martedì 19 luglio 2011

UN BRANO TRATTO DAL LIBRO "IL DELITTO DI UN UOMO NORMALE" DI FERDINANDO TERLIZZI

UN GRANDE AVVOCATO:
GENNARO MARCIANO


In quella stessa Corte di Assise, molti anni prima, era stata processata anche una feroce banda, capeggiata da Giona La Gala, che seminava terrore e morte tra Maddaloni e Arienzo. Un medico, ritenuto un delatore, convocato in montagna, era stato ucciso e fatto a pezzi che qualcuno aveva anche mangiato. Per dare una parvenza di legittimazione alle brutali imprese i componenti della banda La Gala innalzavano bandiera borbonica. L’assalto alle carceri di Caserta e la liberazione dei prigionieri accreditava la loro figura di insorgenti contro il governo piemontese. E accreditava anche la voce che il loro referente fosse la giovane regina Sofia, esule a Roma e non rassegnata alla perdita del trono di Napoli. La banda, braccata dall’esercito e destinata ad una esecuzione sommaria sul porto, trovò modo di imbarcarsi su una nave francese per riparare in Francia. Ciascun componente della banda era provvisto di passaporto dello Stato Pontificio. Francia e Stato Pontificio tifavano per il re di Napoli. Nei suoi confronti il Papa aveva un debito. Non più di un decennio prima Pio IX, costretto a fuggire da Roma, aveva trovato rifugio a Gaeta, accoltovi e protetto dal Re di Napoli, padre dello spodestato Francesco. La Francia per conto suo aveva fatto anche di più. La flotta francese si era messa tra Gaeta e la flotta piemontese per impedire assalti. E con un battello francese, Francesco II, l’ultimo Re di Napoli, aveva lasciato il territorio del regno. La nave francese con a bordo i componenti della banda La Gala, diretta a Marsiglia, fece scalo a Genova. Il ministro di polizia, il napoletano Silvio Spaventa, li fece arrestare e tradurre in carcere. Violenta protesta di Napoleone III che denunziava la violazione del territorio francese. Tale era da considerarsi la nave. Pretese che gli fossero consegnati i prigionieri per poi decidere se restituirli o trattenerli in Francia come rifugiati. Negare la consegna dei prigionieri significava creare un incidente diplomatico e guastare i rapporti con la Francia, del cui aiuto l’Italia, appena unita, aveva bisogno. Napoleone III mantenne la parola e restituì i prigionieri che furono giudicati dalla Corte d’Assise di Santa Maria Capua Vetere. Non disponendo il tribunale di un’aula che potesse accogliere i numerosi imputati e garantire la sicurezza, il processo fu celebrato nella Caserma posta di fronte al carcere, attuale Caserma Pica, dove si appresta ad essere trasferita la cittadella giudiziaria del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, ( caserma Pica. da me già citata, perché obiettivo delle Br che trafugarono armi e munizioni) e che proprio a ottobre del 2009 ha festeggiato il bicentenario con una manifestazione a livello nazionale alla quale è intervenuto, tra l’altro il ministro Guardasigilli Angelino Alfano, con un convegno dell’avvocatura nazionale che, grazie a Elio Sticco ( che come sempre si è avvalso, tra l’altro, della preziosa collaborazione del Prof. Avv. Alfonso Quarto ) ha fatto ribaltare la nostra città a livello nazionale.
In molti ricordavano anche il processo all’anarchico sammaritano Salvatore Ceci, per anni esponente del Partito Comunista sammaritano ( assieme a Leopoldo Cappabianca ). Salvatore Ceci fu accusato ingiustamente dell’uccisione di un carabiniere, avvenuta alla via Melorio, in occasione di una “scaramuccia” tra partigiani e soldati tedeschi in fuga. Ceci, processato e condannato ingiustamente, ( successivamente sarà assolto ) mentre lasciava l’aula della Corte di Assise, con ai polsi gli “schiavettoni di ferro” con una catena sorretta da un drappello di carabinieri, pronunciò, con livore, questa frase: ”Puttana è la giustizia e prostituto chi l’amministra”. Fu fermato dal Presidente e processato per direttissima per oltraggio alla Corte.

Ma non era l’unico a pensarla in quel modo. Molti anni prima, un grande avvocato napoletano, Gennaro Marciano, morto nel 1943, pochi anni prima della celebrazione di quel processo, scrisse una poesia che definiva, appunto la giustizia “una gran puttana”.

Gennaro Marciano fu tra i pezzi da novanta del foro più celebre del mondo. E lo fu in un’epoca non sospetta: e cioè quando i padrini del diritto si chiamavano Nicola Amore, Gaetano Manfredi, Emanuele Gianturco, Enrico Pessina, Giorgio Arcoleo, Carlo Fiorante! Ossia quando Napoli contava, per via dei suoi grossi campioni dell’eloquenza, almeno quanto contavano i suoi incanti naturali; quando Castelcapuano era affollato di deliranti patuti dell’arringa nella stessa misura in cui lo erano Lo scoglio di Frisio di patuti della fornacella, e il Salone Margherita di maestri della rattimma; quando nei salotti e nei caffè, nelle redazioni dei giornali e all’Università, tre argomenti non si potevano evitare: il fondo di Eduardo Scarfoglio, l’avvenenza della bella Otero e la causa in corte d’assise...

E lo fu, un pezzo da novanta, Gennaro Marciano, in maniera straordinaria: benché, come si è detto, il foro del suo tempo fosse un seminario di grandezza, un tempio di sacri mostri dell’eloquenza, una specie di incredibile almanacco nobiliare nel quale erano più i re e i principi che non i baroni. Tempestoso e furente, e poi pacato e flebile, e infine di nuovo travolgente come una valanga, Gennaro Marciano fu insomma il più grosso tribuno del diritto che Napoli - lo stesso che dire mondo! - avesse mai avuto. Canticchiava il popolino:

Armà’! Datte curaggio!

Tenjmmo ‘a causa mmano...

‘A parte ha miso a Porzio?

Mammà mette a Marciano!..

E mammà faceva bene! Perché, morti Pessina, Amore, Manfredi e Gianturco il re era lui, don Gennaro, l’uomo di cui tutti i giornali parlavano e non soltanto quelli di Napoli: il cannone del foro più celebrato del mondo; l’erede spirituale di Francesco Mario Pagano, di Giuseppe Poerio, di Roberto Savarese, di Francesco Lauria, di Leopoldo Tarantini, l’incarnazione regale del fondatore di quella Scuola (il Pagano) che affermò e mantenne un predominio intellettuale, riconosciuto e proclamato da tutte le nazioni civili del mondo. Dell’oratoria di Gaetano Manfredi, universalmente considerato il più grande oratore d’Italia, Alfredo De Marsico scrisse: Il misfatto più nefando assumeva i colori della seduzione e si trasfigurava in una specie di capolavoro che la natura compisse nell’orrido; e Giovanni Porzio: Non ho mai veduto aspettative più trepide di quelle che si producevano quando egli sorgeva a parlare. Una immensa curiosità, quasi sensuale, attraversava le fibre della folla, che si raccoglieva nell’ombra di un silenzio assoluto, ansiosa di palpitare, di fremere, di sentire svelare il mistero delle intime infamie della natura umana, le profondità sconosciute di sofferenze viventi, i segreti dell’anima...

Su Manfredi ho un ricordo personale, all’epoca in cui seguivo per Il Roma la cronaca giudiziaria. In una pausa delle udienze della Corte di Assise (era in svolgimento un grave processo per omicidio, quello del marchese Chianese di Giugliano che aveva ucciso i figli del suo fattore) erano presenti moltissimi avvocati e De Marsico raccontò appunto un aneddoto su Gaetano Manfredi. Questi stava parlando alla Corte – in difesa di un imputato per duplice omicidio – e il presidente ( evidentemente stanco e per il caldo ) calò il capo e si assopì. Manfredi, accortosi del fatto, diede un pugno sullo scranno di legno e gettando la toga esclamò: ”Quando parla Manfredi la Corte apprende”… lasciando l’aula!

Manfredi era stato, dunque, un formidabile portento dell’oratoria, l’artista supremo del foro. Ma Gaetano Manfredi, pochi giorni prima di togliersi la vita, aveva solennemente dichiarato ad alcuni giovani penalisti che gli raccontavano, pieni di entusiasmo, di un ennesimo trionfo di Marciano: Io so che in Marciano vi sono qualità che io non ho e che desidererei possedere...

Salito rapidamente al trono di Castelcapuano, Gennaro Marciano fu chiamato a inaugurare, nella stessa reggia del diritto, il busto di Enrico Pessina. Esordì dicendo: Per ricomporre, nei limiti di un discorso, lumeggiandola nella sua interezza e grandiosità, la figura di Enrico Pessina, che per circa un secolo legò il suo nome a quella del pensiero italiano, bisognerebbe conoscere l’arte di quegli scultori dell’antichità che riuscivano ad incidere l’immagine di un gigante nella piccola pietra di un anello... Nove anni dopo, e cioè nel 1926, inaugurò nello stesso tempio i busti dei tre suoi maestri: Nicola Amore, Emanuele Gianturco, Gaetano Manfredi. Alla cerimonia assistettero Alfredo Rocco, ministro Guardasigilli, il più bel mondo intellettuale di Napoli, i più grossi avvocati d’Italia, in rappresentanza di tutte le curie nazionali. Un vecchio avvocato mi ha detto di quella, giornata: i penalisti più incalliti d’Italia non sapevano dove nascondere i loro occhi rossi. In un silenzio da immensa cattedrale vuota, si udivano soltanto le note travolgenti di un discorso che pareva una sinfonia di Beethoven. Fra una pausa e l’ altra, i più grossi oratori d’Italia facevano udire i loro singhiozzi. Alla fine, Gennaro Marciano scese dalla tribuna nel vuoto di un silenzio incantato. Per quasi un minuto nessuno ebbe la forza di alzarsi e correre ad abbracciarlo. Don Gennaro li aveva scioccati: tutti quanti. E dire che metà del suo discorso lo aveva improvvisato.

Quando Gennaro Marciano morì, il 23 gennaio del 1943, il foro di Napoli che per lui aveva epigrammato:

Non chiedo al lenocinio delle parole il brio

di una frase di spirito. Per noi quest’uomo è Dio.

lo pianse come non aveva mai pianto nemmeno Mario Pagano. La mattina dei funerali fu tempestosa. E ricordandola, Alfredo De Marsico, l’ultimo paladino di quella Scuola bicentenaria, scrisse: Così doveva essere: un autentico dominatore della parola è una energia della natura; la sua scomparsa è una scossa ed un vuoto nell’equilibrio degli elementi.

Ma il genio del foro, il tuono della curia più dotta del mondo, l’affascinante signore della parola data, fu anche un eccezionale signore del... dopolavorismo napoletano. Come consumato professore di letteratura e di musicologia, fece conferenze su Gioacchino Rossini, dal quale aveva preso i crescendo e la passione per la buona tavola; su Giuseppe Parini, nel quale si riconosceva per la veemenza con cui il vecchio abate milanese aveva sferzato il malcostume blasonato che dilapidava ricchezze immense e affamava i miseri; su Sant’Agostino, che era stato la più battagliera delle sante penne; su Vincenzo Bellini, che era stato possente e delicato, travolgente e pacato, come erano le sue arringhe; e su Virgilio, che aveva amato la terra nella quale egli era nato, e con grandissimo ardore aveva decantato la pace dei campi, e l’aveva onorata in versi sublimi, come lui la onorava in... pugnaci e ghiottissime scorribande: e cioè scampagnando di qua e di là, presenziando a sfasciature di porci, e abbandonandosi, vivianescamente, a scialate di zuppe ‘e zuffritto e a pullastiate memorabili...

Re della dialettica forense, del linguaggio forbito, della dizione di artista finito della scena drammatica, non fu mai un quivis de populo. Un de populo sì, ma un quivis mai! E fu un napoletano di serie superiore: e in tutti i sensi. Anzi: fu di quelli che una volta incontrati non si dimenticano più. Perché poliedrici, straordinari. Pensate, per esempio, a questo che stiamo per dire e che ci fa impazzire: Gennaro Marciano fu bilingue! Lui! Principe del purismo della lingua italiana, fu tra più spontanei e più completi professori della lingua del Mandracchio! Pensate per un momento solo a questo prodigio incredibile ma storico: Gennaro Marciano - l’asso della parola toscana - era capace di adattare la sua genialità forense e pulita alla napoletanità più bella e scugnizzesca! Il genio che quando usciva di casa non poteva lasciare a far da segnalibro in codici e pandette, Gennaro Marciano se lo portava appresso, e riusciva, senza sforzo a travestirlo da sfaccimmaria da fondachiare, da scaricante, da lazzaro, da vastaso ‘e vascio Puorto!

E ciò che questo genio travestito perfino da sagacia suburrale era capace di fare - diciamo in un caffè o in un ristorante, nell’inebriante corso di una tavuliata o di una asciuta - è ormai storico: ormai appartiene al gran libro dei miracoli della napoletanità più favolosa. Giocava a tressette con lo stesso accanimento con il quale preparava l’impostazione di una difesa, e come tuonava in toga, così tuonava contro i pellecchiari: perché leggeva, con lo stesso occhio professionale, così nei codici, come nel libro ‘e quaranta; discuteva con Manfredi e con Porzio, con De Nicola e con De Marsico, ed era il vangelo della lingua italiana e la cassazione del diritto penale: ma poi entrava in caffè e ristoranti, e si abbandonava, felice, al più napoletano spettacolo di se stesso, e, felice, leggeva versi come quelli che seguono, e rievocava piccanti avventure, e le infiorava di battute di spirito e boutades da coltissimo scugnizzo.

(Beati coloro che potettero goderselo!... scrisse Angelo Manna).

LA DEA GIUSTIZIA

Diva fulgente, d’ogni colpa incolume,

maestosa, altera ed incontaminata,

passa nel mondo la giustizia umana…

Ed è una gran puttana!...

Cinta d’allori, nel suo tempio assisa,

dove per tutti si proclama uguale,

per la bontà dei sacerdoti suoi,

la fotti come vuoi!...

Talor la spada col suo pugno abbassa,

le bilance depone impunemente

tra i ceppi pur di mille leggi oppressa,

decide con la fessa…

Ingenuo ahimè chi per le vie legali

spera il trionfo delle sue ragioni!

Fidente aspetterà, tranquillo e muto,

e resterà fottuto.

Menzogna è delle leggi la tutela,

follia la fede alle virtù d’Astrea!

Della giustizia il sacro ministerio

Può dirsi un futtisterio…

Io pur non cesserò con la mia toga

di millantare i giudici, i processi,

le leggi austere, le sentenze dotte,

e il cazzo che li fotte…

Ma se talun il mio diritto offende,

farò giustizia con mie proprie mani.

E l’offensor, o delinquente o pazzo,

mi cacherà il cazzo!...



AVV. GENNARO MARCIANO  






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