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lunedì 1 giugno 2020






Sgominata una  banda di rapinatori che avevano seminato il terrore con grassazioni, furti, rapine, sequestri di persone e tentati omicidi

Alvignano - Il 29 gennaio del 1956 ci fu un grande blitz, i carabinieri della Squadra di polizia Giudiziaria della Procura della Repubblica del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, al comando del famigerato Brig. Aniello Romanucci che sgominò una agguerrita banda di rapinatori che avevano seminato il terrore con grassazioni, furti, rapine sequestri di persone ed omicidi e di associazione a delinquere (perché all’epoca non esisteva l’aggravante della associazione mafiosa). Nella rete della Fedelissima caddero: Antonio Sgliocca, di anni 29, da Aversa, capobanda, ufficialmente commerciante di animali equini e bovini; Michele Sagliocca, di anni 48, da Aversa, commerciante di animali; Arturo D’Errico, di anni 23 da Aversa, autista; Gaetano Musto, di anni 61, da Villa Literno, contadino; Giovanni Bellotta, di anni 30, da Alvignano, sensale di animali equini; Musto Aniello, di anni 29, da Villa Literno, commerciante di animali equini.  La Banda fu accusata – tra l’altro – di tentato omicidio nei confronti di Pietro Zullo e  Ciro Ferrara  da Alvignano e di furto di bestiame nei confronti di Natale Cennamo, Antonio Caracciolo, Domenico Verde, Francesco Palmieri,  tutti allevatori delle zone dell’alto caitino.  Da alcuni mesi furti di bestiame verificatisi nottetempo nei comuni della provincia di Caserta – con audacia e rapidità – avevano turbato  la tranquillità operosa dei piccoli e medi proprietari di bestiame. Il crescente fenomeno delinquenziale consigliò, pertanto, di reprimere comunque tale attività criminosa e questo provvedimento si rese addirittura impellente ed urgente allorquando una ridda di denunce della fattispecie vennero presentate ai vari comandi dell’Arma. Animali ovini e bovini vennero difatti asportati dalle rispettive proprietà a danno di: Arturo Noviello (sindaco di Castel Volturno, poi assassinato nella sua abitazione, delitto rimasto irrisolto); Francesco Papa, ( Sparanise);  Nicola Cecere,  Paolo D’Abrosca, (Grazzanise); Luigi Letizia, (Capua); Domenico Verde (Aversa);  L’operazione di contrasto fu diretta personalmente dal Capitano Donato Pomes, comandante la Compagnia di S. Maria C.V. Per cogliere il flagranza di reato (abigeato) fu disposto un continuo logorante appiattimento nei punti nevralgici della via Appia ed altri militari (sotto mentite spoglie) furono inviati ad insidiare i pregiudicati nelle loro alcove e i rifugi della malavita allo scopo di attingere qualsiasi notizia utile ai fini dell’indagine. Ma la sagacia dei carabinieri scoprì subito che Michele Sagliocca, stranamente, e suo figlio Antonio, si erano arricchiti negli ultimi tempi con la compravendita degli animali equini e bovini e vennero subito sospettati. Tra l’altro, un loro parente, era stato di recente arrestato proprio per abigeato e tutto lasciava supporre che l’intera famiglia fosse dedita al furto degli animali avendo anche a disposizione un autocarro atto alla bisogna.  Il 24 gennaio del 1956 si presentava ai carabinieri di Alvignano il carrettiere Cennamo Natale, il quale dichiarava che due sconosciuti – fatto constato anche dalla sua parente Concetta Ciotti – forzato l’ingresso della sua stalla gli avevano asportato un cavallo dirigendosi velocemente verso la località S. Pietro. Lo stesso precisava inoltre che all’inseguimento dei ladri si erano dati due coraggiosi giovani del luogo: Pietro Zullo e Ciro Ferrara e che però erano riusciti soltanto a rilevare il numero di targa dell’autocarro che trasportava gli animali rubati e che lui aveva gravi sospetti di un contadino della zona tale Giovanni Bellotta. Il comandante della Stazione di Alvignano, raccolta la denuncia, con l’ausilio dei suoi collaboratori e con l’auto di certo Ing. Mario Zeppetelli, da Piedimonte Matese si dava alla ricerca dell’autocarro dei ladri. Rimaste infruttuose le ricerche i carabinieri interrogarono il Bellotta il quale ammise di essere stato presso la stalla del Cennamo, assieme ad Antonio Sagliocca, ma per concludere l’acquisto di un cavallo che però non avvenne per ragioni ovvie. Insomma i carabinieri vennero al bandolo della matassa e scoprirono anche il metodo adottato: prima una visita con la scusa di comprare gli animali e poi di notte il furto.
Subodorato il tutto i carabinieri effettuarono un controllo ad Aversa presso i Sagliocca mentre ad Alvignano in caserma continuavano ad arrivare segnalazioni di altri furti di bestiame.
Si appurò, inoltre, che mentre il giovane Pietro Zullo tentava di annotare la targa dell’autocarro che trasportava gli animali rubati veniva fatto segno a numerosi colpi di arma da fuoco fortunatamente andati a vuoto – ma, nonostante questo - riusciva a segnare i numeri della targa dell’automezzo CE 10083.
Nella prime ore del 25 gennaio del 1956 anche tale Antonio Caracciolo denunciava ai carabinieri di Alvignano che verso le ore 23 sentì passare un autocarro ad andatura veloce e che ignoti ladri avevano tentato – dopo avere rimosso la rete a protezione di una finestra – di introdursi in un vano terraneo di sua proprietà adibito a deposito di cereali, di vino e di olio, precisando che detto vano si trovava a breve distanza dalla stalla in cui custodiva una somara ed un somarello.
Si accertava, frattanto, che l’autocarro si apparteneva a tale Domenico Di Fusco, e in un locale di quest’ultimo rinvennero il mezzo, sorpreso Antonio Sagliacca e Arturo D’Errico – autista del camion – e trovarono nei pressi di un gabinetto una pistola automatica 7,65 efficiente, carica di un solo colpo, con tracce di recente sparo. Il D’Errico condotto in caserma con il Sagliocca alle contestazioni mossegli dichiarò che il Sagliocca si rivolse a lui per contrattare il noleggio dell’automezzo di Di Fusco, volendo servirsene per eseguire in serata il trasporto di due o tre cavalli che prelevarsi oltre Caiazzo e per trasportare l’indomani le bestie a Roma.  A Caiazzo il colpo di scena: I tre lestofanti dopo aver lasciato l’autista e il camion ritornarono e dopo aver fatto accostare l’automezzo ad un terreno in rialzo adiacente alla strada, vi caricarono precipitosamente un cavallo; il Musto impose all’autista di partire in fretta dicendo che i venditori dello animale – con i quali erano venuti a lite – stavano per sparare. In tutta fretta fu percorsa la strada Santa Maria Capua Vetere, Casaluce, Frignano, Casal di Principe, raggiungendo Villa Literno ove il cavallo fu scaricato nella stalla di Gaetano Musto, padre di Aniello.



Scoperta la pista dove finivano i cavalli rubati: Roma – Confronto tra gli arrestati e accuse reciproche




Arturo D’Errico, autista del camion, continuando il suo interrogatorio e posto a confronto con gli altri fermati disse “di avere riferito al suo padrone quanto era accaduto, manifestandogli il convincimento che il cavallo era stato rubato”. Aggiunse anche che giorni precedenti assieme ad Aniello Musto e Antonio Sagliocca aveva trasportato a Roma due cavalli prelevati dalla stalla di Getano Musto. Uno dio tali animali doveva essere quello rubato qualche giorno prima in Aversa, anche perché il Sagliocca al ritorno consegnò al Musto Lire 38.500 che furono date subito ad altra persona e che non sembrava verosimile che solo il Sagliocca non fosse a conoscenza di un furto perpetrato in danno di una persona che domiciliava presso di lui. Il D’Errico concluse che la pistola  sequestrata dai carabinieri fosse di sua pertinenza e fece presente che il Sagliocca – quando i carabinieri penetrarono nel deposito del Fusco – gli raccomandò di dire che nella sera precedente non avevano caricato nulla. A seguito della ammissioni del D’Errico il Sagliocca ammetteva di essersi recato  qualche giorno prima in Alvignano per acquistare il cavallo del Cennamo. Riconosceva anche di avere effettuato un trasporto di cavalli a Roma.  Affermava che nella sera del 24 aveva ritirato da uno sconosciuto – che glielo aveva venduto tre giorni prima per 60 mila lire un cavallo e servendosi dell’automezzo del Fusco lo aveva fatto trasportare a Villa Literno nella stalla di Aniello Musto. I carabinieri comunque rinvennero nella stalla di Vico di Pantano due cavalli di cui uno era quello rubato ad Alvignano. Si accerto che l’altro animale rinvenuto nella stalla del Musto era la cavalla rubata ad Aversa. Per tutti i furti perpetrati (circa 15 animali) vennero anche denunciati per associazione a delinquere, rapina, furto aggravato anche: Michele e Emilio Galloppo, Cipriano Ricciardi, Tammaro Di Tella oltre ai Musto e ai Sagliocca. A tutti nel corso del dibattimento venne contestata l’aggravante per avere commesso i reati in tempo di notte ed in circostanze tali da ostacolare la privata libertà. Tutti si protestarono innocenti. “Non è verosimile – annotarono gli investigatori – che si sia scelta una persona – per il trasporto della refurtiva, dal luogo del delitto alla stalla del Musto e dalla stalla suddetta a Roma, come volevano far credere tutti, una persona non legata dal “vincolum sceleris”. Ciò per evitare sia il rischio che il D’Errico si rifiutasse di prestare la sua opera nel momento in cui si rendeva conto di essere coinvolto in un delitto – sconvolgendo il piano organizzato dai ladri – sia il pericolo, ancora più grave, di una denunzia all’Autorità competente.  



La dura condanna della Corte di Assise con 50 anni complessivi di reclusione per tutti i componenti della banda

La Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (composta dal presidente, Eduardo Cilenti; dal giudice a latere, Guido Tavassi; dal pubblico ministero, Gennaro Calabrese  e dai  giudici popolari:  Giuseppe Caparretti, Gennaro Della Valle, Vincenzo Porfidia, Antonio Ciaramella, Vittorio Picillo e Alberto Tartaglione), con sentenza del 16 novembre del 1967,  condannò  Antonio Sagliocco,  ad anni 15;  Arturo D’Errico, ad anni 7;  Aniello Musto, ad anni 16  e Gaetano Musto  ad anni 10  di reclusione. A pena espiata tre anni di sorveglianza speciale e la confisca delle armi fucili, pistole e proiettili. La decisione fu appellata: gli avvocati invocarono l’assoluzione per insufficienza di prove, per i tentativi di furto, la manca di associazione a delinquere, insufficienza di prove per tutte le rapine (che erano da considerarsi furti). Insomma gli avvocati lamentarono che le indagini dei carabinieri avevano aggravato notevolmente le colpe degli imputati inventando fatti inesistenti addossando per esempio agli stessi omicidi rimasti impuniti e spari che non avevano nessun nesso di causalità tra i fatti di abigeato e la criminalità dell’epoca.  Gli avvocati impegnati nel processo furono: Alfonso Martucci, Carlo Cipullo, Giuseppe Marrocco, Giuseppe Garofalo, Antonio Simoncelli e Alfredo De Marsico.   

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