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| |  | Gianluca Mercuri |
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| Bentrovati. Grazie a un lettore di Sydney e all’attenzione di Elena, oggi potete godervi la storia di un’italiana straordinaria eppure non abbastanza celebrata, forse perché si è presa il mondo dall’altra parte, in Australia, partendo dalla provincia di Sondrio. Carla Zampatti è morta sabato e la sua vita è stata incredibile.
Poi: nel dibattito sui vaccini — mentre c’è chi ha ancora dubbi sulla necessità di darli anche ai paesi poveri — ecco la speranza che se li facciano da soli, dalle uova come un qualsiasi antiinfluenzale, senza brevetti ma grazie all’intuizione dello stesso genio che sta dietro ai vaccini brevettati. Un’altra grande storia: c’è solo da incrociare le dita.
E ancora: una guida perfetta alla transizione energetica, tra idrogeno e gas, con Luca; un’analisi da grande esperto (Olimpio) sull’analogia tra sparatorie di massa ed epidemie; il racconto di come Netflix stia rendendo gli europei più simili tra loro, a furia di guardare le stesse serie: "omologazione" in genere ha una connotazione negativa, ma qui forse no. Chiusura con un altro immigrato italiano di successo, Mino Raiola, il superprocuratore dei calciatori, in un ritratto di Massimo Arcidiacono che lo inquadra per com’è, senza (troppi) moralismi.
Buona lettura!
Siamo la redazione Digital del Corriere della Sera: se vi va scriveteci a gmercuri@rcs.it, langelini@rcs.it, ed etebano@rcs.it | |
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| | The Australian, Sunday Times, Sydney Morning Herald | | La straordinaria storia di Carla Zampatti, che partì da Sondrio e divenne regina della moda in Australia |
| | | Quando Carla Zampatti ha lanciato il suo marchio, nel 1965, le donne in Australia non erano neppure libere di chiedere un prestito in banca a loro nome. «Non c'erano altre donne, sole, che iniziavano o riavviavano un'attività - ha raccontato lei -. Mi sono sentita un po' un'outsider, come sempre nella mia vita, il che non è una cosa così brutta. Essere un outsider ti fa impegnare di più». Nata a Lovero, in Provincia di Sondrio, nel 1942, Zampatti era immigrata con la famiglia in Australia nel 1950, per raggiungere un padre di cui lei non aveva memoria perché era partito molti anni prima per lavorare in miniera nell'Ovest del Paese. Quando è morta a 78 anni, sabato scorso, per le conseguenze di una caduta sulle scale dell'Opera di Sydney (dove era andata per vedere la Traviata), l'Australia le ha offerto funerali di Stato e l'ha salutata come «la Regina Carla» (The Australian), «un’icona» e una «leggenda della moda» (The Sunday Times e il Sydney Morning Herald). Nella sua lunga carriera ha vestito le attrici Nicole Kidman e Cate Blanchett e l'ex premier australiana Julia Gillard. E il suo nome è diventato sinonimo di stile ed emancipazione per le donne australiane.
«È stata parte di un grande cambiamento - spiega la giornalista ed editrice Ita Buttrose, uno dei nomi più importanti nell'editoria del Paese -. Prima degli anni '70, guardavamo agli stilisti d'oltreoceano, perché non c'era davvero un’etichetta di moda australiana che si distinguesse dalla massa. Carla è stata la prima di molte ed è successo intorno agli anni '70, quando la liberazione delle donne era in corso. Era unica, perché il suo stile era caratteristico. Quando una donna ti incontrava e ti diceva “Hai un aspetto fantastico” rispondevi: “Sì, è Carla”».
Zampatti desiderava creare abiti fin da quando, a cinque anni, la madre contadina l'aveva portata con sé in una sartoria nelle valli lombarde. Lì aveva scoperto - raccontava - un «tesoro di cose meravigliose: manichini drappeggiati con stoffe squisite, nastri, pizzi, sete, rasi, una macchina da cucire, mille fili di colori diversi e gli abiti più splendidi che avessi mai visto. Ho capito subito che era lì che si creava la bellezza e la magia ed era lì che volevo essere». Zampatti era doppiamente un outsider, immigrata oltre che donna. Ha saputo costruire un impero dal niente. La sua storia è anche la parabola di un'immigrazione di successo, un modello per i molti italiani poveri che si sono trasferiti in Australia negli anni 50 e 60 per trovarvi fortuna.
Ha lasciato la scuola a 14 anni e iniziato a vendere «vestiti a buon mercato» in uno spaccio di Bullfinch, nell'Australia Occidentale, che vendeva anche articoli da ferramenta. Poi ha lavorato in una fabbrica di vestiti a Perth e come cassiera in una catena di abbigliamento a Sydney, dove si era trasferita nel 1963 insieme a quattro amiche, portando con sé una valigia e una macchina per cucire. Un incontro casuale con il fondatore dell'azienda di moda Nemco Fashion Products sull'autobus 369 (Zampatti lo chiamava il «destino a 4 ruote» visto che sopra quell'autobus conobbe anche il primo marito) la portò ad ottenere un lavoro come sua assistente. Da lì riuscì a fare il salto diventando stilista e poi, nel 1965, a fondare il suo marchio personale. Una carriera fulminea. «Il successo non tardò ad arrivare, poiché Zampatti capì il cambiamento degli atteggiamenti e dei bisogni delle donne, con il suo mantra di “vestiti che sembrano costosi ma sono accessibili”» spiega The Australian. «Un buon vestito infonde in una donna la fiducia in se stessa per esplorare nuove opportunità, per sentirsi a proprio agio in qualsiasi situazione sociale» ha scritto Zampatti nella sua autobiografia, «My Life, My Look».
Nei primi anni '70 Zampatti è diventata una delle prime designer a introdurre costumi da bagno nelle sue collezioni in un'Australia ancora all'antica. E ha cresciuto da sola il primo figlio, Alexander, nato nel 1969, dopo aver divorziato dal primo marito Leo Schuman quando il bambino aveva meno di un anno. Anche essere una madre single lavoratrice, all'epoca, non era né facile né scontato (le altre due figlie, Bianca e Allegra sono nate rispettivamente nel 1976 e nel 1978 dal matrimonio con John Spender che sarebbe diventato l'ambasciatore australiano a Parigi).
Intanto Zampetti fondava anche la sua catena di boutique che oggi conta 26 punti vendita in tutto il Paese. «È incredibile quello che si può fare con un'incredibile quantità di ottimismo giovanile e pochi soldi» avrebbe commentato molti anni dopo. Nel 1980 fu nominata dal Bulletin/Qantas «Businesswoman of the Year», imprenditrice dell'anno (un «passo avanti nel progresso della nazione verso la parità di genere» lo definì lei) e da allora ha iniziato a ricoprire ruoli istituzionali nelle associazioni industriali e come direttore non esecutivo di importanti aziende: è stata anche presidente dell'emittente pubblica australiana Special Broadcasting Service.
«Abbiamo perso un'australiana veramente grande, un'ispiratrice» ha detto dopo la sua morte il premier Scott Morrison. In quella grandezza c'erano anche la determinazione e la creatività ereditate dalla sua infanzia italiana.
(Un grazie per la segnalazione al lettore Giovanni De Francesco da Sydney. Nella foto Carla Zampatti nel 1985 accanto al modello di Ford da lei firmato) | |
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| | New York Times | | Un vaccino a basso costo, senza brevetti e prodotto dalle uova: un sogno? Per niente, e dietro c’è lo stesso genio dei vaccini "veri" |
| | (Gianluca Mercuri) Dubbi ricorrenti su AstraZeneca, campagne di vaccinazione che procedono a rilento, scontro etico-pratico tra l'«internazionalismo» predicato dal Papa («mandiamoli anche ai paesi poveri») e la tentazione diffusa e un po' miope del sovranismo vaccinale («pensiamo prima a noi»), che trascura la pericolosità di nuove varianti in agguato se non si immunizza tutto il pianeta. In tutto questo, un po' di luce la dà la notizia del possibile arrivo di un vaccino nuovo, che sta già per iniziare i trial (gli studi clinici) in Brasile, Messico, Thailandia e Vietnam, e che, secondo il Nyt, «potrebbe cambiare il modo in cui il mondo combatte la pandemia».
Perché? Pfzer e Moderna, per dire, sono com'è noto a base di mRna (Rna messaggero) e richiedono impianti specializzati. Sono insomma costosi. Il nuovo - detto NDV-HXP-S, «può essere prodotto in massa in uova di gallina - le stesse uova che producono miliardi di vaccini influenzali ogni anno nelle fabbriche di tutto il mondo». Vuol dire che, se funziona, i paesi a basso e medio reddito, quelli in attesa della nostra carità, potrebbero facilmente produrselo da soli, o comprarlo a prezzi bassi.
Gli esperimenti sugli animali sono andati bene: ora si tratta di capire se funziona sugli umani, e ci vorrà tempo. La prima fase dei test si concluderà a luglio, poi serviranno altri mesi per la fase successiva. Ma gli esperti concordano nel prevedere che si tratti di un «game changer», anche perché dietro c'è lo stesso artefice dei vaccini costosi, il biologo Jason McLellan dell'Università di Austin, cui si deve la proteina Spike chiama «2P» (due proline) che già si rivelò decisiva contro la Mers nel 2015. All'insorgere del Covid-19, lo scienziato e il suo team l'hanno ridisegnata in modo tale che nel giro di pochi giorni Moderna l'ha potuta usare a sua volta per disegnare il suo vaccino a base di Rna messaggero.
Il successo, e i fondi della Fondazione Gates, hanno permesso in questi mesi a McLellan di perfezionare i suoi studi e arrivare a un’altra proteina che ha chiamato HexaPro (per le sue sei proline). L'intento era proprio quello di arrivare a un vaccino a basso costo per la parte meno sviluppata del mondo, e infatti aziende e laboratori di 80 paesi hanno avuto la licenza di usarla senza pagare i diritti. Sono posti dotati in genere di enormi fabbriche per produrre normali vaccini antinfluenzali a buon mercato, con virus iniettati in uova di gallina. Le uova producono nuove copie dei virus in abbondanza, che vengono estratte, uccise e immesse nei vaccini. Gli scienziati si sono chiesti dunque se lo stesso procedimento possa essere seguito per il Covid.
Gli esperti di proprietà intellettuale definiscono «super promettente» una strategia che può liberare miliardi di persone e decine di governi dalla schiavitù dei brevetti. Nel frattempo, racconta il Nyt, «il dottor McLellan è tornato al tavolo da disegno molecolare per cercare di fare una terza versione del suo Spike che sia ancora meglio di HexaPro». Lui commenta semplicemente che «non c’è davvero fine a questo processo». Ha già un posto nella storia, figurarsi se funzionano anche le uova. | |
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| | Il Sole 24 Ore | | Nucleare, gas naturale, idrogeno: la transizione energetica vista da uno che se ne occupa di mestiere |
| | | Si fa presto a dire emissioni zero. Poi, però, bisogna arrivarci. E siccome l'Unione europea intende arrivare alla «carbon neutrality» (ossia all'equilibrio tra le emissioni e l'assorbimento di carbonio) entro il 2050, è interessante sapere come la veda il capo del colosso energetico pubblico francese Edf, Jean-Bernard Lévy, intervistato da Cheo Condina sul Sole 24 Ore.
Edf gestisce anche il nucleare francese e non stupisce, perciò, che Lévy sottolinei il ruolo che l'energia atomica può e deve avere nella «transizione» verso altre fonti di elettricità. «La transizione energetica - spiega il manager, alla testa di Edf dal 2014 dopo aver guidato anche Vivendi e Thales - è un percorso di 30 anni che ci porterà a emissioni zero nette nel 2050. Per raggiungerlo dobbiamo realizzare cambiamenti radicali rispetto ad oggi: dobbiamo essere più efficienti nel consumo di energia, penso in particolare ai sistemi di riscaldamento, ma anche industria e trasporti. Poi è necessario che investiamo significativamente nella produzione di energia a basse emissioni. In particolare, ritengo che l'elettricità sarà fondamentale poiché può essere prodotta a zero emissioni in molte modi. In questo senso, per Edf il giusto mix di fonti sarà composto dalle rinnovabili, che hanno una produzione potenzialmente infinita ma anche il limite di essere intermittenti, e dal nucleare, cioè un’energia low carbon flessibile. Poi ogni Paese troverà il suo mix, rispettiamo tutti. Per noi l’atomo è un elemento chiave per questo obiettivo, lo è per molti Stati, inclusi gli Usa della nuova amministrazione Biden».
Per molti Paesi, Italia compresa, la fonte privilegiata per la transizione energetica è, invece, il gas naturale, meno inquinante di petrolio e carbone. Lévy sottolinea, però, che sempre di combustibile fossile si tratta: «Il gas non è comparabile al nucleare in termini di emissioni perché produce 200-250 grammi (di Co2, ndr) per Kwh, mentre il nucleare è attorno a 15 grammi: fa una notevole differenza».
Poi c'è il grande tema dell'idrogeno (qui un resoconto sul forum organizzato il 30 marzo dallo stesso Sole24Ore), non come fonte ma come vettore di energia, da accoppiare in particolare alle fonti rinnovabili. E Levy non nasconde che le promesse sono molte, ma le incognite anche: «L'idrogeno può diventare un interessante vettore low carbon per immagazzinare energia e usarla quando ci serve. Oggi è molto costoso e l'intero processo è inefficiente visto che si disperde il 70% dell’energia. Bisogna scendere al 30% o almeno al 50% ma per farlo serve un salto tecnologico importante e nessuno sa quando potrà arrivare. Magari tra 10 o 20 anni succederà ma è troppo presto per fare previsioni. I Governi oggi stanno investendo molto e anche Edf ci sta lavorando intensamente».
Il traguardo, insomma, è fissato. Ma la strada per arrivarci ancora in gran parte da tracciare. | |
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| | Washington Post | | Le stragi negli Usa come un’epidemia che si diffonde per contagio: una tesi convincente, non una scienza esatta |
| | | Le stragi di massa in America hanno dinamiche simili ad un’epidemia. La tesi, avanzata qualche tempo fa, ritorna nelle analisi di alcuni esperti. Ogni attacco è seguito spesso da uno o più episodi in un arco di tempo ravvicinato. Come ci fosse un contagio della violenza. Un'indicazione emersa quando in appena tre settimane vi sono state 22 vittime in punti diversi degli Usa: Atlanta, Boulder e Orange County (California).
Per gli esperti gli assassini trovano spesso ispirazione nelle chat online, dove incontrano persone che condividono tra loro frustrazione, rabbia, sofferenza per ingiustizie patite (non importa se fondate o meno). È qui che nasce un meccanismo di «contaminazione», perché i futuri killer scoprono affinità con altri soggetti che magari hanno sofferto traumi, subito bullismo prolungato, alle prese con problematiche personali. Il criminologo Adam Lankford sostiene che gli sparatori cercano anche di imitare nell'abbigliamento, nei gesti e nei comportamenti i responsabili di altri massacri. Esiste una fase di studio, quindi di emulazione, infine di sfida: sì, perché colui che va all'assalto vuole diventare ancora più famoso uccidendo un numero più alto di persone.
Sono conclusioni che ho riscontrato anch’io mettendo a confronto numerosi eventi con i dati del mio archivio sui mass shooters. Una ricerca che porto avanti da anni cercando però di evitare catalogazioni schematiche in quanto non è una scienza esatta, bensì fatta di risvolti che mutano a seconda dell'individuo. Possiamo parlare di punti di contatto, similitudini.
È poi interessante la diversa attenzione da parte dei media e del mondo accademico. Nel periodo 1990-94 sono stati censiti 109 articoli dedicati a questa piaga, pochi rispetto ai 10.100 nel segmento 2015-2019 a conferma di una presa di coscienza profonda. È una copertura importante anche se, a mio avviso, solo di recente ha iniziato a guardare alla minaccia in modo ampio, non limitandosi al tema delle armi. Ambiente circostante, famiglia, sistema sanitario che possa assistere rappresentano variabili cruciali, a volte decisive per prevenire il peggio.
PS: a questa catena si è aggiunta martedì pomeriggio una sparatoria in Maryland, nei pressi della base di Fort Detrick. Un marinaio è stato ucciso dalla polizia dopo aver ferito due persona. | |
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| | Economist | | Come Netflix sta facendo gli europei (dando ragione a Umberto Eco) |
| | | Se l'Europa è ancora in fieri, Netflix sta facendo gli europei. Lo sostiene l’Economist a partire da un dato recente: in una domenica dell'ottobre scorso la serie tedesca Barbari, una sorta di Trono di spade in salsa europea su una tribù proto-germanica che si ribella all'oppressione dei romani, è stata la più vista in Germania, Francia, Italia e altri 14 paesi del Vecchio Continente. «I momenti in cui gli europei si siedono e guardano la stessa cosa più o meno alla stessa ora erano rari. Includevano l'Eurovision Song Contest e la Champions League di calcio, senza molto in mezzo. Ora sono più comuni, grazie alla crescita delle piattaforme di streaming come Netflix, che ha 58 milioni di abbonati nel continente. Per la maggior parte della sua esistenza, la televisione è stata un affare nazionale. Le emittenti si attenevano rigidamente ai confini nazionali, sfornando programmi francesi per i francesi e danesi per i danesi. I servizi di streaming, invece, trattano l’Europa come un unico grande mercato piuttosto che 27 singoli, con lo stesso contenuto disponibile in ognuno. Si ritiene che Jean Monnet, uno dei padri fondatori dell'Ue, che ha avuto l'idea di mettere insieme le economie nazionali per evitare che gli europei si uccidessero a vicenda, abbia detto: “Se dovessi rifare tutto da zero, comincerei dalla cultura”. Sette decenni dopo l'era di Monnet, l'integrazione culturale sta cominciando ad avvenire» spiega il settimanale, che a sostegno delle sue tesi cita anche Umberto Eco («Aveva ragione quando diceva che la lingua dell'Europa è la traduzione»).
È una tesi interessante. Perché se è vero che 58 milioni di abbonati al servizio streaming sono ancora “pochi” rispetto ai 446 milioni di abitanti dell'Unione europea, mai prima d'ora le serie tv dei singoli Paesi Ue erano state doppiate (o almeno sottotitolate) in tutte 24 lingue ufficiali dell’Unione. E Netflix, come gli altri servizi di streaming, è diffuso soprattutto tra le nuove generazioni, che spesso - grazie anche a programmi come l'Erasmus - hanno già un forte senso di appartenenza europeo. Sfogliando il suo catalogo, ho pensato spesso che mi aveva fatto scoprire «mondi»prima sconosciuti. Come i polizieschi scandinavi o britannici, accanto a produzioni a noi tradizionalmente più vicine come quelle francesi o spagnole (a proposito di Spagna: come dimenticare il successo planetario della Casa di Carta?).
A lungo l'immaginario dominante sulle nostre tv è stato quello americano. Ora Netflix con le sue produzioni nazionali esportate a livello globale ha davvero cambiato le carte in tavola. «Prima, ci si poteva aspettare che uno spettacolo francese di punta fosse tradotto in inglese, e forse in tedesco, solo se aveva successo. Ora è la norma per qualsiasi uscita. Anche l’economia delle produzioni europee è più attraente. Il pubblico americano è più disposto di prima a dare una possibilità alla visione doppiata o sottotitolata. Questo significa che spettacoli come Lupin, un giallo francese su Netflix, possono diventare successi globali» scrive l'Economist. Più pubblico significa anche la possibilità di investire di più sulle singole produzioni locali.
E infatti attualmente Netflix sta producendo almeno 100 tra serie, film documentari e programmi in Europa, più delle produzioni in corso in grandi Paesi come Francia o Germania. In parte è una conseguenza della (buona) legge che obbliga i servizi streaming che operano nell'Unione europea a garantire che almeno il 30% del loro catalogo provenga dall'Ue. Certo, non tutto è oro luccicante nel “paradiso” di Netflix: come nota l'Economist, a decidere cosa verrà effettivamente girato e distribuito sono pur sempre i dirigenti americani (un fatto che induce quelli europei a preoccuparsi per la «sovranità culturale» del continente). Ma il loro impulso ha scosso comunque il mercato e questo è indubbiamente un bene.
«Se gli europei devono condividere una moneta, salvarsi a vicenda nei momenti di bisogno finanziario e condividere i vaccini in caso di pandemia, allora devono avere qualcosa in comune, anche se si tratta solo di abbuffarsi della stessa serie. Guardare gli europei fittizi del Nord e del Sud che si fanno a pezzi a vicenda 2000 anni fa è meglio che farlo nella realtà» conclude l'Economist (a proposito di «Barbari»). | |
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| | La Vanguardia, Guardian, The Athletic, Repubblica | | Né pizzaiolo né Soprano: riflessioni su Raiola, l’uomo che muove miliardi anche nel calcio paralizzato dal Covid |
| | | Sì, un fantasma si aggira per l'Europa. È quello del calcio che sembrava non avere più ragione né misura. Quello dei 5,5 miliardi di euro spesi nel 2019 per acquisto e ingaggio di giocatori nei cinque principali campionati. Ha il volto - metaforicamente - di Mino Raiola impegnato nella settimana di Pasqua in un suo personalissimo giro delle sette chiese con l'obiettivo di piazzare al miglior offerente Herling Haaland, il più cristallino dei talenti apparsi sulla scena nell'ultimo triennio.
La cosa che di per sé sarebbe ovvia per un procuratore, è apparsa distonica nel momento attuale del mondo, e del calcio nella fattispecie, ormai boccheggiante dopo due stagioni stop and go, disputate in stadi deserti e con le formazioni dettate dai tamponi molecolari. Giovedì scorso mentre l'Europa si rinserrava nell'ennesimo lockdown, così, Mino in compagnia del papà dell'attaccante norvegese era a Barcellona a incontrare il presidente blaugrana Laporta e poche ore dopo a Madrid con José Ángel Sánchez, amministratore delegato del Real. Qualche giorno prima su The Athletic, in un'intervista congiunta con il potente collega Jonathan Barnett dell'agenzia londinese Stellar, lanciava messaggi in codice ai due club di Manchester, sebbene da sempre non corra buon sangue tra Mino e Pep Guardiola (“Con lui ho chiuso da diverso tempo, tutti sanno cosa ne penso”) e nonostante allo United ricordino ancora lo “scippo” di Pogba in direzione Juve. Una capatina Oltremanica (Londra compresa), un salto a Parigi, adesso sembrano d'obbligo se non già avvenuti, perché una cosa è certa: il gigante vichingo lascerà il Borussia Dortmund prima che il tempo a disposizione per chiudere uno degli ultimi grandi trasferimenti - e con esso forse un'epoca - scada. Anche perché Haaland è davvero un portento. “Fa sembrare il campo troppo piccolo, il gioco troppo semplice. È una cosa rara” ha scritto Barney Ronay sul Guardian. Ma questo tipo di talento ha il suo fardello: “Haaland è troppo grande, troppo pieno di potenziale energetico per poter rimanere in un posto”, con annesso il biasimo per aver messo in piedi un “pubblico commercio oscenamente sopravvalutato”.
Perché Raiola, sorta di “sensale contemporaneo”, ha sentito l'esigenza di attraversare l'Europa in jet privato? si è chiesto Gabriele Romagnoli su Repubblica poco dopo. Perché questo bisogno di visibilità e contatto così fuori dal tempo presente? Giungendo a una giusta conclusione: “Questo varietà è la prova che calcio e mercato si sovrappongono: le partite sono quel che accade fra una trattativa e l’altra”. C'è del grottesco in tutto ciò, ha infierito il quotidiano londinese, “a questo punto sarebbe fin troppo facile inveire contro l'influenza degli agenti, fonte di continue perdite finanziarie”, e in Raiola c’è comunque qualcosa di affascinante: è uno dei pochi vicini “al bordo di questo vulcano che quantomeno sembrano guardarlo ad occhi aperti”.
A volerlo, si può scorgere nei toni una buona dose di puzza sotto il naso per questo napoletano (è nato a Nocera Inferiore 53 anni fa) venuto su dal nulla e così poco british, con il suo fare spiccio e le sue T-shirt extralarge. Ma guai a sottovalutare un signore capace di stringere, nel solo 2020, contratti per 721 milioni di euro, assicurandosi 72 milioni di commissioni.
“Dicono che niente è più simile a uno psicologo di un barista disposto ad ascoltare - ha scritto La Vanguardia, tracciando il ritratto del Tony Soprano del fútbol -. Allo stesso modo, un cameriere premuroso e disponibile che non lascia i clienti insoddisfatti può diventare uno dei migliori agenti del mondo”. Raiola non si veste da dirigente, non fa sport, non è atletico, non parla in maniera colta. Anzi. Spara a raffica chascarrillos (barzellette) e ha un linguaggio da strada, “ma mette sempre in chiaro che non vende fumo”, ha incalzato il quotidiano catalano. “Non sono nelle mani di nessuno, sono indipendente. Ho una sola parte di cui mi prendo cura: i miei giocatori” ha detto lui proprio nell'intervista a The Athletic.
Molti obietteranno che altrettanta cura è stata rivolta al conto in banca, ma è così che si è guadagnato il suo posto. E, diremo noi, non è per nulla rispettoso il nomignolo “pizzaiolo” che gli è stato affibbiato: quale altra scorciatoia, d'altronde, per insolentire un italiano? Mino non ha mai impastato o infornato, da giovane aiutava il padre nella pizzeria che aveva aperto ad Haarlem in Olanda, ma i locali nel frattempo divennero una decina e lui, imparata la lingua, si occupava di contratti, rapporti con le banche, questioni legali, intessendo relazioni che ne hanno fatto la fortuna e l'abilità. Risultato: nella sola nazionale oranje che la settimana scorsa ha affrontato le qualificazioni mondiali erano sette i suoi assistiti. Come altrettanto istruttivo potrebbe essere il giochino di togliere, spostare, mettere, dal prossimo mercato di Serie A i seguenti giocatori (tutti della sua “scuderia”): Mkhitaryan, Pogba, De Ligt, Donnarumma, Kean, Manolas, Romagnoli e il solito Ibrahimovic.
Resta una verità amara: “Il cuore sgradevole di questo affare è che sta accadendo proprio ora”. Mentre ovunque si stringe la cinghia, quando i club del calcio sono vicini al collasso, quando le persone comuni che finanziano questo spettacolo stanno soffrendo. Questo non è denaro magico. “È il tuo abbonamento alla tv, il tuo biglietto della partita, il merchandise del tuo club, il tuo valore pubblicitario” ha insistito Ronay. Mentre i club fuori dal salotto buono spingono per l'introduzione di un tetto salariale e c'è chi ipotizza l'introduzione di solidarity rules che frenino lo strapotere delle big, la vendita di Haaland finirà per compiersi a una cifra vicina ai 150 milioni di euro. Super contratto per il giocatore e percentuale a sette zeri anche per il suo agente, ovvio: ma “le ingenti somme, la perdita di scala umana, la continua tolleranza di tutto questo - bene, questo è interamente nostro”. |
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