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lunedì 6 giugno 2022

 

Tentò di uccidere il suo seduttore ma in dibattimento si appurò che  era un seduttore “seriale”-



 

Alle 19:20  del  16 settembre del 1957 veniva ricoverato nell’ospedale di Caserta Augusto Ascione,  un odontotecnico residente in Maddaloni,  il quale presentava numerosi ferite da punta e taglio al capo, al polso e al gomito sinistro, al pollice destro, e grave stato di choc per anemia acuta. Poco dopo si presentava nello stesso ospedale la giovane Maria Cortese, residente in Sante  Maria a Vico per farsi medicare una ferita al palmo della mano destra. La Cortese dichiarava agli agenti in servizio presso quel luogo di essere stata lei ad accoltellare l’Ascione e, tratta in arresto, esponeva in un lungo interrogatorio i precedenti e le modalità del fatto.

A suo dire l’Ascione l’aveva conosciuto il 15 agosto e in casa di un’amica e subito aveva voluto fidanzarsi con lei nonostante gli avesse fatto presente le proprie condizioni che non erano buone né dal punto di vista economico né da quello morale poiché sua madre era stata abbandonata dal marito e viveva da molti anni con un altro uomo. Si erano pertanto incontrati diverse volte in Santa Maria a Vico, Maddaloni, in Napoli, ove lei lavorava presso la colonia  “Casa del Fanciullo”;  ed in occasione di uno di tali incontri, il 27 agosto il fidanzato l’aveva convinta a “visitare”  il suo studio in Santa Maria a Vico ed ivi dopo averla accarezzata e baciata l’aveva – mercè violenza -  posseduta, cagionandole notevole emorragia.

Ella non aveva detto nulla a nessuno fidando nella promessa che l’Ascione le aveva fatto di sposarla. Senonché successivamente avevo notato che il giovane agli inviti rivoltigli perché mantenesse la promessa rispondeva evasivamente: ora le consigliava di lasciare l’impiego e le prometteva di presentarle sua madre, ora diceva che era meglio che continuasse a lavorare e che non era necessario la presentazione alla sua famiglia, e mentre talvolta sembrava accondiscendere alla sua richiesta di essere visitata da un medico altre volte invece affermava che la visita era inutile perché egli non l’aveva deflorata e comunque all’occorrenza poteva visitarla lui.

A seguito di tale ambiguo comportamento dello Ascione ella si era fatta visitare dall’ostetrica di Santa Maria a Vico che le confermò che era rimasta deflorata. Infine, continuava raccontare la Cortese, che quel giorno 15 settembre alle ore 17:00 ella si era ricata al consueto appuntamento in Santa Maria a Vico portando con sé un coltello di sua proprietà prevedendo che i fatti potevano “precipitare in suo danno”.

L’Ascione l’aveva condotta in macchina nel parco di Caserta ed indi  in una via di campagna in località San Clemente ove  si erano seduti ai piedi di un albero. Nella discussione il fidanzato le aveva detto che sarebbe partito quella sera stessa per Roma e le aveva anche proposto di seguirlo e di diventare la sua “amante” precisandole che ciò le conveniva perché egli non l’avrebbe mai sposata né  poteva comunque sposarsi con altri essendo ormai non più vergine.

A tali dichiarazioni ella era stata invasa dall’ira ed estratto il coltello dalla borsa aveva colpito più volte l’Ascione al viso, ma non con l’intenzione di ucciderlo bensì di produrgli uno sfregio.  Il  fidanzato per difendersi le aveva dato un calcio mandandola a gambe levate, benché ferito, era salito nella propria macchina e si era portato all’ospedale; ivi si era recata anch’essa perché si era accorta di essere rimasta ferita alla mano destra.

L’Ascione, interrogato il giorno dopo, dichiarava a sua volta che la Cortese lo aveva colpito mente era sdraiato e quasi assopito e teneva il capo poggiato sulle sue gambe. Egli precisava che non era fidanzato con la ragazza ma tuttavia, si era più volte incontrato con lei ed una volta in una via panoramica di Napoli, aveva compiuto, con il suo consenso, sulla sua persona atti superficiali di libidine. Negava poi gli altri particolari della relazione e dell’intimo incontro raccontato dalla fanciulla.

La  Questura di Caserta riferì quanto sopra con rapporto del 16 settembre del 57 nel quale fece altresì presente che nella località in cui si era verificato il ferimento era stato ritrovato il coltello usato della Cortese, un coltello di tipo “pugnoletto” con lama a punta lunga di centimetri 13 e con il manico fisso lungo 18 cm.

 

Con altro rapporto del 12 dicembre del 1957 la Questura comunicava all’A.G. che l’Ascione godeva fama di donnaiolo; all’epoca dei fatti era fidanzato, infatti,  con certa Rosa Pepe da Maddaloni, alla quale aveva fatto credere che il suo ferimento era dovuto ad un incidente d’auto; precedentemente aveva avuto come fidanzata, tra altre, tale Ida Landolfi da Santa Maria Vico, alla quale avevo fatto insistentemente proposte di trasferissi con lui a Roma quale sua amante.

Nel corso della formale istruzione si accertava mediante perizia medico-legale che l’Ascione  era stato attinto da 9 colpi di arma da punta e taglio infertigli  il primo alla regione carotidea (mentre trovavasi nella posizione da lui indicata e cioè con la testa poggiato sulle gambe della feritrice  che era seduta);  gli altri, al polso sinistro, al gomito sinistro, al pollice destro, alla regione temporale, parietale, retroauricolare sinistra quando sia lui che la feritrice erano in piedi, ed era guarito entro 10 giorni dalle lesioni riportare, la più grave delle quali, quella alla regione carotidea - interessante la corotide – aveva cagionato anemia acuta e conseguente pericolo di vita; che la Cortese era guarita dalla lesione  alla mano destra nel termine di giorni 90 e che inoltre stessa era  stata deflorate in epoca recente e non aveva l’abitudine al coito e non era incinta.

 

La Cortese in data 4 dicembre del 1957 sporse querela contro l’Ascione per violenza carnale e dinanzi all’istruttore che le contestò con Mandato di cattura il reato di tentato omicidio, e porto abusivo di coltello ripetette il racconto reso  alla Pubblica Sicurezza precisando che era stata precedentemente fidanzata per quattro anni con tale Pinuccio Balletta il quale l’aveva sempre rispettata; che l’Ascione   aveva manifestato l’intenzione  di sposarla anche alle di lei madre;  che lo stesso l’aveva posseduta oltre che nel suo studio in Santa Maria a Vico anche a Napoli, in una strada panoramica, la sera della festa di Piedigrotta, sempre contro il suo volere ed usandole violenza; che ella aveva riportato la lesione alla mano destra perché l’Ascione, disarmatola, le aveva tirato un colpo in direzione del viso che essa aveva parato alzando le mani.

All’Ascione vennero ascritti i reati di violenza carnale continuata, di lesioni con arma e di atti osceni. Egli, tratto in arresto a seguito di mandato di cattura, negò recisamente e di aver prodotto lui alla Cortese la lesione da costei riportata; confermò quanto già dichiarato alla P.S. e aggiunse che una volta anche nel suo studio aveva posto a contatti suoi genitali con le parti esterne dei genitali della ragazza, sempre con il suo consenso e che la ragazza in entrambi i contatti carnali aveva avuto notevoli emorragie.


 

Il  confronto tra la sedotta e lo stupratore – Lui nega, lei insiste-  Il procedente della sottrazione consensuale di minore -

 

Posto a confronto con la Cortese ammise  poi di averle promesso di sposarla. Durante l’istruttoria la Questura di Caserta in data 2 febbraio del 1958 inoltrò una denuncia presentata dalla madre della Cortese, Iolanda Carfora, contro certa Elisa Pettoella. In detta denuncia la Carfora esponeva che la Pettoella, dimessa dal carcere di Santa Maria Capua Vetere ove era detenuta anche sua figlia, si era presentata a casa sua e non solo, assumendo falsamente di essere stata incaricata dalla figlia di ritirare della biancheria e degli indumenti, si era fatta consegnare degli effetti e se ne era appropriata, ma aveva anche asportato dall’abitazione un maglione ed una gonna.

In ordine a tale episodio la Cortese negava recisamente di aver dato alla Pettoella, quando venne dimessa dal carcere, incarico alcuno; l’Ascione invece raccontava che da lui si era presentato una donna che gli aveva comunicato che la Cortese era incinta e poi aveva finito per rivelargli che ciò non era vero e gli aveva anche mostrato e lasciato un biglietto sul quale erano segnati degli incarichi affidategli dalla Cortese. Contro la Pettoella, che peraltro rimaneva irreperibile, veniva emesso mandato di cattura. 

Dopo la escussione dei testi - i quali deponevano alcuni (Rita Buonocunto, Francesco Vetrone,  Maria De Angelis,  Iolanda Carfora,  Salvatore Di Caprio) circa la relazione tra la Cortese e l’Ascione -  altri sulla condotta onesta sempre serbata dalla prima i sui trascorsi amorosi del secondo (Raffaele Gargiulo, Felice Ruffier, Amedeo Iorio,  Cesare Vigliotti, Bianca Pellina, Luisa Pereca e Giuseppe Balletta), il giudice istruttore disponeva il richiamo degli atti di un procedimento celebratosi a carico dell’Ascione per sottrazione consensuale della minore Concetta Vegliante e indi con sentenza del 28 agosto del 1958 ordinava il rinvio della Cortese, dell’Ascione – nel frattempo scarcerato per la concessione della libertà provvisoria – e della Pettoella innanzi la Corte di assise di Santa Maria Capua Vetere per i reati loro addebitati  eccezione fatta per quello di violenza carnale addebitato all’Ascione in ordine al quale dichiarava non doversi procedere perché “il fatto non costituisce reato”. 

 

Il racconto reso dalla Cortese in ordine al suo fidanzamento con l’Ascione e della sua deflorazione ad opera di questi, tranne per quanto riguarda l’affermazione di essere stata costretta mercè violenza ai congressi carnali, ha trovato sicuro conforto in molteplici risultanze processuali. E’ stato infatti confermato dai testimoni Rita Buonocunto,  Francesco Ventrone, Maria De Angelis e dalle stesse ammissioni dell’Ascione che i due giovani si conobbero in casa della Buonocunto il 15 agosto del 57 e furono spesso insieme durante il mese che intercorse tra detto il giorno e quello in cui si verificò il fatto di sangue per cui il processo.

E che si trattasse di un vero e proprio fidanzamento, e non di semplice amicizia come l’Ascione ha tentato di far credere, è dimostrato dal contenuto molto affettuoso della lettera che egli inviò alla ragazza il 30 agosto (allegata all’interrogatorio del processo);  dalla sua ammissione di avere promesso alla medesima di sposarla dalla circostanza che egli manifestò anche alla madre della Cortese, Iolanda Carfora, l’intenzione di contrarre matrimonio con la figlia (deposizione di Iolanda Carfora e di Salvatore Di Caprio).

 

È pacifico inoltre che i due giovani ebbero due congressi carnali, il primo il 27 agosto lo studio dell’ Ascione in Santa Maria a Vico e il secondo la sera del 7 settembre in una strada panoramica di Napoli. Né può  nutrissi dubbio che la ragazza a seguito di cuei congressi sia rimasta deflorata giacchè l’assunto dell’Ascione - di essersi limitato a contatti superficiali -  è smentito dalla circostanza, anch’essa pacifica,  che la Cortese riportò notevoli emorragie dai genitali e dal fatto che prima la levatrice Giovanna Bertuca e poi il perito medico legale hanno accertato  il suo stato di deflorazione e che tale stato risale ad epoca corrispondente al periodo in cui avvennero i due congressi carnali.

E’ da escludere invece, è già lo ha osservato giudice istruttore, che la Cortese sia  stata costretta dallo Ascione a congiungersi con lui contro la sua volontà, mercè violenza; le circostanze infatti che la ragazza non ha saputo precisare le modalità in cui la violenza si sarebbe estrinsecata (si è limitato a dire che il fidanzato la strinse, la tenne compressa), aderì a recarsi con il fidanzato la prima volta nel suo studio la seconda volta – a tarda ora -  in una strada isolata, tacque a tutti l’accaduto, lasciano arguire chiaramente che  si unì volontariamente al fidanzato fidando nella promessa di matrimonio che questo le aveva fatto.

 

 

  La condanna  con attenuanti per il particolare motivo sociale e morale -Fu spinta a tentare l’omicidio dall’esigenza di rivendicare il proprio onore violato con inganno. 

 

In dibattimento i giudici rilevarono che: “E’ da ritenersi senz’altro attendibile la spiegazione che la Cortese ha dato in ordine alla causale dell’aggressione da lei compiuta contro l’Ascione nella sera del 15 settembre presso una strada di campagna in località San Clemente di Caserta. La donna invero assume che si indusse ad assalire il fidanzato perché dopo la deflorazione aveva dimostrato con un comportamento evasivo di non avere intenzione di mantenere la promessa di matrimonio ed anzi nell’ultimo colloquio le aveva chiaramente detto che non voleva sposarla e le aveva proposto di recarsi a convivere con lui a Roma quale amante.

E questa versione non solo appare a prima vista logica perché ha un addentellato nella esistenza del rapporto di fidanzamento e della seduzione ma trova conferma anche nel fatto che non sono emersi elementi idonei ad accreditare una diversa causale dell’aggressione, e dei precedenti stessi dell’Ascione. Questi è uno scaltro donnaiolo, come hanno riferito il commissario di pubblica sicurezza Raffaele Gargiulo, il maresciallo dei carabinieri Felice Ruffier, il parroco Cesare Vigliotti ed altri testi ed ha sedotto ed abbandonato anche altre ragazze ( processo allegato per la sottrazione contestuale della minorenne Concetta Vegliante).

 

Ma vie è di più. Anche il particolare riferito dalla Cortese che l’Ascione  nell’ultimo colloquio, dopo il definitivo rifiuto di mantenere la promessa di sposarla, le propose di recarsi a convivere con lui a Roma quale sua amante trova corrispondenza in una identica proposta fatta a suo tempo dal seduttore all’altra ragazza, Ida Landolfi, come si legge nel  rapporto del 12 dicembre 57.

 “La Cortese  - stigamatizzarono i giudici della Corte di assise  - va dichiarata colpevole oltre che di tentato omicidio premeditato, di atti osceni, essendo evidente che il congiungimento carnale avvenuto in Napoli in una pubblica strada integra tale reato, ed anche della contravvenzione di porto abusivo di coltello giacché il coltello adoperato contro lo Ascione per le sue dimensioni caratteristiche, rientra tra gli strumenti “da punta e taglio” dei quali è vietato il porto senza giustificato motivo”.

 “In ordine al tentato omicidio la Corte stima poi giusto concedere anche le attenuanti del motivo di particolare valore morale sociale e della provocazione. Il tentato omicidio infatti trasse origine da motivi apprezzati dalla comune, generale coscienza. E’ chiaro che l’imputata, che come si è detto si era  mantenuta fino allora illibata intanto si concesse all’ Ascione in quanto ebbe fiducia nella sua promessa di matrimonio. Ed è parimenti certo che tale promessa non fu sincera e costituì anzi un espediente per indurre la ragazza a cedere: per convincersi di ciò basta considerare che il giovane ritirò la parola immediatamente dopo aver soddisfatto sulla ragazza le sue voglie e iniziò la relazione pur essendo già fidanzato con tale Rosa Pepe, e senza eppure interrompere quel precedente legame”.

 È vero infatti che la Cortese in istruttoria e in dibattimento ha sostenuto recisamente che il fidanzato la disarmò e la colpì a sua volta con il coltello, ma è da tener presente che nella prima dichiarazione resa poco dopo l’accaduto, la giovane non accennò affatto a tali circostanze ed anzi spiegò di essersi autoferita impugnando l’arma; dato il contrasto esistente tra tali versione non può non dubitarsi della responsabilità dell’Ascione per il delitto in esame. Palesa è infine la colpevolezza dell’altra imputata Elisa Pettoella per il reato di truffa e di furto.  Con sentenza della Corte di assise di Santa Maria Capua Vetere (Eduardo Cilento, presidente; Guido Tavassi, giudice a latere; pubblico ministero, Gennaro Calabrese; giudici popolari: Antonietta Falivene, Francesco Barbato, Giacomo Mariano Cirioli, Pierino Femiano, Fausto Rossi e Maria Iadevai) del 19 febbraio del 1959, Maria Cortese  venne condannata per tentato omicidio ( pena stimata per il tentato omicidio premeditato in anni 12 di reclusione – da ridursi per le attenuanti generiche ad anni 9 di reclusione – per la provocazione ad anni 6, per l’attenuante del motivo morale e sociale ad anni 4 e mesi 6 di reclusione; per gli atti osceni in mesi 4 e gg. 15 di reclusione (da ridursi a mesi 3 per le attenuanti generiche)  per il porto di coltello in lire 5000 di ammenda in definitiva  alla pena di anni 4 mesi 9 di reclusione. Ad  Augusto Ascione, che qualche anno prima aveva accoltellato la donna, per gli atti osceni  venne condannato ad anni 1 di reclusione per atti osceni in luogo pubblico. Elisa Pettoella,  per il reato di truffa e di furto fu condannata ad anni 3 di reclusione.  Nel processo furono impegnati gli avvocati: Carlo Cipullo, Ciro Maffuccini, Francesco Lugnano e Antonio Schettino.  Naturalmente seguirono gli appelli da parte dei difensori per cercare di ottenere sentenze più miti nei confronti dei loro assistiti. La Suprema Corte di Cassazione – dopo circa tre anni – rigettò tutti i ricorsi ritenendo eque le condanne inflitte.

 

 

L'AVVOCATO FRANCESCO LUGNANO 

 

 

 

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