"L'ergastolo è un'offesa all'uomo. Il 41bis un'offesa a
Dio"
Don Vincenzo Russo, Cappellano del carcere Sollicciano di
Firenze: "Chi sbaglia deve avere la possibilità di cambiare". Si
occupa di "poveri e disgraziati" - come li chiama lui - da ormai
trent'anni e racconta di non stupirsi più di niente. La sua chiesa non ha
navate lastricate di monumenti e affreschi: quattro panche e un crocifisso
fanno di un sottoscala umido l'unico spazio di ascolto per coloro che la
società ha smesso di guardare. Quando ci apre la porta che conduce a
Sollicciano avvisa: "Entrare in carcere significa entrare nelle viscere
della terra".
Don Russo, ci racconti perché ha scelto questa vita...
Sono cresciuto in un quartiere alla periferia di Napoli.
Vivevo in un'area urbana di edilizia privata, dall'altra parte c'era uno spazio
di edilizia popolare. Nel mezzo un'area verde: era lo spazio del confronto. Da
una parte c'eravamo noi, che stavamo benino, e dall'altra i ragazzini delle
case popolari che invece non avevano niente. Lo scontro era forte. Crescendo
tra quelle ingiustizie era inevitabile che mi occupassi di carcere.
Dopo tanti anni di esperienza in carcere com'è cambiato il
suo atteggiamento?
All'inizio quasi tutti i detenuti mi dicevano di essere
innocenti. Nonostante le prove, le condanne, i patteggiamenti. Eppure io non
ero un giudice, ero semplicemente un prete. Dopo anni credo di aver capito,
anche se per arrivarci sono dovuto andare in profondità: dentro le storie
miserevoli di persone che non avevano niente. Non si trattava di nascondermi le
cose, il loro era il racconto di una speranza.
Sperare per chi sta scontando una condanna significa anche
guadagnare una seconda possibilità. Che spazio c'è nella nostra società per il
perdono?
Ai detenuti lo stigma rimane addosso come un tatuaggio. Il
giudizio della collettività si trasmette ai loro figli. Allora io cerco di
ascoltarli, senza giudicare, e non mi scandalizzo di tutto ciò che deriva da
una vita di bisogni negati. Credo che prima di me neanche Dio si scandalizzi,
mentre nulla perdonano gli uomini agli altri uomini. Chi ha sbagliato ha
bisogno di perdonare prima di tutto sé stesso, per ritrovare la dignità.
A proposito di dignità, alcuni regimi carcerari, come il
41bis, si pongono in contraddizione con diritti fondamentali della persona...
Il 41bis è un'offesa a Dio. L'ergastolo un'offesa all'uomo.
Nessuno può essere recluso in un luogo snaturato, irreale. Chi ha sbagliato
deve poter percorrere un cammino di ritorno e di rientro nella comunità. Su
questo non c'è alcuna distinzione tra il pensiero laico e quello cristiano:
esiste solo il rispetto per la persona.
La nostra Costituzione stabilisce che la pena deve tendere
alla rieducazione del soggetto. Che investimento dovrebbe fare lo Stato in
questa direzione?
Per alcuni reati gravi, come quelli di stampo mafioso, si
tratta di riuscire a prevenirli. Certi fenomeni sono favoriti dalle condizioni
territoriali, da quelle che io chiamo aree "carcerogere":
moltiplicatori di disuguaglianze, povertà e delinquenza. Soprattutto al Sud,
dove le periferie sono luoghi dell'abbandono, terre di nessuno. Le persone non
nascono criminali, lo diventano.
Qualche giorno fa in questo carcere si è suicidato un
detenuto indicato come collaboratore di giustizia. È stato ritrovato impiccato,
ancora agonizzante...
Ho visto troppi uomini finire con una corda al collo. Spesso
chi decide di morire in carcere lo fa senza dire una parola, decide e basta.
Qualche volta riesce a comunicare il suo dolore. E allora mi chiedo se si
poteva fare qualcosa per salvarlo.
Lei è un uomo di fede, che assolve in carcere a un rito
essenziale come la confessione anche per chi non è credente. Come riesce a
coniugare queste due esigenze?
La confessione per me ha un valore sacramentale e un valore
umano. Per i detenuti spesso rappresenta uno spazio di sicurezza, anche in
considerazione del mio vincolo al silenzio. Raccontare è una liberazione e io
ascolto rispettando la sensibilità di chi ho davanti. Le relazioni più forti
nascono da quel momento di verità e confronto: ho avuto delle bellissime
esperienze di conversione, persone che ho aiutato e hanno cambiato vita. Se ci
fossero più momenti così intensi nelle relazioni probabilmente si riuscirebbe a
ridurre il fenomeno di reiterazione dei reati.
I numeri dicono che per chi sconta la pena in carcere il
tasso di recidiva è molto più alto di chi accede a misure alternative...
Il carcere dovrebbe essere una possibilità di austera
risocializzazione per chi ha vissuto una vita di emarginazione. Bisogna
preparare le persone a una prospettiva fuori dalle mura del penitenziario e
rompere la catena della delinquenza. C'è chi si fa arrestare per avere un letto
in cui dormire, soprattutto d'inverno. Spesso le famiglie dei detenuti
commettono reati per poter mantenere i parenti in carcere. Bisogna cominciare a
riflettere non solo sul carcere a cielo chiuso, ma anche sul carcere a cielo
aperto.
Lei è molto impegnato sul territorio con percorsi di
recupero e reinserimento nella comunità...
Con il progetto di Casa Caciolle - un grande centro
rieducativo che offre appoggio a chi proviene dal carcere e non ha altri punti
di riferimento - lavoriamo sul tema della marginalità grave proponendo numerose
attività: cinema, musica, teatro. Un detenuto che cerca ospitalità deve trovare
un luogo di vita, non solo un pasto caldo e un tetto per la notte. Questo
vorrebbe dire dare seguito a quella modalità dello Stato di parcheggiare le
persone e poi rimetterle nelle piazze. Io non voglio mettere le persone nelle
piazze, voglio restituirgli dignità.
Fonte: di Francesca Spasiano/ Il Dubbio, 30 giugno 2020

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