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lunedì 30 maggio 2022

 

 


 

 


Nel 1955, in Casal di Principe,   il capraio Cipriano Magliulo uccise il possidente Ulderico Corvino che lo aveva redarguito perché le pecore avevano mangiato il suo grano di Ferdinando Terlizzi

 

Per comprendere la genesi di 4 processi e cinque perizie (tra quelle di ufficio e quelle di parte) bisogna riavvolgere il nastro e ritornare indietro al 1955 allorquando il maresciallo maggiore Renato de Benedictis, comandante la Stazione dei carabinieri di Casal di Principe, alle ore 18 del 12 giugno del 1955, inviò un cablogramma all’Autorità giudiziaria per informare che poco prima in località “Difesa Casale”, in agro di Casal di Principe, Cipriano Magliulo di anni 19, pastore, aveva – per motivi da chiarire – esploso alcuni colpi di pistola automatica contro Ulderico Corvino, 32enne, agricoltore del luogo, ferendolo gravemente in varie parti del corpo. La vittima trasportata al nosocomio di Aversa veniva giudicato in imminente pericolo di vita.  Lo sparatore subito dopo il delitto si era dato alla fuga.

Il giorno successivo i carabinieri cercarono invano il Magliulo che si era dato alla macchia ma interrogato il ferito presso l’ospedale lo stesso dichiarava che “recatosi in un fondo di sua proprietà sito nella località “Difesa Casale”, per mietere il grano aveva constatato che alcune pecore del gregge di proprietà del Magliulo stazionando in quei pressi, avevano mangiato un intero solco di grano ed aveva pertanto redarguito due garzoncelli che si trovavano presso le pecore invitandoli a chiamare subito il proprietario del gregge che veniva identificato per Luigi Magliulo da Casal di Principe di anni 45, che poco dopo aveva inviato sul posto il figlio Cipriano. Dopo aver fatto constatare il danno arrecato dalle pecore al giovane pastore questi però per tutta risposta estraeva dalla cintola dei pantaloni una pistola e faceva fuoco numerose volte all’indirizzo del Corvino dandosi poi alla fuga assieme a tale Giuseppe Coppola che aveva assistito al ferimento. Il giovane pastore, però, venne arrestato nella notte nella propria abitazione.

 Il delitto fu così ricostruito: Verso le ore 16:00 del 12 giugno del 1955 in località “Difesa di Casale” di Casal di Principe, l’agricoltore Ulderico Corvino veniva fatto segno di alcuni colpi di pistola esplosigli   a breve distanza dal pastore Cipriano Magliulo, riportando una lesione alla faccia posteriore dell’ ascellare posteriore con ritenzione del proiettile. Interrogato dei carabinieri nell’ospedale civile di Aversa – ove venne ricoverato qualche ora dopo il fatto -  il ferito raccontava che recatosi in un fondo nella detta località per mietere del grano aveva constatato che alcune pecore del gregge di Luigi Magliulo, padre del Cipriano, che pascolavano in quei pressi avevano danneggiato un intero solco del suo grano ed aveva quindi rimproverato  due garzoncelli che erano a guardia delle pecore e invitato gli stessi a chiamare il loro padroni.

 Il Cipriano Magliulo, tratto in arresto in data 17 giugno dichiarava che mentre, aiutato da Giuseppe Coppola, praticava un salasso ad una pecora colpita da malora era stato raggiunto dal suo garzoncello Antonio Di Caterino che con le lacrime agli occhi disse che il Corvino a circa 100 metri di distanza –  da dove stava pascolando il gregge – lo aveva minacciato e aveva ordinato di chiamarlo. Accompagnato dal Coppola egli si era recato dal Corvino. Ma costui appena lo vide, andando in escandescenze gli rivolse le seguenti frasi: “Neppure la vuoi finire, ti hanno ucciso le pecore, ti hanno sparato e non ti hanno ucciso, ma ora va a finire che ti uccido io, vedi che hanno fatto le tue pecore?”. Ed alla sua risposta che non era il caso di ucciderlo per così poco, sempre più infuriato, soggiunse ancora: “Questa sera vado alla caserma e se il maresciallo non fa quello che voglio ti uccido io”… e indi si diresse verso il posto ove erano i suoi indumenti dando la impressione che si recava ad armarsi.

 I carabinieri di Casal di principe con rapporto del 19 giugno del 1955 riferivano quanto sopra precisando che i due garzoni che avevano assistito al fatto, in sostanza avevano ripetuto la versione di questo ultimo e che Francesco Pignata e Giuseppe Petrillo  confermando di aver rinvenuto verso le 17:15 il Corvino, bocconi, nel suo fondo e di averne curato il trasporto in ospedale.

Diversa è la versione dei fatti data da Ulderico Corvino (la vittima) lo stesso dichiarava  confermando quanto già aveva detto i carabinieri  - che il Magliulo nulla rispose ma portò la mano al fianco estraendo la pistola; mentre il Coppola esclamava: “ Parli con questa fesseria non sai ancora quando ne dovete subire”…  mentre lui ribadiva che la sera sarebbe andato dai carabinieri e il Magliulo sentendo nominare la caserma dei carabinieri di digrignò ( mandò dei grugniti ) e cavata la pistola incomincio a sparare; che egli si dette alla fuga ma cadde e lo  sparatore che l’aveva inseguito gli esplose l’ultimo colpo,  quello che lo aveva attinto quando era già a terra. Il Corvino, inoltre, negava recisamente di avere offeso o minacciato di morte il Magliulo e di essersi diretto verso i suoi indumenti per armarsi.

 


La cattura   - Il secondo delitto – Le indagini

Il 5 agosto del 1955 il Corvino decedeva e  nel cimitero di Casal di Principe i periti del tribunale dottori Michele Sanvitale, Pasquale Tagliacozzi e Mario Pugliese, tutti di Santa Maria Capua Vetere, eseguirono l’autopsia sul cadavere di Ulderico Corvino – e conclusero che “la causa della morte era stata una sepsi con prevalente localizzazione broncopolmonare.   

 Il Coppola insisteva nell’affermare che il Corvino aveva insultato e minacciato il Magliulo di tirargli delle schioppettate e che il Magliulo estrasse l’arma quando il Corvino si era diretto al suo posto di lavoro annunziando che sarebbe ricorso ai carabinieri, mentre Sabino Petrillo e  Costantino Corvino a loro volta riferivano di avere appreso dal Coppola che il Magliulo  aveva sparato solo perché minacciato di denuncia. Antonio Di Caterino dichiarava  che il Corvino aveva minacciato di denuncia e  anche di morte il Magliulo sia quando gli ordinò di andarlo a chiamare, sia quando il Magliulo fu alla  sua presenza. Antonio Benformato e Francesco De Angelis raccontavano che nell’agosto del 55 il fratello dell’ Ulderico Corvino, Ubaldo  fermò in campagna il Di Caterino per farsi raccontare i particolari del fatto e il ragazzo disse che: il Magliulo aveva sparato in risposta alla minaccia di denunzia.  

Su parere conforme del pubblico ministero, il giudice istruttore, con propria sentenza, il 27 novembre del 1957, chiese il rinvio al giudizio della Corte di assise di Santa Maria Capua Vetere di Cipriano Magliulo  per avere a fine di vendetta e per futile motivo, mediante un colpo di pistola sparato da breve distanza ed alle spalle, attingeva alla ottava vertebra Ulderico Corvino, cagionato al medesimo  lesioni personali gravissime (sezione del midollo spinale) per paralisi flaccida degli arti inferiori, degli sfinteri (anale e vescicale) e la morte conseguita per una sepsi con prevalente localizzazione broncopolmonare e con ingresso attraverso le piaghe da decubito istituitesi in esso Corvino”. Inoltre il giudice istruttore rinviava al giudizio della Corte di assise anche il guardiano campestre Giuseppe Coppola – che fu testimone oculare del delitto – per avere omesso di prestare l’assistenza occorrente a Ulderico Corvino, rimasto gravemente ferito e di darne avviso all’Autorità”. 

 

 

 

In dibattimento la Corte rilevò  “che non poteva dubitarsi che si sia  effettivamente verificato l’episodio di pascolo abusivo che formò oggetto delle rimostranze fatte da Ulderico Corvino al Cipriano Magliulo immediatamente prima che avvenisse l’omicidio. Il Magliulo compì quindi l’aggressione non già in reazione ad un fatto ingiusto del Corvino ma per ritorsione alla giusta minaccia di denuncia dello stesso fattagli.  Il motivo dell’omicidio fu infatti ad un tempo futile ed abietto.  

 Mentre era in “itinere” il giudizio di appello il Magliulo fu rimesso in libertà per la decorrenza massima dei termini di custodia cautelare ed escarcerato gli fu assegnato il domicilio coatto in quel di Mondragone. Ma in questo comune per futili motivi venne a diverbio con tale Francesco Sorrentino contro il quale esplose alcuni colpi di pistola senza colpirlo. Dopo molto tempo trascorso in latitanza venne catturato quasi per caso. Nell’ambito di un normale controllo i carabinieri intimarono l’alt! ad una Fiat 850 targata CE 58915. Il conducente dell’autovettura, però, forzò il posto di blocco e si diede alla fuga. Inseguito dalla pattuglia di carabinieri sulla strada in località Ponte Annecchino nella tratta Casal di Principe-Capua nel tentativo di deviare in un viottolo la macchina si capovolse. Uscito indenne il guidatore dichiarò di chiamarsi Nicola Corvino, di essere nato e residente in Macerata Campania  e di essere sprovvisto di patente e documenti. Precisò che l’autovettura l’aveva sottratto al cognato Vincenzo Iasevoli, da Macerata Campania. Ma i militari insospettiti preferirono accompagnare il giovane presso la loro caserma. Intanto le informazioni richieste ai carabinieri di  Macerata Campania non corrispondevano ai dati del fermato. Quest’ultimo, accortosi di essere stato scoperto dichiarò volontariamente ai carabinieri di chiamarsi Giuliano Martino, di Pasquale nato nel 1934 a Casal di Principe e residente alla via Santa Maria Purgatorio. Subito fu convocato in caserma il padre del ragazzo fermato Pasquale Martino, che però, attraverso i vetri della sala mensa non riconobbe il giovane per suo figlio. La cosa si tingeva di giallo ma i carabinieri andavano avanti e finalmente il loro intenso e certosino lavoro fu premiato. Dopo varie ore il sedicente Martino, Iasevoli, Corvino…dichiarò di chiamarsi Cipriano Magliulo: l’assassino latitante!




 

 

La richiesta di un ergastolo e la condanna definitiva-  Nell’appello l’imputato chiedeva  la legittima difesa reale – La condanna prima a 30 e poi a 22 anni di reclusione

 

Il 2 febbraio del 1961 inizia il tour psichiatrico del detenuto Cipriano Magliulo in attesa dei giudizi di appello ed intanto – avendo dato segni di squilibrio in cella – veniva trasferito in osservazione, prima presso il Manicomio Giudiziario di Montelupo Fiorentino e successivamente presso il reparto psichiatrico del carcere di Pisa. Dopo il periodo di osservazione il Prof. Pasquale Coppola, direttore sanitario del manicomio criminale di Aversa diagnosticò che l’imputato doveva essere ricoverato presso una Casa per minorati psichici. Il Magliulo passò al vaglio di quasi tutti gli alienisti dell’epoca. Il prof. Dottor Annibale Puca, docente all’Università di Napoli, direttore dell’Ospedale Psichiatrico “S. Maria Maddalena” di Aversa, nel marzo del 1962, stilò una perizia con la quale riteneva il Magliulo sano di mente.  A questa perizia di ufficio di Puca faceva da eco quella del consulente di parte Dr. Francesco Navarro il quale riteneva invece il Magliulo “incapace di intendere e volere al momento dei fatti”.   Il 1 dicembre del 1962 dal Manicomio giudiziario “F. Saporito” di Aversa parte  una segnalazione alla Procura della Repubblica a firma del Dottor Giovanni Amati, ispettore generale sanitario con la quale comunicava lo stato di osservazione psichiatrica in atto per l’internato Cipriano Magliulo il quale “non è un malato di mente ma un prepotente, un violento deciso a tutto, pur di raggiungere i suoi obiettivi.  Ma nel 1963, mentre il Magliulo era detenuto nell’ergastolo ordinario dell’Isola di S. Stefano, la Procura Generale di Napoli chiedeva nuovamente alla Corte di assise di Napoli di revocare la precedente ordinanza e di far traferite il Magliulo in una sezione per minorati psichici di un istituto da designarsi dal Ministero.  Nel 1964, il 4 febbraio,  la Corte di Assise di Appello di Napoli ( Presidente Mario Marmo, giudice a latere Domenico Leone, pubblico ministero, procuratore generale Roberto Angelone) in riforma della sentenza della Corte di assise di Santa Maria Capua Vetere emessa nel 1958 dichiarava non doversi procedere contro Giuseppe Coppola (coimputato con il Magliulo) perché estinto il reato per morte dell’imputato. Eliminò, nel confronti del Magliulo l’aggravante del motivo abietto o futile riducendo al pena inflitta ad anni 28 di reclusione.  Nel 1966 ancora un ribaltamento da parte della Suprema Corte di Cassazione sul ricorso proposto dall’imputato.  La Cassazione annullò la sentenza per violazione di legge rinviando per un nuovo esame ad altra sezione della corte di Assise di Appello di Napoli. Infatti, nel 1968, la Corte di Assise di Appello di Napoli accogliendo il motivo degli ermellini ordinava procedersi ad una nuova  perizia psichiatrica sul Magliulo. Nel 1970 si giunse così ad una nuova perizia psichiatrica questa volta affidata al Prof. Giacomo Rosapepe, direttore del Manicomio Giudiziario di Napoli il quale giunse al giudizio finale con il definire il Magliulo: “un debole di mente, con personalità psicopatica mista ( labile d’umore, eccitabile), aveva al momento del commesso reato, grandemente scemata, senza essere esclusa, la capacità di intendere e di volere; egli è persona socialmente pericolosa”. A maggio del 1970, la III Sezione della Corte di Assise di Appello di Napoli, presieduta da Agostino Camodeca, su impulso dell’avvocato di Magliulo decideva, in accoglimento dell’istanza  di escarcerare il Magliulo e assegnarlo  al domicilio coatto di Trentola Ducenta, con una cauzione di tre milioni di lire. A luglio del 1970 non avendo versato la cauzione dei tre milioni il Magliulo ebbe tramutato il domicilio coatto da Trentola a Mondragone.  A ottobre del 1970, il Magliulo, ottenuto il posto di lavoratore stagionale presso la “Idac Foods” di Mondragone si rendeva autore di un tentativo di omicidio  a seguito di un diverbio con un operaio tale Francesco Sorrentino.   Il 29 marzo del 1972 – a distanza di ben 17 anni dall’omicidio – il destino processuale di  Cipriano Magliulo, il giovane pecoraro, che aveva ucciso Ulderico Corvino era legato, per l’ennesima volta, alla Corte di assise di Appello di Napoli. La Corte, emise il verdetto finale giudicando sui  rinvii della Corte di Cassazione in base all’impugnativa prodotta dall’imputato e dal pubblico ministero, per la condanna della Corte di assise di Santa Maria Capua Vetere del 1966, con una pena di anni 30 di reclusione.  Nelle more del giudizio di appello l’’imputato veniva sottoposto ad osservazione nel Manicomio Giudiziario di Montelupo Fiorentino dove gli venne praticato l’esame elettroencefalografico, a seguito del quale il direttore sanitario diagnosticava un quadro psiconevrotico. Su sollecitazione dei difensori la Corte disponeva perizia psichiatrica e l’incarico veniva affidato al Prof. Annibale Puca il quale, però, concludeva che sia all’epoca dei fatti sia in epoca successiva il Magliulo era sempre stato pienamente capace di intendere e di volere.  La Corte di assise di Appello di Napoli con sentenza del 4 febbraio 1964   eliminando l’aggravante dei motivi abietti e futili (su conforme richiesta del Procuratore Generale) con le attenuanti generiche già riconosciute e la contestata recidiva, riduceva la pena inflitta al Magliulo a 28 anni di reclusione. Dichiarava estinto il reato a carico del coimputato Coppola per essere costui deceduto nelle more. Avverso tale sentenza proponeva ricorso per Cassazione l’imputato.  La Suprema Corte, con sentenza del 19 ottobre del 1966, accoglieva il secondo motivo di gravame e rinviava ad un nuovo esame innanzi  ad altra sezione di Corte di assise. Con ordinanza dell’8 luglio 1968 la III sezione disponeva nuova perizia psichiatrica e rinviava gli atti al Giudice Istruttore presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere il quale affidava l’incarico al Prof. Giacomo Rosapepe. Questi con relazione del 13 febbraio 1970 concludeva ritenendo il Magliulo “un debole di mente con personalità psicopatica mista e che al momento del fatto aveva grandemente scemata – senza essere esclusa – la capacità di intendere e di volere. Lo riteneva persona socialmente pericolosa”. Il verdetto finale con la esclusione del motivo abietto e futile e con la concessione delle attenuanti generiche – computata la contestata recidiva – ridusse la pena inflitta per il reato di omicidio volontario ad anni 22 di reclusione.  A questa sentenza fu proposto ricorso per Cassazione sia perché era stata esclusa, ancora una volta, la seminfermità mentale e sia perché non era stata motivata l’aumento della pena per la contestata recidiva. Ma la Suprema Corte respinse entrambi i motivi. Gli avvocati impegnati nei processi furono: Cesare Loasses, Antonio Simoncelli, Vittorio Verzillo, Michele Verzillo, Pasquale De Gennaro, Ciro Maffuccini, Alfredo De Marsico, Orazio Cicatelli, Giuseppe Garofalo e Pompeo Rendina.

 

  


 

 




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