sabato 23 luglio 2011

L'INCIPIT DEL LIBRO DI FERDINANDO TERLIZZI "Il delitto di un uomo normale... eticamente deviato da una passione ignominiosa


La pazza storia





Questa è la storia di un omicidio, di un processo per omicidio e di alcune persone che vi parteciparono volontariamente o furono prese nella rete degli avvenimenti. Prese nella rete è un’immagine quanto mai appropriata, giacchè si direbbe che l’omicidio possieda, più di ogni altro reato, un’irresistibile forza d’attrazione, per cui la gente, spesso con meraviglia e ogni tanto per errore, finisce fatalmente nelle sue maglie. Queste poche parole sono l’incipit di un classico della narrativa giudiziaria “Anatomia di un omicidio”, di Robert Traver, pseudonimo di John D. Voelker, un alto magistrato americano, autore di vari romanzi di argomento giudiziario, ma sembrano scritte apposta per l’inizio di questa storia.














LA COPERTINA DELLA TERZA EDIZIONE IN RISTAMPA
In questo libro è raccontata la storia di un omicidio e dei processi che ne seguirono. Ma non è soltanto la storia di un delitto commesso da un presunto “pazzo”, ma anche la narrazione e lo sviluppo di una storia “pazza”. La storia, truce e aberrante, di un assassinio che ha coinvolto uno di noi. Uno “normale”, almeno dall’apparenza, travolto, però, da una “passione ignominiosa”. Un professionista! Una storia nella quale l’assassino avrei potuto essere io, e finire in manette a “S. Francesco”. Oppure uno di voi, la vittima, gettata nei fondali del Volturno, con il cuore trafitto da un punteruolo, con due mattoni legati ai piedi. È una storia avvolta da un funereo velo, dove la “donna-puttana”, si prende gioco dei sentimenti e dell’amore, spingendo uno dei suoi ultimi amanti, nel bàratro del delitto. Una storia maturata in un ambiente equivoco, strano, losco; dove un pederasta fa il ruffiano per denaro, e organizza “droga-party” e “poker-strip”, per eccitare gli amanti di turno di una ballerina fallita. È una storia che travolge un giovane che faceva le sfilate per l’alta moda maschile, inesperto della vita. Ma con tanta voglia di viverla.


Il giornalista Ferdinando Terlizzi autore del libro alla sala stampa estera in occasione della conferenza stampa per l'assoluzione del mostro di Firenze. All'epoca Terlizzi era direttore di "Detective&Crime" edito dal criminologo Carmelo Lavorino che ha scritto la prefazione del libro "Il delitto di un uomo nornale" -








 È la storia che distrugge la brillante carriera di un giovane medico, inesperto del sesso, ma disposto a tutto pur di viverlo a fondo. Entrambi di buona famiglia. Entrambi, purtroppo, hanno trovato sulla loro strada una strega che era abituata a “baciare finanche il culo a Satana”. Ma è anche la storia di matrimoni negati, di figli che vogliono vivere la loro vita, senza condizionamenti. Di madri bigotte che vogliono, a tutti i costi, inculcare una religione ai figli che non sia quella orgiastica. È la storia di ricchezze sperperate, nella dolce vita, con prostitute e pederasti. Ma anche la storia di famiglie della media borghesia degli anni Sessanta, che vogliono riscattare le loro ancestrali colpe, tentando di lanciare i figli nel “jet-set”. Una storia, insomma, di sesso sfrenato, di falsi moralismi, di cortigiane arricchite, di corna, di tradimenti pilotati, di triangoli, di mènage a tre, a quattro, a cinque, a... È una storia dove gli strozzini hanno lucrato, milioni a palate, e non sono solo comparse scialbe. Una storia dove hanno giocato il loro ruolo e hanno le loro colpe e, credo, porteranno i loro scrupoli in eterno sulle coscienze, ammesso ,che gli strozzini ne abbiano una. Ma è principalmente la storia dove il protagonista immagina il “mondo” come un grande palcoscenico, dove tutti i riflettori sono puntati sui genitali. Dove l’uomo vive solo per quelli, per eccitarli, per aizzarli, per soddisfarli, in tutti i modi, in tutte le forme. Nessuna regola. Nessun freno...


È dal 1970, quando ero nel pieno della mia attività giornalistica, che avevo maturato l’idea di raccogliere materiale sulla vicenda del medico sammaritano. Per molti motivi. È stato un processo che mi ha sempre impressionato, per la singolarità del personaggio, per l’ambivalenza del movente, per la presenza dei
più noti avvocati penalisti dell’epoca e non solo. Per i memoriali scritti dall’imputato, che sono, secondo me, un’opera di grande interesse culturale e umano. Questa vicenda ha esercitato su di me un fascino non indifferente, dai primi passi di cronista giudiziario, fino a oggi, che sono vecchio, stanco, decrepito e
“semi-analfabeta travet”, del grigio giornalismo provinciale, se volete anche deluso della vita, ma ancora convinto della validità di questa pubblicazione. Il processo, le arringhe, i memoriali del medico assassino, scritti nel carcere, subito dopo il delitto (prima di essere giudicato e condannato), sono per certi versi inediti; la perizia, l’accusa, la difesa; le contorte motivazioni delle sentenze
dei quattro processi, rappresentano, secondo il mio modesto punto di vista, documenti insostituibili della storia giudiziaria d’Italia. La loro lettura mi ha fatto, spesso, sprofondare in una incomprensibile depressione.
Debbo precisare, però, che dallo studio, per esempio, dei memoriali, ho spesso attinto, lo confesso, ma non sono pentito, frasi o citazioni per i miei quotidiani resoconti giudiziari. C’è, però, uno dei difensori di Tafuri che, a proposito dei memoriali, è di parere diametralmente opposto al mio. Sostiene questi, infatti, che l’intera narrazione, o l’ossatura, se non il canovaccio, che ha ispirato Tafuri a scrivere i tre quaderni del suo memoriale, sia interamente copiato, ovviamente con la sostituzione dei nomi, dal famoso libro “Una generazione felice”.

Io, tuttavia, sono rimasto fermamente convinto dell’utilità d’una pubblicazione degli stessi, che potrebbero interessare giovani avvocati, studenti di giurisprudenza, operatori del diritto, studiosi di psichiatria forense, appassionati di libri gialli, e pertanto ho proseguito nelle mie ricerche.
Mi buttai alla raccolta di notizie, fatti inediti, giornali dell’epoca. Riuscii finanche a fotocopiarmi l’intero incartamento del processo che era conservato nei polverosi archivi del sottosuolo del Palazzo di Giustizia e continuai ad archiviare materiale.
Non senza notevole dispendio di energie, recuperai anche le due più significative arringhe, una riguardante un difensore di parte civile, e l’altra, pronunciata dal maestro dell’oratoria forense, che si assunse la responsabilità di difendere il medico sammaritano. Arrivai finanche a scrivere allo stesso Tafuri, allora ristretto nel carcere di Perugia, offrendogli la possibilità di collaborare, in prima persona, a una eventuale pubblicazione “a quattro mani”.
Puntuale, metodico, cortese, com’era nel suo stile di vita, Aurelio Tafuri mi inviò una lettera nella quale “pur manifestando un vivo apprezzamento per il mio acume giornalistico”, declinava ogni sorta di collaborazione, preferendo che la sua vicenda, che tanto clamore aveva suscitato in Italia e non solo, fosse coperta dalla
patina dell’oblio. Tuttavia, l’uscita del libro “Kriminal Tango”, nell’anno 2002, nel quale la vicenda Tafuri è tra quelle che più hanno fatto scalpore, mi ha spinto a terminare il lavoro.
E già. Che la sua vicenda rimanesse nell’oblio. Come dar torto a Tafuri? Ne condividevo e ne condivido i motivi. Tuttavia, ritengo doveroso, per uno come me, che da oltre quaranta anni, segue, per giornali, riviste e tv, la cronaca giudiziaria, la pubblicazione di questo volume. Non fosse altro che per lasciare ai giovani uno strumento di studio, di riflessione, di insegnamento. Per trarre, se possibile, dall’intera vicenda, una morale di vita. Anche se sono trascorsi 50 anni. Ho, infatti, iniziato ad abbozzare questo libro con una macchina da scrivere Olivetti lettera 22 e l’ho finito oggi, nell’era del Macintosh.
Aurelio Tafuri è il più singolare imputato mai passato alla storia criminale di tutti i tempi. Molti processi, e questo è uno di quelli, vanno oltre la cronaca nera e giudiziaria. Alcuni sono la testimonianza, spesso, dei vertici ai quali può giungere il dolore, la pazzia, lo sconforto e l’incomprensione degli uomini.
Avvocati, giornalisti, magistrati, poliziotti, psichiatri, tutti hanno cercato, in innumerovoli modi, di mettere a nudo la complessa, sconcertante personalità di Aurelio Tafuri. Nella mia lunga esperienza di cronista giudiziario, (ho fatto per molto tempo - come diceva Guido Rodari - “il mestiere di andare a vedere, ascoltare, confrontare, fare domande giuste, documentarsi” e “anche annusare”, come hanno spiegato Ettore Mo e Lina Coletti ), ho potuto constatare che questi anni - e non solo - sono stati caratterizzati da una serie di delitti più o meno passionali, nei quali la donna è apparsa o esecutrice o ispiratrice.
Un episodio che cito per tutti, battezzato dai media con il titolo: “La Circe di Mondragone”. Petronilla D’Agostino, infatti, è passata alla storia criminale perché, in cambio di prestazioni sessuali orali, spinse il genero a uccidere il proprio marito. Il “caso” approdò prima alla trasmissione tv “Un giorno in Pretura”, condotta dalla bravissima Roberta Petrelluzzi e poi anche nella serie delle “Storie Maledette”, della Rai tv. Ed è appunto una “storia maledetta”, quella di Petronilla
D’Agostino, condannata a 26 anni di reclusione, per concorso “morale” in omicidio premeditato aggravato. La fantastica storia inizia nel settembre del 1991, alloquando venne trovato il corpo senza vita di Enrico Piscitiello, crivellato da numerosi colpi di pistola. Successivamente, a seguito di indagini, vennero tratti
in arresto Michele Maruchiello e Maurizio D’Ambrosio, giovani manovali di Mondragone, entrambi sposati alle due figlie della vittima. Nel corso delle indagini, ostacolate dalla pressante omertà della zona (per anni teatro delle gesta del clan dei La Torre) emerse una vicenda boccaccesca, addirittura inedita per
gli annali criminologici della Provincia di Caserta. La D’Agostino, moglie del Piscitiello, venne chiamata in giudizio per “concorso morale in omicidio”, proprio dai due generi che aveva irretito. Venne fuori, tra l’altro, una “verità” sconcertante. La donna, previa prestazioni sessuali “sui generis”, aveva plagiato i due giovani e li aveva istigati a uccidere il marito, il quale, pur essendo un uomo mite, ma dedito principalmente all’alcool,
rappresentava un ostacolo per la donna, che era incline invece, ad avere rapporti sessuali con varie persone, e, principalmente, con i mariti delle due figlie. Nel processo di primo grado, celebratosi innanzi la Corte di Assise di S. Maria C.V., la “Circe”, inverosimilmente, venne assolta, mentre i due giovani vennero condannati entrambi a 26 anni di reclusione.
Contrariamente a quanto aveva chiesto, invece, il pubblico ministero Paolo Albano, al termine della sua requisitoria, che aveva prospettato per tutti, mandanti ed esecutori materiali, la pena dell’ergastolo. Celebratosi il processo d’appello, i giudici di secondo grado, esaminato più accuratamente il “movente e la peculiarità del compenso” per la istigazione del delitto, ritennero la Petronilla D’Agostino, colpevole di istigazione e concorso morale in omicidio aggravato, e la condannarono, come detto, a 26 anni di reclusione. La Cassazione confermò in ogni punto la sentenza di secondo grado. E mentre giudizialmente parlando, il caso della Circe di Mondragone è definitivamente chiuso, si apre uno squarcio sul motivo sottostante e sulla peculiarità della “moneta” pagata per istigare a compiere un delitto. Nel novero dei casi giudiziari della Provincia di Caserta, vi sono precedenti di omicidi, pagati con partite di droga o addirittura a... rate, con tanto di cambiali. Mai si era saputo di un delitto pagato con prestazioni “orali” sessuali. Tuttavia, singolare appare
anche quello di Antonio Consales, medico di Sessa Aurunca, e allora sindaco, negli anni Settanta, il quale, con la complicità di un impiegato comunale, detto “manomozza”, pagò a cambiali i presunti killer: due cacciatori di Casal di Principe, per tentare di far uccidere il professore Franchino Ianniello, uomo politico
locale, assai influente, allora segretario provinciale della Democrazia Cristiana. Si disse di lui che era stato anche il medico che aveva tagliato un orecchio a Paul Getty III°, nipote del petroliere americano, il miliardario Paul Getty I°, rapito
dalla ndrangheta, e tenuto ostaggio, su di un cargo, al largo di Gaeta, dal 10 luglio 1973 e fino al 15 dicembre dello stesso anno. Su questo rapimento non si è fatta mai piena luce. Se ne attribuì la paternità a Lucianeddo, alias Luciano Liggio. Entrambi i protagonisti (rapito e rapitore) hanno fatto una brutta fine.
A quanto se ne sa, il primo è vivo ma è cieco, distrutto dalla droga, il secondo morì in carcere.
Dunque, ritornando alla nostra narrazione, mai delitti sono stati pagati o istigati con prestazioni sessuali e per giunta con il coinvolgimento di familiari, sia pure acquisiti. Petronilla D’Agostino – la “Circe di Mondragone” – entrerà nella
storia criminale solo per questo, per la singolarità della sua “moneta”, dimostrando,  se ve ne fosse ancora bisogno, che la donna possiede “armi” convincenti, micidiali, che può usare per fini abietti, e che i suoi “strumenti” di seduzione possono portare anche all’omicidio. In tante altre storie “maledette”, però, vi sono figure di donne, di fascino irresistibile e dannoso, che provocano tanto interesse e clamore, non tanto per i moventi dei loro delitti, quanto per il fascino e il mistero che emanano. Aurelio Tafuri era diventato schiavo delle proprie passioni per una donna fatale? Era un uomo il cui destino era legato alle catene indissolubili del delitto? Non mi pare.








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