Cari avvocati, è l'ora di lottare sui principi.
Senza mediazioni
di Valerio
Spigarelli/ Il Dubbio, 14 luglio 2018
Una premessa è d'obbligo: chi, nel
variegato mondo dell'avvocatura, ha responsabilità di rappresentanza politica,
istituzionale o associativa, deve fare i conti con il principio di realtà,
dunque, in primis, confrontarsi con il governo e le forze politiche che lo
sostengono.
Questo per dire che gli incontri e
la diplomazia istituzionale, da un lato, da un altro la costruzione di un canale
di collegamento con la Lega di Salvini o il Movimento 5 stelle, che
istituzioni, organismi politici ed associazioni dell'avvocatura stanno ponendo
in essere in questo periodo non sono un problema, anzi non sono "il
problema".
Il problema è che l'attuale
maggioranza di governo esprime un sentimento, peraltro prevalente nella
pubblica opinione come dimostrano sia il consenso elettorale che la vulgata
popolare, che può portare alla ablazione di diritti e principi, persino di
livello costituzionale, che ritenevamo ormai acquisiti e stabilizzati nel
nostro ordinamento.
Facciamo alcuni esempi. Ciò che sta
avvenendo a proposito dei migranti, così come la drammatizzazione della vicenda
della legittima difesa, ci dicono che il valore della vita umana, nell'attuale
mercato della politica, è ben al di sotto della linea invalicabile che eravamo
abituati a considerare patrimonio comune del contratto sociale repubblicano.
Questo è il motivo per il quale il diritto d'asilo, espressamente riconosciuto
all'articolo 10 della Costituzione, è oggetto di scherno da parte del ministro
dell'Interno mentre, nella scala dei beni costituzionali, l'inviolabilità del
domicilio balza in avanti rispetto a quella della persona umana.
Che poi entrambe le vicende siano
espressione prima di tutto della strumentalizzazione propagandistica di temi
securitari, che non trovano riscontro nei dati della realtà, è un problema
diverso. Quello che voglio segnalare è l'approccio culturale-giuridico a queste
problematiche. Per quanto ogni tanto, ipocritamente, evocato dal ministro di
Giustizia, l'articolo 27 della Costituzione, tra appelli all'irrigidimento del
regime del "carcere duro" (così testualmente nel contratto di
governo), mantra sulla "certezza della pena" e concreto sabotaggio
delle riforme dell'ordinamento penitenziario, rischierebbe di essere abrogato
in un amen se messo a referendum tra i popoli della Lega e dei grillini, prima
ancora che misconosciuto dalla vertiginosa ignoranza che la classe dirigente di
quei movimenti dimostra ogni volta che a tale tema si accosta. I diritti
acquisti, vedi la vicenda dei vitalizi, vengono trattati come il simbolo del
privilegio e dunque pubblicamente ghigliottinati nel tripudio delle gazzette e
dei programmi televisivi tricoteuse che fanno la fortuna dei populisti qui da
noi come in Europa e al di là dell'Atlantico. Ma anche quelli, discutibili e
inguardabili quanto si vuole, stanno dentro al tema del diritto e dei diritti,
e guarda tu anche a quello della certezza dei rapporti giuridici.
Passando al processo, i nuovi si
propongono di abrogare con un tratto di penna il divieto di reformatio in
peius, in nome di un disegno che si fonda sulla deterrenza delle impugnazioni
il quale, come ricordava anni fa Giorgio Spangher, non venne in mente neppure
al ministro fascista Rocco. Senza dimenticare le grida governative sulla
necessità di ulteriore rafforzamento delle intercettazioni e del Trojan, le
quali dimostrano, oltre alla consueta ed imbarazzante incompetenza, visto che
tali strumenti sono di larghissima applicazione dopo la legge Orlando, anche
una visione del diritto alla riservatezza delle comunicazioni che fa a pugni
con l'articolo 15 della Costituzione e sta tutta dentro una tradizione di
assoluto, e autoritario, disprezzo di una concezione autenticamente liberale
dei rapporti tra i cittadini e lo Stato. Quella partita con lo slogan "
intercettateci tutti" e finita (per ora) con le app Big Brother style del
sindaco di Roma con la quali si vogliono trasformare i romani del 2018 in tanti
piccoli capo caseggiato come ai tempi della buonanima.
Fermiamoci qui, benché potremmo
andare avanti. Il problema, politico, è che questa impressionantinvoluzione
gode del consenso maggioritario degli italiani, ciò deve essere riconosciuto,
tanto che alcune delle cose indicate fin qui trovano favore bipartisan anche
nel popolo del campo avverso e, a stare ai risultati delle elezioni del Csm,
pure in una parte ormai significativa della magistratura. Ma allora, oltre a
tentare di limitare i danni proprio attraverso quella dialettica istituzionale/
associativa di cui si diceva in premessa, quale dovrebbe essere il compito di
chi ha nel proprio patrimonio genetico una certa idea del diritto e dei
diritti? La risposta è semplice: non concedere nulla, mai, a questa orgia
retorica ed autoritaria. Per prima cosa denunciare, ogni giorno, con durezza e
determinazione, il disegno complessivo, incalzando il governo, le forze
politiche che lo sostengono ed anche quelle, diversificate, di opposizione che
certe volte lo avversano con argomenti che concedono troppo al timore di essere
impopolari, o, peggio, affondano le loro ragioni nel medesimo humus.
Ma farlo seriamente significa, o
perlomeno dovrebbe, parlare la lingua chiara della difesa dei diritti dei
cittadini, senza aver timore della impopolarità. Inutile girarci attorno: noi,
quelli che del diritto hanno una certa idea, oggi siamo all'opposizione
dappertutto, nelle assemblee legislative, nei giornali, in televisione, persino
a cena con gli amici.
Siamo una parte ultra-minoritaria nella
società ma questo non deve trasformare "il principio di realtà" di
cui sopra in minuetto istituzionale o in birignao associativo. Quando si bussa
alla porta della politica per portare a casa qualcosa - magari una riformicchia
che restituisce tribunali o ne fa riaprire di pericolanti - va bene, per buona
educazione, ringraziare in caso di successo, ma sempre chiarendo che su alcune
cose non c'è possibilità di mediazione.
È bene che si dica, anzi che dicano
quelli che possono parlare a nome dell'avvocatura italiana, che se abrogano il
divieto di reformatio in peius, i tribunali glieli facciamo chiudere per
sciopero, e per un bel pezzo, come avvenne nel 1992 quando si scippò agli
italiani il Giusto Processo. In questo momento c'è bisogno di coerenza e risolutezza,
in difesa della idea moderna e liberale del diritto, il tempo delle diplomazie
non è questo.
Quando i sovranisti irridono la
Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, come ha fatto Salvini, l'avvocatura deve
rispondere a palle incatenate, tanto per capirci, non intingendo la penna
nell'inchiostro simpatico dei comunicati stampa, che dopo un giorno è bello che
dissolto. Quando faranno (ad agosto ci scommetto, come facevano quelli di
prima, per la verità...) l'ennesimo "decreto sicurezza" pieno di
marchette giudiziarie a favore di questa o quella Procura, di questa o quella
agenzia investigativa, di questo o quel foglio manettaro, quelli che da
venticinque anni e più si battono per una certa idea della Giustizia scendano
in campo, subito, senza aspettare la fine delle ferie.
Lo facciano gli organismi che
operano in nome della rappresentanza dell'avvocatura, CNF prima di tutto,
altrimenti meglio cambiare mestiere. E se per farlo dobbiamo epater le burgeois
bestemmiando nella chiesa dei luoghi comuni, diciamo, per esempio, che la
battaglia radicale di Marco Pannella per l'amnistia va dissotterrata e ripresa,
così dimostriamo che gli avvocati non guardano ai loro portafogli quando si
occupano del bene comune.
Un estate di molti anni fa, quando
un governo pieno di "garantisti" coprì le malefatte di chi aveva
torturato alla scuola Bolzaneto, i penalisti italiani si divisero,
inizialmente, sull'interrogativo se fosse o meno compito della loro
associazione prendere posizione. Fu un dibattito vero, duro, e alla fine la
scelta fu quella di gridare alla società italiana che gli avvocati erano sempre
dalla parte dei diritti inviolabili dei cittadini, che il corpo di chi è nelle
mani dello Stato è sacro. Senza tatticismi o diplomazie. Avrei voluto vedere e
sentire qualcosa di simile anche a proposito dei balletti sul sangue dei
migranti e se qualcuno ci avesse chiesto perché ci stavamo impicciando di
questo tema avrei risposto che dove ci sono diritti inviolabili ci sono gli
avvocati. O forse, tanto per usare modi e lessico comprensibile ai nuovi
barbari, dopo uno stentoreo "vaffa" avrei semplicemente chiarito:
"siamo avvocati, mica lacché".
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