Sgominata una banda di rapinatori che avevano seminato il
terrore con grassazioni, furti, rapine, sequestri di persone e tentati omicidi
Alvignano - Il 29 gennaio del 1956 ci fu un grande
blitz, i carabinieri della Squadra di polizia Giudiziaria della Procura della
Repubblica del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, al comando del famigerato
Brig. Aniello Romanucci che sgominò
una agguerrita banda di rapinatori che avevano seminato il terrore con
grassazioni, furti, rapine sequestri di persone ed omicidi e di associazione a
delinquere (perché all’epoca non esisteva l’aggravante della associazione
mafiosa). Nella rete della Fedelissima caddero: Antonio Sgliocca, di anni 29, da Aversa, capobanda, ufficialmente
commerciante di animali equini e bovini; Michele
Sagliocca, di anni 48, da Aversa, commerciante di animali; Arturo D’Errico, di anni 23 da Aversa,
autista; Gaetano Musto, di anni 61,
da Villa Literno, contadino; Giovanni
Bellotta, di anni 30, da Alvignano, sensale di animali equini; Musto Aniello, di anni 29, da Villa
Literno, commerciante di animali equini. La Banda fu accusata – tra l’altro – di
tentato omicidio nei confronti di Pietro
Zullo e Ciro Ferrara da Alvignano e
di furto di bestiame nei confronti di Natale
Cennamo, Antonio Caracciolo, Domenico Verde, Francesco Palmieri, tutti
allevatori delle zone dell’alto caitino. Da alcuni mesi furti di bestiame verificatisi
nottetempo nei comuni della provincia di Caserta – con audacia e rapidità –
avevano turbato la tranquillità operosa
dei piccoli e medi proprietari di bestiame. Il crescente fenomeno
delinquenziale consigliò, pertanto, di reprimere comunque tale attività
criminosa e questo provvedimento si rese addirittura impellente ed urgente
allorquando una ridda di denunce della fattispecie vennero presentate ai vari
comandi dell’Arma. Animali ovini e bovini vennero difatti asportati dalle
rispettive proprietà a danno di: Arturo
Noviello (sindaco di Castel Volturno, poi assassinato nella sua abitazione,
delitto rimasto irrisolto); Francesco
Papa, ( Sparanise); Nicola Cecere, Paolo
D’Abrosca, (Grazzanise); Luigi
Letizia, (Capua); Domenico Verde
(Aversa); L’operazione di contrasto fu
diretta personalmente dal Capitano Donato
Pomes, comandante la Compagnia di S. Maria C.V. Per cogliere il flagranza
di reato (abigeato) fu disposto un continuo logorante appiattimento nei punti
nevralgici della via Appia ed altri militari (sotto mentite spoglie) furono
inviati ad insidiare i pregiudicati nelle loro alcove e i rifugi della malavita
allo scopo di attingere qualsiasi notizia utile ai fini dell’indagine. Ma la
sagacia dei carabinieri scoprì subito che Michele Sagliocca, stranamente, e suo
figlio Antonio, si erano arricchiti negli ultimi tempi con la compravendita
degli animali equini e bovini e vennero subito sospettati. Tra l’altro, un loro
parente, era stato di recente arrestato proprio per abigeato e tutto lasciava
supporre che l’intera famiglia fosse dedita al furto degli animali avendo anche
a disposizione un autocarro atto alla bisogna. Il 24 gennaio del 1956 si presentava ai
carabinieri di Alvignano il carrettiere Cennamo
Natale, il quale dichiarava che due sconosciuti – fatto constato anche
dalla sua parente Concetta Ciotti –
forzato l’ingresso della sua stalla gli avevano asportato un cavallo
dirigendosi velocemente verso la località S. Pietro. Lo stesso precisava
inoltre che all’inseguimento dei ladri si erano dati due coraggiosi giovani del
luogo: Pietro Zullo e Ciro Ferrara e che però erano riusciti
soltanto a rilevare il numero di targa dell’autocarro che trasportava gli
animali rubati e che lui aveva gravi sospetti di un contadino della zona tale Giovanni Bellotta. Il comandante della
Stazione di Alvignano, raccolta la denuncia, con l’ausilio dei suoi
collaboratori e con l’auto di certo Ing. Mario
Zeppetelli, da Piedimonte Matese
si dava alla ricerca dell’autocarro dei ladri. Rimaste infruttuose le ricerche
i carabinieri interrogarono il Bellotta il quale ammise di essere stato presso
la stalla del Cennamo, assieme ad Antonio Sagliocca, ma per concludere
l’acquisto di un cavallo che però non avvenne per ragioni ovvie. Insomma i
carabinieri vennero al bandolo della matassa e scoprirono anche il metodo
adottato: prima una visita con la scusa di comprare gli animali e poi di notte
il furto.
Subodorato
il tutto i carabinieri effettuarono un controllo ad Aversa presso i Sagliocca
mentre ad Alvignano in caserma continuavano ad arrivare segnalazioni di altri
furti di bestiame.
Si
appurò, inoltre, che mentre il giovane Pietro
Zullo tentava di annotare la targa dell’autocarro che trasportava gli
animali rubati veniva fatto segno a numerosi colpi di arma da fuoco
fortunatamente andati a vuoto – ma, nonostante questo - riusciva a segnare i
numeri della targa dell’automezzo CE
10083.
Nella
prime ore del 25 gennaio del 1956 anche tale Antonio Caracciolo denunciava ai carabinieri di Alvignano che verso
le ore 23 sentì passare un autocarro ad andatura veloce e che ignoti ladri
avevano tentato – dopo avere rimosso la rete a protezione di una finestra – di
introdursi in un vano terraneo di sua proprietà adibito a deposito di cereali,
di vino e di olio, precisando che detto vano si trovava a breve distanza dalla
stalla in cui custodiva una somara ed un somarello.
Si
accertava, frattanto, che l’autocarro si apparteneva a tale Domenico Di Fusco, e in un locale di
quest’ultimo rinvennero il mezzo, sorpreso Antonio Sagliacca e Arturo D’Errico – autista del camion –
e trovarono nei pressi di un gabinetto una pistola automatica 7,65 efficiente,
carica di un solo colpo, con tracce di recente sparo. Il D’Errico condotto in
caserma con il Sagliocca alle contestazioni mossegli dichiarò che il Sagliocca
si rivolse a lui per contrattare il noleggio dell’automezzo di Di Fusco,
volendo servirsene per eseguire in serata il trasporto di due o tre cavalli che
prelevarsi oltre Caiazzo e per trasportare l’indomani le bestie a Roma. A Caiazzo il colpo di scena: I tre lestofanti
dopo aver lasciato l’autista e il camion ritornarono e dopo aver fatto
accostare l’automezzo ad un terreno in rialzo adiacente alla strada, vi
caricarono precipitosamente un cavallo; il Musto impose all’autista di partire
in fretta dicendo che i venditori dello animale – con i quali erano venuti a
lite – stavano per sparare. In tutta fretta fu percorsa la strada Santa Maria
Capua Vetere, Casaluce, Frignano, Casal di Principe, raggiungendo Villa Literno
ove il cavallo fu scaricato nella stalla di Gaetano Musto, padre di Aniello.
Scoperta la pista dove finivano i
cavalli rubati: Roma – Confronto tra gli arrestati e accuse reciproche
Arturo
D’Errico, autista del camion, continuando il suo interrogatorio e posto a
confronto con gli altri fermati disse “di avere riferito al suo padrone quanto
era accaduto, manifestandogli il convincimento che il cavallo era stato rubato”.
Aggiunse anche che giorni precedenti assieme ad Aniello Musto e Antonio
Sagliocca aveva trasportato a Roma due cavalli prelevati dalla stalla di Getano
Musto. Uno dio tali animali doveva essere quello rubato qualche giorno prima in
Aversa, anche perché il Sagliocca al ritorno consegnò al Musto Lire 38.500 che
furono date subito ad altra persona e che non sembrava verosimile che solo il
Sagliocca non fosse a conoscenza di un furto perpetrato in danno di una persona
che domiciliava presso di lui. Il D’Errico concluse che la pistola sequestrata dai carabinieri fosse di sua
pertinenza e fece presente che il Sagliocca – quando i carabinieri penetrarono
nel deposito del Fusco – gli raccomandò di dire che nella sera precedente non
avevano caricato nulla. A seguito della ammissioni del D’Errico il Sagliocca
ammetteva di essersi recato qualche
giorno prima in Alvignano per acquistare il cavallo del Cennamo. Riconosceva
anche di avere effettuato un trasporto di cavalli a Roma. Affermava che nella sera del 24 aveva
ritirato da uno sconosciuto – che glielo aveva venduto tre giorni prima per 60
mila lire un cavallo e servendosi dell’automezzo del Fusco lo aveva fatto
trasportare a Villa Literno nella stalla di Aniello Musto. I carabinieri
comunque rinvennero nella stalla di Vico di Pantano due cavalli di cui uno era
quello rubato ad Alvignano. Si accerto che l’altro animale rinvenuto nella
stalla del Musto era la cavalla rubata ad Aversa. Per tutti i furti perpetrati
(circa 15 animali) vennero anche denunciati per associazione a delinquere,
rapina, furto aggravato anche: Michele
e Emilio Galloppo, Cipriano Ricciardi, Tammaro Di Tella oltre ai Musto e ai
Sagliocca. A tutti nel corso del dibattimento venne contestata l’aggravante per
avere commesso i reati in tempo di notte ed in circostanze tali da ostacolare
la privata libertà. Tutti si protestarono innocenti. “Non è verosimile –
annotarono gli investigatori – che si sia scelta una persona – per il trasporto
della refurtiva, dal luogo del delitto alla stalla del Musto e dalla stalla
suddetta a Roma, come volevano far credere tutti, una persona non legata dal “vincolum sceleris”. Ciò per evitare sia
il rischio che il D’Errico si rifiutasse di prestare la sua opera nel momento
in cui si rendeva conto di essere coinvolto in un delitto – sconvolgendo il
piano organizzato dai ladri – sia il pericolo, ancora più grave, di una
denunzia all’Autorità competente.
La dura condanna della Corte di Assise con 50 anni
complessivi di reclusione per tutti i componenti della banda
La
Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (composta dal presidente, Eduardo Cilenti; dal giudice a latere, Guido Tavassi; dal pubblico ministero, Gennaro Calabrese e dai giudici popolari: Giuseppe
Caparretti, Gennaro Della Valle,
Vincenzo Porfidia, Antonio Ciaramella, Vittorio Picillo e Alberto Tartaglione), con sentenza del 16 novembre del 1967, condannò
Antonio Sagliocco, ad anni 15;
Arturo D’Errico, ad anni 7; Aniello
Musto, ad anni 16 e Gaetano Musto ad anni 10
di reclusione. A pena espiata tre anni di sorveglianza speciale e la
confisca delle armi fucili, pistole e proiettili. La decisione fu appellata:
gli avvocati invocarono l’assoluzione per insufficienza di prove, per i
tentativi di furto, la manca di associazione a delinquere, insufficienza di
prove per tutte le rapine (che erano da considerarsi furti). Insomma gli
avvocati lamentarono che le indagini dei carabinieri avevano aggravato
notevolmente le colpe degli imputati inventando fatti inesistenti addossando
per esempio agli stessi omicidi rimasti impuniti e spari che non avevano nessun
nesso di causalità tra i fatti di abigeato e la criminalità dell’epoca. Gli avvocati impegnati nel processo furono: Alfonso Martucci, Carlo Cipullo, Giuseppe
Marrocco, Giuseppe Garofalo, Antonio Simoncelli e Alfredo De Marsico.
Nessun commento:
Posta un commento