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 | Sabato 10 aprile |
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| |  | Gianluca Mercuri, redazione Digital |
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| Buongiorno. L’Italia torna quasi tutta arancione: da lunedì, Calabria, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte (tranne Torino e Cuneo) e Toscana (tranne Firenze e Prato) si aggiungono in questa fascia ad Abruzzo, Alto Adige-Südtirol, Basilicata, Lazio, Liguria, Marche, Molise, Sicilia (tranne Palermo), Umbria, Trentino e Veneto; restano rosse Campania, Puglia e Valle d’Aosta, raggiunte dalla Sardegna.
Ma cosa vuol dire in concreto passare all’arancione? Vuol dire che tornano a scuola gli studenti fino alla terza media e (al 50%) quelli delle superiori; che riaprono parrucchieri, estetisti, negozi di abbigliamento e di scarpe (non i bar e i ristoranti, che restano limitati ad asporto e delivery); e che nel proprio Comune ci si potrà spostare liberamente (un quadro completo di cosa cambia lo trovate qui).
Respira dunque la Lombardia, che si libera dal rosso dopo un mese; mentre colpisce il caso della Sardegna, passata da zona bianca a fine febbraio a zona arancione e ora rossa: un crollo dovuto, dicono gli esperti, a comportamenti scorretti — folle nei bar e nei ristoranti, matrimoni e battesimi di massa — che hanno determinato l’Rt (l’indice di contagiosità) più alto d’Italia, con 1.54.
La nuova mappa nazionale è l’esito del monitoraggio settimanale effettuato da Comitato tecnico scientifico e Istituto superiore di Sanità, che come sempre ha luci e ombre. Come riportano Guerzoni e Sarzanini, "anche ieri sono stati registrati 460 morti (718 in totale con il ricalcolo dei decessi dei mesi scorsi in Sicilia), 18.938 nuovi casi e un tasso di positività salito a 5,21%. Le terapie intensive sono ancora sopra la soglia di guardia (tasso di occupazione al 44%) in 15 regioni su 20, però cala l’incidenza dei casi per la terza settimana consecutiva: 210, 8 su 100 mila contro i 232,74 della settimana precedente e anche l’Rt medio a 0,92, è sceso rispetto a una settimana fa. Ma 8 regioni lo hanno ancora superiore a 1".
Nella sintesi del ministro Speranza, "le chiusure e le aree rosse stanno portando i primi risultati, ma il contesto è ancora molto complicato e dobbiamo essere molto prudenti". Il presidente dell’Iss Brusaferro aggiunge che "le terapie intensive e i ricoveri sono arrivati al plateau e ci aspettiamo che nei prossimi giorni inizino a scendere e che poi questo avvenga anche per i decessi".
Ma il monito — rivolto evidentemente a chi insiste per avere un’impossibile data anziché attenersi con pazienza ai dati — è quello consueto: "Bisogna procedere con grande cautela e flessibilità verso uno scenario di riaperture: non esistono soglie definite per riaprire, ma esistono modelli e indicatori come il numero progressivo di popolazione vaccinata, la circolazione delle varianti e il livello che rende possibile il tracciamento di 50 casi per 100 mila abitanti. Una prospettiva di riapertura c’è ma non dobbiamo spazientirci accelerando troppo come invece sta avvenendo in altri Paesi".
Quanto ai vaccini, la buona notizia è che giovedì è stato raggiunto il record di somministrazioni in una giornata: 299 mila. Un ampio dossier di Sarzanini e Trocino (lo trovate sul sito dopo le 7) documenta nel dettaglio la strategia del commissario straordinario, il generale Figliuolo, per arrivare a 500 mila entro fine mese, il passo che serve per avere il 70% della popolazione immunizzata a settembre; ma l’ostacolo resta la penuria di dosi. Alla conferma dell’ennesimo ritardo di AstraZeneca si aggiunge il fatto che, con contratti trimestrali, tutte le aziende tendono a concentrare le consegne alla fine del periodo, complicando la programmazione e impedendo il mantenimento di una media costante.
Figliuolo, intanto, ha emanato una direttiva che impone alle Regioni di dare precedenza assoluta agli over 80, alle categorie fragili e a sanitari e parasanitari (sarà la volta buona?) Quanto alle priorità contestate, non dovrebbe sorprendere, nei prossimi giorni, un gesto di signorilità di Mario Draghi alla Mario Draghi, con tanto di scuse agli psicologi, citati giovedì dal premier tra i vaccinati precoci ("Smettetela di vaccinare chi ha meno di 60 anni, i giovani, gli psicologi di 35 anni") quando invece sono in prima linea come tutti i medici, in un momento in cui la salute mentale non può essere certo considerata un’emergenza minore. Giustamente, si sono risentiti (anche perché si devono vaccinare per via di un decreto firmato dal premier).
Altre cose importanti:
— Si inasprisce lo scontro diplomatico tra Italia e Turchia, nato da altre parole dette da Draghi giovedì, quando nel commentare l'umiliazione inflitta a Ursula von der Leyen da Recep Tayyip Erdogan, ha definito il presidente turco un «dittatore». Il governo di Ankara ha subito convocato il nostro ambasciatore per chiedergli il ritiro di "queste parole brutte e sfacciate", ma ieri dall’Italia non sono arrivate scuse, né commenti da Erdogan.
Di certo, con la sua uscita alla Biden (che ha di recente dato dell’assassino a Putin) il presidente del Consiglio non si è fatto un amico, e per Massimo Franco ci sono "contraccolpi da valutare in prospettiva", soprattutto in Libia, dove Erdogan comanda proprio con Putin. Ma resta il fatto che Draghi è stato l’unico leader a difendere Von der Leyen, offesa dal turco ma soprattutto dal teoricamente europeo Charles Michel, che avrebbe fatto un figurone sedendosi sul sofà con lei e invece ha fatto una figuraccia lanciandosi sull'unica sedia fatta preparare da Erdogan.
— Per un dossier che si apre con la Turchia, uno che si chiude con l’India: quello dei due marò accusati di avere ucciso due pescatori indiani nel 2012. In attesa del procedimento che attende a Roma Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, il loro caso si chiude in India col risarcimento di oltre un milione di euro alle famiglie delle vittime.
— Il mondo, intanto, si distrae ancora una volta con le vicende della Royal Family inglese, stavolta per la morte del principe Filippo, duca di Edimburgo, marito per 73 anni della regina Elisabetta (record storico tra i consorti dei sovrani britannici): il 10 giugno avrebbe compiuto 100 anni. Nel ritratto di Luigi Ippolito, "sempre un passo indietro: per tutta la vita", "principe delle gaffe", "spirito irrequieto", "un animo tormentato, dietro la maschera di giullare che talvolta indossava". Beppe Severgnini ne ha un ricordo personale: "What keeps you occupied?, cosa la tiene occupata?", gli chiese il principe vent’anni fa. "In quella domanda c’era tutto il personaggio. La sua cortesia, la sua professionalità, il suo splendido anacronismo".
— La Grecia, invece, è sconvolta dall’assassinio di Giorgios Karaivaz, giornalista investigativo notissimo per le sue inchieste (l’ultima, sul #MeToo locale), fondatore e proprietario del sito bloko.gr: due killer l’hanno ucciso sotto casa a colpi di pistola. Il racconto di Andrea Nicastro.
— La politica: c’è un inedito «asse Letta-Salvini». I leader del Pd e della Lega si sono incontrati e si sono impegnati a favorire insieme il successo del governo: una tregua dalla durata incerta, in attesa di tornare a scontrarsi nel voto autunnale per le città. Ancora maretta, invece, tra i 5 Stelle, con il reggente Crimi che chiede mille euro al mese ai parlamentari e i parlamentari che non la prendono bene: in questo clima incontrano oggi il leader in pectore Giuseppe Conte.
— L’economia: derubricata di solito nel frivolo mondo degli influencer, Chiara Ferragni si conferma invece un fior di imprenditrice. È appena entrata, infatti, nel consiglio di amministrazione del gruppo Tod's di Diego Della Valle, che ha subito preso a volare in Borsa.
— Il calcio: l’Italia rischia di perdere le 4 partite che dovrebbe ospitare per l’Europeo itinerante in programma dall’11 giugno all’11 luglio. Entro il 19 aprile l’Uefa vuole la garanzia che l’Olimpico di Roma riaprirà al pubblico, ma "è difficile che da qui a 10 giorni il Comitato tecnico scientifico possa dare il via libera", scrive Alessandro Bocci.
Oggi, intanto, si giocano due anticipi di campionato importanti per la lotta Champions e la salvezza: Parma-Milan (alle 18) e Udinese-Torino (alle 20,45).
— Da leggere: il nuovo numero di 7 uscito ieri (lo trovate sulla app e in edicola), con l’odissea della scuola ai tempi della Dad raccontata da Alessandro D'Avenia e la posta del cuore curata da Massimo Gramellini (ma anche con l’intervista di Greta Sclaunich a Misungui Bordelle, "dominatrice " tra stivali di latex e frustini e femminista militante: c’è tutto anche sulla newsletter seGreta, con il form per iscriversi). Sotto, invece, trovate la rubrica di Saviano e, in apertura, l’editoriale di Barbara Stefanelli, che riflette sugli strappi (politici, personali) indotti dalla pandemia e suggerisce un rimedio "per accordare le nostre voci prima ammutolite dal distanziamento e ora alterate dai risentimenti".
— Da ascoltare: l’"Ammazzacaffè" con cui Gramellini rilegge sul podcast Corriere Daily (lo trovate qui) alcuni suoi pezzi integrati dai commenti dei lettori: quello sulla fine della solidarietà, con la rissa virtuale scatenata dalle proteste in piazza di ristoratori e ambulanti, e quello sul "sofagate" Erdogan-Von der Leyen.
— Da guardare: i film in streaming consigliati da Paolo Baldini nella sua CineBussola.
— Da cucinare: la frittata con zucchine e pecorino, pronta in 15 minuti con la ricetta di Cook.
Sotto, gli approfondimenti. Buona lettura, e buon weekend! (Qui il meteo)
Siamo la redazione Digital del Corriere della Sera: se vi va scriveteci a gmercuri@rcs.it, langelini@rcs.it, ed etebano@rcs.it
(Nella foto Errebi, l’hub del Pala Export di Marghera chiuso ieri per mancanza di vaccini) | |
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| | L’esercizio della risonanza nel mondo post Covid |
| | | Se avete amici a Londra e Bruxelles provate a chiedere ai primi che cosa pensino oggi dell'Unione Europea e ai secondi che effetto stia facendo loro il successo crescente di Boris Johnson nella navigazione della pandemia. Dal Regno vi diranno che la comunità continentale si è dimostrata quell'organizzazione «autoritaria e inetta, se non malvagia» che i sostenitori della Brexit descrivevano con foga. Dai Palazzi stellati di Bruxelles replicheranno che BoJo ha imboccato «una rotta da corsaro», essendosi trovato in estrema emergenza nella fase uno, per trasformare «una disfatta di gestione politica in un trionfo vaccinale».
Tra le due sponde della Manica è partito - e non finito - uno scambio di artiglieria diplomatica pesante: l’Unione accusa Uk di aver praticato un prevedibile nazionalismo delle dosi e avverte che in futuro si sentirà legittimata a concentrarsi sui propri cittadini. In pezzi è finito un codice di reciprocità e proporzionalità (e amicizia) che credevamo scritto nelle nostre storie, più radicato - immaginavamo - di quel 52 a 48% depositato nelle urne referendarie del giugno 2016. La tragedia del Covid ha invece tracciato in Europa una ferita geopolitica drammatica, di cui stentiamo a ragionare fino in fondo perché siamo ancora davanti al muro dell'incertezza domestica. Fatichiamo a capire quando verranno vaccinati i cinquantenni lombardi. E non osiamo sollevare lo sguardo per intravedere la stagione dell'immunità che metterà al riparo anche adolescenti e bambini.
Ma non appena riusciremo a respirare oltre la paura individuale e collettiva, dovremo ricucire un tessuto di asimmetrie senza precedenti. Ci saranno - già ci sono - i Paesi che ne sono usciti prima e quelli che sopravvivono congelati. All'interno dello stesso Paese andranno a delinearsi categorie economiche devastate, altre che avranno mantenuto uno standard quasi immutato con meno spese sul conto corrente, alcune più fortunate che saranno magari riuscite a incrementare le proprie ricchezze e prospettive d'impresa. E all'interno di quelle stesse categorie sta crescendo un aspro confronto ravvicinato tra persone che hanno avuto accesso presto al vaccino (per ragioni non solo di età e fragilità) e persone che sanno di essere esposte al virus senza poter contare su un'uscita dal rischio segnata sul calendario.
Su tutto e tutti calerà poi una linea d’ombra che dividerà quanti avranno perduto affetti essenziali, nello strazio di non poter celebrare almeno il rito consolatorio degli addii, e quanti con sollievo potranno contare danni esistenziali limitati.
Un’accelerazione delle disparità ci accompagnerà nel dopo pandemia, quando andranno a spegnersi le misure di contenimento. Non basterà il pacchetto di trasferimenti e investimenti previsto da Next Generation Ue per la prima ondata. Non basterà neppure il raddoppio di quel tesoro comune. Sarà la qualità delle relazioni, su ogni piano di vita, a salvarci o perderci. Dovremo con consapevolezza coltivare la risonanza, così come viene descritta dal sociologo Hartmut Rosa, quale esercizio per accordare le nostre voci prima ammutolite dal distanziamento e ora alterate dai risentimenti.
(Editoriale del nuovo numero di 7, in edicola e sulla app) | |
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| | Un investimento straordinario per i nostri anziani trascurati. A partire dalla non autosufficienza |
| | | Gli anziani stanno pagando un prezzo altissimo per la pandemia. Lo dimostrano giorno dopo giorno i dati sulla mortalità e sui ricoveri in terapia intensiva. È vero che gli over 80 sono in Italia particolarmente numerosi. Ma fatta cento la popolazione anziana, i nostri tassi di mortalità sono i più alti in Europa, dopo quelli del Regno Unito: 46 decessi ogni cento casi accertati, di contro ai 34 della Germania.
Le inefficienze organizzative, il deficit di informazione, lo scarso coinvolgimento dei medici di base e, da ultimo, il ritardo nelle vaccinazioni hanno giocato un ruolo determinante. Ma a monte c'è un problema più generale: l’inadeguatezza dei servizi di assistenza, in particolare quelli a sostegno della non autosufficienza. Per ogni mille anziani sopra i 65 anni di età, i posti disponibili nelle residenze assistite sono meno di venti, in Spagna sono il doppio, in Olanda il triplo. Più o meno la stessa situazione si registra per i servizi a domicilio.
Oltre che sulla salute e sulla qualità della vita degli anziani, il deficit di servizi ha ripercussioni molto negative anche sull’occupazione. Molte donne sono costrette alla inattività o al lavoro part time per motivi di cura. L'atrofia dei servizi pubblici comprime l'offerta di posti di lavoro. Lo Stato risparmia in termini di spesa pubblica, ma molte famiglie devono pagare di tasca propria badanti e altre forme di aiuto. I circoli viziosi generati da questa situazione sono un «male collettivo» che va al più presto superato.
(...) Oggi abbiamo un'opportunità di agire che non si ripeterà. Da un lato, il pacchetto Next Generation Fund mette a nostra disposizione una quota significativa di risorse per investimenti e riforme che siano in linea con l'agenda Ue. Dall'altro lato, esiste già un progetto elaborato dal Network Non Autosufficienza, promosso da Caritas, il Forum Diseguaglianza e Diversità e quello del Terzo settore, Cittadinanzattiva e molte altre organizzazioni della società civile. Manca solo la «scintilla», il veicolo decisionale. O meglio, il veicolo c'è, basta volerlo usare: il Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, che il governo sta mettendo a punto per ottenere i fondi Next Generation. Per chi non lo vedesse, il nesso fra politiche a sostegno della non autosufficienza e generazioni future sta nell'alleggerimento dei carichi familiari per le donne e nell’espansione dell’occupazione, auspicabilmente anche sui tassi di natalità. Il nesso peraltro risponde ad un altro obiettivo chiave della Ue: la parità di genere.
Il progetto messo a punto dal Network prevede un forte rafforzamento dei servizi domiciliari, la riqualificazione e l'ammodernamento delle strutture residenziali, la creazione di punti di accesso unici per la definizione di prestazioni individualizzate, un nuovo modello di relazioni fra livelli di governo, coordinato in tandem dal Ministero della Salute e da quello del Welfare, e l'istituzione di un efficiente sistema di monitoraggio. La stima dei costi per il periodo 2022-2026 è di circa 7,5 miliardi. (Qui l’editoriale completo) | |
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| | Dopo gli errori dell’Europa, sui vaccini serve un’operazione verità |
| | | Come ha ricordato Paul Krugman sul New York Times qualche giorno fa, la politica europea continua a commettere una serie di errori nella conduzione della campagna vaccinale. Il «disastro» - per usare le parole del premio Nobel americano - deriva non solo da una eccessiva avversione al rischio ma soprattutto dall'avversione ai rischi sbagliati. Il rimprovero che viene fatto ai paesi europei è quello di non decidere in base ad una analisi razionale dei costi e dei benefici delle diverse alternative, ma piuttosto cercando di minimizzare le responsabilità e i rischi di essere criticati. Le decisioni vengono spesso prese sull'onda dell'emotività. Questo spiega molti errori commessi.
Il primo errore risale ad un anno fa, quando i governi dei paesi europei decisero di delegare il negoziato con le case farmaceutiche a funzionari europei, senza tuttavia dare loro un budget adeguato né il mandato di prenotare il numero massimo di vaccini da consegnare nel più breve tempo possibile, costi quel che costi. Non ci si può poi sorprendere se i paesi europei sono finiti in fondo alla lista delle prenotazioni, dato che l'obiettivo era quello di spendere il meno possibile. È stato poi facile dare la colpa all'Europa. Solo Angela Merkel ha avuto il coraggio di ricordare che i contratti con le case farmaceutiche «sono stati firmati dagli stati membri, non da qualche stupido burocrate».
Gli errori sono proseguiti, a campagna vaccinale avviata, quando sono emersi alcuni effetti collaterali, provocati in particolare dal vaccino Astra Zenica. A metà marzo vari paesi europei, seguiti da altri, decisero di sospendere in via precauzionale l'iniezione del vaccino. Erano stati segnalati 30 «eventi tromboembolici» su circa 5 milioni di vaccinazioni. Ciò significa che chi era stato vaccinato aveva una probabilità pari allo 0,0006% di subire effetti collaterali. Si è così deciso di sospendere un vaccino perché sicuro "solo" al 99,9984%. Non si è invece considerato che ritardare la vaccinazione di 3 giorni, per circa 150 mila persone, comportava un rischio ben maggiore, in termini di probabilità di contagio, di ricovero e forse di morte. In sintesi, sebbene i rischi di una mancata vaccinazione fossero ben maggiori della vaccinazione stessa, come hanno confermato tutte le istanze tecniche, le autorità politiche europee decisero di sospenderla. La motivazione principale era che l'avevano fatto anche altri paesi.
Gli errori sono continuati dopo le ultime evidenze riguardo agli effetti dei vaccini su alcuni «rari» casi di trombosi celebrali. L'istituto di ricerca tedesco Paul Ehrlich ha identificato 31 casi di coagulazione, di cui 9 decessi, su 2,7 milioni di iniezioni. Ciò significa una probabilità di morte dello 0,0003%. In Francia sono stati identificati 9 casi con 4 decessi su 1,9 milioni di dosi (0,0002%). Il 7 Aprile l'Ema ha confermato, sulla base di un campione ancor più ampio, che la probabilità di morire per trombosi cerebrale dopo l'iniezione di un vaccino era molto bassa, statisticamente non diversa dallo zero con una soglia di significatività del 99%. È peraltro inferiore a quella di altri eventi rari, come quello di essere colpito da un fulmine. (Qui l’articolo completo) | |
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| | Tra Letta e Salvini una convergenza obbligata: reggerà all’urto delle prossime settimane? |
| | | Sentire usare a Enrico Letta e Matteo Salvini l'avverbio «insieme» è abbastanza raro. Eppure, i segretari del Pd e della Lega ieri hanno siglato qualcosa che somiglia a una tregua. Non perché si stiano avvicinando politicamente o pensino di allearsi. Prosaicamente, prendono atto che debbono andare d’accordo perché i loro partiti sono entrambi nel governo di Mario Draghi. E fino a quando la pandemia del coronavirus non sarà arginata, e Palazzo Chigi non aiuterà le imprese a risollevarsi, andare avanti senza azzuffarsi diventa obbligato.
Si tratta insomma di una presa d’atto della fase d’emergenza che attraversa il Paese; e dell'esigenza di non contribuire all'incertezza con polemiche politiche che suonerebbero incomprensibili. Non è dato sapere se l'impegno preso da Letta e Salvini reggerà all'urto delle prossime settimane. Ma è la conferma di un impegno a non creare problemi artificiosi al governo. Alle elezioni, quando ci saranno, Pd e Lega saranno sui fronti opposti. Ma oggi, ha ribadito Letta, «tifiamo per il successo del governo Draghi».
Si nota una convergenza perché siano dati quanto prima «aiuti al mondo dell'economia e alle piccole imprese», ha spiegato il segretario del Pd, che nel pomeriggio ha visto Draghi. Lo stesso Salvini, che pure nei giorni scorsi non aveva lesinato critiche all'esecutivo per le chiusure e le restrizioni della libertà di movimento, ha cambiato tono.Quando gli hanno chiesto se si fidasse del ministro della Sanità, Roberto Speranza, ha replicato: «Io mi fido di Draghi». E a proposito di alcune proposte controverse di Letta sullo ius soli a favore degli immigrati, è stato distensivo. «Abbiamo parlato dei temi su cui c'è accordo: salute, decreto impresa, lavoro. Se mettiamo sul tavolo gli elementi divisivi non facciamo bene al Paese».
Si intuisce, in questa trama di incontri e di riconoscimenti reciproci, l’esigenza di non compiere forzature; e di permettere al premier di lavorare al di sopra, comunque al di fuori dei problemi tra i partiti della propria maggioranza. Il risultato è figlio insieme dell'«effetto Draghi» e della pandemia di Covid-19; e forse della consapevolezza comune che, condividendo le responsabilità, se ne uscirà prima e bene.
Nelle ultime ore si è consolidata anche un’inedita unità nazionale in politica estera. Il duro giudizio di Draghi sul presidente turco Recep Erdogan dopo lo sgarbo alla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha avuto il sostegno di tutti, da destra a sinistra. Ma probabilmente anche a Bruxelles e a Washington. Con contraccolpi da valutare in prospettiva: la telefonata di ieri tra Erdogan e il russo Vladimir Putin, in cui si è discusso anche della presenza in Libia, suona come un avvertimento a Draghi e all'Occidente. | |
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| | Michel ha perso l’occasione di mostrare i valori europei |
| | | La triste scena di Ankara - già commentata con la consueta maestria da Massimo Gramellini - è stata molto criticata dai lettori, e non solo dalle lettrici; il che è un buon segno. Il vero protagonista è ovviamente Charles Michel. Erdogan lo conosciamo, e conosciamo la sua concezione della donna: guida un partito islamico; sua moglie gira sempre un passo dietro di lui, e sempre velata (il che non rappresenta in sé una violazione dei diritti umani, quando si tratta però di una libera scelta della donna, non di un'imposizione maschile). Conosciamo anche Ursula von der Leyen, e un po' le saremmo pure affezionati, se non avesse commesso troppi errori sui vaccini.
Molti di noi non sapevano quasi nulla di Michel, se non che è il presidente del Consiglio europeo, vale a dire dell'organo che riunisce i capi del governo dei singoli Paesi, e non va confuso con la Commissione europea, che è una sorta di governo dell'Unione. Proprio il nodo dei rapporti tra istituzioni comunitarie e singole nazioni è decisivo per la costruzione europea. Ma non c'è dubbio che se ci fosse una figura - nello specifico, il presidente della Commissione - eletta direttamente dal popolo, avrebbe un'autorevolezza che oggi a Bruxelles nessuno ha.
Quanto a Michel, se avesse ceduto il posto alla von der Leyen, avrebbe dato a Erdogan la migliore dimostrazione possibile dei valori europei; a cominciare dal rispetto della donna. Purtroppo non ha avuto i riflessi pronti; forse più per disagio nei confronti di Erdogan (che è uomo di grande carisma, a prescindere dalle sue detestabili idee) che per maschilismo. Purtroppo, ormai è fatta. (Risposta al lettore Gianfranco Orta; qui la raccolta di «Lo dico al Corriere») | |
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| | "Bugiardino", lo scherzo della lingua (tra disincanto ironico e rassegnazione all’inganno) |
| | | A volte la lingua riserva sorprese controintuitive che sfiorano il comico. Pensate al «bugiardino», cioè al foglietto illustrativo dei medicinali di cui tanto si parla in questi giorni. La parola evoca il naso lungo di Pinocchio, mentre nei fatti dovrebbe rappresentare il massimo dell’affidabilità. Si prende gioco di noi per rassicurarci. È un po' l'opposto dello «stai sereno» di Renzi che affermava per poi negare. Ti offre una fittissima e millimetrica lista di indicazioni terapeutiche e controindicazioni, tutto ciò che vorrebbe informarti con precisione scientifica. Poi ti ricordi che si chiama bugiardino e sospetti che sotto sotto la lingua ti autorizzi a pensare che è tutto uno scherzo. Come se mentre squaderni quel papiro, una vocina ti soffiasse nell'orecchio, per metterti in guardia: «Vai a fidarti…», con l'espressione di Totò che con una sola smorfia appena accennata smonta ciò che ha scandito il tronfio onorevole Trombetta.
Per fortuna a spiegarci come si sia potuto creare quell'ossimoro, ovvero quell'affettuoso scherzo della natura (linguistica) che è il «bugiardino», c'è l'Accademia della Crusca ed esattamente la linguista Raffaella Setti, che nel 2005 sulla rivista della gloriosa associazione elencava varie ipotesi. Risaliva, per esempio, alla locandina dei quotidiani che i vecchi senesi chiamavano sorridendo il «bugiardo». E ci ricordava che gli antifascisti livornesi canzonavano come «bugiardello» il giornale Il Telegrafo proprietà della famiglia Ciano. Spie linguistiche che rivelano il sostanziale disincanto ironico degli italiani verso ogni forma di vera o falsa autorità (negli anni del boom farmacologico il foglietto delle medicine probabilmente sorvolava su certi effetti secondari). Ma ci rivela anche, quasi al contrario, la rassegnazione nel subire l'inganno edulcorandolo e anestetizzandolo con lo scherzo o con la farsa. | |
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| | | | A Caprona, cinquecento anime nei pressi di Pisa, spunta un murales dove il nasone del Sommo Poeta è in primo piano per onorare le vittime della mafia con uno dei suoi versi più famosi: «E quindi uscimmo a riveder le stelle». Qualcuno del posto esce a rivedere il dipinto e ne rimane sconvolto. Quel Dante glorificato nel murales non è forse lo stesso Dante che il 16 agosto 1289, praticamente l'altro ieri, partecipò con i guelfi di Firenze all'assedio del castello di Caprona, abitato dai ghibellini di Pisa, e che ebbe pure l'ardire di citare l'episodio nella Divina Commedia, paragonando i pisani ai diavoli di Malebolge? L'affronto reclama una rappresaglia letteraria immediata. Non avendo a disposizione Petrarca e nemmeno un rapper, gli offesi la affidano a un ultrà di calcio. Lo striscione appeso nei pressi del murales recita: «Calci e Caprona, Dante non rappresenta la zona». I critici diranno se si tratta di un verso immortale. Di sicuro l'episodio rivela come gli italiani - e in primis i toscani, che sono i più italiani di tutti - coltivino una riserva insospettabile di memoria storica, destinata a venire allo scoperto ogni volta che intercetta un loro rancore.
Per completezza vi segnalo che l'amministrazione comunale, con una mossa da trapezista, ha deciso di difendere il murales pro-Dante e al tempo stesso di non rimuovere lo striscione anti-Dante. A riprova che l'Italia è fatta di guelfi e di ghibellini, ma soprattutto di democristiani. (Qui la raccolta dei Caffè) | |
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| | Perché Samuel, 4 anni, è un vero supereroe |
| | | «Non abbiamo né acqua né cibo per i bambini», queste parole si sentono ripetere ovunque, sulle strade sterrate, sui marciapiedi, nelle tendopoli allestite per dare riparo ai migranti ammassati, in attesa di sapere cosa ne sarà di loro. Il tentativo è sempre lo stesso: provare ad attraversare il confine tra Messico e Stati Uniti: centinaia di persone, intere famiglie con figli piccolissimi sfidano la sorte perché non hanno nulla da perdere e tutti dicono la stessa cosa: «Né acqua né cibo per i bambini».
Il fenomeno migratorio è un terreno incredibilmente accidentato; me ne occupo da anni e ho compreso che discuterne in maniera costruttiva è pressoché impossibile. Impossibile perché i protagonisti - farei meglio a parlare di vittime - non sono ascoltati; per loro si espongono persone che non hanno vissuto quel dramma, ma che hanno scelto di esserne testimoni. La differenza tra scelta e necessità nel racconto fa tutta la differenza. E fino a quando non saranno i protagonisti a raccontare, il dramma non sarà compreso in tutta la sua gravità.
La mancanza di testimonianze dirette fa sì che si possa parlare di migranti come se non fossero esseri umani. Di più: mancando testimonianze dirette, finisce per sfuggirci totalmente la dimensione eroica di chi decide di lasciare la propria terra. Chiunque lo faccia per andare incontro all'ignoto è paragonabile a un supereroe. Ecco perché ho scelto la foto di un bambino (Samuel, 4 anni) con la maglietta di Superman che indica in alto, forse il cielo. Un piccolo supereroe mascherato, che deve dare fondo a tutta la forza che ha per rendere accettabile, finanche normale, l'Odissea che terminerà con un respingimento. Le dinamiche sono ovunque le stesse: povertà estrema da una parte, condizioni di vita migliori dall'altra. (Qui la versione completa di «Leggermente fuorifuoco», la rubrica di Saviano su 7) | |
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