vettura che si era accartocciata (morirà un settimana dopo in seguito alle ferite riportate), mentre Dubler tentò di spegnere la Matra di Geki in fiamme, pensando che il pilota fosse ancora a bordo. Ma non finì qui: nel giro seguente anche Brambilla e Maglione piombano nel gruppo di auto ridotte a rottami, restando però incolumi. Solo a quel punto venne sventolata una bandiera rossa che mise fine alla disgraziata gara. Da quel giorno, il circuito di Caserta non avrebbe ospitato mai più una competizione automobilistica, fino ad oggi.



venerdì 22 settembre 2017

 

Il movimento “Marcianise Terra di Idee, impegnato sul territorio anche per la lotta alle violenze ambientali, organizza per il giorno mercoledì 4 ottobre 2017, alle ore 18.00, preso il Palazzo Monte dei Pegni in via Duomo a Marcianise, un convegno pubblico per la promozione e la sensibilizzazione delle buone pratiche e della strategia “Rifiuti Zero”. Il dibattito vedrà la presenza di Paul Connett, professore alla St.Lawrence University dal 1983 al 2006 e fondatore della strategia "Zero Waste".




Si tratta una strategia di gestione dei rifiuti che si propone di riprogettare la vita ciclica dei rifiuti considerati non come scarti ma risorse da riutilizzare come materie prime seconde, contrapponendosi alle pratiche che prevedono necessariamente processi di incenerimento o discarica, e tendendo ad annullare o diminuire sensibilmente la quantità di rifiuti da smaltire. Il processo si basa sul modello di riutilizzo delle risorse presente in natura. In Italia c’è già una proposta di Legge di Iniziativa Popolare “Rifiuti Zero”, presentata il 30 settembre 2013 (Atto n. 1647 della Camera dei Deputati – VIII Commissione Ambiente con il titolo: “Legge Rifiuti Zero: per una vera società sostenibile”), ma ancora ferma in Parlamento per l’iter di approvazione definitiva.

Insieme alle associazioni e i cittadini si discuterà su come far sì che tale “buona pratica” possa essere avviata anche a Marcianise, innescando un processo di democrazia partecipata, fondamentale affinché si possa intraprendere un percorso virtuoso ed alternativo con l’obiettivo di favorire lo sviluppo di una città sostenibile. Dopo i saluti di Alessandro Tartaglione (coordinatore di Terra di Idee), seguiranno gli interventi di Domenico Giuliano (responsabile laboratorio ambiente Terra di idee), Annamaria Martuscelli (Osservatori Civici Campania). Modererà l'incontro Tina Raucci (Caffè Procope).

lunedì 11 settembre 2017




 la Summer School Ucsi lancia “Ucciso perché solo”. Convention dal 22 al 24 settembre a Casal di Principe, nel Casertano. Tra i relatori Ayala, Martelli, Guarnotta, Calia e Raffaele Sardo- 




CASAL DI PRINCIPE (Caserta), 11.9.2017 - “Ucciso perché solo”. E' il tema della nuova edizione della Summer School Ucsi (Unione cattolica stampa italiana) 2017 di Giornalismo Investigativo che si terrà dal 22 al 24 settembre prossimo tra Casal di Principe, San Cipriano d'Aversa e Casapesenna, accreditata anche come corso di aggiornamento per i giornalisti. Una tre giorni di giornalismo investigativo sui grandi casi di cronaca della storia italiana come non c'era mai stata prima: direttamente in periferia, nei luoghi dove una delle mafie più potenti e violente è nata e cresciuta: Casal di Principe, nel Casertano; ma dove è stata anche sconfitta, almeno militarmente. Tra i relatori i maggiori esperti italiani di giornalismo investigativo, mafie, geopolitica, ma anche politica. Tra questi i colleghi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, a cui sono dedicati i primi seminari, i magistrati Giuseppe Ayala e Leonardo Guarnotta, e il ministro di Grazia e Giustizia che all’epoca volle Falcone a Roma e lo difese e propose come Procuratore nazionale Antimafia, Claudio Martelli, in evidente dissenso con larga parte della stessa magistratura dell’epoca. Ma anche i giornalisti Francesco La Licata e Antonio Roccuzzo, che lavoravano a Palermo in quegli anni e Toni Mira, che ha lavorato a lungo sul caso Atria e il collega del Tg3 Fabrizio Feo. Oppure Luciano Scalettari, vicedirettore di Famiglia Cristiana, sul caso di Ilaria Alpi, insieme con Leonida Reitano, analista Osint. O ancora il sostituto procuratore generale della Corte d’Appello di Milano, Vincenzo Calia, che ha seguito il caso Mattei, confermando che fu un attentato; con la collega di Euronews Sabrina Pisu; e gli amici più cari di don Peppe Diana, il sacerdote martire della legalità ucciso dalla camorra casalese; come l’allora sindaco Renato Natale, il testimone di Giustizia Augusto di Meo, il giornalista e amico Raffaele Sardo; la senatrice e inviato de “Il Mattino” Rosaria Capacchione, massima esperta di Casalesi. La Summer School è promossa dall'Ucsi di Caserta insieme con Agrorinasce, Agenzia pubblica per la legalità, in collaborazione con l'Ordine dei Giornalisti della Campania e gode del patrocinio della Fnsi (Federazione nazionale stampa italiana), il sindacato dei giornalisti italiani; oltre che dei comuni di Casal di Principe, San Cipriano d'Aversa, Casapesenna, San Marcellino, Santa Maria La Fossa, Villa Literno, della Fondazione Polis e Reggia di Carditello. “Con la Summer School andiamo direttamente in periferia, come ha suggerito spesso Papa Francesco - spiegano il direttore della Summer School, Luigi Ferraiuolo e l'amministratore delegato di Agrorinasce, Giovanni Allucci - Nel territorio di Casal di Principe nell'ultimo decennio, abbiamo compreso in maniera evidente l'importanza del giornalismo nella lotta alla criminalità organizzata e quindi anche al terrorismo. In tale contesto abbiamo pensato che fosse importante offrire ai giornalisti un momento stabile di confronto e discussione con gli stessi investigatori, i magistrati e i colleghi che si sono distinti per capacità investigativa. Un modo tutto nostro – concludono Ferraiuolo e Allucci – per ringraziare i protagonisti della lotta alle mafie e per investire nel futuro per una società migliore”. Saranno due le lectio magistralis, di Giuseppe Ayala e Claudio Martelli, il 22 settembre, dalle 15, che apriranno i lavori a Casal di Principe. La partecipazione alla Summer School è gratuita ed è riservata a giornalisti e comunicatori italiani e stranieri. A dieci giovani colleghi e/o giornalisti disoccupati, come ogni anno, la Summer School offrirà dieci borse di studio comprendenti l’ospitalità e il vitto nell'Ostello della Gioventù di Casapesenna. Per iscriversi si può mandare una mail a info@agrorinasce.org osummerschoolucsi@gmail.com, entro il 16 settembre (fino al 18 settembre ci si può iscrivere al portale sigef per 16 crediti). Sarà la direzione della Scuola a riservarsi l'accettazione di tutte le iscrizioni. Per aggiornamenti si può visitare la pagina facebook: summerschoolucsi.


martedì 5 settembre 2017


31 DICEMBRE 9999

Una giornata di semilibertà con Carmelo Musumeci, ergastolano

A cura di Nicola Feninno
L’ergastolano diventa una razza differente da tutti gli altri esseri umani perché è una creatura nuova costruita per legge, vive respirando un’aria diversa, fa parte di un altro pianeta, probabilmente di un altro universo.
(Dalla tesi di laurea in Giurisprudenza, “Vivere l’ergastolo”, di Carmelo Musumeci, un ergastolano, ora in semilibertà. Abbiamo trascorso una giornata con lui, per farci raccontare come si vive scontando una pena che non ha fine, se non con la morte).
Dal diario di Carmelo Musumeci, 18 giugno 2017
Durante il giorno, nei momenti di pausa, mi piace moltissimo sedermi sul terrazzo della struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII dove lavoro, ad ammirare i cipressi e il verde tutto intorno. Gli alberi in carcere mi sono mancati tantissimo, forse più delle persone.

PREMESSA

 Se qualcuno scoprisse un metodo, una formula per vivere in eterno – o perlomeno, chessò, per quindicimila anni – ci sveglieremmo la mattina del primo gennaio 10000 e tutti gli ergastolani d’Italia sarebbero in libertà. Sul certificato di detenzione di un condannato all’ergastolo, infatti, la scadenza della pena è fissata al 31 dicembre 9999. Anni fa si scriveva: mai. Ora il sistema è informatizzato.
“Forse il computer è più umano degli umani” mi ha detto Carmelo Musumeci, mostrandomi il suo certificato.
In Italia esistono due tipi di ergastolo. Quello normale prevede la possibilità di benefici e dell’eventuale liberazione condizionale dopo 26 anni. Poi esiste l’ergastolo ostativo: nessun beneficio, nessun permesso, nessuna possibilità di misure alternative. All’ergastolano ostativo può essere applicato l’articolo 41bis che prevede: isolamento in cella; ora d’aria limitata; massimo due colloqui al mese con i familiari in presenza di un vetro divisorio; una telefonata al mese.

Carmelo Musumeci è stato condannato all’ergastolo ostativo per rapina, estorsione, omicidio, associazione a delinquere di stampo mafioso ed altri reati minori. Nel 1992, quando era già detenuto, gli hanno applicato il 41bis. È stato trasferito nel carcere dell’Asinara. Qui ha preso la licenza media, poi il diploma. Si è laureato in Scienze giuridiche, quindi la specialistica in Giurisprudenza, all’anno scorso risale la laurea in Filosofia. In carcere ha scritto diversi libri. La suapetizione per l’abolizione dell’ergastolo ha tra i primi firmatari Margherita Hack, Umberto Veronesi, Agnese Moro (figlia di Aldo Moro), Lorella Cuccarini, Rocco Buttiglione, Fausto Bertinotti, Vittorio Sgarbi. I firmatari al momento sono 30882.

Sul certificato di detenzione di un condannato all’ergastolo la scadenza della pena è fissata al 31 dicembre 9999. Anni fa si scriveva: mai. Ora il sistema è informatizzato. “Forse il computer è più umano degli umani”.

Il detenuto con l’ergastolo ostativo può cambiare la sua condizione solo diventando collaboratore di giustizia. Carmelo ha sempre rifiutato questa opzione. L’anno scorso ha ottenuto la “collaborazione impossibile”: i reati per cui è stato arrestato, infatti, erano finiti in prescrizione. Fare i nomi non sarebbe più servito. Così, dopo 26 anni di reclusione, ora si trova in semilibertà. Passa le notti nel carcere di Perugia, da cui esce tutte le mattine. Deve girare sempre accompagnato da una persona designata dal Tribunale di Sorveglianza, o da qualcuno che da questa viene delegato (nel caso di questo reportage, io). E solo tra i confini dei comuni di Perugia, Assisi, Foligno, Bastia Umbra e Bevagna, dove presta servizio come volontario nella Comunità Giovanni XXIII.
Sono andato a prendere Carmelo ai cancelli del carcere e abbiamo passato insieme la sua giornata di semilibertà. Mi ha raccontato della sua infanzia, della vita da criminale, della vita nel carcere e di quella da semi-libero. Mi ha spiegato i motivi per cui ha deciso di non collaborare con la giustizia. Mi ha parlato delle sue lotte e delle sue letture.
Non trovo un senso per l’ergastolo ostativo; questo è il mio parere. Scorgo un contrasto con l’articolo 27 della Costituzione Italiana: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”; vedo il rischio di una legge che frana nella vendetta. Ma le cose non sono semplici, i dilemmi sono molti e, soprattutto, il mio parere personale qui non conta. Anche se – come tutti – non posso fuggire dalla parzialità del mio punto di vista, non m’interessa ingabbiarci dentro nessun altro (compreso il me-futuro).
Nelle pagine che seguono trovate il racconto di quella giornata, scandito in tre momenti.


Mail priva di virus. www.avast.com

Il tuo 5xmille apre le porte della nostra famiglia a chi non ha famiglia

domenica 3 settembre 2017


UN TRISTE ANNIVERSARIO CHE CI RICORDA
L’agguato di mafia che assassinò il generale e la moglie CHE accadde a Palermo il Venerdì 3 settembre 1982
IL CARABINIERE  DI SCORTA AL GENERALE DALLA CHIESA  UCCISO ERA DOMENICO RUSSO DI S. MARIA C.V.
La Civica Amministrazione gli ha intitolato una strada – Il ricordo della famiglia – La moglie ed i figli vivono in Sicilia – Un incontro a Capua con Nando Dalla Chiesa -




“Quella sera Mimì    seguiva con la sua Alfetta nelle strade di Palermo la A 112 del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il nuovo prefetto, insieme alla giovane moglie, Emanuela Setti Carraro, trentadue anni,  che aveva deciso di uscire per andare a cena. Erano pochi i momenti intimi vissuti in quei mesi concitati nella lotte contro la mafia. Era stato fatto tutto cosi in fretta. Carlo Alberto nominato prefetto di Palermo il 30 aprile del 1982. Sull’onda emotiva dell’uccisione del segretario regionale del Pci, Pio La Torre. Poi il matrimonio, il 12 luglio dello stesso anno, e dunque il trasferimento a Palermo. E poi l’isolamento in cui si era venuto a trovare il prefetto. Lo aveva denunciato anche attraverso  i giornali in una intervista a Giorgio Bocca. Emanuela quella sera lo voleva tutto per sè il generale. Tanto che si mise a guidare l’auto, come per dire: Stasera esisto solo io. Era una delle poche volta che poteva godersi il marito. Normalmente le sue giornate il prefetto le cominciava elle sette del mattino e le finiva dopo la mezzanotte.



Domenico Russo, Mimi, faceva da autista e da scorta al generale. Era I’unico agente di scorta perchè all’epoca non esisteva un servizio come quello di adesso. E l’auto non era nemmeno blindata. Uscirono da villa Whitaker, dov’è ospitata la prefettura. Attorno alle  ventuno. Dietro di loro si avviarono anche due auto e una moto. Una Bmw, una Fiat 132 e una moto Suzuki. In quelle macchine c’erano gli uomini che alcuni minuti dopo li massacreranno a colpi di mitra. Alle ventuno e quindici  in via lsidoro Carini, i sicari si materializzano. Affiancarono la A112 con dentro il generale e la moglie e un’altra  affiancò l’ Alfetta guidata da Domenico Russo. I kalashnikov cominciano a crepitare. Emanuela fu colpita per prima.   L’auto sbanda. Finisce la corsa vicino ad un marciapiede. Per lei e per il generale non c’è più niente da fare.


Anche per Mimì, sventagliate di kalashnikov. Piovono proiettili. Per lui entra in azione la motocicletta che, secondo i pentiti, era guidata da Pino Greco, detto Scarpuzzedda. La sua auto va a sbattere dietro la A112 con dentro i corpi del generale e della moglie. Mimì scende dall’auto per difendere il prefetto e la giovane consorte. Si rende subito conto che il gruppo di fuoco era troppo numeroso e con la sua pistola d’ordinanza avrebbe potuto fare ben poco. Nonostante ciò, non esitò a sparare e a cercare di fermare i killer. Non resistette a lungo. Il volume di fuoco che misero in campo i mafiosi ebbe subito ragione del povero carabiniere scelto. In due minuti il massacro era compiuto. I killer si fermarono. Volevano essere certi che il prefetto rompiscatole, la moglie e il carabiniere di scorta fossero morti. Nel giro di pochi minuti è tutto finito. Le auto dei killer partono a tutta velocità. Le troveranno poco dopo incendiate e quasi irriconoscibili.
     Ma Mimì non era  morto, era  ferito gravemente. Trasportato in ospedale, i medici lo dichiareranno clinicamente morto. Morirà dopo tredici giorni  di agonia. Qualche ora dopo, a Santa Maria Capua Vetere, quando la notizia si diffonderà, toccherà ad un carabiniere, un collega di Mimì, avvisare i suoi parenti. Sono appena passate le dieci di sera, quando un militare dell’arma suona al citofono in via dei Gladiatori, vicino all’anfiteatro romano. “Buonasera. Cerco i parenti di Domenico Russo”, dice con voce tremante e imbarazzata. “Prego, dite, dite pure”, risponde Secondino Russo, l’anziano papà di Mimì, mentre apre la porta per far entrare il giovane che indossa una divisa a lui familiare e cara. Al suo fianco la moglie Maria e un figlio, Giuseppe. “Ma è successo qualcosa a Mimì?”, chiede la mamma, presagendo che chi aveva bussato fosse un messaggero di sventure. “Sapete”, riprende imbarazzato il carabiniere, “c'è stato un conflitto a fuoco a Palermo. Domenico è stato ferito e si trova in ospedale”. E mentre ancora il carabiniere cercava di minimizzare l’accaduto, arrivò Teresa, la sorella primogenita di Mimì, che invece aveva sentito la notizia al telegiornale. Nessuno dei familiari credette al ferimento. Sapevano bene che in questi casi le bugie sono dette a fin di bene, per non far spaventare i congiunti.


     Nella notte il papà di Mimì e il fratello Giuseppe vennero accompagnati a Palermo. Assistiti e sostenuti nel miglior modo possibile. Si resero ben presto conto di ciò che era accaduto e che per Domenico Russo era solo questione di ore. Non ce l’avrebbe fatta. l medici l’avevano dichiarato clinicamente morto. Dopo tredici giorni  di agonia la sua vita si spense senza che avesse mai ripreso conoscenza.
    l funerali di Domenico Russo ebbero luogo in forma privata il 16 settembre 1982 nella chiesa di Santo Spirito nel cimitero palermitano di Sant'Orsola. Con i familiari c’era anche il sindaco di Santa Maria Capua Vetere e una delegazione di amministratori comunali. Al funerale c’erano centinaia di suoi colleghi carabinieri, ma anche di poliziotti. La salma, che per volontà della moglie rimase in Sicilia fu portata a spalla dai colleghi nel breve tragitto che separava la chiesa dal loculo dove fu tumulato. Tra le autorità presenti ai funerali, c’erano una delegazione del Pci siciliano, il sottosegretario all’lnterno  Angelo Sanza, il presidente dell'Assemblea Regionale Siciliana Salvatore Lauricella, il prefetto  Emanuele De Francesco, il ministro della Marina mercantile  Calogero Mannino e il sindaco di Palermo, Nello Martellucci.
     Mimì aveva trentadue anni. Lavorava in Prefettura a Palermo già da qualche anno. Era nato a Santa Maria Capua Vetere il 27 dicembre del 1950. Era sposato con una ragazza siciliana, Fina da cui aveva avuto due figli, Dino e Toni. Era orgoglioso di sua moglie e si notò sin da quando, ancora giovane carabiniere era  Palermo e portò a casa la fidanzata siciliana per farla conoscere ai parenti.
“L’ho conosciuto Domenico Russo”, racconta Gennaro Nuvoletta, carabiniere, fratello di un altro giovane carabiniere Salvatore Nuvoletta, ucciso dalla camorra a Marano il 2 luglio del 1 982. “Io facevo già da autista e da scorta al generale Dalla Chiesa da quattro anni. Quando venne nominato prefetto a Palermo il 30 aprile, mi portò con sé. Domenico Russo, bravissimo ragazzo, lavorava alla Prefettura di Palermo.  Facemmo subito amicizia, perché lui era campano come me. Il prefetto lo scelse come autista e come agente di scorta. Il generale mi chiese di istruirlo per una ventina di giorni perché conoscevo già le sue abitudini e i suoi metodi di lavoro. Avevamo in dotazione una Croma blindata col telefono a bordo che portai a Palermo i primi di maggio di quell’anno. Il ragazzo di Santa Maria Capua Vetere si dimostrò subito all’altezza. Poi tornai  a Marano perché il 4 luglio dovevo sposarmi. Il prefetto si doveva sposare il 12 luglio e mi propose di andare a vivere a Palermo. Mi avrebbe fatto alloggiare in un appartamento a Villa Pajno dove alloggiava insieme alla moglie. “Mia moglie lì non conosce nessuno e nemmeno tua moglie. Così le facciamo stare insieme e si fanno compagnia a vicenda”, mi aveva detto Il generale Dalla Chiesa, intanto, mi teneva informato delle sue attività. Continuava a girare per le scuole. “È dai ragazzi che bisogna cominciare se vogliamo cambiare qualcosa, caro Gennaro”, mi ripeteva continuamente. “lo lo faccio, ma gli altri?”. “La situazione, però, precipitò. Il 2 luglio la camorra ammazzò mio fratello. Rimandai il matrimonio. Il generale si sposò e ripartì per Palermo. Il 3 settembre l’agguato e la tragica fine per mano dei mafiosi in cui morì anche Domenico Russo, mise fine a tutto”.


“Io sono la prima”, dice Teresa Russo, la sorella di Mimì, “nonostante siano passati tanti anni dalla morte di mio fratello, non riesco a parlane con serenità. Ogni volta che parlo di Mimì o mi ricordo dell’accaduto, mi sento male. Mi fa sempre lo stesso effetto, non ci posso fare niente”. E mentre parla scoppia a piangere. Anche l'altro fratello Giuseppe non riesce a parlare di Domenico: “Che volete da me?… E passato tanto tempo. Lasciateci stare”. (Dichiarazioni riportate nel libro “Al di là della notte”, storie di vittime innocenti della criminalità di Raffaele Sardo )
Qualche anno fa i fratelli di Mimì si sono incontrati a Capua con il figlio del generale Dalla Chiesa, Nando. Un incontro davvero commovente. Si sono detti solo poche parole. É bastato poco per dirsi con gli sguardi e con qualche lacrima tutto il dolore che si portavano dentro da quel 3 settembre del 1982. La moglie di Mimì e i due figli maschi vivono ancora a Palermo. Sono stati aiutati dallo Stato. Lei lavorava nei grandi magazzini. Fu assunta in Prefettura a Palermo come impiegata civile. Dino e Toni, dopo il diploma, sono stati assunti alla Regione Sicilia. Il Comune di Santa Maria Capua Vetere ha intitolato una strada a Domenico Russo. Proprio la via dove abitava da ragazzo. Vicino all’Anfiteatro. 
Al giovane carabiniere ucciso con il prefetto di Palermo e la moglie,  è stata anche assegnata la medaglia d’oro al valor civile con la seguente motivazione: “Di scorta automontata per il servizio di sicurezza ad eminente personalità, assolveva al proprio compito con sprezzo del pericolo e profonda abnegazione. Proditoriamente fatto segno a numerosi colpi d’arma  da fuoco esplosi a distanza ravvicinata da parte di alcuni appartenenti a cosche mafiose, tentava di reagire al fuoco degli aggressori nell’estremo eroico tentativo di fronteggiare i criminali, immolando così la vita nell’adempimento del dovere. Palermo 3 settembre 1982”.




 

Mimi, carabiniere in terra di mafia
L’agonia e la morte del giovane carabiniere sammaritano riportata da un dispaccio dell’Ansa dell’epoca



Ansa – Palermo – 16 settembre 1982 -  Morto l’agente ferito nell’agguato di Palermo. Era la guardia del corpo di Dalla Chiesa  — Il carabiniere  Domenico Russo, di 32 anni, che era stato gravemente ferito la sera del 3 settembre scorso nell'agguato al generale Dalla Chiesa e alla moglie Emanuela Setti Carraro è morto ieri nel centro di rianimazione dell'ospedale civile. Russo era entrato nel corpo  sette anni fa per assicurarsi un lavoro non precario -  hanno detto i congiunti. Dopo  sposato fu trasferito a Palermo dove fu assegnato, come autista, al prefetto. Lascia la moglie e due figli. Antonio e Pino, rispettivamente di due e quattro anni. La morte dell'agente Russo e avvenuta per collasso cardiocircolatorio. Da alcuni giorni considerato clinicamente morto — essendo il suo encefalogramma piatto — veniva tenuto in vita dalle apparecchiature di rianimazione. La salma è stata trasferita nella sala mortuaria del cimitero di Sant'Orsola per l'autopsia. La camera ardente sarà allestita, dopo l'autopsia, nella chiesa di Santo Spirito all'Interno del cimitero. Anche i funerali, per volere del familiari dell'agente, si svolgeranno stamani nella stessa chiesa. Domenico Russo, era nato a Santa Maria Capua Vetere (Caserta), al momento dell'agguato seguiva la macchina nella quale erano il generale e la moglie. Il carabinieri  venne colpito da sei proiettili. Quello risultato letale lo aveva raggiunto alla testa provocando lo scoppio del cranio. Il proiettile aveva prodotto una lesione encefalica rimanendo conficcato all’interno della scatola cranica. Il carabiniere era stato sottoposto ad un lungo e difficile intervento chirurgico, ma i danni provocati dalla ferita alla testa erano purtroppo irreversibili. A Palermo, chiamato dall'alto commissario contro la mafia Emanuele De Francesco, era giunto il prof. Guidetti, neurochirurgo di fama internazionale, il quale però aveva confermato la diagnosi di “morte cerebrale” fatta dall'equipe di medici palermitani guidata dal prof. Vanadio. Da quel giorno Domenico Russo è stato mantenuto in vita meccanicamente e pur essendovi la certezza che non c'era più nulla da fare il prof. Vanadio “da cristiano e da padre di famiglia” si è sempre rifiutato di staccare la spina dell'apparecchio che permetteva al forte cuore dell'agente di continuare a battere. All'ospedale civico, per rendere omaggio alla salma, si sono  recate le più alte autorità cittadine, i più alti gradi della magistratura ed inoltre funzionari ed agenti di polizia e i responsabili del comandi dell'Arma del carabinieri.